Una montagna di merda

Io me lo ricordo, dov’ero, trent’anni fa. Con un paio di compagni di scuola eravamo andati alla Fiera del Mediterraneo, che ai tempi non era la struttura pressoché abbandonata di oggi ma una delle fiere più importanti d’Italia, perlomeno come dimensioni. Tra fine maggio e i primi di giugno l’intera l’area, oltre 80.000 metri quadri, ospitava la classica fiera campionaria, un evento con centinaia di espositori da tutto il mondo che a Palermo rappresentava un appuntamento imperdibile. Un enorme spazio veniva adibito a luna park ed era lì che mi trovavo intorno alle 18.00 del 23 maggio 1992. Era una delle mie prime uscite da ragazzino, forse la prima in assoluto al di là dei confini dell’oratorio in cui sono cresciuto, con qualche migliaio di lire in tasca e una certa voglia di divertirmi. Il pomeriggio era stato perfetto: avevo provato diverse giostre, compreso il temibile galeone; incrociato conoscenti sia della zona sia di quartieri lontani; chiacchierato come facevano i grandi e mangiato lo zucchero filato come facevano i piccoli. Avevo perfino scambiato qualche confidenza con una coetanea che mi piaceva, tale Roberta, la quale – ancora non sapevo – non mi avrebbe mai dato spago. Mi sentivo adulto, pronto a vivere il mondo e prendere qualche batosta, anche se il mondo non era pronto per me.
Abitavo a due passi dalla fiera, che tra l’altro si trova a due passi da via D’Amelio, dove due mesi dopo avrebbero ammazzato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Prima di rientrare, un amico scuro in volto, ma proprio perché lui era nero (lo chiamavamo Aristoteles infatti, per la somiglianza con il giocatore de L’allenatore nel pallone), ci disse “avete saputo di Falcone?” e poi, non ricevendo risposta, “lo hanno ammazzato”. Ecco, io a quell’età sapevo a malapena che Giovanni Falcone era un magistrato noto per la sua lotta alla mafia. Questo, a Palermo e credo in tutta la Sicilia, lo sapevano non solo gli alberi ma anche le piantine appena nate. Quello che non sapevo è che, quella lotta, Falcone la stava vincendo. Borsellino, per dire, io e molti altri ragazzini non lo avevamo mai sentito nominare, lo avrei conosciuto solo dopo la sua morte. Anche lui stava vincendo.
“Lo hanno fatto saltare in aria con una bomba, a Capaci“. A Capaci, io ci andavo al mare ogni tanto. Ho immaginato la spiaggia e un’esplosione che, come in certi film di guerra, butta per aria sabbia e cadaveri. Non era un’immagine così distante dalla realtà, mancava solo la sabbia. E nella stessa realtà, devo dire che purtroppo io agli omicidi ero – diciamo – abituato. Negli anni ’80 io c’ero, le guerre di mafia e in particolare quella che portò i corleonesi in cima alla piramide di Cosa Nostra provocarono tantissime vittime. Al telegiornale, appuntamento fisso dell’ora di pranzo e cena a casa mia, i servizi sui morti ammazzati erano all’ordine del giorno. Sicché l’attentato a Falcone non suscitò una particolare reazione da parte mia, la notizia quel pomeriggio rimase in secondo piano rispetto alle avventure da adulto consumato che avevo passato in fiera. Tuttavia, da quel giorno e per sempre, qualcosa cambiò, dentro di me e dappertutto. A farmi diventare grande non sarebbero state le uscite con gli amici che seguirono negli anni ma la presa di coscienza che piano piano si insinuò dentro la mia testa in quei mesi e che a luglio di quello stesso anno provocò un’emozione ben diversa mentre, tornato dal mare, sentii mia zia piangere a dirotto per l’omicidio di Borsellino. Ancora oggi ogni volta che torno a Palermo dai miei, nel tragitto dall’aeroporto alla città, è automatico lasciare un ricordo in onore di Falcone, della moglie e della scorta quando passo davanti alle due stele commemorative nel tratto di autostrada di Capaci. Ed è inevitabile fermarmi in via D’Amelio davanti all’albero della pace per lasciare un ricordo anche lì. Non so quanto possiamo fare noi per portare avanti quella questa lotta, sono certo però che niente sia più efficace della coscienza, della conoscenza, della cultura e del senso civico, da usare nel quotidiano, nei rapporti con gli altri, per diffondere le idee di Giovanni e Paolo e per ribadire, come disse un grandissimo Peppino Impastato, che la mafia è una montagna di merda.

PS: l’iconica fotografia che ritrae un momento di complicità tra Falcone e Borsellino è di Tony Gentile, fotografo e reporter palermitano il quale sarebbe milionario se avesse ricevuto un euro per ogni volta che la foto è stata utilizzata. Non credo che lo sia e non credo abbia ricevuto i dovuti riconoscimenti, anche solo in forma di ringraziamento. Una volta l’ho incontrato all’aeroporto (non a caso l’aeroporto Falcone-Borsellino): sul pullman che dall’aereo doveva portarci allo scalo, non smetteva di scattare freneticamente fotografie al paesaggio molto bello che si snoda tra mare e monti. Non me la sono sentita di interromperlo ma avrei voluto stringergli la mano.

Peppino

L’articolo del Corriere all’indomani di quel 9 maggio 1978, come tutta la stampa, la magistratura e le forze dell’ordine, parlò subito di atto terroristico in cui Giuseppe (e non Giovanni), noto come Peppino, sarebbe rimasto ucciso o si sarebbe suicidato. L’attentato o quel che era in realtà, avvenuto in piena notte, passò quasi inosservato poiché proprio in quelle stesse ore venne ritrovato a Roma il corpo senza vita di Aldo Moro.