Senza confini

Una miniserie di Prime Video a cui non davo due lire e che invece si è fatta seguire perché, nonostante sia stata girata proprio con due lire, racconta piuttosto accuratamente la prima circumnavigazione del globo ad opera di Ferdinando Magellano. Roba da imparare che forse avrei scovato in qualche libro e che qui ho potuto seguire senza impegno, anche se i mezzi si sono dimostrati davvero scarsi. La coppia di protagonisti non è male, ovvero l’attore che interpreta “il professore” ne La casa di carta e quello che fa Serse in 300, tanto per dire… in realtà, sia Alvaro Morte sia Rodrigo Santoro sono ormai conosciuti in tutto il mondo. A parte loro, il vuoto senza confini. Cast finito. Effetti speciali ridicoli. Fotografia inesistente. Location… praticamente a Ostia. Costumi e musiche da sagra del baccalà. E’ però la storia ad essere interessante: delle cinque navi con 237 uomini che partono dalla Spagna, oltre tre anni dopo ne torna una sola con 18 uomini stremati, dopo aver percorso una distanza quindici volte superiore a quella coperta da Colombo nella sua spedizione. Nel mezzo infinite peripezie, tra cui la morte dello stesso Magellano che con ostinatezza e caparbietà ha costruito l’impresa convinto dell’esistenza di quel passaggio a sud e che però il giro del mondo non lo ha finito. E’ stato anzi il giro del mondo a finire lui e consegnarlo alla storia.

The terminal list

La serie ha per protagonista un capitano dei SEAL che Rambo a confronto è un pivello. Di ritorno da una missione in cui il suo plotone viene sterminato, scopre che qualcosa non quadra sia nella ricostruzione dei fatti sia nei suoi ricordi confusi, tanto da fargli ipotizzare di essere lui il responsabile di questa disgrazia e di quelle che seguiranno. Inizia così a farsi qualche domanda e ad indagare, aiutato da una giornalista rampante e dall’amico fraterno, agente speciale della CIA, che è molto più fico di lui. Al capitano accadono le peggio cose e giustamente s’incazza: sfodera tutte le sue armi e abilità, stila una lista dei responsabili che di volta in volta va individuando (la terminal list, appunto) e li ammazza nei modi più disparati, tanto per fare scena. Insomma è la solita americanata dove il piccolo uomo combatte i poteri forti che lo hanno ingannato. Oggettivamente però ogni episodio è bello ed avvincente, sembra quasi un videogioco dove scegliere armi, nemici e strategie per avanzare di livello. Ci sono molti colpi di scena, uno prevedibilissimo già dalla scelta del cast, e molte cazzate tipiche del genere, su tutte l’immortalità e le guarigioni rapide e miracolose del protagonista. Spero non sia prevista una seconda stagione ma, se proprio dovesse esserci, mi piacerebbe fosse incentrata sull’amico fico e non sul capitano che a quest’ora dovrebbe essere morto da un pezzo. Anche l’amico fico in realtà, ma magari i poteri forti di Prime Video ci hanno ingannato.

Outer range

Serie bellissima di cui non si capisce un cazzo. A metà tra western e fantascienza, con qualche accenno al thriller, ogni puntata cattura lo spettatore (o almeno me) senza lasciarlo e questo per merito di una fotografia strepitosa, di almeno due grandi attori (Josh Brolin su tutti), di una trama che aggiunge misteri centellinandoli con cura e di un ritmo vivace che, nonostante la calma apparente dei grandi ranch del Wyoming, mantiene la tensione sul filo del rasoio. Insomma, succedono delle cose e ci si chiede perché. Ne succedono altre e i dubbi aumentano. Però non ci si annoia, nella certezza che le risposte siano lì dietro l’angolo. Si arriva alla fine e una sorpresa inattesa e paracula, anche abbastanza stupida per come viene rappresentata, fa credere che la soluzione sia vicina. Invece no, la serie termina qui. Le cose sono due: o – spero con tutto il cuore – Prime Video ha già deciso che ci sarà una seconda stagione (perché il finale ci può pure stare ma non sarebbe carino ed educato tenerlo così) o auguro a Josh Brolin (l’attore proprio, non il personaggio che interpreta) di cadere in quel buco e non tornare più.

Bang Bang Baby

Prima serie TV italiana realizzata da Prime Video, Bang Bang Baby è un mix di tanta roba già vista ma realizzata davvero bene soprattutto, immagino, per via di un budget notevole. Il lancio è stato pubblicizzato ovunque ma, chissà perché, i primi cinque episodi sono stati rilasciati a fine aprile e gli altri cinque, in sordina, oltre un mese dopo: le gente, me incluso, si è praticamente dimenticata di avere una serie in sospeso da finire. Io l’ho ripresa quasi per caso e tutto sommato non l’ho trovata brutta, anzi. E’ una sorta di commedia nera dove trama e personaggi si incastrano al meglio per dare un tocco di originalità ad un prodotto che rischiava di essere banale. La fotografia è stupenda e l’ambientazione, nella Milano degli ’80, più che riuscita. La trama è interessante e i personaggi simpatici, specie perché sembrano tutti caricature di ciò che avrebbero dovuto rappresentare, compresi i boss e gli affiliati alla ‘ndrangheta i quali, nonostante la violenza e il sangue, ricordano la Banda Bassotti. La protagonista è una ragazzina timida e bullizzata che, per amore del padre che credeva morto ammazzato, si riunisce alla “famiglia” calabrese e diventa più furba e audace dei vertici dell’organizzazione criminale e della Polizia. Visti i personaggi, non era difficile. Difficile era rendere credibile ogni situazione e gli sceneggiatori, bravi a prenderci per i fondelli, ci sono riusciti. Non mi aspetto una seconda stagione e comunque non la vedrei, potrei cambiare radicalmente giudizio.

L’uomo nell’alto castello

Tratta da un romanzo di Philip K. Dick, la serie racconta di un passato alternativo in cui gli USA hanno perso la seconda guerra mondiale, il loro territorio è stato diviso tra Germania e Giappone, il nazismo ha trionfato e milioni di persone sono morte. Ma c’è una resistenza e soprattutto ci sono delle pellicole che dimostrano l’esistenza di una o più realtà parallele in cui hanno vinto gli Alleati. Questi film sono stati girati dall’uomo dell’alto castello, personaggio in grado di viaggiare tra i mondi che in quattro stagioni si vede pochissimo e che in tutta la serie mantiene un ruolo marginale, chissà nel libro. Gli episodi si sviluppano in tante direzioni, con diversi protagonisti e storie minori che si intrecciano ma che non riescono a decollare né a superare una lentezza esasperante. La prima stagione è curiosa, la seconda e la terza quasi inutili, la quarta finalmente si anima un po’, salvo poi finire in malo modo. Ci ho messo due mesi a vedere tutte le puntate, un pezzo per volta in pausa pranzo con il caffè che mi ha salvato dal sonno e, nonostante spunti notevoli e ottime interpretazioni, non sono affatto soddisfatto, sarebbe stato meglio guardare altro, andare a manifestare contro la guerra o contro Prime Video o perfino viaggiare nel multiverso tramite una bottiglia di whiskey.

Loro

La serie, lo dico subito, è bellissima, credo la migliore che abbia seguito su Prime Video. Il genere è horror ma più che altro si tratta di un intreccio tra reale e soprannaturale dove l’orrore è rappresentato dal razzismo con cui una famiglia di colore si deve scontrare dopo aver deciso, per dimenticare una terribile tragedia, di andare ad abitare in un quartiere di bianchi per nulla propensi ad accoglierli. Siamo negli anni ’50, in California. Le scene cruente non mancano, una in particolare è qualcosa di mai visto (nessuno avrà dubbi a riconoscerla), la paura vera però viene dalla tensione continua ed inquietante, dai nervi sempre tirati, dagli sguardi dei personaggi, tutti ben interpretati da attori davvero bravi. La sceneggiatura è ottima e l’ambientazione così perfettina da mettere ansia, per non parlare della fotografia e della colonna sonora sorprendente con brani del periodo che accompagnano i momenti chiave. I pezzi della trama si incastrano senza lasciare niente in asso, le spiegazioni arrivano e questo mi ha evitato di andare a cercare sul web chiarimenti ed interpretazioni. Soprattutto è una serie che finisce e non resta in bilico al richiamo di una seconda stagione. Spero infatti di non vederla mai perché non potrebbe essere all’altezza.

La ferrovia sotterranea

Il romanzo da cui è tratta questa serie mi era piaciuto moltissimo, aveva vinto anche il Premio Pulitzer per la narrativa qualche anno fa e ricordo di averlo finito così in fretta che ci ero rimasto male. Quando su Prime Video mi è passato davanti casualmente il trailer non ho avuto dubbi che l’avrei apprezzata, non fosse altro per la possibilità di associare volti, luoghi e situazioni a ciò che il libro mi aveva solo fatto immaginare. Forse però le aspettative erano troppo alte. A differenza del romanzo, che si legge quasi senza respirare, qua si respira troppo, ci si può andare pure a fumare una sigaretta senza che succeda granché, le scene cardine della storia o sono interminabili, con lunghi piani sequenza di paesaggi e personaggi e musiche per l’occasione, o sono brevi e volutamente troncate perché poi vengono riprese più avanti. La fotografia è da Oscar, la trama non è affatto sminuita e la suspense non manca: tutto questo non è comunque bastato ad evitare un po’ di noia. Non ho trovato quel ritmo, quella scossa che spinge a terminare ad ogni costo un episodio e riprendere al più presto il successivo. Il romanzo è crudo e vivace ma i particolari che mi avevano colpito tra le pagine non li ho trovati sullo schermo, per lo meno non tutti. Peccato, poteva essere la sorpresa del 2021, resterà solo una buona serie.

Wonder Woman 1984

Ho colto al volo l’offerta di Prime Video che, alla modica cifra di un euro, permetteva di noleggiare il film per tutto lo scorso weekend. Me ne sono pentito. Perché WW84 è semplicemente brutto. Brutto e stupidotto, a conferma che DC, pur avendo a mio avviso i personaggi migliori (Batman su tutti), sta a Marvel come una pizza surgelata sta ad una margherita napoletana e a me la pizza surgelata piace pure. Wonder Woman stessa è un mito e Gal Gadot è perfetta per il ruolo, alla pari di Linda Carter nella serie degli anni settanta che qui fa una piccola comparsata. Ma è il resto a non funzionare. Mentre lo guardavo dicevo che mi ricordava Ghostbusters per il mix di effetti speciali, comicità e sentimento, azione un po’ goffa, un pizzico di suspense e l’intento di salvare il mondo da una forza potente e oscura. Ho scoperto oggi che Ghostbusters è uscito proprio nel 1984: il paragone però, con le dovute differenze di trama e sceneggiatura, non regge. WW84 non appassiona, sembra un luna park in cui si mescolano male troppi temi e troppa roba, risultando divertente e altrettanto fumoso. Tra la memorabilia, Diana usa il lazo lanciandolo per aria non si sa dove, attaccandolo perfino ad un aereo per spostarsi e dondolarsi come Spider-Man, impara a volare in mezzo alle nuvole, salva due bambini musulmani (Gal Gadot è una fiera israeliana) in una scena pressoché ridicola, ritrova il suo compagno di vita nel corpo di un altro uomo con cui ruba un jet, che rende invisibile, per arrivare senza mappe dall’altra parte del mondo a combattere contro il cattivo, non così cattivo, diventato una specie di Aladdin che sfrutta i desideri della gente, gente che poi rinuncia al proprio desiderio per il bene dell’umanità. E questo è quello che ricordo, perché mi sono anche addormentato. In mezzo c’è un’altra cattiva non così cattiva, metà donna e metà ghepardo, che si scontra con l’eroina in duello mentre dormivo e non cos’altro. Insomma mi è sembrato più un film per famiglie, quindi soporifero, che un film per tutti e, siccome io una famiglia non ce l’ho, ecco, vorrei indietro il mio euro.

LOL – Chi ride è fuori

Quando l’ennesima persona, ridendo a crepapelle, mi ha detto “sono Lillo” mi sono insospettito: tutti nei giorni scorsi parlavano della stessa cosa e la mia espressione interrogativa lasciava intendere che io non sapevo di cosa cacchio si trattasse. Poi ho collegato. Netflix e Prime Video sono ormai due compagni di vita, non potevo più ignorare la pubblicità che mi invitava a vedere LOL e così, complice la mia dolce metà, l’ho guardato. Lei in realtà lo aveva già visto ma ha riso come fosse la prima volta. Io sono partito un po’ scettico, salvo ricredermi immediatamente. I personaggi della TV non mi stanno troppo simpatici e dei partecipanti conoscevo solo Lillo, Elio, Caterina Guzzanti e i due di The Jackal. Gli altri o non li avevo mai sentiti nominare o li ricordavo solo di nome pur non avendoli mai visti all’opera nemmeno in uno sketch. Beh, mi sono ritrovato a ridere già dai primi minuti. Ad eccezione di un paio di volti onestamente inutili (Luca Ravenna e Michela Giraud), a disagio e alla ricerca di battute forzatissime tanto per partecipare, gli altri hanno fatto il proprio dovere. Katia Follesa mi annoiava già ai tempi di Zelig, cambiavo canale quando si esibiva in coppia con quell’altra di cui non so il nome ma non si può dire che non ci abbia provato. Caterina Guzzanti è così seria che nella vita poteva diventare solo una comica o una stronza o entrambe e infatti in Boris è stata bravissima, qui però… hmm. I veri mattatori sono stati gli altri sei. Elio è un genio, intelligente come pochi e armato di un’ironia che non a caso ha successo da almeno trent’anni sia nella musica sia nello spettacolo in genere. Lillo è simpatico a pelle, figuriamoci quando si esprime con quella sua comicità innata e mai stupida. O magari sì, stupida, però efficace. Ciro e Fru appartengono alla mia generazione e hanno quel repertorio di battute spontanee che è facile sentire dagli amici e che fanno lo stesso effetto anche ripetute dopo anni. Poi c’è Frank Matano che contagia, senza possibilità di scampo, con quella sonora risata e con la sua assoluta e genuina stupidità. Angelo Pintus è bravissimo, naturalmente simpatico, un professionista sempre a mille che sa divertire e vuole divertirsi. Non stravedo per i due conduttori, riconosco però che Fedez non ne sbaglia una, è diventato un Re Mida al pari (o per merito) della moglie e Mara Maionchi… boh, qualcuno ci dovevano mettere, meglio lei di molti altri. Insomma, complice una tosse fastidiosa che non mi ha permesso di dormire, ho guardato le puntate una dopo l’altra (e come sennò?) divertendomi parecchio nonostante gli occhi rossi e continuando a farlo dentro di me anche quando alle tre di notte passate sono riuscito a prendere sonno. Il programma è azzeccato sia per la formula sia per la mescolanza di personaggi e comicità. Sono certo che ci sarà una seconda stagione e che sarà migliore della prima, non aspetterò di scoprirla all’ultimo. Intanto invece aspetto il momento giusto per voltarmi verso qualcuno e dire anch’io “sono Lillo”, sicuro che non farò ridere nessuno.

Cosmic sin

Il film più brutto da quando è iniziata la pandemia. Stupido io che ho creduto negli ingredienti fantascienza, alieni e Bruce Willis.

E’ domenica, fuori tra vento, pioggia e limitazioni covid non c’è niente da fare, decido di vedere questa novità di Prime Video per ingannare il tempo, pur sapendo che il tempo non si lascia ingannare da nessuno, lo fa solo credere, ingannando a suo volta. Come il diavolo. E infatti dopo nemmeno dieci minuti sento puzza di bruciato: Bruce ha già steso un tizio senza alzarsi dalla sedia ma la cosa strana è che, nonostante Cosmic sin sia ambientato nell’anno 2500 e spicci, niente sulla Terra lascia intendere di essere in un futuro lontano: la gente è vestita come nel 2021, forse anche più vintage; per le strade ci sono i pick-up e i furgoni, soprattutto ci sono le strade, quelle asfaltate, con i lampioni e la segnaletica che conosciamo; un robot che indossa una camicia hawaiana serve un whisky con una pinza al posto della mano che perfino nella fantascienza degli anni ’70 sarebbe stata migliore; dentro il bar un jukebox funziona ancora con le monetine; utensili e oggetti di uso comune non sono cambiati in 500 anni di evoluzione. Eppure l’uomo ha colonizzato Marte e viaggia nello spazio. Insomma, le premesse per un buon film o anche soltanto discreto sono andate a farsi fottere velocemente. Con altrettanta rapidità si scopre che non siamo soli nell’universo, altre forme di vita (stranamente uguali agli umani, vestite da cavalieri della morte, per fortuna senza i cavalli) sostengono che ci può essere solo una razza dominante e quindi la guerra è l’unica soluzione. Attraverso un portale migliaia di astronavi stanno per arrivare e chi se non Bruce e un pugno di coraggiosi possono salvare l’umanità? Armageddon non era tanto diverso nella sostanza, però è stato girato 500 volte (numero a caso) meglio. Qua il budget non credo fosse così piccolo per una produzione Amazon, il risultato tuttavia è quello da film di serie B in zona retrocessione. Gli effetti speciali sono ridicoli, i dialoghi improponibili, l’azione in cui speravo inesistente. Nella scena più movimentata, dove due civiltà si fronteggiano per decidere chi dominerà l’universo, a combattere sono forse dieci contro dieci, una partita di calcio in pratica e i cattivi vengono respinti con pistole e pallottole. Nell’anno 2500.

Alla fine comunque il mondo è salvo. Le astronavi del nemico non riusciranno a raggiungere il portale (non oso immaginare come il regista avrebbe potuto girare una battaglia nello spazio) perché una ventenne carina e cervellona, che non poteva mancare nel cast, riesce all’ultimo secondo (grande novità) ad inviare una bomba dall’altro lato, distruggendole all’istante. In un’ora e mezza avrò visto non più di venti attori e tre location grandi quanto la mia stanza e illuminate peggio il che, assicuro, è difficile. Bruce non azzecca un ruolo da protagonista forse dai tempi di Sin City e io, boh, in qualche modo dovevo sfogarmi.

Buona Apocalisse a tutti!

No, non è un augurio per la fase 2 dell’emergenza coronavirus. E’ il libro che ho appena finito di leggere e che mette definitivamente una pietra sopra Neil Gaiman. Gli avevo dato un’altra possibilità dopo Miti del Nord ma niente, non riesce più ad appassionarmi come un tempo e sicuramente perché sono cresciuto un po’, negli ultimi vent’anni. Questo romanzo tra l’altro, anche se i meriti (e le colpe) vanno divisi con Terry Pratchett, è il primo scritto da Gaiman (risale al secolo scorso, al 1990), per cui ci siamo incontrati ad una distanza siderale, lui giovanissimo, io con un piede nella fossa. Il tema di fondo comunque, dalla creazione alla fine del mondo, all’anticristo, gli angeli, i demoni e tutto quanto, mi ha sempre fatto sorridere quando affrontato con ironia, qui per giunta con fine humor inglese. Peccato fosse lento, senza ritmo e senza grandi colpi di scena. Ad un certo punto, per trovare feeling, ho seguito in parallelo la serie TV su Prime Video (Good Omens, stesso titolo con cui è stato ripubblicato il libro) e un minimo ha funzionato, sono riuscito a portare a termine entrambe le cose e ora posso finalmente dedicarmi ad altro, ai fumetti di Gaiman magari, non più ai suoi romanzi.

Neil Gaiman, Terry Pratchett – Buona Apocalisse a tutti!

La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.