A Braccio di Ferro

Il corriere, poveraccio, non mi ha nemmeno citofonato. Mi sono accorto della consegna solo quando sono uscito per andare al supermercato e ho trovato il pacco dietro il portone del giardinetto. Lo aveva gettato senza nemmeno sapere cosa ci fosse dentro, motivo in più per smettere di ordinare online in questo periodo, anche se il mio acquisto risale a tempi non sospetti. Salito a casa, ho aperto la scatola “più sigillata del mondo” – sarebbe stato più semplice scassinare una cassaforte – e, tra un centinaio di metri di nastro adesivo e chili di carta appallottolata, ho trovato la mia sorpresa.

Ero molto piccolo quando ci giocavo ma la ricordo molto bene: la latta (di plastica) degli spinaci con dentro i due personaggi (di gomma) di Braccio di Ferro e Olivia. Ho le immagini ben stampate in testa di un pomeriggio in cui, sul lettone dei miei, staccavo un braccio a Braccio di Ferro e strappavo l’etichetta alla latta che tenevo con entrambe le mani, perché era grande. Non era tra i miei giocattoli preferiti, perché non avevo giocattoli preferiti, avevo due o tre giocattoli e ogni cosa era la preferita per giocare.

Quando ho scartato il pacco, già di per sé piccolino, e dentro ho trovato quel mucchio di carta, per un attimo ho pensato ad una sòla (una truffa) e che non ci fosse niente dentro. Io ricordavo una latta grande e mi aspettavo qualcosa delle dimensioni di un minestrone in scatola. Invece, sorpreso nella sorpresa, mi sono ritrovato con una lattina da tenere tra pollice e indice che, guardando le mie manone e pensando a quanti anni sono passati, mi ha quasi commosso per quel bambino che non c’è più. O che forse c’è ancora e sta cercando di recuperare, pagandoli cento volte di più, i suoi giocattoli di un tempo. Che fortunatamente erano due o tre.

L’amico immaginario

Se tu sei mio amico o amica, e lo sei perché hai superato le prove di fiducia costruite negli anni (ma anche solo nei mesi) attraverso confidenze reciproche, serate insieme, apericazzi (occasioni in cui ci si incontra in un locale dopo il lavoro per una birra che diventa due birre, grandi, forse tre, si mangiano arachidi e patatine con nonchalance e ci si racconta le proprie disavventure, mai una gioia), tag su Facebook che puntualmente rimuovo, amici comuni, socialità virtuale e reale e altra roba che crea simbiosi, ecco, per me fai parte di una cerchia ristretta di individui che si contano sulle dita di una mano: quella dei contatti rapidi sul cellulare, con tanto di foto sorridente e nomignolo perché, se sei mio amico o amica, io non ti chiamo col tuo nome come fanno gli altri ma con un soprannome, riservato a pochi, gli intimi, gli amici appunto. Un nomignolo cazzone per gli uomini, che spesso è il cognome storpiato; un nomignolo delicato per le donne che spesso è un diminutivo. Cioè, se la tua faccina è sulla schermata principale del mio telefono, significa che io ti chiamo spesso o ti scrivo e so che tu fai altrettanto e così, per me, siamo amici. Sulla quella schermata, sei in compagni dei miei genitori, di mio nipote, di mia sorella, del mio capo, del mio compagno di banco, tutte persone che non chiamo mai ma che però sono le più vicine. Tu fai parte di loro.

Insomma un amico è questo e io non so se il mio nome è tra i contatti rapidi del tuo telefono, però so che sono tuo amico secondo gli standard del genere. Ti ho ascoltato, consigliato, sopportato. Ti ho preso e portato a casa, sono uscito con te quando non volevo perché tu avevi bisogno e gli amici, si sa, in quel momento lì ci sono. Insomma, sono stato bravo. Non ho fatto cazzate, non ho parlato male della tua ragazza (o ragazzo o marito o moglie che sia), non te l’ho rubata, la ragazza, non ci ho provato con te (amico donna)… queste cose le facevo da giovane, adesso ho smesso. Perché ci ho messo un po’ ma ho scoperto che l’amico “è qualcosa che più ce n’è meglio è”, “è un silenzio che può diventare musica”, “oh, oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh” (cit. Dario Baldan Bembo) e insomma è una bella melodia.

Solo che poi sei scomparso. Senza motivo. Non sei morto “purtroppo”, non ti sei fidanzato né hai partorito, non ti sei trasferito all’estero. Semplicemente sei andato via, nascondendoti tra la folla, al buio, in mezzo mille maschere. Non ci volevo credere. Io non sono un amico che non chiede nulla in cambio, io pretendo di essere ricambiato, non ci sono cazzi né apericazzi che tengano. Ti ho cercato, trovandoti anche, imbattendomi in cloni che avevano la tua voce ma non il tuo volto. Mi hai bidonato, mi hai garantito che non avevo fatto niente di male, ti sei accollato qualche responsabilità, senza però darmi mai una spiegazione della distanza che hai messo tra noi. Ci siamo visti sempre meno, a meno che non “costretti dalle circostanze” e comunque in mezzo a tanta altra gente, hai smesso di raccontarmi della tua vita limitando i discorsi al calcio o al parrucchiere, le telefonate sono scemate, i messaggi da impersonali sono diventati vuoti fino a svanire e così, senza nemmeno accorgermene, mi sono stancato. In un attimo, tu non eri più nella home del mio cellulare, io mi sono ritrovato adulto e l’amico che pensavo di avere si è rivelato un amico immaginario.

Non potrebbe esistere altrove

Quella cosa dei buoni propositi per l’anno nuovo mi ha sempre fatto pena. Mi ricorda i personaggi tristi che “da lunedì in palestra”, dopo aver preso sette chili in sette giorni di feste ed aver pagato con entusiasmo la famosa quota semestrale o annuale “perché conviene”. Tristi, non perché rimandano in continuazione l’espiazione delle presunte colpe e nemmeno perché sono ingrassati, anzi beati loro, grasso è bello se non è litigarello, dice il proverbio. Sono tristi perché vanno in palestra, stop, uno dei posti più deprimenti del mondo dopo la chiesa e il negozietto cinese sotto casa. Luoghi tra l’altro frequentatissimi, come appunto le palestre. Questo fondamentalmente perché tutti vogliamo farci un po’ del male se ne abbiamo l’occasione e luoghi del genere tirano fuori il male migliore che c’è in noi, non la cattiveria s’intende, ma il nostro lato nascosto, quello che vorremo non avere e che invece coltiviamo dietro l’angolo delle nostre debolezze. Se vai in palestra è perché non ti piaci abbastanza, se vai in chiesa è perché non piaci a dio, se vai dal cinese è perché non ti piace un cazzo.

Il mio lato nascosto, uno dei tanti oltre alla faccia, ha a che fare con i buoni propositi. Non mi è mai venuta l’idea di tirare le somme a fine anno, però mi sveglio ogni mattina con degli obiettivi a breve termine, piccoli o grandi che siano, e questo è male perché sto sempre ad inseguire qualcosa e, finché non lo raggiungo, non mi sento soddisfatto. Oltretutto, il mio lato nascosto, invece di combatterlo lo alimento, dato che gli obiettivi sono sempre tanti e si moltiplicano come i chili dei personaggi tristi della palestra. Come le preghiere. Come i cinesi.

Quindi io adesso sono pieno di buoni propositi e non perché siamo all’alba di un nuovo decennio ma perché forse sono un personaggio triste. Del resto, uno che si chiama Topper Harley non è di certo partito con il piede giusto. Nella vita proprio, sin da quando è nato, dentro questo spazio virtuale, sedici anni fa. Proprio il blog è il mio primo cruccio. Dovrebbe essere un habitat naturale, fatto di racconti e storie, e invece è diventato un portafotografie, nonostante la voglia di scrivere non si sia mai attenuata. Scrivo sempre meno qui e più altrove, tra agendine e fogli di carta e Word piantati in asso, ma vorrei invertire la tendenza, completare gli articoli che lascio in bozza, riempire la sezione dei viaggi con i diari che ho conservato, seguire i blog degli amici e magari cercarne di altri. Manca il tempo purtroppo e le altre cose in lista evidentemente hanno priorità maggiore. Oggi tuttavia mi sono armato di buona volontà, ho mangiato un panino in ufficio e sto dedicando la mia pausa pranzo a queste righe. Mi appresto a pubblicare un post vero, di parole vecchie e pensieri infantili, soltanto per coprire un buco e per ricordarmi che Topper non potrebbe esistere altrove, men che meno in palestra, in chiesa o dal cinese.

Cinque anni fa

Lui aveva 13 giorni in questa foto e io 13 giorni dopo sarei partito per l’Islanda. Me lo ricorda Facebook. Non serve però Facebook per sapere quanto è stato importante il 2014. Importante o deviante, per merito e colpa delle famose sliding doors che hanno aperto al mio futuro una direzione ben precisa. Al tempo non potevo immaginarla, potevo averne solo un’idea ma era una delle migliaia di combinazioni possibili che solo Doctor Strange avrebbe potuto prevedere. Insomma, nasceva il mio secondo nipote, andavo in Islanda, facevo volontariato in Burkina Faso e compivo (o compievo?! Dubbio delle 8.30 del dopo ferragosto prima di andare in ufficio…) la scelta che avrebbe mischiato le carte per sempre: andare avanti con quelle, vincenti, che avevo in mano o pescare il jolly e rimettere tutto in gioco per amore del rischio? Ho amato il rischio. Ho rischiato l’amore. Di mani ne ho perse eppure, alla fine, ho vinto. E quegli occhietti di mio nipote, oggi cinquenne, sono lì a dimostrarlo.

Le gare che non ti aspettano

Sono le gare in cui fai un tempone.
Inteso come grande tempo.
O tempo grande.
Cioè lungo, altissimo.
E il tempo è denaro.
E infatti fermarsi ad ogni boa per ammirare il paesaggio non ha prezzo.