Teste di moro

La leggenda narra che, durante la dominazione araba in Sicilia, a Palermo, nel quartiere della Kalsa, vivesse una bellissima ragazza conosciuta dai vicini perché trascorreva il tempo nel balcone di casa a curare le proprie piante, molto rigogliose. Fu proprio passando sotto quel balcone che un moro altrettanto bello la notò e se ne innamorò di colpo. Con ardire e ardore, entrò in casa e le dichiarò il suo amore. La ragazza, ammaliata dal coraggio e l’audacia, ricambiò il sentimento ma presto venne a sapere che il giovane aveva una famiglia in Oriente dalla quale prima o poi sarebbe ritornato. Giustamente incazzata, durante una notte in cui lui dormiva, lo uccise, gli tagliò la testa e la usò per farci un vaso nel quale piantò il basilico. La piantina, nutrita dalle lacrime di lei, crebbe bene e in fretta e, in bella mostra sul balcone, fu notata con invidia e ammirazione da tutto il quartiere, i cui abitanti iniziarono a creare vasi simili in terracotta a forma di testa di moro. Oggi questi vasi sono talmente diffusi in Sicilia da essere diventati uno dei souvenir più rappresentativi dell’isola, spesso venduto in coppia, un lui e una lei. E insomma voglio anche io un paio di teste di moro per le mie piante grasse.

Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchiere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

Basilicò

Tra un romanzo e l’altro, un fumetto da sfogliare in poche ore ce lo metto sempre. Questo lo volevo leggere da tempo, perché è ambientato a Palermo, i cui scorci caratteristici sono disegnati a meraviglia, e perché da qualche recensione avevo intuito che la storia era sorprendente. Lo è per quello che racconta, per le ricette culinarie, naturalmente non prive di basilico, mai fuori contesto, per la scelta cromatica degli eventi del passato in alternanza al bianco e nero del presente, per i colpi di scena del finale, per il grande colpo di scena dell’ultimissima pagina. E per il basilico stesso, protagonista assoluto, non solo come ingrediente in cucina. Esagero? Non lo so. I fumetti a volte mi soddisfano più di un buon romanzo (del resto, perché non dovrebbero?) e questo ne è esempio lampante.

Giulio Macaione – Basilicò