Strane idee in testa

Come partire dalla Francia, attraversare i Pirenei e arrivare a Santiago, a piedi. Perché, perché era il momento. Quando, per 23 giorni e oltre 800 km, ogni cosa che avevo e che mi serviva era dentro quello zainetto. E soprattutto fuori.

Tutto quanto

Vedi quel paesello laggiù, all’orizzonte?
No.
Oggi devo arrivare lì.
Laggiù? Ma saranno almeno 30 chilometri…
42.

42 chilometri, una maratona. Camminando però. Una delle tappe più lunghe della vita, di certo non tra le più impegnative, dove domande e risposte si alternano come passi. Anzi no. E’ piuttosto un continuo salto in avanti su una gamba sola. Perché le domande sono tante quante l’universo e la risposta, fondamentale, è una sola, è tutto quanto.

La calzada romana

Tra Sahagun e Leon, lungo l’antica Via Traiana, in un pezzo di Spagna in cui le mesetas scorrono implacabili, si srotola un tratto di strada suggestivo e terribile noto come “calzada romana”, un sentiero che fa parte di una delle tappe del Cammino di Santiago e che ha mantenuto la caratteristica pavimentazione ciottolata creata appunto dai romani. Il percorso non offre un filo d’ombra né di vegetazione, è circondato dalla desolazione assoluta e si estende per circa venti chilometri. Venti indimenticabili chilometri che io, non contento delle vesciche ai piedi e del ginocchio acciaccato, equipaggiato con uno zainetto, una banana, due pomodori e una bottiglietta d’acqua, ho affrontato in pieno agosto sotto il sole giaguaro, in solitudine come un dio monoteista che crede in se stesso.
In realtà esiste un percorso parallelo che attraversa nella parte iniziale un paesello, El Burgo Ranero, in cui è possibile riposarsi, rifocillarsi e ripensarci e che viene ormai scelto dalla quasi totalità dei pellegrini proprio perché più semplice e meno faticoso. Convinto di essere dotato di poteri paranormali e di un’attrezzatura alla Felix Baumgartner per il lancio dalla stratosfera, in quel giorno d’estate, davanti ai cartelli che al bivio mi indirizzavano verso l’una o l’altra strada, ho scelto la peggiore.
In pianura mediamente un uomo normale, in forma, con bagaglio leggero e spirito positivo, pochi pensieri per la testa, un lavoro sicuro e nessuna famiglia da mantenere, percorre circa cinque chilometri in un’ora. Tranne la forma, avevo tutti i requisiti per credere che quei venti chilometri avrei potuto coprirli in cinque ore, cioè al passo di quattro chilometri orari. Erano le sette del mattino, per cui sarei dovuto arrivare al primo paese, Reliegos, intorno a mezzogiorno. Non sapevo che, a parte due premurosi pellegrini in bicicletta prolifici di consigli e avvertimenti sulla morte certa a cui stavo andando incontro, non avrei incontrato anima viva. Non sapevo che, a parte che il cielo e l’orizzonte, non avrei visto altro per ore. Non sapevo che il mio ateismo sarebbe stato messo a dura prova.
Sono più o meno le otto, ho appena salutato i due ciclisti e cammino con animo. In lontananza, sulla sinistra, intravedo il gruppo di case di El Burgo Ranero e invidio già i pellegrini che lì hanno fatto sosta. Le due strade si sono già distaccate molto e, anche volendo, non potrei raggiungere il paese senza tornare indietro. Oltretutto, al di là della desolazione, ogni tanto qualche freccia gialla disegnata su un sasso mi conforta mostrandomi la retta via. Santiago è nella direzione giusta, davanti a me. I dolori ai piedi li avverto tutti: la terra secca e i ciottoli danno fastidio alle articolazioni e, passo dopo passo, anche le vesciche si fanno sentire sempre di più. In quei frangenti, non essendoci molto altro da fare, si cammina e si pensa. Cerco di focalizzarmi su immagini positive e allegre, fa caldo e il cammino è ancora lungo, quella è solo una delle tappe. Non posso ripararmi dal sole per cui trovo inutile fermarmi per riposare, preferisco bere un sorso d’acqua ogni tanto e mangiare qualcosa senza perdere tempo. Guardo di continuo l’orologio. Faccio calcoli. Conto. Dopo due ore, sono sicuro di aver camminato per quasi otto chilometri ma non posso averne la certezza. E’ dura, mi dico. Devo solo camminare, altre tre orette e dovrei scorgere qualche casa, dei tetti e degli alberi, magari un bar per pellegrini. Mangio un pomodoro, mi dà energia togliendomi la sensazione di vuoto che ho in bocca, sia di cibo sia di parole. La maglietta è zuppa di sudore, il cappellino sembra quasi sciogliersi. Ogni tanto faccio un giro su me stesso per guardarmi intorno. Non scorgo nulla a trecentosessanta gradi, ad eccezione di una linea ferroviaria molto molto lontana. Il sentiero è tutto quello che ho. Pian piano comincio a dubitare delle mie capacità. I pensieri diventano meno positivi. In mente piomba il ricordo di Gionata, un amico pellegrino che un paio di giorni prima mi aveva raccontato di essere svenuto mentre camminava. Se svenissi, chi mi aiuterebbe? Non ho nemmeno un cellulare, in compenso ho sete.
Non impiego molto a finire il cibo. Ho mezzo litro d’acqua o, meglio, quello che ne resta. Decido di razionarla. Un sorso ogni quarto d’ora, cioè ogni chilometro, dovrebbe garantirmi una discreta autonomia. L’orologio diventa il mio compagno. Un sorso non basta mai. Mi ritrovo a contare i minuti in attesa di poterne bere un altro. Inizio a scoraggiarmi. Non vedo un cazzo di niente in nessuna direzione. Mi prende lo sconforto. Sto male, sudo, zoppico e anche la mia volontà di ferro comincia a perdere colpi. Continuo a ripetermi che l’unica cosa da fare è camminare. E’ quello che faccio.
Poco prima di mezzogiorno, uno spiraglio. A circa due chilometri di distanza vedo una macchia verde. E’ un bosco, ce l’ho fatta. Il sorriso torna sulla mia faccia. Cammino più veloce, quasi senza sentire dolore. Mi vedo già con un boccale di clara in mano e un panino nell’altra, senza scarpe, sotto un albero a godere della sua ombra. Ho tre o quattro dita d’acqua che bevo avidamente per ricaricarmi e raggiungere più in fretta l’oasi, l’El Dorado che inseguo da ore. Mi avvicino al gruppo di alberi che diventa sempre più nitido.  E’ su una collinetta. Verde. Solitaria. Il paese è sicuramente lì dietro. Raggiungo il punto più alto e mi viene da piangere. Quel boschetto è solo come me. Non c’è assolutamente nulla intorno e da lassù non riesco a vedere niente che assomigli ad un villaggio. Ho un po’ di ombra adesso ma niente acqua e niente cibo. Mi fermo, cerco di capire cosa fare. So bene però di non avere molte alternative: devo camminare. Mi metto al riparo dal sole per qualche minuto, cambio la maglietta, cerco nello zaino cose che non ho: cibo, gomme da masticare, cerotti per le vesciche. Trovo una bustina di antidolorifico che prendo senz’acqua. Sbaglio. Attutisce il dolore ma rende lingua e bocca così acide che poco dopo mi ritrovo a sputare saliva ogni minuto. Riprendo il cammino. Mezzogiorno è passato. Nel peggiore dei casi, dovrei aver percorso almeno quindici chilometri. La “calzada romana” sulla cartina è una linea bianca senza alcun riferimento e su cui non riesco a collocare la mia posizione.
Quasi completamente in balia dello sconforto, mi imbatto in un segno di civiltà. E’ una tavola di legno conficcata nel terreno con un bastone che riporta un’indicazione scritta a mano con un pennarello. Sono due parole in spagnolo che interpreto come “scorciatoia”. La freccia suggerisce la sinistra. L’ultima freccia gialla che avevo incontrato invece indicava dritto. Mi blocco. Osservo. Non si tratta di una strada alternativa, solo di un piccolo sentiero tra le erbacce di cui non vedo la fine. Del resto non vedo la fine nemmeno del sentiero principale. I dubbi mi assalgono. Sono distrutto, temo di non farcela. Temo di perdermi ma non metto in dubbio la bontà di quell’indicazione. Non credo possano esistere idioti che si divertano a disegnare frecce senza criterio. OK, prendo la scorciatoia. Non può mancare tanto al centro abitato, il cartello dovrebbe dimostrare che nelle vicinanze ci sono forme di vita umana. Abbandono la linea bianca su cui ho camminato fino a quel momento e il paesaggio diventa perfino più triste. Le erbacce crescono. L’orizzonte resta muto. Il percorso originario si allontana. Sono sempre più debole. Già da un pezzo ho capito che i miei calcoli sui quattro chilometri orari sono andati a farsi friggere. Poi, mi si gela il cuore nonostante il caldo. Il sentiero che stavo seguendo scompare tra le erbacce. Guardo dappertutto, in ogni direzione, per capire come procedere. Cerco una variazione del terreno, erba meno cresciuta, meno secca o di una tonalità di colore differente, un qualsiasi segnale. Niente. Sembra assurdo ma sono in un vicolo cieco. Mi inginocchio con la voglia di piangere. Non piango con gli occhi, dentro però sono a pezzi. Non so cosa fare. Tornare indietro vorrebbe dire camminare per un’altra ora e ritrovarmi allo stesso punto di prima avendo perso due ore. Avanti non posso andare, non ho alcuna certezza sulla direzione da prendere. La cartina non parla. Il sole invece mi minaccia quasi verbalmente. Mi seggo per terra, chiudo gli occhi e al buio provo a ragionare.
Quel giorno non lo dimenticherò. Oggi ne parlo con allegria, quasi vantandomi di ciò che sono riuscito a sopportare e superare. Nella vita ci sono sicuramente situazioni peggiori, eppure difficilmente ci si trova a dover lottare contro il nulla e contro se stessi. Non è stata una prova di sopravvivenza né una sfida tra la vita e la morte. E’ stata solo un’esperienza molto forte, una delle tante che mi ha regalato il Cammino di Santiago e che, tutto sommato, sono felice di ricordare.
C’era un motivo per cui non vedevo Reliegos: il paese si trovava in una vallata, quindi sotto la linea dell’orizzonte e il livello della strada che stavo percorrendo. Il sentiero scomparso non l’ho ritrovato ma, orientandomi, sono riuscito a riprendere il percorso originario camminando tra le erbacce. C’è voluta un’altra ora abbondante per scorgere finalmente, alle tre del pomeriggio, i tetti delle prime case. L’orologio che tante volte avevo guardato quella mattina copriva sul polso sinistro il mio primo tatuaggio, un simbolo che significa “nel mezzo”. Dal primo giorno di cammino avevo percorso quattrocento chilometri e altri quattrocento ne mancavano per arrivare a Santiago. Nel pomeriggio, con un boccale di clara in mano e un panino nell’altra,
 ho capito che niente mi avrebbe più fermato. Nove giorni dopo avrei completato il Cammino.

Three kings

Da Saint Jean a Santiago, in ogni città, paese o villaggio che fosse, in ogni albergue e bar ritrovo di pellegrini si parlava di lei, di quella ragazza che stava facendo qualcosa di forse mai visto prima. Unbelievable, incredibile, è stata una delle parole che più spesso ho sentito usare per descriverla, così come wonderful e fantastic, solo per citare quelle in inglese visto che lo spagnolo non lo capisco. Una donna italiana, stupita e meravigliata quando se l’è vista passare accanto, mi pare abbia ripetuto otto volte di fila “che donna!” guardandola a bocca aperta lungo il sentiero sassoso in salita prima della Cruz de Ferro. Altri le hanno addirittura affiancato l’appellativo “legend” perché chiunque sapeva di lei ma non tutti hanno avuto la fortuna di conoscerla.
Ho incontrato Marie nella seconda parte del mio cammino una mattina in cui, fermo ad un bivio nel buio prima dell’alba, non sapevo che direzione prendere. Stavo praticamente ancora dormendo, non avevo luce a sufficienza e non c’erano altri pellegrini in giro. Non vedevo le frecce gialle che indicano il percorso ed ero indeciso da qualche minuto quando dal nulla ho visto apparire quella silenziosa macchia bianca che inizialmente avevo scambiato per una pecora. Certo, non era il posto adatto per una pecora, era una via prossima ad una rotatoria dove transitavano le auto, ma non sarebbe stata la prima volta che vedevo animali come pecore o mucche muoversi liberi per strada. Poco dopo una torcia mi ha illuminato e una voce mi ha suggerito dove andare. Non era una pecora, era un carrello a tre ruote, qualcosa di simile a quello dei supermercati ma più basso e più spazioso, coperto da un telo bianco. A spingerlo era la leggenda. Due minuti dopo era già scomparsa nell’oscurità, velocissima.
Quel giorno ho incrociato Marie altre volte. Non sapevo ancora chi fosse. L’ho capito quando, con la luce, ho potuto vedere meglio cosa era ciò che avevo scambiato per una pecora. Era una specie di carrello-passeggino con un seggiolino all’interno e una bimba di un anno e mezzo bella come la madre comodamente seduta lì dentro che dormiva nonostante le intemperie e il sentiero accidentato. Quel giorno non sapevo nemmeno che da lì a poco i nostri cammini si sarebbero uniti. E’ successo un pomeriggio in cui, dopo Astorga, cittadina dove molti pellegrini si sarebbero fermati per la notte, mi sono ritrovato a camminare con lei perché entrambi non potevamo accontentarci di soli trenta chilometri, dovevamo farne oltre quaranta. Ci conoscevamo di vista ma solo durante quel tratto di strada sotto la pioggia abbiamo parlato davvero. Le ho raccontato della pecora e da quel momento, dopo una risata comune, il carrello-passeggino è diventato “the sheep”. Marie mi ha raccontato la sua storia. Partita anche lei da Saint Jean, camminava spingendo “the sheep” da un paio di settimane. Da sola. O meglio, con Charlotte. Ho fatto la stessa strada e so che deve aver avuto una forza di volontà e una determinazione sovrumana per arrivare sin lì percorrendo 35-40 km al giorno. Ci sono tratti, sia a piedi sia in bicicletta, in cui si fatica ad andare avanti. Sentieri pieni di sassi enormi, spesso in salita, in cui è difficile persino poggiare i piedi, figuriamoci spingere un carrello da quaranta chili con una bambina e i bagagli all’interno.
La sera, in un albergue di un villaggio praticamente disabitato, El Ganso, continuiamo a prendere confidenza. C’è complicità, è un sentimento nuovo quello che scopro. Marie ha solo 21 anni. Quasi inconsapevolmente fa nascere in me un qualcosa che mi spinge ad aiutarla e proteggerla. E non è che ne avesse bisogno. Forse ero io che sentivo la necessità di starle vicino. A cena incontriamo Simone, un ragazzo che avevo già visto in precedenza e che si unisce a noi la mattina successiva. Stiamo bene, procediamo alla grande. Ridiamo, cantiamo e i chilometri scorrono velocemente. Ci incoraggiamo a vicenda. Del resto non siamo esattamente in vacanza e la stanchezza e la fatica si fanno sentire. La gente ferma Marie per chiederle una foto, per scambiare due chiacchiere con lei, per poter dire di averla conosciuta e, ogni volta che accade, io e lei ci scambiamo uno sguardo complice. Ha i capelli biondi e gli occhi azzurri che ricordano il contrasto tra i campi di grano dorati e il cielo blu delle meseta, gli altopiani infiniti con il nulla intorno che precedono Leon.
Il giorno successivo si unisce a noi un terzo ragazzo, Boris, austriaco. Tutti e tre, anche se in modo differente, mostriamo gli stessi sentimenti per Marie e la piccola Charlotte. Con l’avanzare del cammino, diventiamo parte della storia e ovunque la gente pian piano inizia a parlare della “leggenda” e dei tre angeli che la accompagnano. Io, Simone e Boris siamo orgogliosi di essere con Marie. Per scherzo, ci autodefiniamo “the three kings”, i re magi. Io scelgo di essere Melchior, quello di colore, perchè tra i tre sono il più meridionale. Simone è Balthasar, quello più possente, e Boris è Caspar. Abbiamo più o meno la stessa età, siamo molto differenti e altrettanto affiatati. Balthasar è grande e grosso, biondo e con gli occhi azzurri pure lui, generoso, simpatico e perennemente affamato. Beve più birra che acqua e cammina sulle sole gambe, senza bastoni o altri sostegni. E’ la montagna buona. Caspar è preciso, meticoloso, sempre attento e ottimamente equipaggiato. Parla tedesco e un inglese perfetto. Cammina aiutandosi con due racchette da neve. Su Melchior ho poco da dire. Lui vuole arrivare a Santiago nel giorno prestabilito. Cammina con un bastone di legno. Tutti e quattro (cinque in realtà, anche Charlotte fa ampiamente la sua parte) siamo qualcosa di importante, siamo una storia da raccontare, un’esperienza da vivere e non dimenticare. Di villaggio in villaggio, le voci su Marie si moltiplicano. In cima alle salite, a volte con pendenza esagerata, i ciclisti le dedicano applausi. I proprietari dei bar le regalano sempre qualcosa per la bimba, cioccolata, patatine, peluche. Le foto della gente si sprecano. Non ho mai visto qualcuno ignorare il suo passaggio: chi la indicava col dito, chi ne parlava a bassa voce, chi la chiamava, chi la fermava. Credo che chiunque abbia fatto il cammino ad agosto 2011 volesse poter raccontare di averla incrociata.
All’inizio Marie, anche nei tratti più difficili, non voleva il nostro aiuto, voleva farcela da sola. Ci limitavamo ad adeguare il nostro passo al suo, a starle vicino, a farla sorridere e incoraggiarla. Con il passare dei giorni, siamo riusciti a farle accettare una mano. Nel vero senso della parola. Una mano o due, a volte quattro, per spingere “the sheep” nei sentieri in salita, per frenarla nei sentieri in discesa, per sollevarla nelle scale e tra le rocce o in mezzo all’acqua.
Nonostante tutto sono arrivati anche i momenti di sconforto. Un giorno in particolare Marie era stanca, Charlotte si sveglia sempre almeno un paio di volte durante la notte ma in quelle ore credo non abbia proprio chiuso occhio. Dopo aver camminato per quasi quaranta chilometri non troviamo posto per dormire. Siamo in Galizia ormai, la meta è vicina, i pellegrini abbondano e gli albergue già nel primo pomeriggio sono al completo. Troviamo posto in uno stanzone comune messo a disposizione da un piccolo ristorante di un paesino di quattro case e otto anime. Marie crolla. Piange e sparisce nella chiesetta del paese per qualche tempo. Il nostro umore è a terra, non so se più per la fatica o per le lacrime di Marie. Lei non piange per la stanchezza, non solo almeno, piange per la sua situazione, per le decisioni da prendere con il padre di Charlotte, per le risposte che sta cercando in questo cammino. Non sappiamo come aiutarla. Io penso che forse dovrei proseguire da solo perché sono quello che ha meno giorni a disposizione per arrivare e non posso obbligare gli altri a seguire il mio passo. Anche Caspar pensa che potremmo separarci. Piove, siamo fradici, nemmeno ce ne accorgiamo. Ma quando Marie torna dalla chiesa, sotto la pioggia, sembra un’altra. Sorride. Ci ringrazia, sembra rinvigorita. Ci abbracciamo armati di buona volontà e ci organizziamo per la notte. A cena, su un tovagliolino di carta, le scriviamo un messaggio firmato “the three kings” per farla continuare a sorridere. Io e lei spesso ci siamo scambiati messaggi nei rispettivi diari, lei mi ha scritto in tedesco, io in italiano. Nessuno dei due ci ha capito niente ma il senso è inequivocabile. Tutti e quattro, con un bicchiere di vino in una mano e l’altra al centro della tavola, suggelliamo un patto: domenica dobbiamo arrivare a Santiago e dobbiamo farlo insieme.
Gli ultimi giorni sono un avanzare continuo. Non guardiamo più i chilometri che mancano né ci interessiamo ai nomi dei paesi, non consultiamo le cartine, camminiamo e basta. E sorridiamo. In certi tratti, nonostante i piedi distrutti, corriamo come bambini finché il fiato ci sostiene. Il tempo stringe ma abbiamo bisogno di un pomeriggio pieno per ricaricarci senza paura di non trovare posto per dormire. Così decidiamo di fermarci in un paese a circa settanta chilometri da Santiago quando mancano ormai solo due giorni. L’idea è quella di riposare, fare la spesa e cucinare insieme per la sera (a cena verranno fuori spaghetti con aglio, olio e peperoncino), ripartire presto l’indomani per fare almeno quarantacinque chilometri e arrivare a Santiago l’ultimo giorno prima di pranzo con soli venticinque chilometri sulle gambe.
Ci riusciamo. L’arrivo a Santiago è uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Arriviamo insieme di fronte alla cattedrale, ognuno con il proprio bagaglio di pensieri sulle spalle. Balthasar va a bere una birra. Caspar accende un lumino, forse prega. Marie è braccata da gente che vuole salutarla. Io getto lo zaino e il bastone e mi seggo per terra con gli occhi lucidi a guardare quello che ho davanti. E davanti non ho solo quello che vedo ma anche ciò che ho vissuto in quei ventitré giorni e che è impossibile descrivere con le parole. Sono immagini soprattutto, che mi mostrano da dove vengo e dove voglio andare non solo in termini di luoghi ma anche di persone, esperienze, ricordi, speranze. Non a caso, o forse sì, l’ultima foto che ho trovato sulla fotocamera riprende Marie di spalle che spinge “the sheep” in mezzo alla gente e continua ad andare avanti. Non so se la incontrerò di nuovo ma è sicuro che non smetterò di camminare.

Ottocento chilometri a piedi

Ottocento chilometri. Settecentonovantaquattro per la precisione. Sembrano di più se scritti a lettere piuttosto che in cifre. Pochi di certo non sono considerando che, percorrendoli, attraverserò tre stati diversi, politici, geografici ed emozionali. Con chi non lo so ancora, in realtà devo ancora decidere se andare da solo o in compagnia. Una nuova avventura con me stesso, i miei pensieri e miei traguardi, però mi affascina parecchio. Il quando è quasi obbligato, tra luglio e agosto, perché amo l’estate, perché ho più giorni da poter incastrare, perché il bagaglio sarà più leggero. Il come è interessante: a piedi. E qui viene il perché.
Il cammino di Santiago ha un’infinità di perché. A Santiago, la prima e unica volta, ero arrivato in aereo e ancora ricordo quella vacanza come delle più belle della mia vita. E’ stato girando la Galizia, incontrando i pellegrini, facendo il vagabondo, che si è insinuato nella mia testa, pur essendo ateo, il germe del cammino. Lì è rimasto per qualche tempo finché quest’anno è sbocciato e quell’idea che per mesi ho fatto crescere con dovizia di particolari e interesse, oggi è un desiderio forte e domani spero possa diventare un’esperienza compiuta. Ho fatto due conti ed è venuto fuori che, con il tempo a mia disposizione, il mio viaggio dovrebbe essere composto da 23 tappe. 23 non a caso è uno dei miei numeri. Altri due conti mi hanno dimostrato che in media si tratterebbe di circa 35 chilometri al giorno. In media. Vuol dire che certi giorni dovrei percorrere 20 chilometri, altri 45 e dovrei farlo – camminando, correndo, strisciando – dalle cinque alle dodici ore al giorno. Altri calcoli non ne ho fatti per non spaventarmi. Già questi però erano sufficienti per farmi riflettere e darmi un perché stimolante e ritardante. Fretta e poche precauzioni non hanno mai portato niente di buono. Non necessariamente un percorso spirituale deve essere anche religioso, soprattutto se si tratta di settecentonovantaquattro chilometri, tanti quante le bestemmie di uno pseudo credente che si pente dopo qualche tappa o quanti i buoni motivi per non iniziarlo nemmeno. Io credo soltanto di poterlo fare, il resto verrà dopo, comprese le motivazioni. Potrei pescare a caso da quell’infinità di perché e tirare fuori il mio. Alla fine però penso che tutto sommato ho soltanto bisogno di fare due passi.