Verso la fine

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Ora sono cazzi miei

Quanto valgono due anni di vita? Saresti disposto a sacrificarli per un bene più grande, ammesso che esista qualcosa di più grande del vivere? Io l’ho fatto. Non sapevo esattamente cosa ci fosse sull’altro piatto della bilancia ma ero certo si trattasse di una cosa bellissima. Non ero in grado di immaginare altro, se lo avessi capito forse adesso non sarei morto.

Avevo venti o quaranta anni e pensavo che sarei rimasto su questo mondo ancora a lungo, che avrei campato minimo fino ai novanta. Allora mi dicevo che due anni alla fine della vita, dentro un corpo vecchio e definitivo guidato da una mente stanca, non sarebbero stati praticamente nulla. Li vedevo come un susseguirsi di attimi di poca importanza perché probabilmente tutto ciò che avrei potuto fare lo avevo già fatto e il tempo che mi restava sarebbe stato un extra, me lo sarei goduto aspettando che finisse. Perché il tempo, prima o poi, finisce.

Peccato però che quei due anni non siano stati gli ultimi, li ho persi nel bel mezzo della mia vita, quando avevo delle certezze quali uno stipendio, una casa, un amore e immaginavo di mischiarle insieme per crearne altre, trasformando i weekend in giorni e anniversari, i treni in passeggiate per il centro, la distanza in ore. Sono morto, ho piantato una croce nel terreno per ogni giorno in cui non sono stato ma non ho potuto lavorare sui miei sogni. Se muori non puoi lavorare su un cazzo di niente, stai fermo lì e aspetti. Non sai nemmeno cosa aspetti, sei polvere ammucchiata in un angolo di cui qualcuno si occupa quando pulisce la stanza. La polvere è un pensiero costante, va eliminato, non rimandato. Per questo ignoravo che sarei morto per due anni interi, speravo che il sacrificio sarebbe servito. Non è successo. Ora sto in quell’angolino come un problema che prima o poi verrà spazzato via, non ho smesso di pensare, solo di vivere. E sì, ora sono cazzi miei.

Due colpetti di dita

L’amore è semplice. Che si presenti sotto forma di colpo di fulmine o sotto effetto di emozioni che piano piano entrano nel sangue, l’amore arriva al cuore e ti fotte. Ma resta pur sempre la massima espressione del vivere, ancor di più se il sentimento è ricambiato.

Quella volta non mi aspettavo mica di incontrarlo. Dovevo incontrare te e già sarebbe stata una bella giornata. Invece, senza che ti avessi mai visto prima, mi hai trovato, mi hai sorpreso alle spalle e con due colpetti di dita, un toc toc leggero e deciso, mi hai fatto girare. Letteralmente, mi hai fatto girare la testa fino a perderla, in un lasso di tempo variabile tra i cinque secondi e l’infinito sufficiente a capire che l’amore mi aveva fottuto. Un colpo di fulmine che mi ha preso alle spalle: è per questo che le mie foto sono tutte di spalle, da quel momento nessuno ha potuto farmi girare la testa. Tranne te, ogni volta che ti vedo.

Ancora oggi rappresenti la cosa migliore che mi sia mai capitata, non potrebbe essere diversamente. Lo sai, non perdo occasione per ripetertelo, nonostante la vita ci abbia messo a dura prova. E io una, una sola prova, l’ho fallita. Per colpa dell’Africa, la stessa che ho tatuato sul braccio e alla quale chiunque può considerarmi legato, esattamente come chiunque può considerarmi legato a te per via del tuo nome scolpito da un fulmine nel centro del petto. L’Africa è davvero distante e io ho impiegato troppo a tornare. Quando l’ho fatto, ho scoperto il mio mondo rovesciato: l’ordine delle cose si era tramutato in caos, niente si trovava dove credevo di averlo lasciato. Persone, luoghi, immagini, tutto si muoveva in una dimensione nuova. Tranne un particolare non di poco conto: il tuo amore per me. Ha resistito alle intemperie, agli attacchi, ai tranelli ed è rimasto puro. Come il mio del resto.

L’ultima volta è stata uguale alla prima e non sarà diversa dalla prossima. Due colpetti di dita mi faranno girare e nuovamente mi innamorerò di te. Perché l’amore ti colpisce e ti fotte ma innamorarsi ogni giorno lo rende semplice.