La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.

Quell’essere un po’ bambini

Avevo circa quindici anni e abitavo in un condominio enorme. La famiglia del piano di sotto era formata da un papà, una mamma e cinque figli maschi con cui non sono mai andato d’accordo, anche se qualche scambio di giocattoli, pacificamente e dopo lunghe contrattazioni, lo abbiamo portato a termine. Ricordo ancora una sera in cui ho cenato a casa loro. Al di là del disagio estremo, per il quale tuttora mi domando il perché, la cosa che più mi aveva colpito era stata la televisione e i cartoni animati che tutti insieme guardavano appassionatamente. A casa mia, a pranzo come a cena, non c’era scelta, si guardava il telegiornale ed è così anche oggi che sono andato via e che il telegiornale fa meno informazione di Zelig.

La scoperta che in qualche parte del mondo degli adulti potessero guardare i cartoni animati e ridere come i bambini mi avrebbe segnato. C’è da dire, senza voler fare il finto intellettuale, che in quella famiglia non è che regnasse la conoscenza: il padre era un pescatore che non era mai andato a scuola e i due figli più grandi avevano già lasciato la scuola per lavorare con lui. Gli altri avrebbero fatto altrettanto. Il massimo della cultura era il giornale con cui incartavano il pesce. Quei cartoni oltretutto non erano i nostri Simpson o Griffin di oggi che puntano ad un pubblico adulto, erano decisamente per bambini, quindi teoricamente ridicoli per un padre di famiglia ultra quarantenne.

Oggi capisco meglio quel contesto. Forse quando avrò quarant’anni e cinque figli lo capirò del tutto. Ma adesso, anche se il confronto è improponibile, mi rendo conto di quanto certi aspetti quali il gioco e, in generale, l’essere un po’ bambini siano importanti in età matura. Il che non vuol dire essere infantili o restare “eterni Peter Pan” (per utilizzare un’espressione che ha ormai rotto le palle), significa anzi crescere mantenendo un equilibrio tra quello che siamo e quello che eravamo. In questo io probabilmente esagero.

Mi piacciono i Lego, per esempio. Non ci gioco, ma solo perché non ne sono capace, non ho l’apertura mentale necessaria a costruire mondi che, per dire, mio nipote realizza dal nulla. Tuttavia colleziono omini e ogni tanto mi diverto a smontarli e rimontarli cambiandogli testoline, gambette e braccia per creare personaggi sempre nuovi. Ora ne ho tanti, mi sto evolvendo e ho bisogno di costruire delle strutture in cui accoglierli. Ho scoperto che il sito Lego spedisce gratuitamente i pezzi che si dichiara di aver smarrito, senza necessità di dimostrare l’acquisto. Gli mando una richiesta a settimana e ricevo puntualmente i pezzi che desidero. Fantastico. Un bambino non ci sarebbe arrivato, un adulto un po’ bambino sì.

Mi piacciono i giocattoli antichi, molto antichi o anche quelli della mia infanzia che non si trovano più in giro. Se avessi soldi, ne spenderei a palate per avere a casa quelli che ho desiderato da piccolo o che ho avuto e ho perso. Avevo una collezione enorme di puffi. Erano di gomma, di gran lunga migliori di quelli che si trovano oggi in commercio. Sono scomparsi. Nemmeno mia madre sa che fine abbiano potuto fare, forse sono scappati. Non so che darei per ritrovarli tutti. Senza parlare di quei giocattoli tipo Big Jim o He-Man o BraveStarr (chi se lo ricorda BraveStarr? Solo io!) con varietà di costumi, equipaggiamento e accessori. Qualcuno di loro potrebbe aver rapito i puffi.

Mi piacciono i fumetti e i manga. E i cartoni animati. Sì, come il papà pescatore ultra quarantenne che abitava sotto casa mia. Tranne rari casi, tipo la serie di Evangelion qualche anni fa o il nuovo Lupin di questi giorni, non sono in grado di appassionarmi e seguirli, se non per semplice curiosità. I fumetti e i manga invece sono conseguenza dei miei viaggi in Giappone. Prima di allora conoscevo solo Dylan Dog, di cui conservo una discreta collezione, poi mi si è aperto un mondo. Oggi mi informo e li cerco tanto sulle bancarelle quanto sul web esattamente come faccio da sempre con i libri. E a volte li compro.

Mi piacciono le action figure. “Mi piacciono” è riduttivo, diciamo che mi fanno perdere la testa. Come la mia ragazza. OK, quasi come la mia ragazza, ma rende l’idea. Proprio in Giappone ho trovato dei veri e propri gioielli, tipo Polimar, Lupin, Ken Shiro o anche Mazinga o l’Eva 01, che ora fanno bella figura su una mensola a casa.

Sì, esagero, dovrei pensare a cose più serie e adatte alla mia età. Ma io ci penso, anche troppo. Rifugiarsi nel bambino che è in noi può essere un bisogno. Oltremodo è proprio questo mio aspetto, unito alla fantasia, alla voglia di giocare, al non prendersi mai troppo sul serio che mi ha permesso di costruire un rapporto unico con mio nipote, il grande (il piccolo è ancora piccolissimo). Abbiamo fatto tante cose insieme e spesso da soli: il suo primo viaggio all’estero, Monaco, Legoland e recentemente Gardaland, poi cinema, mare, parchi acquatici, McDonald’s e in tutte le occasioni ci siamo divertiti parecchio. E’ grazie a lui se sono cresciuto e se oggi sono un bambino migliore.