Hai voluto la bicicletta

Ero a Lucca quella domenica, gironzolavo per un mercatino dell’antiquariato. La sera prima, dopo uno dei pomeriggi peggiori da quando ti conosco e a cui comunque avrei dovuto essere abituato visti i precedenti, ti avevo mandato la mia ultima serie di messaggi, nervosi, rassegnati e ancora carichi di affetto, chiusi da un “addio amore”, perché così fino al sabato ci eravamo chiamati. Mi hai risposto alle quattro di notte, eri meno tesa, si capiva quanto stessi male. E non per l’addio. Non sapevi cosa fare e lo hai chiesto a me. “Come faccio adesso?” hai proprio scritto. E non parlavi solo di noi ma di un percorso che stavi seguendo e che non poteva portarti lontano.

In una bancarella africana ho comprato una statuetta di osso. Me la porto ancora dietro, per non dimenticarmi di quei momenti in cui mi hai scritto parole terribili, tra l’altro poche ore dopo avermene dette di meravigliose. Non ho mai creduto in niente se non alle tue promesse, per due lunghissimi anni. Due anni, cazzo. Due anni pieni di speranze e illusioni, bugie, segreti, pensieri magici e indimenticabili e altri ignobili. Tu sai quanti sono due anni? Non sei stata certamente bene nemmeno tu, eppure hai mai pensato di avere delle responsabilità, una morale, una forma di rispetto verso chi ti amava tanto? Sarebbe bastato tirar fuori la verità e lasciare agli altri la libertà di affrontarla. In questa storia, e sfido chiunque a sostenere il contrario, io non ho mai mentito. A nessuno. A te soprattutto ho raccontato ogni cosa. Ti ho scritto una mail ogni giorno per tutta l’estate per dirti come stavo e cosa provavo e questo nonostante ci sentissimo assiduamente dal buongiorno alla buonanotte. Ci sono stato ogni volta che ne hai avuto bisogno, quando hai perso qualcosa di caro, quando mi hai obbligato o mi sono sentito in dovere di negare, stare zitto, sopportare quello che accadeva nonostante le evidenze, per pararti il culo. Ti ho sempre dato fiducia, senza mai arretrare di un millimetro. Ci speravo, ci credevo, io che mi vanto di essere ateo. Adesso credo solo in ciò che quella statuetta mi ricorda, ossia i fatti.

Siamo stati vicinissimi pochi giorni fa. Avevo provato a chiudere questa storia ad agosto, poi a dicembre, poi a fine gennaio. Ogni volta ti sei giocata una carta in più: prima riprendendo a dire con forza “ti amo”, sembrava non ne fossi più capace; dopo assicurandomi che saresti tornata, quasi con rabbia; l’ultima volta invece me lo hai detto negli occhi mentre piangevo, prendendomi la mano e dandomi un bacio. “Fidati, lasciami fare”, hai detto, non l’ho sognato. E quei messaggi, così potenti, così costanti. Sembra passata un’era, sono di due settimane fa. Scrivevi di un amore infinito, mai stato in discussione. E allora? Che scelta dovevi fare? Dovevamo solo riprovarci, mica sposarci. Anche se, che ti avrei voluto sposare, te lo avevo confidato. Chissà se mi hai creduto. Non hai un marito da lasciare né figli da trascurare e sai chi sono, cosa avrei potuto darti se solo mi avessi concesso una possibilità concreta. E’ stato impossibile alle condizioni che mi hai dettato e noi sappiamo quali erano. Ti sei presa una mano, un braccio e poi tutto il corpo. E non solo il mio. La paura e l’insicurezza, ma anche altro, ti hanno impedito di parlare con la verità, creando dei mostri che prima o poi, si sapeva, ti avrebbero sopraffatto. Sai che io non lo avrei mai permesso. Mi hai messo però con le spalle al muro, lanciandomi coltelli per giunta non da sola. Alcuni li ho schivati, finché sono diventati troppi e mi hanno trafitto facendomi un male cane. Sono stato costretto a reagire. Non potevo far finta di niente, non potevo ancora pararti il culo. Avresti dovuto essere tu a proteggere me e quel poco che avevamo e invece mi hai indicato come pazzo, esaltando le tue bugie e dandomi addosso perché sono venute fuori. E non a causa mia. Non faccio la vittima, lo sono. Di una situazione che ti è sfuggita di mano e di cui non posso far più parte. Sono cambiato tante volte e l’ultima perché mi hai portato all’esasperazione. Nonostante le tue incertezze e le pugnalate, ti ho seguito, rassicurandoti sempre, aggrappandomi ad un sms o uno squillo. Assurdo. Sei cambiata tu soprattutto. Eri un’anima sensibile, parlavi serenamente, ti facevi ascoltare sussurrando le parole, eri comprensiva e umile, disegnavi, leggevi, compravi libri, scrivevi sui post-it, scoprivi la musica nuova, ti stupiva il bello, andavi alle mostre, viaggiavi. Eri curiosa, imparavi, crescevi. Adesso… non so più chi sei adesso. Non so più chi ho amato. Ti ritrovo solo nelle tue foto, quelle che scatti personalmente, dove c’è il colore che da qualche parte hai ancora dentro; quelle che ti fanno gli altri, nonostante ti mostrino sempre bellissima, rivelano un’altra persona, un broncio, un sorriso forzato. I nervi sempre tesi, la perenne ansia di essere controllata, la gelosia insana, la crudezza delle parole, i blocchi sui maledetti social e sul telefono, le cazziate, la paure dietro ogni angolo, le bugie ripetute… sei quella che ha voluto la bicicletta e che ora, per quanto possa apparire sicuro e facile andarci, non riesci a guidare da lei, subendola, senza controllarla. Spero che non ti ci vada a schiantare. O forse sì, così capiresti. Ho rischiato di farmi trascinare in quella scia, stavo diventando come certi soggetti incazzosi, bugiardi, rozzi, sospettosi e possessivi. Sono stato vicino a perdere tutto quello che ti aveva fatto innamorare di me e che ora non ti serve più. E’ andata diversamente, come hai voluto tu. Forse mi hai salvato.

Io te lo auguro con tutto il cuore di essere felice. Sai che sono sincero. Fa rabbia, tanta, l’averti creduto. Sarei uscito dalla tua vita (certo, con dolore) se tu avessi parlato chiaro, adesso forse saremmo tranquilli. Invece sono scoppiato, ma non ho colpe. Mi hai fatto felice quando, un mese fa, mi hai chiesto perdono per ciò che mi avevi fatto. Me lo avevi scritto e poi me lo hai ripetuto tenendomi per mano, te lo ricordi? Vuol dire che avevi capito di aver sbagliato, è stato importantissimo. Non ero pazzo allora. Erano gli stessi giorni in cui mi hai detto di amarmi immensamente e, qualsiasi cosa sia accaduta quella domenica, il sentimento non può essersi spento. Non si è spento nemmeno per me, purtroppo. Ci sto mettendo l’acqua, ci vorrà tempo, ma sono cazzi miei, io posso scegliere solo questo. Tu invece puoi finalmente tornare a vivere come e con chi vuoi. I ricordi ci terranno uniti e, sono certo, i pensieri si incroceranno, forse anche adesso che indossi la coperta di pecora che ti ho regalato. O quando correrai con il mio GPS. O quando andrai a letto e sul comodino l’occhio cadrà sul libro de “La storia infinita”. Tu l’avevi chiamata così. Mi sembrava vero.

Hai preferito non scegliere, hai deciso di restare ferma e questa è una scelta. Non hai cambiato le cose. Ti sei tenuta la bicicletta. Potevi correre da sola o cercare di ricomprare una Vespa con me. Cosa hai adesso? Non lo so, non deve essere poco. Indubbiamente hai guadagnato una possibilità enorme, quella di non dover più mentire. Puoi davvero sentirti libera ora che non abbiamo più contatti. Sono sicuro però che mi pensi, lo sento. Perché lo faccio anche io, sempre. Troverai chi ti ama, forse lo hai già trovato. Ma quanto potrai stare accanto a chi non ami tu? Quanto potrà starci lui sapendo che io sarò sempre dentro di te? Sono io quello che ami, non hai mai voluto ammettere il contrario. Beh, nemmeno io. E non sono matto, per quanto tu possa incazzarti, lo sai bene. Per questo, se posso ancora permettermi di darti un pizzico di aiuto, tu che mi dicevi “come farei senza di te?”, magari rispondo alla tua ultima domanda, tanto tu tutta ‘sta roba mica la leggerai.

“Come faccio adesso?”

Finisci le mie tisane, inizia a svuotare il portafoglio e, se non hai già provveduto, butta via i fiori di San Valentino, libera la parete con i ricordi siciliani, prendi uno scatolone e mettici dentro tutte le cose mie che hai nella tua stanza, sono più numerose persino delle tue. Nascondilo nel garage. Quando avrai finito, dimenticati di me. Da dentro però. Resta leggera. E pedala.

Io no. Non tornerai, non ha più senso. Eppure sono sicurissimo che un giorno, fosse tra dieci anni, guardando Lo Hobbit o ascoltando gli Smashing Pumpkins, mi chiamerai per dirmi ciao.

Annunci

La valigia del viaggiatore

Ho comprato una valigia ad un mercatino dell’usato che più usato non si può. Ho comprato una valigia perché voglio partire, andare lontano, senza muovermi da qui. E’ una valigia speciale questa. L’ho pagata un euro, contrattando per giunta, perché la richiesta era di ben due euro. E’ una valigia con una storia di chissà quanti anni racchiusa al suo interno. L’ho aperta e, nell’esatto momento in cui l’ho respirata, di quella storia sono entrato a far parte.

Viaggeremo insieme restando a casa e ne vivremo di luoghi da raccontare e portarci appresso. Devo metterci dentro il mio pezzo di storia però, per aggiungerlo a quelli di chi ha viaggiato con lo stesso bagaglio prima di me. Allora raccolgo ogni oggetto significativo che vorrei mi descrivesse e lo depongo nella valigia. C’è spazio, la dimensione non è stata una scelta casuale, le scelte importanti non sono mai casuali. O forse, sotto sotto, lo sono sempre.

Le prime cose che prendo sono i miei scritti: diari, lettere, appunti, persino disegni. Nemmeno mia madre potrebbe descrivermi meglio delle parole che io stesso ho usato nel tempo per lasciare traccia dei miei stati d’animo. La musica poi. Un viaggio che si rispetti non può non avere una colonna sonora appropriata. Scelgo tra i miei vinili: Pink Floyd, Pearl Jam e Smashing Pumpkins, un cofanetto, il più prezioso. Subito però mi ravvedo e li prendo tutti. Aggiungo qualche CD, sono troppi, prendo quindi quelli che ascolterei all’infinito, che è un po’ il posto in cui vorrei andare. Oltre ai miei scritti, ci sono quelli che ho ricevuto dagli altri. Ne ho di stupendi, da chi mi ha voluto bene, da chi mi ha messo al mondo, da chi ha incrociato il mio cammino e ha potuto lasciare traccia di sé. Anche questo parlano di me nel modo giusto, fanno la mia storia. Chi ti ama sa bene come descriverti.

Ci sono i ricordi. Roba vecchia ma non più vecchia della valigia. E importante, perché tutto ciò che si conserva per tanto tempo possiede un valore che va oltre il ricordo che rappresenta. E’ un segno, una pietra miliare sulla tua strada, una tappa che in qualche modo, per quanto a volte insignificante, ha cambiato la tua vita. Io questi ricordi in genere li tengo nelle scatole, nella soffitta o attaccati ad una parete: spillette, monetine, magliette, sassi, giocattoli, bicchieri, scarpe, lacci di scarpe… ho messo da parte veramente di tutto. Potrei aprirlo io un mercatino dell’usato. Apprezzo, io che non ho una memoria efficiente, la capacità di poter associare ad ognuno di questi oggetti un momento preciso del mio passato, i luoghi, le persone, le sensazioni. Nella valigia tuttavia devo mettere i ricordi più importanti e questi credo di poterli raccogliere in un mazzo di fotografie.

Viaggiare è creare nuovi ricordi, non può mancare pertanto la mia macchina fotografica, una compatta che da anni gira e resiste con me acchiappando le esperienze migliori. Naturalmente, è necessario un diario con le pagine ancora da riempire e una matita da consumare, più un’altra. Un orologio fermo. Un paio di occhiali senza lenti. Due o tre libri che, a differenza della musica, non possono essere quelli che rileggerei all’infinito ma quelli che non finirò mai di leggere pur continuando a provarci. Un telefono con un solo numero memorizzato e senza possibilità di collegarsi ad internet. Un costume e un paio di occhialini per poter nuotare ovunque ci sia acqua ché, se pure non ci fosse, non smetterei di cercarla.

Infine un lucchetto aperto senza chiave. Potrebbe non servire mai, anzi lo spero proprio ma, qualora fossi costretto a fermarmi, lo userei per chiudere  la valigia per sempre, vorrebbe dire che non c’è più niente di me da raccontare.

Another brick in the past

Ieri sera i Blur hanno messo il punto alla mia stagione concertistica. Almeno per il momento non ho altri biglietti in cassaforte né soldi da spendere per qualche nuovo evento. Tipo Bob Dylan. A novembre in Italia alla modica cifra di ottanta euro a cranio.
Musicalmente parlando, sono stati due mesi intensissimi. Beh, non solo musicalmente parlando. E’ capitato che non avessi nemmeno il tempo di scaricare le foto o, per fortuna di chi mi circonda, di canticchiare l’indomani una strofa rimastami impressa che subito un’altra serata in programma richiamasse in causa me, le gambe e la schiena per una nuova avventura. I lividi, il sudore, la sete, la mancanza di aria non hanno mai scalfito le emozioni che quei concerti mi hanno trasmesso. Perché i concerti, quelli di cui parlo, vanno vissuti, in piedi, sul prato sotto o intorno al palco, a contatto con gli altri. E io li ho visti quasi tutti in mezzo alla folla, in balia della massa e della musica. Difficile stabilire quale sia stato il più bello. Non il migliore, il più bello. E’ “bello” l’aggettivo da usare. D’altra parte mi chiedo perché dovrei individuare il mio concerto più bello. E’ indubbio che la domanda sorga spontanea ed è altrettanto indubbio non sapere rispondere. Ricorderò tuttavia a lungo, spero fino alla vecchiaia, i momenti che mi hanno letteralmente fatto venire i brividi nonché il sottofondo di almeno una canzone che da sola valeva il prezzo del biglietto.

Green Day – Minority
OK, è uno dei pezzi più commerciali dei Green Day e non propriamente punk ma quella “schitarrata” e quella batteria, cazzo, parlano.

Stereophonics – Catacomb
Quando sul palco hanno attaccato così aggressivi, mi sono chiesto se fossero davvero gli Stereophonics mielosi e sentimentali che conoscevo. Sì, erano gli Stereophonics. No, erano più cazzuti e questa canzone, pur non essendo un capolavoro, mi ha colpito per l’atmosfera che mi ha creato intorno.

The Killers – Somebody told me
L’avrò cantata centinaia di volte. Dopo tanti anni trova ancora spazio nelle compilation che ascolto in macchina. Ascoltarla dal vivo è il massimo.

The National – Pink rabbits
Un gruppo che conoscevo solo di nome. Un genere che non mi entusiasma. Un concerto a cui non sarei andato di mia iniziativa. Eppure. Mi sveglio la mattina dopo e nella testa, tra gli altri, risuona in continuazione questo motivetto che mi fa rivalutare ogni cosa di una serata già di per sé splendida.

Muse – The 2nd Law: Unsustainable
Durante la parentesi nera della mia vita ho scoperto i Muse che ai tempi erano semi-sconosciuti ai primi album. C’erano delle canzoni che credevo di non essere più in grado di ascoltare perché mi collegavano a quel periodo. Mi sbagliavo. Sono andato al concerto pur non essendo un loro grande fan ma mi sono reso conto ben presto di conoscere tutti i loro successi. E non solo. Unsustainable l’ho sentita al concerto per la prima volta e sarà stato forse per il robot gigante che si muoveva sul palco che l’ho apprezzata da subito. E continuerò a farlo.

Mark Lanegan Band – Sleep with me
Lui è un mito. Dal vivo non lo avevo mai visto. Sul palco ha fatto tutto ciò che doveva fare per conquistare il pubblico: cantare e basta. Cantare e restare quasi immobile. Cantare e muovere al massimo un braccio e abbozzare un sorriso che in realtà era una smorfia. Con quella fottuta voce.

The Smashing Pumpkins – Tonight, tonight
I brividi sulla pelle e gli occhi lucidi. La versione live che hanno proposto quella sera penso rappresenti il momento migliore in assoluto di tutti i concerti dell’anno. La rivedo su Youtube e quasi piango. Non so perché. O forse sì.

Atoms For Peace – Before your very eyes
Una mezza scoperta. Mezza, perché Thom Yorke e Flea non potevano non creare qualcosa di eccezionale. Questo è stato il primo pezzo della serata e da lì alla fine è stata emozione pura con un folletto e un folle e altri tre geni a suonare come venissero da un altro mondo.

Depeche Mode – I feel you
Concerto meraviglioso. Gahan invecchiato ma sempre in formissima e questa canzone a fine concerto, una delle mie preferite, mi ha fatto capire che quello invecchiato sono io. Il resto non conta.

Roger Waters (The Wall) – Another brick in the wall
Il concerto più bello? Questo. Prima ho scritto una cazzata. Potrà forse venirmi qualche piccolo dubbio in futuro ma The Wall non sarà mai secondo a nessuno. Another brick in the wall è storia, roba non a caso da studiare a scuola. Come Roger Waters e tutti i Pink Floyd.

Blur – Song 2
Visto Roger Waters, già che c’ero, il giorno dopo sono andato a vedere i Blur. Location e paragoni improponibili ma questi qua, per quanto cazzoni possano essere, mi sono sempre piaciuti e conoscere quasi tutti i pezzi che hanno cantato me lo ha dimostrato. Song 2 chiude il concerto, la mia estate musicale, questo post e la compilation di MP3 che mi porterò in Scozia.

A 33 giri

I Motel Connection – mai sentiti nominare prima del primo maggio – e una discreta cover band dei Pearl Jam hanno inaugurato la mia stagione concertistica. Tra poco arrivano i Green Day e poi The Killers. A quel punto dovrei già essere abbronzato, se questo cazzo di clima capisse che ormai siamo in estate. I giapponesi lo avevano capito tre mesi fa, quando i ciliegi hanno sputato i fiori in anticipo rispetto agli altri anni. Infatti ho dovuto raggiungere Kyoto per vederli ma non mi è dispiaciuto, anzi. Kyoto è un gioiello di città, a parere di molti la più bella del paese. In effetti il Giappone ha molto da offrire. Credo che non paghi le bollette della luce e dell’acqua, visto il consumo esagerato che ne viene fatto. Senza parlare del cibo, del pesce soprattutto, gustato dal mio palato in tutte le forme possibili. Come quella volta in cui, alle dieci del mattino, passeggiavo per Den Den Town e ho ceduto alla tentazione dei takoyaki, le polpette di polpo fritte in pastella. Buonissime. Den Den Town è il quartiere dell’elettronica di Osaka ma anche dei manga e dei suoi derivati, umani e non. E’ il luogo dove la tecnologia dovrebbe costare meno, dove centinaia di negozietti, uno accanto all’altro, si fanno concorrenza a colpi di insegne luminose e prezzi bassi. Bassi però non come una volta: la globalizzazione ormai rende tutto più vicino. A Den Den Town, quella mattina in cui ingurgitavo takoyaki passeggiando per le strade ancora deserte, un oggetto mi ha colpito. Io sono fatto così: quando voglio una cosa devo averla. Se non la ottengo nell’immediato le possibilità sono due: o mi passa di mente o mi passa di mente e poi ritorna. Quasi sempre, dopo un paio di giorni, non riesco nemmeno a ricordare perché la volessi. Quando ritorna però vuol dire che non si trattava di un capriccio ma di qualcosa a cui probabilmente tenessi. Parlo di oggetti materiali, cose appunto. Le emozioni, i sentimenti, le persone, i viaggi fanno parte di un’altra categoria di desideri.
Un giradischi. Io volevo un giradischi. Uno di quelli vecchiotti, magari usati, a metà tra il vintage e il moderno, affidabile e con un tocco di personalità. Un anno prima lEi, venuta a sapere di questa passione che stava prendendo forma, mi aveva persino regalato un 33 giri. Manco a dirlo, era la riedizione di Ten dei Pearl Jam, un doppio album, uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto. Non l’ho ancora ascoltato. Perché quel giradischi, in quel negozietto di Den Den Town, l’ho comprato con il cuore, non con i soldi, l’ho pagato l’equivalente di trenta euro, l’ho portato con me per tutto il giorno e per tutto il viaggio di ritorno dal Giappone, dentro la valigia, ma non ho ancora potuto accenderlo per una serie di motivi che alimentano sempre più la voglia di vinile. Prima la presa di corrente: quella dei nippocosi è diversa. Va be’, trovo un adattatore e risolvo. Poi la cinghia: si era sfilata e, da profano, per giorni ho cercato di capire come sistemarla. Quando ho visto che era una cazzata, mi sono sentito ridicolo. Poi l’amplificatore: serve, non serve? Non lo so ancora. E le casse. Saranno l’ultimo atto del processo di produzione. Adesso il problema è il voltaggio. Per me Volta era quello della pila e lui stesso non poteva immaginare che da lì sarebbe nato tutto ‘sto casino. Perché il Giappone è differente anche per il voltaggio nelle abitazioni. Nella mia tenda il giradischi non funziona. Serve un trasformatore. OK, lo troverò senza spendere tanto, è solo questione di tempo. E il tempo io non l’ho avuto. Tra allenamenti e gare di nuoto, partite di pallavolo da arbitrare, riunioni ed eventi per Kitchen Party, lavoro mio e per Mamma Africa, amore, libri, cibo, sesso e cazzeggio, ho trascurato due aspetti fondamentali delle mie giornate: il blog e la musica. Il blog ha sempre vissuto di alti e bassi, dopo nove anni mi sembra anche normale. E’ ancora qui e oggi l’ho ripreso in mano dopo un mese di astinenza. La musica non è solo il giradischi, è tutto il resto, oggi. Sì, i Motel Connection non sono malaccio e i Pearl Jam, anche riprodotti da una pseudo cover band, sono i sempre i Pearl Jam. Oggi però si ricomincia. Ho scritto questo post che farà pure schifo ma riempie un vuoto e tra qualche ora sarò sotto il palco al concerto dei Green Day. Arriveranno poi The Killers, The National, i Muse, The Smashing Pumpkins, gli Atoms For Peace, i Depeche Mode, Roger Waters e il suo The Wall, i Blur e io sarò lì e chissà che in mezzo non possa metterci altro, come un vinile su un piatto a 33 giri.