Cosa mi manca

L’ukulele è entrato con prepotenza nella mia squallida vita. Ho assistito a diversi concertini quest’anno, conoscendo bravissimi musicisti. Non diventerò uno di loro ma avevo voglia di musica e certe spettacolari performance l’hanno trasformata in desiderio. L’ukulele era lo strumento ideale per soddisfarlo attivamente, collezionare vinili non era più sufficiente. Da giugno scorso, dal concerto di Eddie Vedder a Taormina, ho guardato con distanza e curiosità questa specie di minuscola chitarra finché, dopo il mio ultimo compleanno, ho deciso di darmi una mossa e farla mia. E’ stato amore a prima vista. Funziona così l’amore vero, ti prende e non ti lascia scappare. Imparare a suonarlo (l’ukulele, non l’amore, che pure potrebbe essere suonato) è uno stimolo, mi aiuta in un periodo complesso come un gruppo rock. Gli esercizi impegnano allegramente la testa e non consentono ai cattivi pensieri di girovagare per i cazzi propri quando sto a casa. Ho un bravo maestro, le lezioni procedono e io strimpello, imparo, muovo le dita e le annodo su quei fili chiamati corde. Insomma prendo confidenza, ci vado d’accordo.

Il padel era arrivato prima, ci gioco da qualche mese. E’ uno sport sempre più in voga tra gli appassionati di tennis e non solo. A differenza dell’ukulele, mi tiene impegnato allegramente quando non sto a casa. E’ divertente e, dopo il nuoto e il running, è ormai la mia terza attività fisica per frequenza e intensità, ha superato anche il sesso che è sceso intorno all’ottantesima posizione. Ho un ottimo maestro per il padel, ho ottimi maestri dovunque. Ogni lezione è una pagina divorata di un nuovo libro da studiare, come quello che oggi, a speranze ormai perdute, mi è arrivato in regalo da una persona molto impegnata.

Ho ripreso a correre con largo anticipo rispetto agli anni precedenti. Di solito inizio in tarda primavera, quando le gare di nuoto finiscono e posso usare le gambe per altri scopi, quali prendere a calci il passato e, appunto, correre. Quest’anno invece, nel bel mezzo di una serata benefica, mentre sorseggiavo il sesto o settimo e non ultimo bicchiere di vino, mi sono lasciato convincere ad andare a Milano in occasione della maratona: sicuramente non la completerò ma è importante esserci. Funziona così anche l’amore vero, conta esserci.

A fine maggio tornerò a Maiorca per la manifestazione di nuoto in acque libere a cui avevo già partecipato nel 2017, quando la mia esistenza è cambiata drasticamente e non per meriti sportivi. Sarà dura, ho però bisogno di mischiare ricordi ad altri ricordi e, soprattutto, di divertirmi. Nuoterò di nuovo la distanza sui cinque chilometri, se starò bene farò pure i dieci, se starò benissimo prenderò il sole sulla spiaggia dei nudisti. Non mangerò paella e non farò il turista a Madrid, anzi mi sa che non ci metterò più piede.

A giugno seguirò i Pearl Jam in tour a Roma e a Milano. Il 12 si esibiranno allo Ziggo Dome di Amsterdam, sarebbe stato perfetto. Invece mi ritrovo con un biglietto in più per il concerto nella capitale e non ho idea di chi potrebbe accompagnarmi. Probabilmente nessuno. Mi piacerebbe andare a vedere Roger Waters al Circo Massimo ma per lo stesso motivo non compro i biglietti. Senza parlare degli altri grandi concerti che si terranno questa estate e che restano un punto interrogativo, a differenza dell’amore vero il quale è semmai un punto esclamativo, mica un dubbio.

Sarò comunque presente ai concerti dei Ministri, degli Zen Circus e dei Pink Floyd Legend, un gruppo romano che suona quasi come gli originali. Ho in mente un viaggio in solitaria che prende forma tra due alternative: ripercorrere il Cammino di Santiago dopo l’esperienza del 2011 e chiudere il cerchio oppure avventurarmi sulla Transiberiana ed aprirne uno nuovo. Sicuramente parteciperò ai campionati italiani di nuoto master a Palermo, dove sono di casa. E a proposito di casa, il traguardo più vicino tra tutti è la sostituzione del mutuo ormai imminente, operazione che mi porterebbe a risparmiare una bella sommetta ogni mese e che, chissà, potrebbe permettermi di ricomprare una Vespa.

Insomma, sto progettando.

“Fai un sacco di cose, ti rendi conto?”
“Sì.”
“Non ti manca niente per stare bene!”
“Non ne sono sicuro…”
“Cosa ti manca?”
“Mi manca il tempo. Per stare bene serve tempo.”

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Hai voluto la bicicletta

Ero a Lucca quella domenica, gironzolavo per un mercatino dell’antiquariato. La sera prima, dopo uno dei pomeriggi peggiori da quando ti conosco e a cui comunque avrei dovuto essere abituato visti i precedenti, ti avevo mandato la mia ultima serie di messaggi, nervosi, rassegnati e ancora carichi di affetto, chiusi da un “addio amore”, perché così fino al sabato ci eravamo chiamati. Mi hai risposto alle quattro di notte, eri meno tesa, si capiva quanto stessi male. E non per l’addio. Non sapevi cosa fare e lo hai chiesto a me. “Come faccio adesso?” hai proprio scritto. E non parlavi solo di noi ma di un percorso che stavi seguendo e che non poteva portarti lontano.

In una bancarella africana ho comprato una statuetta di osso. Me la porto ancora dietro, per non dimenticarmi di quei momenti in cui mi hai scritto parole terribili, tra l’altro poche ore dopo avermene dette di meravigliose. Non ho mai creduto in niente se non alle tue promesse, per due lunghissimi anni. Due anni, cazzo. Due anni pieni di speranze e illusioni, bugie, segreti, pensieri magici e indimenticabili e altri ignobili. Tu sai quanti sono due anni? Non sei stata certamente bene nemmeno tu, eppure hai mai pensato di avere delle responsabilità, una morale, una forma di rispetto verso chi ti amava tanto? Sarebbe bastato tirar fuori la verità e lasciare agli altri la libertà di affrontarla. In questa storia, e sfido chiunque a sostenere il contrario, io non ho mai mentito. A nessuno. A te soprattutto ho raccontato ogni cosa. Ti ho scritto una mail ogni giorno per tutta l’estate per dirti come stavo e cosa provavo e questo nonostante ci sentissimo assiduamente dal buongiorno alla buonanotte. Ci sono stato ogni volta che ne hai avuto bisogno, quando hai perso qualcosa di caro, quando mi hai obbligato o mi sono sentito in dovere di negare, stare zitto, sopportare quello che accadeva nonostante le evidenze, per pararti il culo. Ti ho sempre dato fiducia, senza mai arretrare di un millimetro. Ci speravo, ci credevo, io che mi vanto di essere ateo. Adesso credo solo in ciò che quella statuetta mi ricorda, ossia i fatti.

Siamo stati vicinissimi pochi giorni fa. Avevo provato a chiudere questa storia ad agosto, poi a dicembre, poi a fine gennaio. Ogni volta ti sei giocata una carta in più: prima riprendendo a dire con forza “ti amo”, sembrava non ne fossi più capace; dopo assicurandomi che saresti tornata, quasi con rabbia; l’ultima volta invece me lo hai detto negli occhi mentre piangevo, prendendomi la mano e dandomi un bacio. “Fidati, lasciami fare”, hai detto, non l’ho sognato. E quei messaggi, così potenti, così costanti. Sembra passata un’era, sono di due settimane fa. Scrivevi di un amore infinito, mai stato in discussione. E allora? Che scelta dovevi fare? Dovevamo solo riprovarci, mica sposarci. Anche se, che ti avrei voluto sposare, te lo avevo confidato. Chissà se mi hai creduto. Non hai un marito da lasciare né figli da trascurare e sai chi sono, cosa avrei potuto darti se solo mi avessi concesso una possibilità concreta. E’ stato impossibile alle condizioni che mi hai dettato e noi sappiamo quali erano. Ti sei presa una mano, un braccio e poi tutto il corpo. E non solo il mio. La paura e l’insicurezza, ma anche altro, ti hanno impedito di parlare con la verità, creando dei mostri che prima o poi, si sapeva, ti avrebbero sopraffatto. Sai che io non lo avrei mai permesso. Mi hai messo però con le spalle al muro, lanciandomi coltelli per giunta non da sola. Alcuni li ho schivati, finché sono diventati troppi e mi hanno trafitto facendomi un male cane. Sono stato costretto a reagire. Non potevo far finta di niente, non potevo ancora pararti il culo. Avresti dovuto essere tu a proteggere me e quel poco che avevamo e invece mi hai indicato come pazzo, esaltando le tue bugie e dandomi addosso perché sono venute fuori. E non a causa mia. Non faccio la vittima, lo sono. Di una situazione che ti è sfuggita di mano e di cui non posso far più parte. Sono cambiato tante volte e l’ultima perché mi hai portato all’esasperazione. Nonostante le tue incertezze e le pugnalate, ti ho seguito, rassicurandoti sempre, aggrappandomi ad un sms o uno squillo. Assurdo. Sei cambiata tu soprattutto. Eri un’anima sensibile, parlavi serenamente, ti facevi ascoltare sussurrando le parole, eri comprensiva e umile, disegnavi, leggevi, compravi libri, scrivevi sui post-it, scoprivi la musica nuova, ti stupiva il bello, andavi alle mostre, viaggiavi. Eri curiosa, imparavi, crescevi. Adesso… non so più chi sei adesso. Non so più chi ho amato. Ti ritrovo solo nelle tue foto, quelle che scatti personalmente, dove c’è il colore che da qualche parte hai ancora dentro; quelle che ti fanno gli altri, nonostante ti mostrino sempre bellissima, rivelano un’altra persona, un broncio, un sorriso forzato. I nervi sempre tesi, la perenne ansia di essere controllata, la gelosia insana, la crudezza delle parole, i blocchi sui maledetti social e sul telefono, le cazziate, la paure dietro ogni angolo, le bugie ripetute… sei quella che ha voluto la bicicletta e che ora, per quanto possa apparire sicuro e facile andarci, non riesci a guidare da lei, subendola, senza controllarla. Spero che non ti ci vada a schiantare. O forse sì, così capiresti. Ho rischiato di farmi trascinare in quella scia, stavo diventando come certi soggetti incazzosi, bugiardi, rozzi, sospettosi e possessivi. Sono stato vicino a perdere tutto quello che ti aveva fatto innamorare di me e che ora non ti serve più. E’ andata diversamente, come hai voluto tu. Forse mi hai salvato.

Io te lo auguro con tutto il cuore di essere felice. Sai che sono sincero. Fa rabbia, tanta, l’averti creduto. Sarei uscito dalla tua vita (certo, con dolore) se tu avessi parlato chiaro, adesso forse saremmo tranquilli. Invece sono scoppiato, ma non ho colpe. Mi hai fatto felice quando, un mese fa, mi hai chiesto perdono per ciò che mi avevi fatto. Me lo avevi scritto e poi me lo hai ripetuto tenendomi per mano, te lo ricordi? Vuol dire che avevi capito di aver sbagliato, è stato importantissimo. Non ero pazzo allora. Erano gli stessi giorni in cui mi hai detto di amarmi immensamente e, qualsiasi cosa sia accaduta quella domenica, il sentimento non può essersi spento. Non si è spento nemmeno per me, purtroppo. Ci sto mettendo l’acqua, ci vorrà tempo, ma sono cazzi miei, io posso scegliere solo questo. Tu invece puoi finalmente tornare a vivere come e con chi vuoi. I ricordi ci terranno uniti e, sono certo, i pensieri si incroceranno, forse anche adesso che indossi la coperta di pecora che ti ho regalato. O quando correrai con il mio GPS. O quando andrai a letto e sul comodino l’occhio cadrà sul libro de “La storia infinita”. Tu l’avevi chiamata così. Mi sembrava vero.

Hai preferito non scegliere, hai deciso di restare ferma e questa è una scelta. Non hai cambiato le cose. Ti sei tenuta la bicicletta. Potevi correre da sola o cercare di ricomprare una Vespa con me. Cosa hai adesso? Non lo so, non deve essere poco. Indubbiamente hai guadagnato una possibilità enorme, quella di non dover più mentire. Puoi davvero sentirti libera ora che non abbiamo più contatti. Sono sicuro però che mi pensi, lo sento. Perché lo faccio anche io, sempre. Troverai chi ti ama, forse lo hai già trovato. Ma quanto potrai stare accanto a chi non ami tu? Quanto potrà starci lui sapendo che io sarò sempre dentro di te? Sono io quello che ami, non hai mai voluto ammettere il contrario. Beh, nemmeno io. E non sono matto, per quanto tu possa incazzarti, lo sai bene. Per questo, se posso ancora permettermi di darti un pizzico di aiuto, tu che mi dicevi “come farei senza di te?”, magari rispondo alla tua ultima domanda, tanto tu tutta ‘sta roba mica la leggerai.

“Come faccio adesso?”

Finisci le mie tisane, inizia a svuotare il portafoglio e, se non hai già provveduto, butta via i fiori di San Valentino, libera la parete con i ricordi siciliani, prendi uno scatolone e mettici dentro tutte le cose mie che hai nella tua stanza, sono più numerose persino delle tue. Nascondilo nel garage. Quando avrai finito, dimenticati di me. Da dentro però. Resta leggera. E pedala.

Io no. Non tornerai, non ha più senso. Eppure sono sicurissimo che un giorno, fosse tra dieci anni, guardando Lo Hobbit o ascoltando gli Smashing Pumpkins, mi chiamerai per dirmi ciao.

Le storie finiscono

Mi piace ricordarti così, quando eri bella e gli anni che senza fatica accumulavi uno dopo l’altro riuscivano solo a dare valore al tuo fascino. Non eri perfetta e qualche ruggine, col passare del tempo, te la portavi dietro ma eri mia e mi piacevi più di ogni altra.

Un incidente ci ha fatto male. Tu non hai sofferto o forse lo hai fatto in silenzio, ne sei comunque uscita a pezzi. Io me la sono cavata piuttosto bene, sono guarito presto, eppure qualche ferita dentro è rimasta. Soprattutto perché non ho potuto curare le tue, quelle che alla fine ci hanno allontanato per sempre. Le storie finiscono e, dopo quindici anni, anche la nostra è arrivata al capolinea. Unica consolazione è sapere che oggi sei in buone mani e che in un futuro non lontano tornerai ad essere più bella prima. Ti sposterai di meno e la strada sarà di nuovo tua.

Per farla breve, ti ho venduto al miglior offerente. Non potevo rimetterti a posto, io che sono bravo solo ad usarle quelle come te, non a capirle. Tu invece mi capisci e sappiamo tutti e due che la tua nuova casa è migliore del marciapiede su cui ti lasciavo io ogni giorno. Insomma, è stato meglio così. Tu sei contenta, io resto contento. Con i soldi che ho preso potrò fare un viaggio, uno o due regali e saldare il conto. Quello che ho con te non potrò saldarlo mai invece, le emozioni che mi hai regalato resteranno uniche. Addio.

Vespa

Siamo persone, siamo storie fatte da migliaia di altre storie. Tutte, prima o poi, terminano. Raccontarle è l’unico mezzo per renderle immortali.

Tra la primavera e l’infinito

Uno dei libri di Baricco che meno mi sono piaciuti è stato Smith & Wesson, un testo teatrale finito in poche ore sul divano diametralmente opposto a quel mattone di 1.300 pagine (note escluse) chiamato Infinite Jest che ho iniziato a dicembre e che terminerò di leggere entro un tempo stimato tra la primavera e, appunto, l’infinito.

Nonostante l’assenza di quell’acquolina che permette di divorare un libro, Baricco ci ha comunque messo un’intuizione delle sue, una delle solite piccole perle di bigiotteria, belle e false, che ancora sa regalare. Smith, nel racconto, è una sorta di meteorologo – siamo agli inizi del ‘900 – il quale chiede alle persone che incontra di ricordare come fosse il tempo in occasione degli avvenimenti importanti delle proprie vite. Annotando su un taccuino date, luoghi e dettagli sul clima è convinto di poter creare delle statistiche e prevedere così le condizioni meteo. Lo spunto in effetti è interessante. Chiunque abbia un ricordo particolare di un evento quasi sempre è capace di dire che tempo ci fosse quel giorno. Ho provato con alcuni episodi cari che per primi mi sono tornati in mente e sì, funziona: ricordo la brezza estiva fuori stagione quando ho incontrato la mia lei per la prima volta, il caldo che ha accompagnato la nascita di mio nipote, il cielo grigio il giorno dell’incidente in Vespa.

Sarebbe interessante provare qualcosa di simile e riportare su un quadernetto, come una foto che coglie un istante, non il meteo ma i brevi momenti che viviamo con un po’ più di magia rispetto agli altri: una parola che rimane impressa, il sapore non ancora svanito di un sogno, un gioco di luci riflesse su una pozzanghera per strada, il primo sguardo della mattina della persona che si ama. Se raccogliessimo tutti questi piccoli attimi per giorni, per un periodo di tempo tra la primavera e l’infinito, ci potremmo accorgere che ogni voce è strettamente legata alle altre e che insieme formano il leitmotiv di una vita parallela mai realmente vissuta. Una vita che potrebbe essere più leggera e scorrevole di quella ingombrante in cui polvere, macchine e rumori abbondano. Forse sono proprio questi timidi momenti che in fondo disegnano la nostra storia e quel filo conduttore che li unisce tutti è… David Bowie!

Sì, David Bowie. Artista immenso di cui ho sempre apprezzato i lavori ma che non ho mai conosciuto come avrebbe meritato. Eppure, dopo la sua morte, pare che almeno una volta lo abbiano incontrato tutti. Proprio tutti. Chi al bar, chi in viaggio, chi nella propria città o nel paesino sperduto tra i monti in cui andava a raccogliere i funghi. Non ho trovato un solo personaggio pubblico, anche semi-sconosciuto, che non abbia ricordato Bowie con un aneddoto in cui dichiarava di averlo incrociato. Nemmeno dio è stato in giro a vedere gente così tanto quanto David Bowie.

A me che non l’ho mai incontrato (intendo David Bowie, ma pure dio) piace pensare invece a quel filo conduttore come alla parte migliore di noi stessi, quella che cerchiamo di trasmettere agli altri e a coloro che verranno dopo, affinché possano sfogliare i nostri quadernetti e vivere quegli istanti come non abbiamo saputo fare.

Scomparso

Avvolto nella nebbia, seduto su una panchina tra le tante disposte in circolo, mi chiedo quanto la mia presenza sia visibile nel giardino delle rose.

C’è un retroscena tragicomico che accompagna il mio incidente dei giorni scorsi. E’ una di quelle situazioni in cui niente va per il verso giusto ma in cui ogni tassello si incastra perfettamente agli altri per creare uno scenario impeccabile, nella sua negatività.

Sono lì sanguinante, disteso comodamente sull’asfalto, quando arrivano i soccorsi. Pure i bambini sanno che il ferito non deve essere spostato a seguito di un trauma e invece mi spostano e, oltre a slacciarmi il casco, mi tolgono pure la giacca, con il cellulare dentro, nella quale ero avvinghiato per proteggermi dal freddo. Se avessi avuto, che so, una lesione alla colonna vertebrale l’avrei lasciata per strada. La colonna vertebrale, intendo, e tutto quello che ci è attaccato intorno. Stavo andando in ufficio. Io non uso mai la Vespa durante la temibile stagione invernale – per me era inverno già da due mesi – ma non avevo l’auto che il giorno prima avevo dato al meccanico per alcune riparazioni. Ero quasi arrivato al lavoro quando mi sono prodigato in quelle acrobazie per aria e per terra e, tra botte, shock e giramenti, non è che avvertire i colleghi fosse stata esattamente la mia preoccupazione principale. E poi non ho saputo dove fossero le mie cose fino a tarda mattinata.

Al pronto soccorso, almeno due ore dopo, sono ancora immobilizzato sul lettino con un bel collare a bloccarmi pure il respiro. Capisco cosa provano i cani con quello elisabettiano per non leccarsi le ferite. Adesso sono ben cosciente ma non posso muovermi granché. Mi portano la mia roba: il casco, lo zaino con il PC e la giacca con il telefono che adagiano (leggasi “buttano”) tra le mie gambe. Gli infermieri ci sono ma non ci sono, nonostante il codice giallo evidentemente non faccio parte delle loro priorità. Allungo comunque un braccio e, dopo sforzi immani, riesco a trovare il telefono che, evviva, è spento. Credo sia guasto e chiedo di poter fare una telefonata, motivo per cui il personale si accorge improvvisamente di me e dà inizio alla festa: elettrocardiogramma, TAC, ecografie, medicazioni, operazioni che richiedono altre due orette. Tra una cosa e l’altra però, vedendo che il telefono non riporta nemmeno un graffio, penso che possa essere semplicemente scarico. Tolto il collare dopo la TAC, recupero il caricabatterie e, senza farmi notare (compito abbastanza facile dato l’ambiente e chi ci lavora), lo collego al macchinario di una vecchietta moribonda, un po’ di carica non le dovrebbe far male. Aspetto due minuti e telefono subito in ufficio, inconsapevole del finimondo che si era scatenato nel frattempo. In realtà in ufficio posso soltanto provare a telefonare, perché dentro il pronto soccorso non c’è campo. Resto quindi ancora disteso aspettando che il cellulare si risvegli un po’, il minimo per poter sgattaiolare fuori alla prima occasione e fare quella benedetta telefonata.

Quando ci riesco è già passata l’ora di pranzo, credo. Non ricordo bene, so che era tardi. Ho un infermiere alla calcagna che mi sta mordendo le caviglie per impormi, incazzatissimo, di rientrare. Accendo il telefono e una marea di notifiche se ne impossessa tipo poltergeist, facendolo vibrare e suonare per una decina di minuti. Sono oltre un centinaio tra SMS, avvisi Whatsapp, Facebook, e-mail, chiamate perse da ogni parte del mondo, piccioni viaggiatori morti di vecchiaia e tutti i canali social su cui ho un profilo. Trovo sul display amici che non sento da vent’anni e parenti che nemmeno sapevo fossero vivi, oltre a persone che avevo dimenticato di conoscere. Soprattutto trovo un messaggio dei miei genitori che a quell’ora avrebbero dovuto credermi al lavoro e che, fatalità, mi stavano cercando per un futile motivo. Senza chiaramente che gli rispondessi.

E’ successo che, ad un certo punto, non vedendomi arrivare e non avendo io preso né ferie né permessi, qualche collega si è domandato dove fossi finito. Mi ha telefonato e non mi ha trovato. Ha chiesto ad altri colleghi che a loro volta mi hanno chiamato. Inutilmente. Questi colleghi si sono rivolti ad i colleghi più intimi e i colleghi più intimi agli amici e gli amici a lei e lei ai miei genitori, i quali infine mi hanno cercato in ufficio per chiudere il cerchio nel nulla. Ero scomparso.

Un paio d’anni fa, un collega ci ha lasciato esattamente così. Abitava da solo come me e se n’è andato da questo mondo una mattina facendo colazione, senza che nessuno potesse rintracciarlo per oltre mezza giornata, salvo poi trovarlo privo di vita. Il panico in azienda è stato pertanto generato anche da un triste precedente. Ecco perché sono pure venuti a cercarmi a casa dove non c’erano né la macchina né la Vespa, lasciando supporre quindi che la mattina fossi uscito. Ma dov’ero?

Vanno persino dai carabinieri senza tuttavia poter far molto perché mi ero volatilizzato da troppo poco tempo. Memorabile – mi racconteranno dopo – la domanda di un appuntato: “non può essere che andato a fare una passeggiata?”. Le barzellette sui carabinieri…

Le ricerche si diramano ovunque, non solo in città. Mi cerca persino un’amica dal Brasile. Un amico scrive ad un mio contatto Facebook scambiandolo per una mia vecchia fiamma, omonima, e chiederle se avesse altri miei recapiti. Tramite il mio cognome arrivano e scrivono a parenti per i quali non sono mai esistito. Cercano tra gli amici di Mamma Africa, la mia associazione di volontariato. Chiamano il mio padrone di casa il quale, devo ancora capire perché, riferisce di un viaggio che mi stavo accingendo a fare. Vengono fuori le ipotesi più assurde, c’è chi pensa persino ad un rapimento. Davvero.

Lavorando io nelle telecomunicazioni si decide poi, tramite il capo dei capi, di rintracciare la cella del mio telefono, inconfondibilmente localizzata nei pressi del pronto soccorso. Riscontro che però non placa gli allarmi, anzi. Adesso sanno dove sono ma sanno come sono.

Alla fine comunque riesco a fare tre velocissime telefonate: ai miei, a lei e ad un collega, l’ultimo che ho trovato nell’elenco della chiamate. La mia voce, propagatasi come il verbo, tranquillizza relativamente i vari fronti. Tranne forse lei che, proprio mentre stiamo parlando, può udire le parole dell’infermiere mastino le quali, testualmente, dicono: “lei lo sa che ha delle lesioni epatiche e rischia di morire?“. Beh, non sono morto ma immagino che per un frangente sia morta lei per lo spavento. Delle lesioni in serata non vi era più traccia. Della giornata intera e delle sue vicissitudini spero di lasciare ogni traccia nella nebbia, presente perché non si può eliminarla, ma invisibile nel corpo e nella memoria.

Dalle avventure di quel giorno ho però imparato una lezione importante. Se mai dovessi vincere una grossa somma al SuperEnalotto (e dovrà essere proprio un miracolo visto che non ci ho mai giocato), tale da farmi decidere di sparire per cambiare vita, ecco, la prima cosa a cui devo pensare è prendere un permesso al lavoro.

Non chiudere gli occhi

Il problema non è la caduta. E non è l’atterraggio. Il problema è rialzarsi, dopo. Il che non è semplice se non si era preparati al volo.

Tu non eri pronto e ti sei preoccupato ancor prima di librarti nell’aere, quando hai capito che ti saresti fatto male. Sono frangenti, frazioni di secondo in cui l’istinto di sopravvivenza prende il comando e tutto il resto passa in secondo piano. Il corpo cerca di proteggersi salvando il salvabile, non c’è tempo per le altre cose, per gli oggetti privi di anima che, nel tuo caso, erano la Vespa e lo zaino con le agende, il PC, l’hard disk con la tua vita dentro. Privi di anima poi mica tanto: la Vespa era viva quanto te e le agendine con i tuoi pensieri, i documenti, le foto nell’hard disk… beh, quelli sono te. Non avresti sopportato di perderli in un banale incidente.

E’ successo tutto molto velocemente. Un attimo prima eri in sella per arrivare in ufficio, un attimo dopo ti ritrovavi spiaccicato sull’asfalto. L’asfalto, da terra, ha un odore ancora più invadente. Il volo sarà durato pochi secondi ma è stato entusiasmante, più pauroso di Oblivion. Certo, lo avresti evitato volentieri anche perché, più che un volo pulito e leggero, si è trattato di una sequenza di capitomboli in cui volteggi aerei si sono alternati a pesanti botte sul suolo. Ad ogni botta – saranno state tre o quattro – hai avuto la lucidità di pensare. “OK, ci sei, non chiudere gli occhi, resta sveglio… non chiudere gli occhi, sta finendo… non chiudere gli occhi…” e non li hai chiusi finché non ti ha costretto, momentaneamente, il sangue che avevi sulla faccia. Era un rubinetto, ci hai messo un po’ a capire da dove colasse. Non ricordi di aver visto così tanto sangue tuo in altre occasioni, tranne forse quando lo doni, anche se lì finisce in una sacca e non appare così rosso e lucido.

Terminato il volo, resti immobile, sei cosciente. E già questa ti sembra un’enorme conquista. Fai subito un check-up partendo dalla testa fino alla punta dei piedi e delle mani per capire, uno, dove fa male e, due… se ogni parte di te risponde ai comandi. Risponde tutto – ed ecco la seconda conquista – ma non risponde benissimo. I segnali sono confusi e, soprattutto, con l’adrenalina ancora in circolo, il dolore stenta ad arrivare. Poi arriva e grida, si fa sentire. La verifica dei danni ti dice che ginocchia e gomiti si stanno lamentando, il busto è quasi immacolato e così la testa, ancora avvolta dal casco. Le mani rispondono per ultime: la destra si muove timidamente, la sinistra piange, come nella politica italiana. Quest’ultimo segnale giunge contemporaneamente allo sguardo e lì ti rattristi, il sangue cola dalla faccia e cola dalla mano, le dita sembrano triturate. L’immagine ti fa quasi venire il vomito.

Nel complesso però stai bene e non chiudi gli occhi, anche se vorresti solo dormire restando disteso lì dove sei. C’è gente intorno a te che parla una lingua sconosciuta. Chiedi più volte dei fazzoletti, per il sangue, il muco e le lacrime, nessuno sembra capirti. Forse hai solo pensato di chiederli. Ti fanno domande e non comprendi, sei concentrato ad ascoltare il tuo corpo.

All’improvviso poi torni in te, nel mondo circostante. Ti affidi agli altri ma continui a non recepire, stavolta perché di segnali, domande, pensieri ne arrivano troppi, tutti insieme. Il più forte a questo punto riguarda la Vespa o quel che – sei certo – ne è rimasto. Ti volti e trovi un grosso rottame, con vetro, plastica e metallo sparsi un po’ ovunque. Ti rigiri subito, quella scena sconvolge il tuo umore più delle dita triturate. Controlli il resto: giacca e pantaloni strappati, scarpe strisciate. Ti tolgono il casco (ma i fondamenti del primo soccorso non insegnano il contrario?!) ed è graffiato anche quello, ti portano l’orologio che era finito a dieci metri di distanza. Lo zaino con il PC pensi si sia disintegrato, giorni dopo scoprirai con sollievo che non si è nemmeno sporcato. Che abbia manifestato anche lui un istinto di sopravvivenza? L’avevi detto che le tue cose hanno un’anima.

I ricordi rimasti raccontano di ambulanza, polizia, ospedale, medici e altri infortunati. Del trasporto in barella tra i corridoi con gli occhi che scorrono lungo il soffitto a pannelli bianco, come nei film, senza sapere dove ti trovi. Delle attese infinite senza potersi muovere. Degli infermieri che parlano di “giornata dei motorini” a causa di tutte quelle urgenze per incidenti su moto. Sei stato bravo, non hai mai chiuso gli occhi. Chi non guarda in faccia a nessuno di occhi non ne ha e aspettava solo che tu li chiudessi per fissarti e prendere i tuoi. Non ci è riuscita.

Is there anybody in there?

Ci vuole così poco. Ti svegli col sole e, piuttosto che lamentarti perché non riesci a connettere, ti congratuli con te stesso per essere arrivato alla doccia. Prendi le vitamine e bevi un bicchierone di latte freddo ché a te il latte piace più della birra e del vino, soprattutto la mattina. Ancora di più se trovi sul divano un cioccolatino Lindt che non credevi di avere. Vai in ufficio in auto perché piove e non puoi prendere la Vespa. Capisci che in fondo la pioggia ti piace. C’è un po’ di traffico per strada e non ne fai un problema, avrai più tempo per ascoltare quei pezzi rock alla radio che ti resteranno in testa per tutta la giornata. Il lavoro procede come vuoi che proceda, sei certo di fare il tuo dovere, quello per cui ti pagano, e di metterci anche qualcosa in più. I colleghi oggi sono tutti simpatici. Pensandoci bene, chi più, chi meno, lo sono sempre. Hai già fatto pace con lei per un’inutile discussione, il telefono non basta a riempire la voglia che hai di rivederla dopo due settimane di lontananza ma sai che quel momento sta per arrivare. Approfitti della pausa pranzo per fare due cose abbastanza inutili che proprio per questo rimandavi da mesi: cambiare la batteria della bilancia pesapersone che non ti pesa mai e comprare la ricarica di quella penna elegante, regalo di natale di un paio di anni fa, che nemmeno ti serve perché preferisci la Bic con quattro colori. Con l’occasione, al centro commerciale prendi pure tre libri, di quelli a 0,99 euro che hai quasi tutti. Compri di nuovo i Lindt e pure i Kinder Sorpresa con i puffi. Apri subito un ovetto e ci trovi Grande Puffo, il tuo preferito, quello con la barba che avresti sempre voluto avere. Torni in ufficio, vai su Anobii per aggiornare la libreria e ti accorgi che uno di quei volumetti lo avevi già. Noti anche che hai ottantacinque, e ripeti ottantacinque, libri da leggere. Ripeti ancora ottantacinque quasi con soddisfazione perché vuol dire che potrai contare su un’ampia scelta di titoli prima di iniziare la prossima lettura. Continui il tuo lavoro e aspetti che i colleghi vadano via perché il pomeriggio, nel silenzio della stanza, ti concentri meglio e ingrani la marcia giusta per finire di scrivere. Aspetti anche che faccia buio perché poi, a ora di cena, devi andare a nuotare. I compagni di squadra sono lì, pronti come te ad affrontare i quattromila metri quotidiani. L’allenamento stasera è pesante ma esci dalla vasca soddisfatto e senza alcun cattivo pensiero in testa, ammesso che ne avessi avuto uno. Hai perso le pinne, forse qualcuno le ha prese per sbaglio, forse no. Poco importa, le ritroverai. La doccia sembra durare più del solito, l’atmosfera nello spogliatoio maschile è simpatica come sempre, forse perché è l’unico al mondo in cui non si parla di donne e motori. Del calcio sì però, ogni tanto. Ci ritroviamo fuori e andiamo a cena insieme. Sono le undici di sera e Giancarlone e la sua trattoria ci aspettano. A tavola gli aneddoti si moltiplicano nel vino, le chiacchere si perdono nei piatti tipici. Torni a casa dopo aver viaggiato non solo sull’asfalto e, parcheggiando, casualmente due pietre miliari della musica ti bloccano nell’abitacolo, una dopo l’altra: Comfortably Numb dei Pink Floyd e la versione breve di I Heard It Through The Grapevine dei Creedence. E’ notte, non c’è nessuno fuori e rimani immobile come se non ci fosse nessuno neppure dentro. Stanco solo fisicamente, con gli occhi in fondo alla via, rivedi la giornata assolutamente normale appena trascorsa e ti rendi conto che ci vuole così poco per essere felici.