Dietro i suoi occhi

La protagonista – non quella di colore e nemmeno il tizio con la barba – è la figlia di Bono degli U2 e gli assomiglia, oltre che per gli occhi e il fascino, anche per l’altezza: lui è bassino, lei di più. E’ la vincitrice morale del duello di nervi che, dopo le prime pressoché inutili puntate, si innesca fra i tre personaggi principali, ma non potrà esserne contenta né materialmente festeggiare perché alla fine a sorridere davvero sarà il quarto uomo, quello che sta in disparte e decide a tavolino le partite. La miniserie viene etichettata da Netflix come un thriller psicologico, a me è sembrata più un noioso soprannaturale: le basi per un buon prodotto c’erano, peccato aver mandato tutto in fumo. La storia, non a caso, finisce (e comincia) con un incendio. L’ultima mezz’ora dei sei episodi chiarisce tanti interrogativi e lì lo spettatore risveglia il suo interesse e si chiede che motivo c’era di inserire nella trama quella roba trascendentale. Ancora una volta (sembra ormai un cliché di molte serie di questo genere) a spiegarlo e a sorprendere ulteriormente sono gli ultimi cinque minuti, dando l’illusione di non aver sprecato il proprio tempo. L’effetto tuttavia dura poco e l’indomani al massimo ci si ricorda della protagonista bassina figlia di Bono degli U2 – che, è giusto dirlo, si chiama Eve Hewson – e della scena madre in cui grida “vaffancuuulo” imitando Aldo in “Tre uomini e una gamba”.

E quindi pare che quest’anno ci rivediamo…

Non avevo comprato i biglietti per il concerto di Eddie Vedder a Firenze e ho fatto bene perché, pochi giorni dopo, viene fuori che il caro Eddie si esibirà pure a Taormina, al Teatro Antico. Vuoi mettere con Le Cascine? Eddie Vedder va in Sicilia e io non vado? Impensabile. Non ci ho pensato due volte, i biglietti non erano esattamente economici ma in Sicilia io posso permettermi il lusso di risparmiare su qualsiasi cosa, cioè posso spendere quasi nulla per starmene lì in vacanza qualche giorno. A Firenze no.

A Firenze andrò per i Radiohead e sto già cercando un passaggio e un alloggio sapendo che digiunerò per due giorni. Va bene. E poi, a Roma, andrò a vedere Mark Lanegan. In metro e a stomaco pieno dopo aver cenato a casa.

Insomma, l’estate concertistica si preannuncia vivace. L’autunno sarà, probabilmente, sinonimo di divano, film, pane e acqua. Devo rinunciare agli U2, sold out dopo dieci minuti dall’apertura dei botteghini e ai Guns N’ Roses, troppo lontani a Imola, non tanto rispetto a dove abito ma proprio rispetto al palco: non me la sento di spendere tanto per vederli sul maxischermo né ho più voglia di fare a gomitate per avvicinarmi. U2 e Guns però li ho già visti.

Ho ancora qualche riserva su Marilyn Manson, anche se credo che proverò a andare, magari sfruttando i bagarini. Red Hot Chili Peppers e System Of A Down sarebbero l’apoteosi ma i primi non mi fanno più impazzire come una volta e i secondi pure. Se venissero a Roma sarebbe diverso, a qualcosa però devo rinunciare, troppi soldi. Ecco perché dicevo che in autunno trascorrerò tutte le serate sul divano. Tutte, tranne quella in cui arriverà Nick Cave.