Il pinguino che aveva fame

L’ho girato qualche anno fa, all’acquario di Osaka. Mi fa ancora sorridere ‘sto pinguino che insegue il tizio per mangiare. Per fortuna c’è il lieto fine.

Di punti di vista

Quando, dopo la presentazione del libro, gli ho chiesto una dedica, mi ha guardato con il sorriso sincero e perpetuo di chi sta firmando autografi ma anche con due occhi curiosi e interrogativi. Forse era stato colpito dalla mia banalità. Avevo appena detto che quello era stato uno dei romanzi più belli mai letti e, chissà, forse non ci aveva creduto. O meglio, ci aveva creduto pensando però che, probabilmente, avessi letto quattro o cinque libri in vita mia. “Bello” poi era uno degli aggettivi più comuni, diceva tutto e niente. Io ero uno sconosciuto, quello il suo primo romanzo e va bene l’ego, va bene la stima di chi ti legge, va bene aver venduto tanto, eppure quello sguardo dubitava della mia sincerità.
Sono stato in Giappone due volte, la seconda l’anno scorso. La prima, sei anni fa, è stata una delle esperienze più belle (sì, è il termine giusto) che mi fossero mai capitate. Fino ad allora, da quel lato del globo, non conoscevo nulla oltre il Mar Rosso e il Giappone già di suo rappresenta un universo a parte per gli occidentali campanilisti. Mi ha sorpreso praticamente tutto ciò che ho visto sin dall’arrivo all’aeroporto: i palazzi alti e stretti, la tecnologia che strabordava da ogni oggetto, la lingua incomprensibile, le persone così cortesi, attente a stralunate al tempo stesso, il caos sulla via e la calma dietro l’angolo, il mega centro commerciale con il tempio secolare sul retro. Non mi potevo ambientare subito, ho avuto bisogno di muovermi, respirare quel pezzo d’oriente per capirlo meglio e sorprendermi della mia curiosità.
Ricordo così, random, le cartine geografiche di un negozio per esempio: noi le abbiamo con l’Europa al centro, l’America a sinistra e l’Asia a destra; loro, giustamente, al centro mettono il Giappone e quello che ti appare davanti sembra un altro pianeta, non un planisfero. Ricordo i WC con la tavoletta riscaldabile a tre livelli di temperatura, il tubicino automatico spruzza acqua per pulire il didietro e anche il davanti se sei donna, con tanto di sapone, suoni della natura per coprire i rumori molesti e deodorante post evacuazione, il tutto senza alzare il sedere dalla tazza, tramite la comoda tastiera a lato. Ricordo i film, rigorosamente senza doppiaggio, con i sottotitoli. Ricordo tutti quei dolci coloratissimi, dalla forme invitanti sulle vetrine che fanno venire l’acquolina, prima di scoprire che di dolce non hanno niente e che sono fatti con fagioli rossi, soia e non so quali altri prodotti della terra. Ricordo la gente. Bulli ventenni con tagli punk e giubbotti di pelle e fumo a nuvolette che si ritrovano in centro sulle bici da passeggio con tanto di cestino. Ragazzi distinti in coda per entrare alle otto del mattino nelle sale del Pachinko, gioco d’azzardo che più d’azzardo, lì, non si può. Ragazzine vestite da personaggi hot di anime e manga che non si capisce cosa facciano in mezzo la strada. Poi ancora, la mia amica. Una giapponesina DOC, rincoglionita come un flipper, buffa come un koala ma educatissima, timida e molto ospitale. E la sua famiglia: una nonna ultraottantenne uguale alle vecchiette dei cartoni animati giapponesi; una mamma over sessanta con il fisico da modella, iperattiva come una trottola e stonata come la figlia; un papà serio e razionale per ridare ordine al caos famigliare… se non fosse per il suo parrucchino. Sì, indossava un bel casco capelluto e fluente che, lo stesso pomeriggio del primo giorno a Osaka, chiedendo chi fosse quel tipo calvo che guardava la TV sul divano, mi ha fatto inciampare in una gaffe colossale. Ho scritto e raccontato di quel parrucchino in diverse circostanze, parlando del Giappone e di ciò che più mi aveva colpito durante quel viaggio, ossia proprio le persone. Insieme alla scoperta del cesso tecnologico, l’episodio del parrucchino è stato sempre l’aneddoto più divertente, complice di risate e simpatiche prese per i fondelli.
Ecco, ora però cambiamo il punto di vista. Se quello scrittore avesse saputo qualcosa in più di me, tipo che di romanzi ne ho letti a centinaia e che il mio pensiero non era buttato lì in un momento di ammirazione suprema, mi avrebbe guardato allo stesso modo? E io come avrei guardato quei bulli se avessi pensato che non erano affatto bulli ma soltanto ragazzi, magari stravaganti, vestiti fuori dai canoni? Che i tizi in coda alla sala da gioco erano gli impiegati che attendevano ordinatamente l’apertura? Che le ragazzine manga erano in giro solo per proporre e vendere fumetti? Che il papà della mia amica indossava il parrucchino per nascondere le conseguenze di un tumore, maligno per giunta? Credo che, non a volte ma ogni volta, bisognerebbe perlomeno provare a cambiare punto di vista prima di esprimere un giudizio. Perché giudicare restando fermi o, peggio, guardando con i paraocchi o, peggio ancora, chiudere gli occhi e ascoltare una sola campana, credo sia uno degli errori più grossi che possiamo commettere.

A 33 giri

I Motel Connection – mai sentiti nominare prima del primo maggio – e una discreta cover band dei Pearl Jam hanno inaugurato la mia stagione concertistica. Tra poco arrivano i Green Day e poi The Killers. A quel punto dovrei già essere abbronzato, se questo cazzo di clima capisse che ormai siamo in estate. I giapponesi lo avevano capito tre mesi fa, quando i ciliegi hanno sputato i fiori in anticipo rispetto agli altri anni. Infatti ho dovuto raggiungere Kyoto per vederli ma non mi è dispiaciuto, anzi. Kyoto è un gioiello di città, a parere di molti la più bella del paese. In effetti il Giappone ha molto da offrire. Credo che non paghi le bollette della luce e dell’acqua, visto il consumo esagerato che ne viene fatto. Senza parlare del cibo, del pesce soprattutto, gustato dal mio palato in tutte le forme possibili. Come quella volta in cui, alle dieci del mattino, passeggiavo per Den Den Town e ho ceduto alla tentazione dei takoyaki, le polpette di polpo fritte in pastella. Buonissime. Den Den Town è il quartiere dell’elettronica di Osaka ma anche dei manga e dei suoi derivati, umani e non. E’ il luogo dove la tecnologia dovrebbe costare meno, dove centinaia di negozietti, uno accanto all’altro, si fanno concorrenza a colpi di insegne luminose e prezzi bassi. Bassi però non come una volta: la globalizzazione ormai rende tutto più vicino. A Den Den Town, quella mattina in cui ingurgitavo takoyaki passeggiando per le strade ancora deserte, un oggetto mi ha colpito. Io sono fatto così: quando voglio una cosa devo averla. Se non la ottengo nell’immediato le possibilità sono due: o mi passa di mente o mi passa di mente e poi ritorna. Quasi sempre, dopo un paio di giorni, non riesco nemmeno a ricordare perché la volessi. Quando ritorna però vuol dire che non si trattava di un capriccio ma di qualcosa a cui probabilmente tenessi. Parlo di oggetti materiali, cose appunto. Le emozioni, i sentimenti, le persone, i viaggi fanno parte di un’altra categoria di desideri.
Un giradischi. Io volevo un giradischi. Uno di quelli vecchiotti, magari usati, a metà tra il vintage e il moderno, affidabile e con un tocco di personalità. Un anno prima lEi, venuta a sapere di questa passione che stava prendendo forma, mi aveva persino regalato un 33 giri. Manco a dirlo, era la riedizione di Ten dei Pearl Jam, un doppio album, uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto. Non l’ho ancora ascoltato. Perché quel giradischi, in quel negozietto di Den Den Town, l’ho comprato con il cuore, non con i soldi, l’ho pagato l’equivalente di trenta euro, l’ho portato con me per tutto il giorno e per tutto il viaggio di ritorno dal Giappone, dentro la valigia, ma non ho ancora potuto accenderlo per una serie di motivi che alimentano sempre più la voglia di vinile. Prima la presa di corrente: quella dei nippocosi è diversa. Va be’, trovo un adattatore e risolvo. Poi la cinghia: si era sfilata e, da profano, per giorni ho cercato di capire come sistemarla. Quando ho visto che era una cazzata, mi sono sentito ridicolo. Poi l’amplificatore: serve, non serve? Non lo so ancora. E le casse. Saranno l’ultimo atto del processo di produzione. Adesso il problema è il voltaggio. Per me Volta era quello della pila e lui stesso non poteva immaginare che da lì sarebbe nato tutto ‘sto casino. Perché il Giappone è differente anche per il voltaggio nelle abitazioni. Nella mia tenda il giradischi non funziona. Serve un trasformatore. OK, lo troverò senza spendere tanto, è solo questione di tempo. E il tempo io non l’ho avuto. Tra allenamenti e gare di nuoto, partite di pallavolo da arbitrare, riunioni ed eventi per Kitchen Party, lavoro mio e per Mamma Africa, amore, libri, cibo, sesso e cazzeggio, ho trascurato due aspetti fondamentali delle mie giornate: il blog e la musica. Il blog ha sempre vissuto di alti e bassi, dopo nove anni mi sembra anche normale. E’ ancora qui e oggi l’ho ripreso in mano dopo un mese di astinenza. La musica non è solo il giradischi, è tutto il resto, oggi. Sì, i Motel Connection non sono malaccio e i Pearl Jam, anche riprodotti da una pseudo cover band, sono i sempre i Pearl Jam. Oggi però si ricomincia. Ho scritto questo post che farà pure schifo ma riempie un vuoto e tra qualche ora sarò sotto il palco al concerto dei Green Day. Arriveranno poi The Killers, The National, i Muse, The Smashing Pumpkins, gli Atoms For Peace, i Depeche Mode, Roger Waters e il suo The Wall, i Blur e io sarò lì e chissà che in mezzo non possa metterci altro, come un vinile su un piatto a 33 giri.

Libro chiave

Nel 2005, gironzolando per Londra, sulla panchina di una piccola stazione noto una borsa da donna, sola soletta, nessuno intorno. Mi avvicino, la prendo, la apro e mi rendo conto di quante cose inutili vi siano dentro, niente che possa farmi ricredere sull’esistenza della fortuna. A parte dieci sterline. Le metto in tasca e consegno la borsa ad un vigilante alto, grosso e nerissimo del quale tra l’altro non dimenticherò mai lo sguardo. E’ stata l’unica occasione che ricordi in cui possa dire di aver trovato qualcosa per strada.
Osaka, stazione di Umeda. Non mi trovo in una semplice stazione ferroviaria ma in un complesso di edifici, stazioni piccole e grandi, centri commerciali, gallerie, treni e binari che si sviluppano in altezza e nel sottosuolo, in cui ogni elemento è incastrato alla perfezione in modo da formare praticamente una città. Senza strade. La gente che transita da queste parti in un giorno corrisponde all’intera popolazione di Osaka, per rendere l’idea. Insomma è un casino. Cerco una cartina in inglese per capire come muovermi. Al centro di una grande sala – un campo di calcio, sempre per rendere l’idea – ci sono alcuni espositori da cui traboccano brochure, dépliant, pubblicità. Mi avvicino e gli occhi cadono su una specie di quaderno che, si capisce subito, non è dove dovrebbe essere: quella bacheca di plastica con la cartaccia dentro non è il suo posto naturale. Lo prendo in mano. E’ un libro, vecchio, giapponese, rilegato con lo spago, conservato ottimamente. L’espositore non è sicuramente il suo habitat naturale, dovrebbe sguazzare in una sontuosa libreria vivente. Mi chiedo cosa ci faccia lì. Lo sfoglio, senza dubbio nel verso sbagliato e capisco che non è vecchio, è antico e immagino abbia anche un certo valore. Mi guardo intorno, a parte migliaia di persone, non c’è nessuno. Lo metto nello zaino e mi perdo per la città.
Osaka, Kaiyukan. Mi trovo all’acquario, uno dei simboli della città, conosciuto per avere la vasca più grande del mondo. Osservo e fotografo pesci, mante, granchi, squali, pinguini, molluschi, foche, delfini, meduse, lontre, il famigerato squalo balena e quello che presumevo fosse una castoro gigante geneticamente modificato mentre invece, ho appreso poco fa da Wikipedia, è un capibara. Non avevo mai visto un capibara e nemmeno ne avevo mai sentito parlare. Mi fermo in un angolo per mettere un timbro ricordo sul diario di viaggio e gli occhi cadono su una grata fissata per terra. Ma non guardano la grata, guardano un ciondolino che per miracolo (si fa per dire) o forse perché lo trovassi, è rimasto appeso senza cadere di sotto. Lo prendo. C’è una chiave legata al ciondolo. E’ anonima. Sembra la chiave di un armadietto o di un cassetto da ufficio. Non saprò mai cosa potrebbe aprire. O chiudere. Chissà perché si pensa che le chiavi debbano sempre per forza aprire. Il ciondolo è un tassello di legno rettangolare, intagliato da un lato e con un scritta dall’altro, chiaramente in giapponese. Mi guardo intorno, a parte decine di persone, non c’è nessuno. Lo metto nello zaino e mi perdo tra gli oceani.
Da bravo ateo non credo in niente ma mi piace giocare con i segni, interpretarli, pensare che mi stiano portando da qualche parte, verso una meta, un obiettivo, una persona o una birreria. Un po’ come facevano le frecce gialle durante il cammino di Santiago. Sono tornato da una settimana. Sfoglio quel libro incomprensibile ogni giorno e provo ad inserire la chiave in ogni serratura che potrebbe accettarla. Ho persino scritto su Google le parole “libro” e “chiave” e, cazzo, viene fuori il romanzo di uno scrittore giapponese.
Non so se questi segni mi stanno indicando una strada. In fondo sto giocando. Intanto però in Giappone ci sono arrivato e tornando una cosa, la più importante di tutte, l’ho trovata.

Libro chiave