Patagonia Express

Non avevo mai letto niente di Sepúlveda e mi dispiace averlo incontrato solo dopo la sua morte. Si è fatto trovare in Patagonia, attraverso questi suoi appunti di viaggio che da tempo mi ripromettevo di leggere e che mi hanno permesso di conoscere la sua prosa, scorrevole e mai noiosa. Non è un vero e proprio diario, semmai una raccolta di storie vissute attraversando la Patagonia, avventure e personaggi che la sua penna fa sembrare fantastici e che invece sono tanto reali quanto incredibili. Nella parte iniziale tra l’altro parla della Moleskine e del perché fosse apprezzata da scrittori come Chatwin per i propri racconti di viaggio. Non lo sapevo, non ho mai letto nemmeno Chatwin, ma è anche per merito loro che io stesso, nel mio piccolo, porto con me una Moleskine da riempire ogni volta che parto. Di Sepúlveda ho recuperato diversi romanzi, non farò passare anni prima di leggerli, spero anzi di poter tornare a viaggiare presto, con una Moleskine ed un suo libro.

Luis Sepúlveda – Patagonia Express

All you can eat

Ikuta Road, Kobe, Giappone. Il pregiato e costosissimo manzo di Kobe ha casa qui e questo è il miglior luogo al mondo in cui mangiarlo. Non lo sapevo, era solo una bella foto.

Quattro amici

Avevo in coda questo romanzo da quasi dieci anni e dieci anni fa sicuramente lo avrei apprezzato di più. Venti anni fa, quando è uscito, lo avrei amato. Ma ho perso il treno, il momento giusto è passato e l’esperienza, oltre a centinaia di altre letture nel frattempo, non mi ha permesso di restare incastrato tra le pagine. L’avventura di un viaggio in furgone, i valori dell’amicizia e le pene d’amore sono temi che ormai mi stupiscono poco, avendoli vissuti tutti in prima persona e letti in molteplici salse. Devi essere uno scrittore con i controcazzi per prendermi oggi con questi argomenti e Trueba senza dubbio lo è stato. E’ che non ci siamo beccati quando serviva, sarebbe stato un libro da cinque stelle per uno come me, pienamente rappresentato dal protagonista. Ciò non significa che sia un romanzo orribile, anzi. Va provato. Si fa leggere pur restando inconcludente, perché inconcludenti sono i quattro amici, quattro ragazzi spagnoli alla soglia dei trent’anni che non sanno cosa volere dalla vita, proprio come ero io dopo la fine della mia prima vera storia d’amore. Mi fa piacere, tra l’altro, averlo terminato il giorno prima di partire per la Spagna.

Restano memorabili alcune perle dell’autore che, come si direbbe, valgono da sole il prezzo del biglietto. Ne riporto tre, ma ce ne sono parecchie altre.
La giovinezza finisce il giorno in cui il tuo calciatore preferito ha meno anni di te.
Il silenzio era tale che se ti concentravi potevi sentire la Terra ruotare sul proprio asse.
Quando ricevi un bacio sulla guancia da una donna che hai baciato mille volte sulle labbra, capisci che hai perduto il tuo posto nel suo cuore.

David Trueba – Quattro amici

Finché dura

Percorrendo i trecento metri che separano casa mia dalla fermata della metro, tra le tante domande esistenziali che la mattina mi pongo (chi siamo? Dove vado? Mi sono lavato i denti?) con gli occhi ancora chiusi e un frullato di banane e carote sullo stomaco, oggi mi sono soffermato su quelle riguardanti il mio lavoro. Questo perché incrocio puntualmente, nella direzione opposta, ragazzi senza futuro che vanno a scuola e ragazzi senza futuro che vanno a scuola ma che poi non entrano e vengono ad affollare la metro per fermare il presente, filmarlo, firmarlo, validarlo per tenerlo così per sempre. Incrocio spesso anche un signore, che conosco da dieci anni e di cui ignoro il nome, che potrebbe essere mio padre e che invece è probabilmente più piccolo di me, il quale si dirige sorridendo in direzione di casa mia per arrivare al negozio di fronte. Sorridendo, davvero. Certo, l’attività è sua e fa un sacco di soldi, ha pure tre o quattro impiegati che fanno soldi per lui, ci sta che sorrida. Io invece non sorrido andando in ufficio ma solo perché non sorrido mai. Senza motivo almeno.

Comunque, in sostanza, oggi mi sono chiesto se il mio lavoro corrispondesse a ciò che desideravo quando ero giovane, carino e disoccupato. Che poi, disoccupato non lo sono mai stato veramente, per fortuna. E forse neanche carino, per sfortuna. Non sono mai stato nemmeno toccato dall’ambizione di diventare un personaggio famoso, di scrivere libri, di amministrare un’azienda o vivere di rendita. La risposta alla mia domanda sta nel mezzo. No, non è il lavoro che desideravo perché non potevo sapere, quando studiavo, che esistesse un lavoro d’ufficio tipo il mio. Lavorare seduto dietro una scrivania e davanti ad un monitor è un mestiere che non dice nulla, lo si può attribuire anche ad un artista indipendente o ad un operatore di call center, dipendente. Ci sono miliardi di sfaccettature. Che io andassi a lavorare nelle telecomunicazioni, in una grande azienda e per giunta dove si amministrano i soldi, no, non lo avevo previsto né programmato. Sognavo però un contesto sereno, dove potessi esprimermi in qualche modo e che mi desse il giusto compenso economico. Quindi sì, è il lavoro che desideravo. Perché, nonostante sia un impiegato, ho la possibilità di organizzarmi pressoché autonomamente, di imparare, di ricevere uno stipendio regolare, di usufruire di benefit non da poco e soprattutto, molto sopra a tutto, di poter gestire la vita privata e provata come mi pare, mettendoci dentro le passioni e gli interessi, gli affetti, i viaggi e tutto quanto. E se sei soddisfatto della tua vita vuol dire che il tuo lavoro, finché dura, è adatto a te.

Con questa breve introduzione, volevo solo dire che grazie al mio lavoro il prossimo weekend, con compleanno incluso, lo potrò trascorrere a Barcellona: finalmente tornerò al Camp Nou da spettatore, per vedere la partita del Barça e depennare un’altra storica voce dalla mia to-do list.

In isolamento

Un nuovo incarico in ufficio, i campionati regionali di nuoto, Il Trono di Spade, Morgan Lost e il puzzle Krypt mi tengono in isolamento, lontano da Lei e tutto il resto.
Ma non da lei e non proprio da tutto il resto.

Una terra di mezzo

Capodanno! Prepariamo noi e le borse e lasciamo la camera. Colazione con waffel nello stesso, carissimo, baretto di ieri. Due passi per Bled e poi, in auto, ultimo giro del lago per le ultime foto. Verso mezzogiorno facciamo strada per l’aeroporto (circa due ore da qui) con l’idea di fermarci da qualche parte per pranzo e approfittarne per visitare un nuovo paesello a caso. Scegliamo San Daniele del Carso (Štanjel in sloveno), un piccolo borgo medievale, non proprio di passaggio ma nemmeno lontano. Naturalmente troviamo i locali chiusi e pochi turisti in giro. Pare comunque che sia una meta piuttosto gettonata. Qualcuno tiene aperta la porta della propria bottega con un cartello che indica di suonare il campanello all’occorrenza. Riusciamo così a mangiare un ottimo tagliere di prosciutto e formaggio con un vino grezzo. Posto strano, questo paese, in parte in rovina per i danni delle guerre eppure affascinante. Curiosi i tanti mini-presepi sparsi tra le viuzze, deve essere una tradizione locale.

Facciamo l’ultima breve sosta al confine tra Italia e Slovenia. Tra i due cartelli che indicano l’ingresso del rispettivo paese c’è uno spazio di una decina di metri, una terra di mezzo che chissà a chi appartiene. Riconsegniamo la macchina, bevo prima dei controlli una lattina di birra che era rimasta e prendiamo l’aereo per tornare in Italia chiudendo una fantastica vacanza, la prima che trascorro all’estero per il Capodanno.


Le tappe:
27.12.2019 – Due calici di rosso
28.12.2019 – Una fine di merda
29.12.2019 – Non si capisce un tubo
30.12.2019 – Non manca nulla
31.12.2019 – Un senso di pace
01.01.2020 – Una terra di mezzo