Echoes

Echoes purtroppo non è la famosa canzone dei Pink Floyd della durata di 23 minuti ma l’ultima serie thriller proposta da Netflix che si fa seguire per 23 minuti scarsi prima di diventare una matassa intricata in cui perdersi. Questo perché le protagoniste sono due gemelle, identiche, che ogni anno si scambiano le vite, quindi i mariti, le famiglie, il lavoro, senza che nessuno se ne accorga, finché una delle due si ribella e sparisce. Poi però torna e, mentre la storia va avanti e i flashback svelano come le sorelle sono cresciute, non si capisce più una mazza, non si capisce chi è l’una e chi è l’altra, non lo capiscono loro, non lo capisce il regista che le scambia di continuo e non lo capisce nemmeno lo sceneggiatore perché la sceneggiatura non c’è mai stata. Pure l’attrice che le interpreta, Michelle Monaghan, che mi piaceva molto, ha una crisi d’identità e infatti ora non mi piace più. Lo scambio poteva essere il pretesto per una buona serie ma lo sviluppo lascia molto a desiderare, troppe assurdità rendono gli sforzi delle gemelle inverosimili e nemmeno l’eroe riesce a salvarle: lui, uno dei due mariti, è stato l’unico a capire il trucchetto ma ha mantenuto sempre la bocca chiusa, ha fatto finta di niente e per anni in pratica se le è trombate entrambe. Un mito.

Il diavolo in Ohio

Leggo il titolo, il genere e la descrizione e immagino questo signor diavolo a compiere chissà quali nefandezze nel povero stato dell’Ohio, già sfigato di suo. C’è una setta che lo adora (il diavolo, non l’Ohio… chi adorerebbe l’Ohio?), c’è una ragazza che fugge e, insomma, la storia inizia così. Si tratta di una miniserie, quindi si presume che non ci sia una seconda stagione, non ho grosse aspettative ma le do una possibilità, a Netflix non la nego mai. In effetti le prime puntate, aspettando il maligno, sono abbastanza intriganti da incuriosirmi parecchio perché si capisce che qualcosa di grosso accadrà. Non si capisce invece chi sono esattamente i cattivi e la famosa setta, capace niente poco di meno che sgozzare un maiale, sembra una banda di sfigati. Del resto sono in Ohio. Negli ultimi episodi, la trama finalmente si dipana e svela che avrebbe potuto essere interessante se fosse stata sviluppata meglio, se la madre fosse stata più sveglia, se il diavolo si fosse palesato. Purtroppo, come spesso accade, la conclusione non solo delude le attese ma si rende persino ridicola con scene da comiche e suspense pari a zero. Un finale nel finale che vorrebbe essere un colpo di scena è solo un colpo di grazia, il diavolo non arriva, le madonne sì però.

Moon Knight

Ennesimo personaggio Marvel riesumato dai fumetti e messo in scena su Disney+, Moon Knight non sarebbe stato proprio brutto se si fosse visto di più durante i sei episodi delle serie e se questi fossero stati meno disneyani. Invece è brutto. L’azione è ridotta ai minimi, il pathos è inesistente e soprattutto manca quello scontro titanico tra una buoni e cattivi che ci si poteva aspettare da una storia basata sugli dei e la cultura egizia. Al contrario, il vero scontro avviene tra le due personalità del protagonista e tra le realtà che vive o crede di vivere, aspetto che poteva essere interessante e non è stato. Il Moon Knight appare due o tre volte e, a dispetto del costume fico, si rivela anche piuttosto banale. Tra l’altro, non lo vedremo nemmeno in una seconda stagione perché nessuno l’ha voluta e io comunque non l’avrei guardata. E’ già nel dimenticatoio. Non a caso avevo scritto questo post a fine luglio, mi ero dimenticato di pubblicarlo. Potere del Moon Knight.

Senza confini

Una miniserie di Prime Video a cui non davo due lire e che invece si è fatta seguire perché, nonostante sia stata girata proprio con due lire, racconta piuttosto accuratamente la prima circumnavigazione del globo ad opera di Ferdinando Magellano. Roba da imparare che forse avrei scovato in qualche libro e che qui ho potuto seguire senza impegno, anche se i mezzi si sono dimostrati davvero scarsi. La coppia di protagonisti non è male, ovvero l’attore che interpreta “il professore” ne La casa di carta e quello che fa Serse in 300, tanto per dire… in realtà, sia Alvaro Morte sia Rodrigo Santoro sono ormai conosciuti in tutto il mondo. A parte loro, il vuoto senza confini. Cast finito. Effetti speciali ridicoli. Fotografia inesistente. Location… praticamente a Ostia. Costumi e musiche da sagra del baccalà. E’ però la storia ad essere interessante: delle cinque navi con 237 uomini che partono dalla Spagna, oltre tre anni dopo ne torna una sola con 18 uomini stremati, dopo aver percorso una distanza quindici volte superiore a quella coperta da Colombo nella sua spedizione. Nel mezzo infinite peripezie, tra cui la morte dello stesso Magellano che con ostinatezza e caparbietà ha costruito l’impresa convinto dell’esistenza di quel passaggio a sud e che però il giro del mondo non lo ha finito. E’ stato anzi il giro del mondo a finire lui e consegnarlo alla storia.

Slow horses

Gli slow horses, i cosiddetti “ronzini”, sono agenti dell’MI5 (i servizi segreti del Regno Unito, quelli di James Bond) degradati per aver commesso qualche grossa cavolata e confinati ad attività marginali e non operative. Il loro capo, interpretato da un magistrale Gary Oldman (quando Gary Oldman non è stato magistrale?), oltre ad umiliarli continuamente, li esorta a non fare un cazzo dalla mattina alla sera, come del resto fa lui stesso, uomo alla deriva con trascorsi importanti nell’MI5 che tuttavia mantiene ancora un enorme intuito. Come sempre, ogni cosa sembra (non) procedere nella norma finché i piani alti coinvolgono i ronzini in un oscuro complotto in cui questi dimostreranno di essere sì degli inetti ma anche di avere le palle.
Slow horses, scritta e prodotta tra gli altri da Will Smith, è una miniserie di spionaggio di sei episodi che senza dubbio avrà almeno un altro paio di stagioni. La Londra in cui è ambientata, suggestiva e affascinante anche per merito della regia, fa venire voglia di andarci e visitare il “Pantano”, la fatiscente sede dei ronzini, per scattare qualche foto ricordo prima che qualcuno ci spari o ci muoia. Come avevo già scritto per Scissione, Apple TV+ conferma di non sbagliare un colpo. I chiarimenti a dubbi e intrighi – la cui mancanza è l’aspetto che di solito mi fa più girare le scatole – sono rimandati alle puntate future e vengono alimentati da qualche colpo di scena ad effetto che non lascia l’amaro in bocca, anzi. Bravi gli attori e, sorpresa, non c’è nessuna bellezza femminile messa lì a fare la valletta cazzuta. Non è roba americana, è una serie molto british che non mi farà guardare più 007 con gli stessi occhi, d’ora in poi punterò solo sui ronzini.

The terminal list

La serie ha per protagonista un capitano dei SEAL che Rambo a confronto è un pivello. Di ritorno da una missione in cui il suo plotone viene sterminato, scopre che qualcosa non quadra sia nella ricostruzione dei fatti sia nei suoi ricordi confusi, tanto da fargli ipotizzare di essere lui il responsabile di questa disgrazia e di quelle che seguiranno. Inizia così a farsi qualche domanda e ad indagare, aiutato da una giornalista rampante e dall’amico fraterno, agente speciale della CIA, che è molto più fico di lui. Al capitano accadono le peggio cose e giustamente s’incazza: sfodera tutte le sue armi e abilità, stila una lista dei responsabili che di volta in volta va individuando (la terminal list, appunto) e li ammazza nei modi più disparati, tanto per fare scena. Insomma è la solita americanata dove il piccolo uomo combatte i poteri forti che lo hanno ingannato. Oggettivamente però ogni episodio è bello ed avvincente, sembra quasi un videogioco dove scegliere armi, nemici e strategie per avanzare di livello. Ci sono molti colpi di scena, uno prevedibilissimo già dalla scelta del cast, e molte cazzate tipiche del genere, su tutte l’immortalità e le guarigioni rapide e miracolose del protagonista. Spero non sia prevista una seconda stagione ma, se proprio dovesse esserci, mi piacerebbe fosse incentrata sull’amico fico e non sul capitano che a quest’ora dovrebbe essere morto da un pezzo. Anche l’amico fico in realtà, ma magari i poteri forti di Prime Video ci hanno ingannato.

Stranger Things

Su Stranger Things c’è poco da dire. O almeno io ho poco da dire. Prodotto di punta di Netflix, è una serie così popolare che difficilmente chi non l’ha conosciuta alla prima stagione, nel 2016, deciderà di iniziarla ora che siamo arrivati alla quarta. Ricordo bene quando, ormai sei anni fa, ho guardato il primo episodio, non mi sono staccato dallo schermo fino all’ultima puntata. La musica e l’ambientazione anni ’80, le citazioni infinite, l’omaggio alla fantascienza con i continui richiami al cinema di allora ne hanno fatto una serie di culto. Può non piacere ma nessuno può affermare che sia brutta. La seconda e la terza stagione, pur mantenendo uno standard altissimo, hanno cavalcato l’onda della precedente e mantenuto vivo l’interesse degli appassionati. La quarta, appena conclusa, pensavo volesse solo allungare il brodo per scemare sino alla conclusione. Mi sbagliavo. L’ultima stagione, non solo non è l’ultima perché ce ne sarà almeno un’altra, è pure strepitosa. Chissà se la sceneggiatura fosse già in cantiere dall’inizio, fatto sta che la realizzazione si è dimostrata eccellente. Al di là dei continui colpi di scena a cui si era abituati, qui si chiude un cerchio, arrivano spiegazioni a dubbi che non avevano bisogno di essere chiariti ma che, una volta fatto, aumentano lo spessore della serie, anche con un certo stupore. Senza dubbio gli sceneggiatori ormai si sentono onnipotenti e si concedono di tutto, eppure lo fanno bene: la scena in cui viene suonata Master of Puppets dei Metallica nel Sottosopra, giusto per fare un esempio, è tanto ridicola quando spettacolare. Funziona, come tutto del resto. E trovano la quadra alcuni avvenimenti che sembravano buttati lì a caso nelle precedenti stagioni, che forse lo erano e che ora invece assumono un nuovo significato. Il finale è tutt’altro che chiuso, anzi si presume che ci sarà da divertirsi tra uno o due anni. Peccato solo che i baby protagonisti siano diventati ventenni poco credibili nei panni dei ragazzini e che l’attrice di Undici sia ormai una superstar ingombrante per il personaggio che interpreta. Vediamo che succede.

Outer range

Serie bellissima di cui non si capisce un cazzo. A metà tra western e fantascienza, con qualche accenno al thriller, ogni puntata cattura lo spettatore (o almeno me) senza lasciarlo e questo per merito di una fotografia strepitosa, di almeno due grandi attori (Josh Brolin su tutti), di una trama che aggiunge misteri centellinandoli con cura e di un ritmo vivace che, nonostante la calma apparente dei grandi ranch del Wyoming, mantiene la tensione sul filo del rasoio. Insomma, succedono delle cose e ci si chiede perché. Ne succedono altre e i dubbi aumentano. Però non ci si annoia, nella certezza che le risposte siano lì dietro l’angolo. Si arriva alla fine e una sorpresa inattesa e paracula, anche abbastanza stupida per come viene rappresentata, fa credere che la soluzione sia vicina. Invece no, la serie termina qui. Le cose sono due: o – spero con tutto il cuore – Prime Video ha già deciso che ci sarà una seconda stagione (perché il finale ci può pure stare ma non sarebbe carino ed educato tenerlo così) o auguro a Josh Brolin (l’attore proprio, non il personaggio che interpreta) di cadere in quel buco e non tornare più.

Due estati

Un gruppo di amici, ognuno con la propria vita piuttosto realizzata e senza bambini a rompere le palle, si ritrova per festeggiare i cinquant’anni di una di loro e trascorrere qualche giorno su un’isola che più isolata non si può. In parallelo, vengono mostrati gli stessi amici durante l’estate di trent’anni prima, quando erano giovani, cretini e incensurati. Le due estati del titolo si intrecciano quindi per svelare pian piano un episodio agghiacciante che non lascerà vie d’uscita. A metà tra giallo e thriller, trovata per caso su Netflix, questa miniserie belga a cui non davo credito è stata invece una sorpresa. Non c’è sangue, non c’è suspense, non ci sono omicidi né mostri, ma la spensieratezza del gruppo, sia nell’una sia nell’altra estate, è chiaro sin da subito che verrà distrutta e questo, insieme ad una discreta sceneggiatura, crea interesse e attesa. Inoltre si tratta di solo sei puntate, finiscono in fretta. Gli attori sono bravi e i personaggi ben delineati. Forse qualche intreccio è un po’ forzato, tuttavia le vicende raccontate e purtroppo anche l’episodio agghiacciante sono assolutamente plausibili, con cause e conseguenze. Sui giornali leggiamo di peggio ogni settimana. Nessuno è colpevole ma nessuno è innocente e, mi correggo, a pensarci bene i mostri ci sono eccome.

Bang Bang Baby

Prima serie TV italiana realizzata da Prime Video, Bang Bang Baby è un mix di tanta roba già vista ma realizzata davvero bene soprattutto, immagino, per via di un budget notevole. Il lancio è stato pubblicizzato ovunque ma, chissà perché, i primi cinque episodi sono stati rilasciati a fine aprile e gli altri cinque, in sordina, oltre un mese dopo: le gente, me incluso, si è praticamente dimenticata di avere una serie in sospeso da finire. Io l’ho ripresa quasi per caso e tutto sommato non l’ho trovata brutta, anzi. E’ una sorta di commedia nera dove trama e personaggi si incastrano al meglio per dare un tocco di originalità ad un prodotto che rischiava di essere banale. La fotografia è stupenda e l’ambientazione, nella Milano degli ’80, più che riuscita. La trama è interessante e i personaggi simpatici, specie perché sembrano tutti caricature di ciò che avrebbero dovuto rappresentare, compresi i boss e gli affiliati alla ‘ndrangheta i quali, nonostante la violenza e il sangue, ricordano la Banda Bassotti. La protagonista è una ragazzina timida e bullizzata che, per amore del padre che credeva morto ammazzato, si riunisce alla “famiglia” calabrese e diventa più furba e audace dei vertici dell’organizzazione criminale e della Polizia. Visti i personaggi, non era difficile. Difficile era rendere credibile ogni situazione e gli sceneggiatori, bravi a prenderci per i fondelli, ci sono riusciti. Non mi aspetto una seconda stagione e comunque non la vedrei, potrei cambiare radicalmente giudizio.

Scissione

Serie fantastica, di genere e di gradimento. Dicono che Apple TV+ non stia sbagliando un colpo e non fatico a crederci, ho già in coda almeno altre tre serie con recensioni più che positive da guardare.
Scissione, diretta da Ben Stiller, è la storia di un gruppo di impiegati di una misteriosa multinazionale che, volontariamente e legalmente, si sono fatti impiantare un chip nella testa in modo da separare i ricordi lavorativi da quelli extra-lavorativi: in pratica, varcato l’ingresso dell’azienda, il cosiddetto “interno” lavora senza saper nulla della vita del suo corrispettivo “esterno” e viceversa. Gli interni quindi sono sempre in ufficio, non hanno una vita al di là delle particolari attività a cui devono dedicarsi ma inizieranno a porsi qualche domanda quando strani avvenimenti turberanno le loro coscienze. La stagione, che tutto sommato potrebbe anche essere autoconclusiva, lascia senza risposta diversi interrogativi che turbano la mia, di coscienza. La brutta notizia è che la seconda stagione arriverà tra non meno di un anno, motivo per cui vorrei sottopormi anche io alla scissione per dimenticare i nove episodi che ho visto e rivedermeli tutti, insieme ai nuovi, quando sarà. Che palle, l’attesa.

Love, Death & Robots

Questa serie di cortometraggi animati di Netflix è arrivata alla terza stagione senza diventare pesante perché ogni episodio racconta una storia diversa, dura poco e non annoia mai. Ogni puntata potrebbe essere vista e rivista in maniera casuale con la consapevolezza che fantascienza, sangue e black humor convivono allegramente e che il livello dell’animazione, creata e curata da studi diversi di tutto il mondo, resta sempre alto. Alla base, un po’ come ha fatto Black Mirror, ci sono i comportamenti e le scelte dell’uomo, spesso sbagliate e con conseguenze catastrofiche, che non portano né alla salvezza né al pentimento mentre invece i robot, con un altro occhio e maggiore sentimento, appaiono più umani. A volte. Queste però sono forse le impressioni che sono rimaste a me, non si può generalizzare perché gli episodi sono tanti e sono vari: tra “amore, morte e robot”, i robot si alternano a mostri, alieni, zombi e altre simpatiche creature, la morte non manca mai e l’amore… ecco, l’amore in questa serie non so proprio cosa c’entri.

L’uomo nell’alto castello

Tratta da un romanzo di Philip K. Dick, la serie racconta di un passato alternativo in cui gli USA hanno perso la seconda guerra mondiale, il loro territorio è stato diviso tra Germania e Giappone, il nazismo ha trionfato e milioni di persone sono morte. Ma c’è una resistenza e soprattutto ci sono delle pellicole che dimostrano l’esistenza di una o più realtà parallele in cui hanno vinto gli Alleati. Questi film sono stati girati dall’uomo dell’alto castello, personaggio in grado di viaggiare tra i mondi che in quattro stagioni si vede pochissimo e che in tutta la serie mantiene un ruolo marginale, chissà nel libro. Gli episodi si sviluppano in tante direzioni, con diversi protagonisti e storie minori che si intrecciano ma che non riescono a decollare né a superare una lentezza esasperante. La prima stagione è curiosa, la seconda e la terza quasi inutili, la quarta finalmente si anima un po’, salvo poi finire in malo modo. Ci ho messo due mesi a vedere tutte le puntate, un pezzo per volta in pausa pranzo con il caffè che mi ha salvato dal sonno e, nonostante spunti notevoli e ottime interpretazioni, non sono affatto soddisfatto, sarebbe stato meglio guardare altro, andare a manifestare contro la guerra o contro Prime Video o perfino viaggiare nel multiverso tramite una bottiglia di whiskey.

Harper’s Island

Carina ma non ci vivrei. Ho recuperato questa serie, trasmessa niente poco di meno che da RAI 2 una decina di anni fa, dopo che ne avevo sentito parlare bene in un programma radiofonico. Una coppia di promessi sposi decide di celebrare il matrimonio su un’isola in cui in gioventù trascorreva le vacanze, invitando amici e parenti e fregandosene del fatto che, pochi anni prima, un pazzo aveva ammazzato in maniera truculenta sei persone. Il killer è stato ucciso o forse no, perché gli omicidi si ripetono e, uno dopo l’altro, gli ospiti iniziano a scomparire. Fra intrighi e vecchi rancori, i festeggiamenti vanno avanti senza grossi sospetti finché la prima vittima viene trucidata durante le prove, il matrimonio salta e gli abitanti scappano dall’isola. Un gruppo di coraggiosi decide di restare perché, nel frattempo, una bambina tanto cretina quanto antipatica è scomparsa. Moriranno quasi tutti, diciamolo, alcuni senza quasi accorgersene, altri come eroi ed è un peccato perché l’assassino, che si dimostrerà un idiota, poteva risparmiarne un bel po’ visto il movente che non giustifica tanto sangue. E’ qui infatti che la sceneggiatura, fino a quel momento interessante, naufraga in alto mare per non ritrovarsi più, arrancando verso un finale ridicolo in cui per giunta si salva la bambina deficiente che io avrei strozzato con le mie mani.

Bridgerton

Nonostante non mi piaccia il genere e abbia cercato difetti fotogramma dopo fotogramma, devo ammettere che a Bridgerton non si può dire proprio niente, è una serie realizzata benissimo. Ho visto sia la prima sia la seconda stagione e senza dubbio ne usciranno una terza, una quarta e chissà quante altre dato che ognuna racconta a turno le vicende sentimentali di uno dei fratelli Bridgerton e i fratelli Bridgerton sono sette. I romanzi ci sono già, scritti e pubblicati circa dieci anni fa e Netflix sta facendo la sua parte, oltre che i suoi incassi. Fondamentalmente è una commedia romantica, in costume (tra parentesi, molto belli i costumi e le scenografie), ambientata in Inghilterra nei primi dell’800, che ha la capacità di intrattenere lo spettatore con grande leggerezza e umorismo, muovendosi ai limiti del banale senza però infastidire né annoiare. Ci si affeziona ai personaggi e li si colloca nella lista dei buoni o dei cattivi, anche se cattivi veri e propri non ce ne sono, si tratta al massimo di opportunisti che seguono le correnti per emergere nell’alta società inglese. I Bridgerton naturalmente sono tra i buoni, ben visti da tutti, ricchissimi di soldi e valori. Le storie scorrono sui binari del gossip: ciò che in altre serie sarebbero intrighi e giochi di potere senza esclusione di colpi, qui sono pettegolezzi pressoché innocui che tutt’al più ledono la reputazione di una famiglia ma che si risolvono sempre nel migliore dei modi. Accasati il fratello e la sorella più grandi, scommetto che la prossima stagione sarà incentrata sul secondogenito, che è il mio preferito per gli attributi da vera rockstar: pittore, estroso, bisex… alcol, droghe, sorriso e battuta pronta, chissà che scandali ci dobbiamo aspettare.

My name

Questa mi sa che l’ho vista solo io. E’ una serie coreana thriller/poliziesca Netflix intrisa di azione e violenza in cui una giovane ragazza che cerca vendetta per l’omicidio del padre si districa tra le forze dell’ordine e l’organizzazione criminale di turno per individuare il colpevole, senza praticamente capire mai chi siano i buoni e i cattivi. Il sangue si spreca, qua invece di spararsi come tutte le persone civili chissà perché preferiscono accoltellarsi ma c’è da dire che, se si apprezza il genere, le scene di combattimento tra fazioni opposte o uno contro tutti (dove il singolo chiaramente ha la meglio) sono divertenti. La trama comunque è solida e i personaggi sono interpretanti da bravi attori (certo, pur sempre coreani). La colonna sonora è sorprendente, specialmente per il pezzo trainante che ha l’unico difetto di rompere le palle dopo un po’ per quante volte viene riproposto. Nel complesso direi che mi è piaciuta anche se ho rischiato di non finirla: a giochi ormai fatti, ho visto l’ultima puntata (quasi inutile) a distanza di settimane dalle precedenti e mi sono dovuto sorbire quella canzone fino alla morte. Per dissanguamento.

Frammenti di lei

Il titolo italiano (Peaces of her suonava molto meglio) potrebbe riguardare uno dei tanti post che scrivevo in questo blog quando parlavo di una lei non precisata e di tutto il resto, si tratta invece di una serie Netflix bruttarella e mal interpretata. A fregarmi è stata la prima puntata che pareva promettere fuoco e fiamme, salvo spegnersi quasi subito quando il succo della trama è venuto fuori in maniera abbastanza prevedibile. La caratterizzazione dei personaggi non risulta all’altezza e pesa man mano che si va avanti. La mamma protagonista sembra la copia sbiadita di Beatrix Kiddo di Kill Bill, il cattivo sembra la copia sputacchiata di Charles Manson, la figlia protagonista sembra stupida e basta. Insomma, non si tratta esattamente della famiglia Manson, soprattutto perché viene montata tutta una storia di paura e panico ingiustificati a seguito di un fatto sì grave ma non tale da giustificare il casino che ne viene fuori. Tanto brodo per nulla e numerosi buchi di sceneggiatura (il ricercato in cima alla lista dell’FBI per trent’anni che manco Pablo Escobar, l’incidente d’auto nel finale con lui che passava di lì per caso, la mamma che rispetto alla versione giovane non ha nemmeno un sopracciglio uguale, la ragazza con la memoria di un criceto che ricorda solo le cose utili alla sceneggiatura) rendono gli episodi un po’ ridicoli e privi di pathos. L’ultima puntata, che ha provato ad introdurre il colpo di scena ad effetto (già chiaro almeno quattro puntate prima), non fa altro che dare il colpo di grazia ad una serie di cui domani si ricorderà solo la ragazza con la memoria di un criceto.

Manifest

Poteva scegliere di diventare una serie cult nella sua vita di quattro stagioni e invece, già alla terza (la quarta la stanno ancora girando), è ormai chiaro che nemmeno un finale strabiliante potrebbe evitarle la mediocrità. Non a caso è sparita dalle classifiche di Netflix alla velocità della luce. Le premesse erano molto interessanti, con l’aereo che sparisce in volo e ricompare cinque anni dopo senza che i passeggeri siano invecchiati e si siano accorti di nulla, ma la realizzazione è discutibile soprattutto, immagino, per il budget da film di serie B: dialoghi prevedibili, attori modesti che interpretano personaggi stereotipati, effetti speciali che li facevo meglio io con lo smartphone, ambientazioni sempre uguali, palesemente finte, con quasi tutte le scene girate dentro uno studio. Nonostante la storia nel complesso sia affascinante e le idee non manchino (ci sono intrighi, colpi di scena, suspense), la banalità con cui vengono rappresentate rovina tutto. Cioè io accetto che l’aereo sparisca nel nulla e ricompaia anni dopo – è l’assunto che sta alla base della serie, se critico quello nemmeno dovrei guardarla – ma non per questo devo tollerare le ripetute cazzate che ogni puntata mi propina, tipo il deposito segretissimo e inaccessibile del Pentagono violato attraverso i tubi di aerazione o i personaggi che, a New York (mica a Caltanissetta), si incontrano e si scontrano per caso continuamente e che impiegano tre minuti per raggiungere l’ospedale, l’aeroporto e qualsiasi altro luogo giusto in tempo per salvare qualcuno o la sicurezza nazionale americana rappresentata da quattro metronotte in pensione. Sono dettagli difficili da spiegare, bisognerebbe guardare per capire ma sarebbe meglio dedicarsi ad altro. Io solo a scriverne per pochi minuti sono invecchiato di cinque anni senza accorgermene e non mi sono mosso da casa.

Archive 81

La descrizione di Netflix non specificava esattamente che serie fosse e io non ho voluto approfondire, non ho letto recensioni né guardato il trailer. Sono andato alla cieca e non ho inquadrato il genere per i primi due o tre episodi, anche perché il sottotitolo “Universi paralleli” lasciava intuire che si trattasse di fantascienza o di qualcosa di simile. Invece è un horror, fatto pure bene. Proprio le prime puntate sono quelle più intriganti, incuriosiscono e non permettono di mollare la visione. Non ci sono scene violente e non si vede una goccia di sangue ma la tensione e l’ansia sono costanti, si ha sempre l’impressione che gli eventi stiano per precipitare. E poi precipitano. La storia, fino a quel momento intricatissima e piena di interrogativi, inizia ad avere un senso, l’horror si manifesta e tutto accelera fino alla conclusione che effettivamente ha il sapore della fantascienza e che, in più, promette una seconda stagione. Non ero sicuro che mi sarebbe piaciuta soprattutto perché, io che sto attento ai dettagli, ho faticato ad accettare la protagonista sempre con la telecamera in mano, pronta a registrare le conversazioni e gli eventi più inutili senza una motivazione. La motivazione è che la trama lo richiedeva, ma la cosa non è affatto plausibile. Al di là di questo personalissimo fastidio, il risultato è buono, credo che Netflix ultimamente si stia impegnando per produrre gli horror: qualcuno deve aver capito che per farci mantenere gli abbonamenti bisogna metterci paura.

Loro

La serie, lo dico subito, è bellissima, credo la migliore che abbia seguito su Prime Video. Il genere è horror ma più che altro si tratta di un intreccio tra reale e soprannaturale dove l’orrore è rappresentato dal razzismo con cui una famiglia di colore si deve scontrare dopo aver deciso, per dimenticare una terribile tragedia, di andare ad abitare in un quartiere di bianchi per nulla propensi ad accoglierli. Siamo negli anni ’50, in California. Le scene cruente non mancano, una in particolare è qualcosa di mai visto (nessuno avrà dubbi a riconoscerla), la paura vera però viene dalla tensione continua ed inquietante, dai nervi sempre tirati, dagli sguardi dei personaggi, tutti ben interpretati da attori davvero bravi. La sceneggiatura è ottima e l’ambientazione così perfettina da mettere ansia, per non parlare della fotografia e della colonna sonora sorprendente con brani del periodo che accompagnano i momenti chiave. I pezzi della trama si incastrano senza lasciare niente in asso, le spiegazioni arrivano e questo mi ha evitato di andare a cercare sul web chiarimenti ed interpretazioni. Soprattutto è una serie che finisce e non resta in bilico al richiamo di una seconda stagione. Spero infatti di non vederla mai perché non potrebbe essere all’altezza.

Cobra Kai

Karate Kid è stato uno di quei film che, piaccia o non piaccia, conosciamo tutti. Io lo avrò visto decine di volte quando ero ragazzino, poi sono cresciuto e mi sono reso conto di quante cazzate abbia visto in vita mia. E soprattutto di quante ne continui a vedere.
La prima stagione di Cobra Kai non è passata inosservata, ha recuperato dall’oblio tutti gli attori vivi del film e ne ha riproposto i personaggi in maniera genuina. E’ stata una sorpresa ritrovarli invecchiati nelle loro nuove realtà e questo ha dato slancio alla serie, nonostante il target fosse decisamente adolescenziale e il budget ridicolo (la serie è nata per YouTube, Netflix ne ha fiutato il potenziale e l’ha fatta sua). Passata la sorpresa infatti, le altre stagioni si rivelano per quello che sono, un’accozzaglia di scene viste e riviste dove, ad intervalli, tutti lottano contro tutti, con continui cambi di schieramenti da un dojo (scuola di karate) all’altro con pretesti discutibili. Le scenografie sono sempre le stesse costruite all’interno di qualche studio e i dialoghi così di basso livello che è facile prevederli. I contrasti dei ragazzi coinvolgono gli adulti che non ci dormono la notte ma, a pensarci bene, sono stati gli adulti che, portando il karate nella vita dei ragazzi, li hanno deviati. Prima di impararlo infatti erano felici e spensierati. I protagonisti sono Daniel LaRusso, benestante e realizzato, che ogni due scene va a parlare col defunto maestro Miyagi triturando le… scatole con la sua mielosa saccenteria e il biondino Johnny Lawrence, che era il cattivo nel primo film e qui si dimostra il migliore di tutti: uomo fallito, buono ed imbranato, beve birra e mangia cibo spazzatura, ignora internet e la tecnologia e vive alla giornata fino a quando non ritrova stimoli allenando un giovane bullizzato a scuola. Johnny è il vero trascinatore, un misto di comicità e tenerezza che mi ha portato, ahimè, fino alla quarta stagione. Le puntate durano venti minuti e, nonostante la stupidità dei drammi giovanili, nel mezzo di una pandemia, tra una sbronza e uno sbadiglio, si possono seguire. Del resto guardo così tante cazzate che una in più non farà differenza.

Incastrati

Su Ficarra e Picone ho ben poco da dire, il loro successo parla da solo, grazie all’ironia mai stupida né volgare e alla sicilianità spontanea che li contraddistingue in qualsiasi contesto si cimentino: teatro, TV, cinema ed ora anche in questa serie Netflix, in cui si ride ma soprattutto non ci si annoia. Sei episodi leggeri da nemmeno trenta minuti raccontano una storia ben scritta in cui sketch e battute si incastrano sapientemente, nonostante in alcuni momenti si abbia la sensazione di stare in una fiction. Non è così e non è nemmeno comicità da cinepanettone o da Colorado. Ci sono anzi scene e dialoghi che, pur senza togliere il sorriso, descrivono realtà pesanti ed importanti, vedi il discorso del boss sui rapporti tra mafia e politica in cui alla fine dice: “presto o tardi le cose torneranno come ai vecchi tempi, dobbiamo soltanto aspettare che il popolo dimentichi e se c’è una cosa che la storia ci insegna è che il popolo, prima o poi, dimentica“. Mamma mia. Sembra roba da film di Scorsese o Coppola con la voce di Al Pacino o De Niro. E invece sono Ficarra e Picone.

The silent sea

I coreani ci stanno prendendo gusto: già il loro cinema da anni è degno di nota, adesso spuntano serie TV come funghi e alcune, vedi Squid Game, riscuotono anche successo. Netflix ci riprova con The silent sea, fantascienza mista a thriller che scopiazza in più parti Alien ma senza Alien: i mostri qui sono gli umani privi di scrupoli, capaci delle peggiori azioni per raggiungere i propri interessi nella ricerca spasmodica del bene più prezioso, l’acqua, ormai quasi scomparsa sulla Terra. Un equipaggio con varie competenze viene inviato in missione sulla Luna per recuperare da una base spaziale dei campioni dei quali non si conosce l’origine e che creeranno non pochi problemi. Le prime puntate, nonostante la recitazione che è pur sempre asiatica, sono – oserei dire – avvincenti perché lasciano in sospeso diversi misteri. Come spesso accade però, man mano che si va avanti, la storia perde incisività e le scene superflue si sprecano, senza parlare delle castronerie inspiegabili, tipo – SPOILER – la protagonista che, infettata, non muore solo perché è la protagonista. Tra l’altro, sarà colpa mia ma gli uomini della squadra, con gli stessi occhi mandorlati e le stesse tute, mi sono sembrati praticamente tutti uguali e la cosa mi ha fatto perdere qualche dettaglio importante, alla fine non distinguevo i buoni dai cattivi. Nel complesso tuttavia non è una brutta serie per gli amanti del genere come me, l’importante è seguirla degustando magari un bicchiere di vino o di birra, evitare l’acqua.