Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

Eterna saudade

A Lisbona, nonostante avessi buoni motivi per evitarla, non ho potuto fare a meno di incontrare, conoscere, frequentare e amare una fantastica parola portoghese che risponde al nome di saudade. Il termine sarebbe già stupendo anche senza un significato, invece il significato ce l’ha e ho scoperto che è intraducibile in qualsiasi lingua. Ne parla persino la guida in un paragrafo dedicato: “come un pugnale che affonda nel cuore”, così i portoghesi definiscono questo particolare sentimento di malinconia. Una parola che non trova una traduzione adeguata nella nostra lingua, un mix di mestizia e nostalgia, tristezza e sentimentalismo. Mi sono proprio innamorato di lei, a tal punto da portarmela a casa. La saudade è l’ingrediente principale, a volte unico, del fado, il genere musicale per eccellenza del Portogallo. E’ lì che mi ha conquistato ma è qui e ora che sta dando il meglio di sé e me lo dimostra ogni giorno, con una passione a tratti soffocante.

Ho provato a inquadrarla da subito e, da bravo ignorante, il primo posto in cui sono andato a cercarla è stato Wikipedia. Mi si è aperto un mondo leggendo di lei e della sua storia. Perché chiunque, specialmente chi prova a scrivere, almeno una volta nella vita ha affrontato emozioni e sentimenti che non si possono descrivere con le parole; qui invece è la parola, fantastica, che non trova un suo preciso riscontro nelle emozioni e nei sentimenti, se non miscelandoli tra loro in un cocktail comunque non appagante.

Leggo che innumerevoli autori di lingua portoghese hanno provato a dedicare canzoni e poesie alla saudade e nessuno è riuscito nell’intento di trovare una definizione che non fosse personale. “La saudade è mettere in ordine la camera del figlio morto” (Chico Buarque), espressione terribile e meravigliosa, può darsi, ma c’è sicuramente anche altro. Sempre Wikipedia (OK, non sarà la legge, in giro però circolano le stesse informazioni), dice che si può avere saudade di molte cose:

  • di qualcuno che non c’è più;
  • di qualcuno che amiamo e che è lontano o è assente;
  • di un caro amico;
  • di qualcuno o qualcosa che non si vede da tantissimo tempo;
  • di qualcuno con cui non parliamo da molto tempo;
  • di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa);
  • di un cibo;
  • di situazioni;
  • di un amore.

Io ho saudade di un po’ tutti questi punti. Persino del cibo, con la tiella, una specie di pizza/focaccia ripiena buonissima che ho potuto mangiare solo due volte nei miei anni e ancora me la ricordo. Ho saudade della Sicilia, una terra che mi manca e non mi manca per niente, e di una marea di situazioni che non vivo più e che vorrei vivere o forse voglio sperare di rivivere o che voglio vivere sperando.

Ancora Wikipedia: Antonio Tabucchi, raffinato conoscitore della lingua e cultura portoghese, spiega la saudade come un senso di nostalgia tanto legato al ricordo del passato quanto alla speranza verso il futuro. Cazzo se è vero. Mi identifico pienamente in ognuna di queste definizioni a tal punto da pensare – io che non credo in niente – che non sia stato un caso essermi ritrovato a Lisbona in una fase della mia vita un tantino tormentata. Il caso non esiste, diceva il maestro Oogway e chi non ha visto Kung Fu Panda merita la sua saudade.

Adesso vorrei quasi scriverci un saggio, prendendo e incollando tutte le interpretazioni che mi sono capitate tra le mani. Sarebbe però un lavoro infinito e alla fine inutile. La saudade non si può spiegare né raccontare. Vorresti non averla ma, se non l’avessi, ti mancherebbe perché ti farebbe sentire vuoto e rassegnato. Chiaramente, per provarla, deve trovarti in un contesto adeguato, non è mica una malattia che viene e va via. Io il mio contesto ce l’ho, la tiella, la Sicilia e tutto il resto e so che di saudade non si muore, eppure nemmeno si vive.