Estate di morte

Il titolo è la classica storpiatura all’italiana che nasce da chissà quale mente eccelsa, perché quello originale, sia della miniserie TV sia del romanzo da cui è tratta, è “The woods“, che in inglese è efficace e non sarebbe stato male lasciarlo così. Mi ricorda il caso di “Eternal sunshine of the spotless mind”, film acclamato dalla critica e vincitore di numerosi premi, che in Italia hanno tradotto come “Se mi lasci ti cancello”, facendolo passare per una stupida commedia americana. Non è stato quindi il titolo a farmi scegliere questa serie ma, ancora una volta, il nome di Harlan Coben, l’autore che ho scoperto proprio nei giorni scorsi con “The stranger” e il più vecchio “Safe“. Netflix ha deciso di produrla in Polonia e non si sa perché. Il risultato non ne risente e da subito il mistero dei quattro ragazzi scomparsi comincia a dipanarsi, lasciando comunque tanti interrogativi che pian piano troveranno risposta, anche se con qualche forzatura ai limiti del banale. Il parallelo tra le due storie che si alternano a distanza di venticinque anni mostra una Polonia del 1994 che Kripstak e Petrektek non avrebbero potuto rappresentare meglio, quella del 2019 è forse già più avanti del nostro paese. Mi è piaciuto il protagonista da adulto, con quel sorrisetto che non perde nemmeno quando gli sparano e quella sfiga che lo perseguita fin da ragazzo. Il finale lascia una porticina aperta: chissà che non ci possa essere una seconda stagione, magari con lo stesso protagonista anziano nella Polonia del 2044, quando avrà surclassato l’Italia.

The stranger

La serie è tratta dal romanzo omonimo di Harlan Coben, autore a me sconosciuto fino a ieri, quando ho scoperto essere stato il creatore di Safe, un’altra serie thriller targata Netflix che un paio di anni fa avevo apprezzato parecchio. La scrittura non a caso è solida, i colpi di scena si susseguono e la trama è intricata al punto giusto, ricca di misteri che si sviluppano parallelamente a quello principale, la scomparsa di una donna, attraverso gli intrallazzi della solita comunità di personaggi che sanno tutto l’uno dell’altro. O almeno credono di sapere, visto che anche il più puro di loro nasconde legami segreti e segreti pericolosi. “Il segreto” sarebbe stato infatti un titolo più adatto ma esiste già una televonela che ha bruciato l’idea, insieme ad un’intera generazione. La storia è impacchettata bene: se non fosse nata da un romanzo non credo sarebbe stata così curata, perché niente è lasciato al caso, a differenza di tante belle sceneggiature che poi peccano di leggerezza. Con un po’ più di fiducia e meno preconcetti, avrei capito che nonostante l’idiozia della tizia di cui si perdono le tracce nella prima puntata (unico buco della trama è proprio la sua inutile omertà), il finale non poteva essere differente e forse è stato meglio così, perché non me lo aspettavo e perché lei non era poi così simpatica.