Indizio n. 3

Ufficio. Pausa pranzo. Il monitor non mostra un’immagine a caso, dice che sono ancora a Roma ma che piano piano mi sto teletrasportando là. Non sarò veloce come il capitano Kirk dall’Enterprise, mancano ancora troppi giorni, eppure atterrerò anch’io su un altro mondo. Un mondo nuovo, diverso da quelli che sono abituato ad esplorare, composto però dagli stessi elementi in cui sono cresciuto: un’isola, il sole, il mare, i fondali, le spiagge. E il sud. Che sta pure per sudore.

L’indizio n. 3 è in realtà una prova, il biglietto aereo. L’ultimo o forse il primo tassello del viaggio, che si aggiunge alle camere prenotate per dormire, al noleggio dell’auto, al rinnovo del passaporto e alla lettura della Lonely Planet, indizio n. 1, acquistata tempo fa. Ho stilato la lista della roba da mettere in valigia e lo spazio maggiore lo occuperanno l’attrezzatura subacquea e le scarpe da running. Sì, perché voglio immergermi nella barriera corallina e, se mi sveglio, correre sulla sabbia. Con un costume e un paio di occhialini potrò nuotare nell’Oceano Indiano. Non credo mi serva molto altro e comunque per tutto il resto c’è MasterCard, confidando di non spremerla troppo.

Dice il saggio: il volontario parte per uno scopo che non è il suo, il turista parte per uno scopo che è esattamente il suo mentre il viaggiatore parte per uno scopo che ignora. Questa volta, nonostante torni in terra africana, non andrò in veste di volontario e, trattandosi di un’isola piuttosto piccola, non farò nemmeno il viaggiatore. Sarò un turista, con pochi programmi e uno scopo preciso che è la voglia di restare un po’ fuori dal mondo.

La valigia del viaggiatore

Ho comprato una valigia ad un mercatino dell’usato che più usato non si può. Ho comprato una valigia perché voglio partire, andare lontano, senza muovermi da qui. E’ una valigia speciale questa. L’ho pagata un euro, contrattando per giunta, perché la richiesta era di ben due euro. E’ una valigia con una storia di chissà quanti anni racchiusa al suo interno. L’ho aperta e, nell’esatto momento in cui l’ho respirata, di quella storia sono entrato a far parte.

Viaggeremo insieme restando a casa e ne vivremo di luoghi da raccontare e portarci appresso. Devo metterci dentro il mio pezzo di storia però, per aggiungerlo a quelli di chi ha viaggiato con lo stesso bagaglio prima di me. Allora raccolgo ogni oggetto significativo che vorrei mi descrivesse e lo depongo nella valigia. C’è spazio, la dimensione non è stata una scelta casuale, le scelte importanti non sono mai casuali. O forse, sotto sotto, lo sono sempre.

Le prime cose che prendo sono i miei scritti: diari, lettere, appunti, persino disegni. Nemmeno mia madre potrebbe descrivermi meglio delle parole che io stesso ho usato nel tempo per lasciare traccia dei miei stati d’animo. La musica poi. Un viaggio che si rispetti non può non avere una colonna sonora appropriata. Scelgo tra i miei vinili: Pink Floyd, Pearl Jam e Smashing Pumpkins, un cofanetto, il più prezioso. Subito però mi ravvedo e li prendo tutti. Aggiungo qualche CD, sono troppi, prendo quindi quelli che ascolterei all’infinito, che è un po’ il posto in cui vorrei andare. Oltre ai miei scritti, ci sono quelli che ho ricevuto dagli altri. Ne ho di stupendi, da chi mi ha voluto bene, da chi mi ha messo al mondo, da chi ha incrociato il mio cammino e ha potuto lasciare traccia di sé. Anche questo parlano di me nel modo giusto, fanno la mia storia. Chi ti ama sa bene come descriverti.

Ci sono i ricordi. Roba vecchia ma non più vecchia della valigia. E importante, perché tutto ciò che si conserva per tanto tempo possiede un valore che va oltre il ricordo che rappresenta. E’ un segno, una pietra miliare sulla tua strada, una tappa che in qualche modo, per quanto a volte insignificante, ha cambiato la tua vita. Io questi ricordi in genere li tengo nelle scatole, nella soffitta o attaccati ad una parete: spillette, monetine, magliette, sassi, giocattoli, bicchieri, scarpe, lacci di scarpe… ho messo da parte veramente di tutto. Potrei aprirlo io un mercatino dell’usato. Apprezzo, io che non ho una memoria efficiente, la capacità di poter associare ad ognuno di questi oggetti un momento preciso del mio passato, i luoghi, le persone, le sensazioni. Nella valigia tuttavia devo mettere i ricordi più importanti e questi credo di poterli raccogliere in un mazzo di fotografie.

Viaggiare è creare nuovi ricordi, non può mancare pertanto la mia macchina fotografica, una compatta che da anni gira e resiste con me acchiappando le esperienze migliori. Naturalmente, è necessario un diario con le pagine ancora da riempire e una matita da consumare, più un’altra. Un orologio fermo. Un paio di occhiali senza lenti. Due o tre libri che, a differenza della musica, non possono essere quelli che rileggerei all’infinito ma quelli che non finirò mai di leggere pur continuando a provarci. Un telefono con un solo numero memorizzato e senza possibilità di collegarsi ad internet. Un costume e un paio di occhialini per poter nuotare ovunque ci sia acqua ché, se pure non ci fosse, non smetterei di cercarla.

Infine un lucchetto aperto senza chiave. Potrebbe non servire mai, anzi lo spero proprio ma, qualora fossi costretto a fermarmi, lo userei per chiudere  la valigia per sempre, vorrebbe dire che non c’è più niente di me da raccontare.