Love, Death & Robots

Questa serie di cortometraggi animati di Netflix è arrivata alla terza stagione senza diventare pesante perché ogni episodio racconta una storia diversa, dura poco e non annoia mai. Ogni puntata potrebbe essere vista e rivista in maniera casuale con la consapevolezza che fantascienza, sangue e black humor convivono allegramente e che il livello dell’animazione, creata e curata da studi diversi di tutto il mondo, resta sempre alto. Alla base, un po’ come ha fatto Black Mirror, ci sono i comportamenti e le scelte dell’uomo, spesso sbagliate e con conseguenze catastrofiche, che non portano né alla salvezza né al pentimento mentre invece i robot, con un altro occhio e maggiore sentimento, appaiono più umani. A volte. Queste però sono forse le impressioni che sono rimaste a me, non si può generalizzare perché gli episodi sono tanti e sono vari: tra “amore, morte e robot”, i robot si alternano a mostri, alieni, zombi e altre simpatiche creature, la morte non manca mai e l’amore… ecco, l’amore in questa serie non so proprio cosa c’entri.

L’uomo nell’alto castello

Tratta da un romanzo di Philip K. Dick, la serie racconta di un passato alternativo in cui gli USA hanno perso la seconda guerra mondiale, il loro territorio è stato diviso tra Germania e Giappone, il nazismo ha trionfato e milioni di persone sono morte. Ma c’è una resistenza e soprattutto ci sono delle pellicole che dimostrano l’esistenza di una o più realtà parallele in cui hanno vinto gli Alleati. Questi film sono stati girati dall’uomo dell’alto castello, personaggio in grado di viaggiare tra i mondi che in quattro stagioni si vede pochissimo e che in tutta la serie mantiene un ruolo marginale, chissà nel libro. Gli episodi si sviluppano in tante direzioni, con diversi protagonisti e storie minori che si intrecciano ma che non riescono a decollare né a superare una lentezza esasperante. La prima stagione è curiosa, la seconda e la terza quasi inutili, la quarta finalmente si anima un po’, salvo poi finire in malo modo. Ci ho messo due mesi a vedere tutte le puntate, un pezzo per volta in pausa pranzo con il caffè che mi ha salvato dal sonno e, nonostante spunti notevoli e ottime interpretazioni, non sono affatto soddisfatto, sarebbe stato meglio guardare altro, andare a manifestare contro la guerra o contro Prime Video o perfino viaggiare nel multiverso tramite una bottiglia di whiskey.

Harper’s Island

Carina ma non ci vivrei. Ho recuperato questa serie, trasmessa niente poco di meno che da RAI 2 una decina di anni fa, dopo che ne avevo sentito parlare bene in un programma radiofonico. Una coppia di promessi sposi decide di celebrare il matrimonio su un’isola in cui in gioventù trascorreva le vacanze, invitando amici e parenti e fregandosene del fatto che, pochi anni prima, un pazzo aveva ammazzato in maniera truculenta sei persone. Il killer è stato ucciso o forse no, perché gli omicidi si ripetono e, uno dopo l’altro, gli ospiti iniziano a scomparire. Fra intrighi e vecchi rancori, i festeggiamenti vanno avanti senza grossi sospetti finché la prima vittima viene trucidata durante le prove, il matrimonio salta e gli abitanti scappano dall’isola. Un gruppo di coraggiosi decide di restare perché, nel frattempo, una bambina tanto cretina quanto antipatica è scomparsa. Moriranno quasi tutti, diciamolo, alcuni senza quasi accorgersene, altri come eroi ed è un peccato perché l’assassino, che si dimostrerà un idiota, poteva risparmiarne un bel po’ visto il movente che non giustifica tanto sangue. E’ qui infatti che la sceneggiatura, fino a quel momento interessante, naufraga in alto mare per non ritrovarsi più, arrancando verso un finale ridicolo in cui per giunta si salva la bambina deficiente che io avrei strozzato con le mie mani.

Bridgerton

Nonostante non mi piaccia il genere e abbia cercato difetti fotogramma dopo fotogramma, devo ammettere che a Bridgerton non si può dire proprio niente, è una serie realizzata benissimo. Ho visto sia la prima sia la seconda stagione e senza dubbio ne usciranno una terza, una quarta e chissà quante altre dato che ognuna racconta a turno le vicende sentimentali di uno dei fratelli Bridgerton e i fratelli Bridgerton sono sette. I romanzi ci sono già, scritti e pubblicati circa dieci anni fa e Netflix sta facendo la sua parte, oltre che i suoi incassi. Fondamentalmente è una commedia romantica, in costume (tra parentesi, molto belli i costumi e le scenografie), ambientata in Inghilterra nei primi dell’800, che ha la capacità di intrattenere lo spettatore con grande leggerezza e umorismo, muovendosi ai limiti del banale senza però infastidire né annoiare. Ci si affeziona ai personaggi e li si colloca nella lista dei buoni o dei cattivi, anche se cattivi veri e propri non ce ne sono, si tratta al massimo di opportunisti che seguono le correnti per emergere nell’alta società inglese. I Bridgerton naturalmente sono tra i buoni, ben visti da tutti, ricchissimi di soldi e valori. Le storie scorrono sui binari del gossip: ciò che in altre serie sarebbero intrighi e giochi di potere senza esclusione di colpi, qui sono pettegolezzi pressoché innocui che tutt’al più ledono la reputazione di una famiglia ma che si risolvono sempre nel migliore dei modi. Accasati il fratello e la sorella più grandi, scommetto che la prossima stagione sarà incentrata sul secondogenito, che è il mio preferito per gli attributi da vera rockstar: pittore, estroso, bisex… alcol, droghe, sorriso e battuta pronta, chissà che scandali ci dobbiamo aspettare.

My name

Questa mi sa che l’ho vista solo io. E’ una serie coreana thriller/poliziesca Netflix intrisa di azione e violenza in cui una giovane ragazza che cerca vendetta per l’omicidio del padre si districa tra le forze dell’ordine e l’organizzazione criminale di turno per individuare il colpevole, senza praticamente capire mai chi siano i buoni e i cattivi. Il sangue si spreca, qua invece di spararsi come tutte le persone civili chissà perché preferiscono accoltellarsi ma c’è da dire che, se si apprezza il genere, le scene di combattimento tra fazioni opposte o uno contro tutti (dove il singolo chiaramente ha la meglio) sono divertenti. La trama comunque è solida e i personaggi sono interpretanti da bravi attori (certo, pur sempre coreani). La colonna sonora è sorprendente, specialmente per il pezzo trainante che ha l’unico difetto di rompere le palle dopo un po’ per quante volte viene riproposto. Nel complesso direi che mi è piaciuta anche se ho rischiato di non finirla: a giochi ormai fatti, ho visto l’ultima puntata (quasi inutile) a distanza di settimane dalle precedenti e mi sono dovuto sorbire quella canzone fino alla morte. Per dissanguamento.

Frammenti di lei

Il titolo italiano (Peaces of her suonava molto meglio) potrebbe riguardare uno dei tanti post che scrivevo in questo blog quando parlavo di una lei non precisata e di tutto il resto, si tratta invece di una serie Netflix bruttarella e mal interpretata. A fregarmi è stata la prima puntata che pareva promettere fuoco e fiamme, salvo spegnersi quasi subito quando il succo della trama è venuto fuori in maniera abbastanza prevedibile. La caratterizzazione dei personaggi non risulta all’altezza e pesa man mano che si va avanti. La mamma protagonista sembra la copia sbiadita di Beatrix Kiddo di Kill Bill, il cattivo sembra la copia sputacchiata di Charles Manson, la figlia protagonista sembra stupida e basta. Insomma, non si tratta esattamente della famiglia Manson, soprattutto perché viene montata tutta una storia di paura e panico ingiustificati a seguito di un fatto sì grave ma non tale da giustificare il casino che ne viene fuori. Tanto brodo per nulla e numerosi buchi di sceneggiatura (il ricercato in cima alla lista dell’FBI per trent’anni che manco Pablo Escobar, l’incidente d’auto nel finale con lui che passava di lì per caso, la mamma che rispetto alla versione giovane non ha nemmeno un sopracciglio uguale, la ragazza con la memoria di un criceto che ricorda solo le cose utili alla sceneggiatura) rendono gli episodi un po’ ridicoli e privi di pathos. L’ultima puntata, che ha provato ad introdurre il colpo di scena ad effetto (già chiaro almeno quattro puntate prima), non fa altro che dare il colpo di grazia ad una serie di cui domani si ricorderà solo la ragazza con la memoria di un criceto.

Manifest

Poteva scegliere di diventare una serie cult nella sua vita di quattro stagioni e invece, già alla terza (la quarta la stanno ancora girando), è ormai chiaro che nemmeno un finale strabiliante potrebbe evitarle la mediocrità. Non a caso è sparita dalle classifiche di Netflix alla velocità della luce. Le premesse erano molto interessanti, con l’aereo che sparisce in volo e ricompare cinque anni dopo senza che i passeggeri siano invecchiati e si siano accorti di nulla, ma la realizzazione è discutibile soprattutto, immagino, per il budget da film di serie B: dialoghi prevedibili, attori modesti che interpretano personaggi stereotipati, effetti speciali che li facevo meglio io con lo smartphone, ambientazioni sempre uguali, palesemente finte, con quasi tutte le scene girate dentro uno studio. Nonostante la storia nel complesso sia affascinante e le idee non manchino (ci sono intrighi, colpi di scena, suspense), la banalità con cui vengono rappresentate rovina tutto. Cioè io accetto che l’aereo sparisca nel nulla e ricompaia anni dopo – è l’assunto che sta alla base della serie, se critico quello nemmeno dovrei guardarla – ma non per questo devo tollerare le ripetute cazzate che ogni puntata mi propina, tipo il deposito segretissimo e inaccessibile del Pentagono violato attraverso i tubi di aerazione o i personaggi che, a New York (mica a Caltanissetta), si incontrano e si scontrano per caso continuamente e che impiegano tre minuti per raggiungere l’ospedale, l’aeroporto e qualsiasi altro luogo giusto in tempo per salvare qualcuno o la sicurezza nazionale americana rappresentata da quattro metronotte in pensione. Sono dettagli difficili da spiegare, bisognerebbe guardare per capire ma sarebbe meglio dedicarsi ad altro. Io solo a scriverne per pochi minuti sono invecchiato di cinque anni senza accorgermene e non mi sono mosso da casa.

Archive 81

La descrizione di Netflix non specificava esattamente che serie fosse e io non ho voluto approfondire, non ho letto recensioni né guardato il trailer. Sono andato alla cieca e non ho inquadrato il genere per i primi due o tre episodi, anche perché il sottotitolo “Universi paralleli” lasciava intuire che si trattasse di fantascienza o di qualcosa di simile. Invece è un horror, fatto pure bene. Proprio le prime puntate sono quelle più intriganti, incuriosiscono e non permettono di mollare la visione. Non ci sono scene violente e non si vede una goccia di sangue ma la tensione e l’ansia sono costanti, si ha sempre l’impressione che gli eventi stiano per precipitare. E poi precipitano. La storia, fino a quel momento intricatissima e piena di interrogativi, inizia ad avere un senso, l’horror si manifesta e tutto accelera fino alla conclusione che effettivamente ha il sapore della fantascienza e che, in più, promette una seconda stagione. Non ero sicuro che mi sarebbe piaciuta soprattutto perché, io che sto attento ai dettagli, ho faticato ad accettare la protagonista sempre con la telecamera in mano, pronta a registrare le conversazioni e gli eventi più inutili senza una motivazione. La motivazione è che la trama lo richiedeva, ma la cosa non è affatto plausibile. Al di là di questo personalissimo fastidio, il risultato è buono, credo che Netflix ultimamente si stia impegnando per produrre gli horror: qualcuno deve aver capito che per farci mantenere gli abbonamenti bisogna metterci paura.

Loro

La serie, lo dico subito, è bellissima, credo la migliore che abbia seguito su Prime Video. Il genere è horror ma più che altro si tratta di un intreccio tra reale e soprannaturale dove l’orrore è rappresentato dal razzismo con cui una famiglia di colore si deve scontrare dopo aver deciso, per dimenticare una terribile tragedia, di andare ad abitare in un quartiere di bianchi per nulla propensi ad accoglierli. Siamo negli anni ’50, in California. Le scene cruente non mancano, una in particolare è qualcosa di mai visto (nessuno avrà dubbi a riconoscerla), la paura vera però viene dalla tensione continua ed inquietante, dai nervi sempre tirati, dagli sguardi dei personaggi, tutti ben interpretati da attori davvero bravi. La sceneggiatura è ottima e l’ambientazione così perfettina da mettere ansia, per non parlare della fotografia e della colonna sonora sorprendente con brani del periodo che accompagnano i momenti chiave. I pezzi della trama si incastrano senza lasciare niente in asso, le spiegazioni arrivano e questo mi ha evitato di andare a cercare sul web chiarimenti ed interpretazioni. Soprattutto è una serie che finisce e non resta in bilico al richiamo di una seconda stagione. Spero infatti di non vederla mai perché non potrebbe essere all’altezza.

Cobra Kai

Karate Kid è stato uno di quei film che, piaccia o non piaccia, conosciamo tutti. Io lo avrò visto decine di volte quando ero ragazzino, poi sono cresciuto e mi sono reso conto di quante cazzate abbia visto in vita mia. E soprattutto di quante ne continui a vedere.
La prima stagione di Cobra Kai non è passata inosservata, ha recuperato dall’oblio tutti gli attori vivi del film e ne ha riproposto i personaggi in maniera genuina. E’ stata una sorpresa ritrovarli invecchiati nelle loro nuove realtà e questo ha dato slancio alla serie, nonostante il target fosse decisamente adolescenziale e il budget ridicolo (la serie è nata per YouTube, Netflix ne ha fiutato il potenziale e l’ha fatta sua). Passata la sorpresa infatti, le altre stagioni si rivelano per quello che sono, un’accozzaglia di scene viste e riviste dove, ad intervalli, tutti lottano contro tutti, con continui cambi di schieramenti da un dojo (scuola di karate) all’altro con pretesti discutibili. Le scenografie sono sempre le stesse costruite all’interno di qualche studio e i dialoghi così di basso livello che è facile prevederli. I contrasti dei ragazzi coinvolgono gli adulti che non ci dormono la notte ma, a pensarci bene, sono stati gli adulti che, portando il karate nella vita dei ragazzi, li hanno deviati. Prima di impararlo infatti erano felici e spensierati. I protagonisti sono Daniel LaRusso, benestante e realizzato, che ogni due scene va a parlare col defunto maestro Miyagi triturando le… scatole con la sua mielosa saccenteria e il biondino Johnny Lawrence, che era il cattivo nel primo film e qui si dimostra il migliore di tutti: uomo fallito, buono ed imbranato, beve birra e mangia cibo spazzatura, ignora internet e la tecnologia e vive alla giornata fino a quando non ritrova stimoli allenando un giovane bullizzato a scuola. Johnny è il vero trascinatore, un misto di comicità e tenerezza che mi ha portato, ahimè, fino alla quarta stagione. Le puntate durano venti minuti e, nonostante la stupidità dei drammi giovanili, nel mezzo di una pandemia, tra una sbronza e uno sbadiglio, si possono seguire. Del resto guardo così tante cazzate che una in più non farà differenza.

Incastrati

Su Ficarra e Picone ho ben poco da dire, il loro successo parla da solo, grazie all’ironia mai stupida né volgare e alla sicilianità spontanea che li contraddistingue in qualsiasi contesto si cimentino: teatro, TV, cinema ed ora anche in questa serie Netflix, in cui si ride ma soprattutto non ci si annoia. Sei episodi leggeri da nemmeno trenta minuti raccontano una storia ben scritta in cui sketch e battute si incastrano sapientemente, nonostante in alcuni momenti si abbia la sensazione di stare in una fiction. Non è così e non è nemmeno comicità da cinepanettone o da Colorado. Ci sono anzi scene e dialoghi che, pur senza togliere il sorriso, descrivono realtà pesanti ed importanti, vedi il discorso del boss sui rapporti tra mafia e politica in cui alla fine dice: “presto o tardi le cose torneranno come ai vecchi tempi, dobbiamo soltanto aspettare che il popolo dimentichi e se c’è una cosa che la storia ci insegna è che il popolo, prima o poi, dimentica“. Mamma mia. Sembra roba da film di Scorsese o Coppola con la voce di Al Pacino o De Niro. E invece sono Ficarra e Picone.

The silent sea

I coreani ci stanno prendendo gusto: già il loro cinema da anni è degno di nota, adesso spuntano serie TV come funghi e alcune, vedi Squid Game, riscuotono anche successo. Netflix ci riprova con The silent sea, fantascienza mista a thriller che scopiazza in più parti Alien ma senza Alien: i mostri qui sono gli umani privi di scrupoli, capaci delle peggiori azioni per raggiungere i propri interessi nella ricerca spasmodica del bene più prezioso, l’acqua, ormai quasi scomparsa sulla Terra. Un equipaggio con varie competenze viene inviato in missione sulla Luna per recuperare da una base spaziale dei campioni dei quali non si conosce l’origine e che creeranno non pochi problemi. Le prime puntate, nonostante la recitazione che è pur sempre asiatica, sono – oserei dire – avvincenti perché lasciano in sospeso diversi misteri. Come spesso accade però, man mano che si va avanti, la storia perde incisività e le scene superflue si sprecano, senza parlare delle castronerie inspiegabili, tipo – SPOILER – la protagonista che, infettata, non muore solo perché è la protagonista. Tra l’altro, sarà colpa mia ma gli uomini della squadra, con gli stessi occhi mandorlati e le stesse tute, mi sono sembrati praticamente tutti uguali e la cosa mi ha fatto perdere qualche dettaglio importante, alla fine non distinguevo i buoni dai cattivi. Nel complesso tuttavia non è una brutta serie per gli amanti del genere come me, l’importante è seguirla degustando magari un bicchiere di vino o di birra, evitare l’acqua.

The undoing

Nicole Kidman in grande, rifattissimo, splendore e Hugh Grant, padre di quello che ricordavo, sono i protagonisti di questo thriller di sei puntate (che potevano anche essere quattro) ambientato nella New York dei ricchi e intoccabili. Le premesse, con il classico omicidio efferato di cui non si conosce il colpevole, non sono male. Lo sviluppo è accattivante perché un po’ diverso dal solito filone ma stenta a decollare. Il finale… va beh, lasciamo stare. C’è un finale che solo un colpo gobbo avrebbe potuto stravolgere, senza la certezza di un risultato migliore. La serie si fa seguire per via di una serie di piccoli colpi scena che tengono vivo l’interesse e per i primi piani continui della Kidman che, nonostante due sole espressioni, forse tre, cattura l’attenzione poiché tutta la storia gira intorno a lei ed alle sue scelte. Il personaggio migliore è però quello dell’italiana Matilda De Angelis, peccato per il (suo) doppiaggio penoso e peccato che… (no spoiler). In sostanza, una serie con alti e bassi che si può vedere dal divano senza grosse aspettative e che tutto sommato fa il suo dovere, cioè finire lasciando una certa soddisfazione.

The Beatles: Get Back

1969. The Beatles non sono più The Beatles: non indossano gli abiti su misura con cui si sono fatti conoscere al mondo, hanno abbandonato quel taglio di capelli a caschetto orribile, sono a colori, non si esibiscono in pubblico da anni, si sono accasati, fidanzati o sposati. Hanno fatto tutto quello che potevano fare. Tranne sorprenderci ancora. Nel 2021.
Paul, con barba e capelli lunghi, oltre al carisma che lo contraddistingue, è proprio fico. John è ancora il boss, l’artista, estroso e matto, ma già troppo – e purtroppo – avvinghiato a Yoko Ono. George sprizza talento ma fatica a farlo accettare e appare quasi antipatico, oltre che represso. Ringo è silenzioso, buono, adorabile. Non ho mai apprezzato particolarmente The Beatles ma questa miniserie documentario (“mini” perché sono solo tre episodi, la durata totale però è di oltre sei ore), che condensa e ci mostra in versione restaurata giorni e giorni di filmati inediti girati all’epoca, è formidabile per come racconta i Fab Four, senza filtri, durante la creazione – dal nulla e in mezzo ai contrasti già evidenti – del loro ultimo album, Let it be, con inclusa la loro ultima esibizione dal vivo, il famoso concerto sul tetto.
Ci sono momenti fantastici e immagini e suoni che restano scolpiti nell’anima e che ognuno può trovare dove vuole in mezzo alle innumerevoli chicche, dai dialoghi (parlavano veramente così tra loro? Sì!) alle sessioni improvvisate con parole inventate ai pezzi che prendono forma partendo da un accordo (stupenda la genesi di Get Back). Di lì a poco i quattro sceglieranno strade diverse eppure, mentre compongono, inventano, chiacchierano, discutono, è innegabile quanto ancora si divertano a suonare insieme, in sintonia totale, mettendo alla porta il resto del mondo. Sono stato totalmente assorbito dalla visione, ho fatto il tifo per loro come se non sapessi cosa sarebbe accaduto, sperando per assurdo che non litigassero, che non si sciogliessero, che John non venisse assassinato anni dopo, che George non si ammalasse. E che io non me li fossi persi sinora. A questo però sto già rimediando.

Arcane

Difficile trovare un punto debole in quest’anime dove ogni dettaglio è stato sviluppato alla perfezione: storia, personaggi, scenari e animazione soprattutto sono sorprendenti. La serie è tratta dal videogame Arcane: League of Legends, prodotto una decina di anni fa e tuttora in voga, nelle varie evoluzioni, tra milioni di utenti nel mondo. Personalmente non ci ho mai giocato ma la mia anima vintage e la pubblicità di Netflix mi hanno convinto a dare un’occhiata. E per fortuna.
L’animazione è spettacolare, un misto di computer grafica e disegno a mano che insieme raggiungono risultati visivi mai concepiti prima nemmeno da Disney o Pixar (applausi a Riot Games). Basta mettere in pausa una qualsiasi scena per ritrovarsi davanti un’opera di concept art da stampare e incorniciare. La trama, coinvolgente ed intricata al punto giusto per restare viva fino alla fine, tocca tanti temi e li affronta senza cadere nel banale, soprattutto grazie alla bravura degli autori (sceneggiatori, grafici o chi per loro, non lo so) che hanno creato e realizzato mondi dove la fantasia si perde. I personaggi sono definiti con cura: nello scontro alla base della storia tra due classi sociali, due città, due realtà contrapposte l’una all’altra, non sembrano esserci né buoni né cattivi ma tante personalità ognuna con i propri pregi e le proprie colpe. Le donne in particolare sono le grandi protagoniste, tanto fragili e sentimentali quanto forti ed intelligenti da oscurare le altre figure, pur di rilievo. La schizofrenia dell’antagonista poi è per me una delle cose meglio riuscite, difficile da descrivere ma visivamente molto efficace, davvero bella.
Dovrebbe essere in cantiere una seconda stagione ma a me sta già bene come si è conclusa la prima.

Cowboy Bebop

Cowboy Bebop, l’originale, è un anime giapponese di fine anni ’90 considerato all’unanimità, nel mondo, un capolavoro per animazione, stile, trama, personaggi, grafica, colonna sonora, non a caso tra i miei preferiti. Netflix ha appena proposto questa serie live action, cioè con personaggi in carne ed ossa che, all’unanimità, nel mondo, è stata stroncata da critica e pubblico, salvo pochi casi, me incluso. Io, nerd dentro che guarda pure le peggiori cazzate, ho un debole per tutto ciò che mi riporta indietro nel tempo e non me la sono sentita di fare il criticone.
Direi che, se la serie viene accostata all’anime, il paragone non regge. I puristi hanno ragione, è stato scopiazzato tutto e male. I personaggi soprattutto fanno ridere e non perché siano simpatici. Ricordano i cosplay che vanno alla fiera del giocattolo, inespressivi e bruttarelli (il cattivone poi, con quella parrucca bianca…). Nell’anime sono affascinanti e pieni di personalità, come dire meglio disegnati che vivi.
Se si riesce però a dimenticare l’anime – io stesso non lo ricordavo benissimo, essendo passati oltre vent’anni – e si pensa alla serie come fosse un prodotto di fantascienza a sé stante, non è proprio da buttare: ambientazione ben fatta, dialoghi stupidini ma divertenti, sangue e parolacce a sufficienza. In fin dei conti si può guardare quando in giro non c’è di meglio e Netflix non è che offra sempre capolavori a cui dare priorità. Sarei curioso di vedere la seconda stagione ma temo non arriverà mai, visto il successo che ha avuto la prima.

The fall

La protagonista di questa serie, di cui mi sono sorbito tre stagioni su Netflix, è l’indimenticabile agente Scully di X-Files che credevo fosse sparita dalle scene e invece pare sia molto attiva specialmente in TV. Qui interpreta, in maniera sublime ma anche pallosa a lungo andare, un sovrintendente delle forze dell’ordine che si ritrova a dare la caccia ad un serial killer belloccio ed intelligente. La trama è tutt’altro che scontata, non ci sono delitti a gogò né scene cruente con l’assassino che riesce sempre a farla franca, anzi. Tutto si muove sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi che innesca un duello a distanza tra i buoni e il cattivo fatto di mosse e contromosse nonostante gli imprevisti. Lei soprattutto è una donna con le palle da elevare a regina del movimento femminista, tanto schietta e pratica quanto sensibile. Lui è uno psicopatico omicida che a tratti viene voglia di incoraggiare. La pecca principale è che le puntate sono piuttosto lente. Accade di continuo qualcosa di importante ma ci mette troppo ad arrivare, tant’è che ho imparato a cucire a maglia e cucinare il cuscus durante la visione. Sarebbe stato meglio comprimere tutto in due stagioni, più che sufficienti a beccare il killer senza fronzoli.

Strappare lungo i bordi

Arrivo tardi come al solito, della serie Netflix di Zerocalcare tutti hanno già scritto e detto tutto e nessuno ha fatto un solo appunto negativo. Zerocalcare è un genio, non esagero. A meno che tu non appartenga ad un’altra generazione, è impossibile non ritrovarsi nelle sue storie, sia quando ti strappa una fragorosa risata sia quando ti fa scendere la lacrimuccia, perché poi non colpisce tanto cosa racconta ma come ci riesce e quasi sempre, almeno per quanto mi riguarda, è esattamente quello che avrei voluto dire oppure ho pensato vivendo le stesse identiche situazioni. A differenza del fumetto, su cui ci si può soffermare senza voltare pagina, la serie scorre veloce per gustarsela e infatti non si contano i momenti in cui ho premuto stop per osservare meglio i particolari o rivedere le scene. La parte finale mi ha sinceramente commosso e sono certo che presto rivedrò tutti i sei episodi senza pausa. Durano poco, sono come un film che, a per lunghi tratti, può essere quello della tua vita.

La ferrovia sotterranea

Il romanzo da cui è tratta questa serie mi era piaciuto moltissimo, aveva vinto anche il Premio Pulitzer per la narrativa qualche anno fa e ricordo di averlo finito così in fretta che ci ero rimasto male. Quando su Prime Video mi è passato davanti casualmente il trailer non ho avuto dubbi che l’avrei apprezzata, non fosse altro per la possibilità di associare volti, luoghi e situazioni a ciò che il libro mi aveva solo fatto immaginare. Forse però le aspettative erano troppo alte. A differenza del romanzo, che si legge quasi senza respirare, qua si respira troppo, ci si può andare pure a fumare una sigaretta senza che succeda granché, le scene cardine della storia o sono interminabili, con lunghi piani sequenza di paesaggi e personaggi e musiche per l’occasione, o sono brevi e volutamente troncate perché poi vengono riprese più avanti. La fotografia è da Oscar, la trama non è affatto sminuita e la suspense non manca: tutto questo non è comunque bastato ad evitare un po’ di noia. Non ho trovato quel ritmo, quella scossa che spinge a terminare ad ogni costo un episodio e riprendere al più presto il successivo. Il romanzo è crudo e vivace ma i particolari che mi avevano colpito tra le pagine non li ho trovati sullo schermo, per lo meno non tutti. Peccato, poteva essere la sorpresa del 2021, resterà solo una buona serie.

L’uomo delle castagne

Miniserie danese, di soli sei episodi e di puro intrattenimento, che fa parte di quel filone di thriller nordici tratti da romanzi di successo in cui Netflix sguazza perché difficilmente deludono, anche se non aggiungono niente di nuovo al “già visto”. L’azione è ridotta al minimo ma la tensione è sempre alta, soprattutto per merito di una trama ben congegnata e con poche lacune. Una però, almeno per me, è grossa: l’assassino. Già dalla prima puntata il campo dei papabili colpevoli si restringe ad una manciata di individui, perché l’intero cast è povero di personaggi e si capisce che il killer è tra loro. Peccato che, quando il mistero viene svelato, ci si rende conto dell’assurdità della cosa, l’assassino non può essere chi è. Non avrebbe proprio potuto nascondersi tra la gente altrimenti, men che meno in Danimarca dove la precisione e l’attenzione sono di casa, vedi i Lego. Poi sarò io esagerato ma, dopo innumerevoli romanzi e serie del genere nel mio curriculum, i particolari sono diventati importanti, non mi aspetto che il castello crolli nel finale. E invece, cinque puntate divorate, la sesta mal digerita. Così anche L’uomo delle castagne finirà presto nel dimenticatoio.

Midnight mass

Non mi era chiaro che si trattasse di una serie horror, l’avevo scelta quasi a caso tra le novità proposte da Netflix che mi ha profilato come serial thriller e che credevo ormai tarata su questo genere. Ciononostante mi ha preso subito, soprattutto per alcuni brevi intermezzi iniziali che lasciavano intuire la presenza di un grave mistero alla base della storia e l’arrivo di qualche morto. La trama si sviluppa in un’isoletta imprecisata di un paese nordico, abitata da poche decine di ferventi cattolici che pregano dalla prima all’ultima puntata, a volte annoiando più di una vera messa. Ci sono episodi un po’ cruenti che si svolgono intorno alla chiesa del paese ma niente di davvero spaventoso come, ad esempio, un matrimonio. L’aspetto più inquietante semmai è che molte delle preghiere che vengono recitate io le conosco ancora a memoria, conseguenza delle cattive frequentazioni in oratorio da bambino. Esperienze che tuttavia mi hanno fatto crescere nella grazia di dio, cioè ateo. Se non fosse per questo, immagino che Netflix mi avrebbe proposto di abbonarmi a Disney+.

Squid Game

E’ stato praticamente già scritto tutto su questa serie coreana che si appresta, pare, a diventare la più vista di sempre su Netflix. In Italia non è nemmeno stata doppiata e ha già avuto un incredibile successo. Incredibile perché, come spesso accade, il passaparola è il miglior canale pubblicitario in assoluto: io stesso non mi sarei preoccupato di seguirla, più che altro per i sottotitoli, se non ne avessi sentito parlare ovunque. Poi va detto che effettivamente è un buon prodotto. E’ originale, mai pesante, coinvolge, appassiona e non si lascia interrompere. A me questo genere di “cazzate” piace. Mi ha ricordato, tra i mille paragoni fatti (da Parasite a Hunger Games), Battle Royale, film capolavoro giapponese di qualche anno fa con cui senza dubbio ha qualche analogia. Sorprese continue e una buona dose di sangue e sentimenti fanno il resto, oltre ad un finale definitivo e tutto sommato all’altezza che potrebbe anche ispirare una seconda stagione. Spero di non morire prima di vederla.