Le storie finiscono

Mi piace ricordarti così, quando eri bella e gli anni che senza fatica accumulavi uno dopo l’altro riuscivano solo a dare valore al tuo fascino. Non eri perfetta e qualche ruggine, col passare del tempo, te la portavi dietro ma eri mia e mi piacevi più di ogni altra.

Un incidente ci ha fatto male. Tu non hai sofferto o forse lo hai fatto in silenzio, ne sei comunque uscita a pezzi. Io me la sono cavata piuttosto bene, sono guarito presto, eppure qualche ferita dentro è rimasta. Soprattutto perché non ho potuto curare le tue, quelle che alla fine ci hanno allontanato per sempre. Le storie finiscono e, dopo quindici anni, anche la nostra è arrivata al capolinea. Unica consolazione è sapere che oggi sei in buone mani e che in un futuro non lontano tornerai ad essere più bella prima. Ti sposterai di meno e la strada sarà di nuovo tua.

Per farla breve, ti ho venduto al miglior offerente. Non potevo rimetterti a posto, io che sono bravo solo ad usarle quelle come te, non a capirle. Tu invece mi capisci e sappiamo tutti e due che la tua nuova casa è migliore del marciapiede su cui ti lasciavo io ogni giorno. Insomma, è stato meglio così. Tu sei contenta, io resto contento. Con i soldi che ho preso potrò fare un viaggio, uno o due regali e saldare il conto. Quello che ho con te non potrò saldarlo mai invece, le emozioni che mi hai regalato resteranno uniche. Addio.

Vespa

Siamo persone, siamo storie fatte da migliaia di altre storie. Tutte, prima o poi, terminano. Raccontarle è l’unico mezzo per renderle immortali.

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Tra la primavera e l’infinito

Uno dei libri di Baricco che meno mi sono piaciuti è stato Smith & Wesson, un testo teatrale finito in poche ore sul divano diametralmente opposto a quel mattone di 1.300 pagine (note escluse) chiamato Infinite Jest che ho iniziato a dicembre e che terminerò di leggere entro un tempo stimato tra la primavera e, appunto, l’infinito.

Nonostante l’assenza di quell’acquolina che permette di divorare un libro, Baricco ci ha comunque messo un’intuizione delle sue, una delle solite piccole perle di bigiotteria, belle e false, che ancora sa regalare. Smith, nel racconto, è una sorta di meteorologo – siamo agli inizi del ‘900 – il quale chiede alle persone che incontra di ricordare come fosse il tempo in occasione degli avvenimenti importanti delle proprie vite. Annotando su un taccuino date, luoghi e dettagli sul clima è convinto di poter creare delle statistiche e prevedere così le condizioni meteo. Lo spunto in effetti è interessante. Chiunque abbia un ricordo particolare di un evento quasi sempre è capace di dire che tempo ci fosse quel giorno. Ho provato con alcuni episodi cari che per primi mi sono tornati in mente e sì, funziona: ricordo la brezza estiva fuori stagione quando ho incontrato la mia lei per la prima volta, il caldo che ha accompagnato la nascita di mio nipote, il cielo grigio il giorno dell’incidente in Vespa.

Sarebbe interessante provare qualcosa di simile e riportare su un quadernetto, come una foto che coglie un istante, non il meteo ma i brevi momenti che viviamo con un po’ più di magia rispetto agli altri: una parola che rimane impressa, il sapore non ancora svanito di un sogno, un gioco di luci riflesse su una pozzanghera per strada, il primo sguardo della mattina della persona che si ama. Se raccogliessimo tutti questi piccoli attimi per giorni, per un periodo di tempo tra la primavera e l’infinito, ci potremmo accorgere che ogni voce è strettamente legata alle altre e che insieme formano il leitmotiv di una vita parallela mai realmente vissuta. Una vita che potrebbe essere più leggera e scorrevole di quella ingombrante in cui polvere, macchine e rumori abbondano. Forse sono proprio questi timidi momenti che in fondo disegnano la nostra storia e quel filo conduttore che li unisce tutti è… David Bowie!

Sì, David Bowie. Artista immenso di cui ho sempre apprezzato i lavori ma che non ho mai conosciuto come avrebbe meritato. Eppure, dopo la sua morte, pare che almeno una volta lo abbiano incontrato tutti. Proprio tutti. Chi al bar, chi in viaggio, chi nella propria città o nel paesino sperduto tra i monti in cui andava a raccogliere i funghi. Non ho trovato un solo personaggio pubblico, anche semi-sconosciuto, che non abbia ricordato Bowie con un aneddoto in cui dichiarava di averlo incrociato. Nemmeno dio è stato in giro a vedere gente così tanto quanto David Bowie.

A me che non l’ho mai incontrato (intendo David Bowie, ma pure dio) piace pensare invece a quel filo conduttore come alla parte migliore di noi stessi, quella che cerchiamo di trasmettere agli altri e a coloro che verranno dopo, affinché possano sfogliare i nostri quadernetti e vivere quegli istanti come non abbiamo saputo fare.

Scomparso

Avvolto nella nebbia, seduto su una panchina tra le tante disposte in circolo, mi chiedo quanto la mia presenza sia visibile nel giardino delle rose.

C’è un retroscena tragicomico che accompagna il mio incidente dei giorni scorsi. E’ una di quelle situazioni in cui niente va per il verso giusto ma in cui ogni tassello si incastra perfettamente agli altri per creare uno scenario impeccabile, nella sua negatività.

Sono lì sanguinante, disteso comodamente sull’asfalto, quando arrivano i soccorsi. Pure i bambini sanno che il ferito non deve essere spostato a seguito di un trauma e invece mi spostano e, oltre a slacciarmi il casco, mi tolgono pure la giacca, con il cellulare dentro, nella quale ero avvinghiato per proteggermi dal freddo. Se avessi avuto, che so, una lesione alla colonna vertebrale l’avrei lasciata per strada. La colonna vertebrale, intendo, e tutto quello che ci è attaccato intorno. Stavo andando in ufficio. Io non uso mai la Vespa durante la temibile stagione invernale – per me era inverno già da due mesi – ma non avevo l’auto che il giorno prima avevo dato al meccanico per alcune riparazioni. Ero quasi arrivato al lavoro quando mi sono prodigato in quelle acrobazie per aria e per terra e, tra botte, shock e giramenti, non è che avvertire i colleghi fosse stata esattamente la mia preoccupazione principale. E poi non ho saputo dove fossero le mie cose fino a tarda mattinata.

Al pronto soccorso, almeno due ore dopo, sono ancora immobilizzato sul lettino con un bel collare a bloccarmi pure il respiro. Capisco cosa provano i cani con quello elisabettiano per non leccarsi le ferite. Adesso sono ben cosciente ma non posso muovermi granché. Mi portano la mia roba: il casco, lo zaino con il PC e la giacca con il telefono che adagiano (leggasi “buttano”) tra le mie gambe. Gli infermieri ci sono ma non ci sono, nonostante il codice giallo evidentemente non faccio parte delle loro priorità. Allungo comunque un braccio e, dopo sforzi immani, riesco a trovare il telefono che, evviva, è spento. Credo sia guasto e chiedo di poter fare una telefonata, motivo per cui il personale si accorge improvvisamente di me e dà inizio alla festa: elettrocardiogramma, TAC, ecografie, medicazioni, operazioni che richiedono altre due orette. Tra una cosa e l’altra però, vedendo che il telefono non riporta nemmeno un graffio, penso che possa essere semplicemente scarico. Tolto il collare dopo la TAC, recupero il caricabatterie e, senza farmi notare (compito abbastanza facile dato l’ambiente e chi ci lavora), lo collego al macchinario di una vecchietta moribonda, un po’ di carica non le dovrebbe far male. Aspetto due minuti e telefono subito in ufficio, inconsapevole del finimondo che si era scatenato nel frattempo. In realtà in ufficio posso soltanto provare a telefonare, perché dentro il pronto soccorso non c’è campo. Resto quindi ancora disteso aspettando che il cellulare si risvegli un po’, il minimo per poter sgattaiolare fuori alla prima occasione e fare quella benedetta telefonata.

Quando ci riesco è già passata l’ora di pranzo, credo. Non ricordo bene, so che era tardi. Ho un infermiere alla calcagna che mi sta mordendo le caviglie per impormi, incazzatissimo, di rientrare. Accendo il telefono e una marea di notifiche se ne impossessa tipo poltergeist, facendolo vibrare e suonare per una decina di minuti. Sono oltre un centinaio tra SMS, avvisi Whatsapp, Facebook, e-mail, chiamate perse da ogni parte del mondo, piccioni viaggiatori morti di vecchiaia e tutti i canali social su cui ho un profilo. Trovo sul display amici che non sento da vent’anni e parenti che nemmeno sapevo fossero vivi, oltre a persone che avevo dimenticato di conoscere. Soprattutto trovo un messaggio dei miei genitori che a quell’ora avrebbero dovuto credermi al lavoro e che, fatalità, mi stavano cercando per un futile motivo. Senza chiaramente che gli rispondessi.

E’ successo che, ad un certo punto, non vedendomi arrivare e non avendo io preso né ferie né permessi, qualche collega si è domandato dove fossi finito. Mi ha telefonato e non mi ha trovato. Ha chiesto ad altri colleghi che a loro volta mi hanno chiamato. Inutilmente. Questi colleghi si sono rivolti ad i colleghi più intimi e i colleghi più intimi agli amici e gli amici a lei e lei ai miei genitori, i quali infine mi hanno cercato in ufficio per chiudere il cerchio nel nulla. Ero scomparso.

Un paio d’anni fa, un collega ci ha lasciato esattamente così. Abitava da solo come me e se n’è andato da questo mondo una mattina facendo colazione, senza che nessuno potesse rintracciarlo per oltre mezza giornata, salvo poi trovarlo privo di vita. Il panico in azienda è stato pertanto generato anche da un triste precedente. Ecco perché sono pure venuti a cercarmi a casa dove non c’erano né la macchina né la Vespa, lasciando supporre quindi che la mattina fossi uscito. Ma dov’ero?

Vanno persino dai carabinieri senza tuttavia poter far molto perché mi ero volatilizzato da troppo poco tempo. Memorabile – mi racconteranno dopo – la domanda di un appuntato: “non può essere che andato a fare una passeggiata?”. Le barzellette sui carabinieri…

Le ricerche si diramano ovunque, non solo in città. Mi cerca persino un’amica dal Brasile. Un amico scrive ad un mio contatto Facebook scambiandolo per una mia vecchia fiamma, omonima, e chiederle se avesse altri miei recapiti. Tramite il mio cognome arrivano e scrivono a parenti per i quali non sono mai esistito. Cercano tra gli amici di Mamma Africa, la mia associazione di volontariato. Chiamano il mio padrone di casa il quale, devo ancora capire perché, riferisce di un viaggio che mi stavo accingendo a fare. Vengono fuori le ipotesi più assurde, c’è chi pensa persino ad un rapimento. Davvero.

Lavorando io nelle telecomunicazioni si decide poi, tramite il capo dei capi, di rintracciare la cella del mio telefono, inconfondibilmente localizzata nei pressi del pronto soccorso. Riscontro che però non placa gli allarmi, anzi. Adesso sanno dove sono ma sanno come sono.

Alla fine comunque riesco a fare tre velocissime telefonate: ai miei, a lei e ad un collega, l’ultimo che ho trovato nell’elenco della chiamate. La mia voce, propagatasi come il verbo, tranquillizza relativamente i vari fronti. Tranne forse lei che, proprio mentre stiamo parlando, può udire le parole dell’infermiere mastino le quali, testualmente, dicono: “lei lo sa che ha delle lesioni epatiche e rischia di morire?“. Beh, non sono morto ma immagino che per un frangente sia morta lei per lo spavento. Delle lesioni in serata non vi era più traccia. Della giornata intera e delle sue vicissitudini spero di lasciare ogni traccia nella nebbia, presente perché non si può eliminarla, ma invisibile nel corpo e nella memoria.

Dalle avventure di quel giorno ho però imparato una lezione importante. Se mai dovessi vincere una grossa somma al SuperEnalotto (e dovrà essere proprio un miracolo visto che non ci ho mai giocato), tale da farmi decidere di sparire per cambiare vita, ecco, la prima cosa a cui devo pensare è prendere un permesso al lavoro.