Cinque anni fa

Lui aveva 13 giorni in questa foto e io 13 giorni dopo sarei partito per l’Islanda. Me lo ricorda Facebook. Non serve però Facebook per sapere quanto è stato importante il 2014. Importante o deviante, per merito e colpa delle famose sliding doors che hanno aperto al mio futuro una direzione ben precisa. Al tempo non potevo immaginarla, potevo averne solo un’idea ma era una delle migliaia di combinazioni possibili che solo Doctor Strange avrebbe potuto prevedere. Insomma, nasceva il mio secondo nipote, andavo in Islanda, facevo volontariato in Burkina Faso e compivo (o compievo?! Dubbio delle 8.30 del dopo ferragosto prima di andare in ufficio…) la scelta che avrebbe mischiato le carte per sempre: andare avanti con quelle, vincenti, che avevo in mano o pescare il jolly e rimettere tutto in gioco per amore del rischio? Ho amato il rischio. Ho rischiato l’amore. Di mani ne ho perse eppure, alla fine, ho vinto. E quegli occhietti di mio nipote, oggi cinquenne, sono lì a dimostrarlo.

A quattro anni…

  • buio in sala e silenzio assoluto;
  • partita in diretta streaming piratato;
  • ingresso vietato a genitori, nonni, fratello, zio;
  • pancia da birra rigorosamente scoperta sotto la maglietta;
  • utilizzo consapevole della pancia stessa come poggia-oggetti (cellulare, lattina, libro ecc.);
  • rutto libero.

L’Angelo sterminatore

Bello come la morte, più per il fascino che per la presenza, lo ricordo ancora bene. Non ho i suoi lineamenti impressi in memoria – come potrei? – ma al tempo la sua aura mi ha tormentato pure nel sonno e quella sagoma oscura sì che ha lasciato i segni. Finché ho vissuto, lui non si è palesato. Quando è arrivato, io già non esistevo più. Ecco perché non l’ho incontrato. Non mi ha mai sfiorato, eppure era lì, intorno, dappertutto, perfino dove non avevo osato mettere piede. Mangiava dove mangiavo io e, peggio, si nutriva di chi mi nutriva. La Falce era la sua bocca e con quella mi ha tagliato le gambe. Le gambe prima e la testa poi. E le parole, alla fine. Perché della mia fine parlava.

E’ stato Gabriel, l’angelo dell’acqua, che mi ha riportato in terra. La Casa mi dato gli scudi e l’armatura. Da Loro ho avuto in dono l’arma, la parola, e il nuovo verbo. La Città Eterna è stata il pretesto. E, in ultimo, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi mi ha completato con Tutto il resto.

Così ho sconfitto, anni fa, l’Angelo sterminatore. Non ho dovuto ucciderlo né eliminarlo, solo iconizzarlo, ridurlo a icona e riprodurlo dove non avrebbe più avuto senso: nelle immagini sfocate, nei testi non scritti, nei ricordi di una vita che fu. E la Falce? E’ ancora tra le sue mani, senza alcun potere: quando parla non taglia, quando osserva non parla, quando taglia non osserva.

Arrivederci

Auguri! A te e famiglia, a te e lei, a te e i tuoi cari. Buon anno, buone feste e così via. E così sia. Gli auguri si fanno e si ricevono, per cortesia, per dovere e per affetto. Sono più di un saluto, sono una speranza, un desiderio di cose belle a favore di altri. Sono sinceri ma a volte sono una gran rottura, li devi fare quasi per forza, altrimenti qualcuno ci resta male. O peggio, devi ricambiare. L’aspetto più palloso è ricambiare. Se non li invii e non li ricevi, alla prossima occasione ritrovi tutto come prima, il capodanno è passato e il rapporto tra le parti è invariato. Se li ricevi, sei praticamente obbligato a rispondere e non sempre sei spontaneo, altrimenti ci avresti pensato per primo. Non sarò io ad andare controcorrente criticando questa usanza o parlando di un’anno di merda, perché non è vero, né interpreterò il ruolo di acido non augurando niente a nessuno. Non è così. Per cortesia, per dovere e per affetto, anche io mando gli auguri. E, cosa incredibile, li ricevo!

Mai nessuno che dica però “arrivederci”: ecco il miglior augurio. Non è prassi, è sempre valido e, pur rischiando di apparire banale, è un saluto meraviglioso, perché non significa soltanto che ci rivedremo, significa che ne abbiamo voglia, che ne ho voglia io, che ne hai voglia tu che ti rispondi e succederà se lo vorremo. Ma soprattutto un arrivederci implica che ci saremo e non è affatto scontato. Vaglielo a dire a quelli che si erano fatti gli auguri di un anno fantastico e non sono nemmeno riusciti a concluderlo. Arrivederci, ci saremo, ci rivedremo. Domani, tra un mese, l’anno prossimo. Io voglio esserci e voglio che ci siate e voglio rivedervi tutti. A partire da te. A te che cresci, a te che giochi, a te che sei, arrivederci.

La prossima volta

Se fai una promessa, devi mantenerla, specialmente verso chi, come me, è stato un credulone sin da bambino, prendendo pure le caramelle da uno sconosciuto. Mi ha segnato il tal senso quella volta in cui, accompagnando a scuola mio padre (sì, io accompagnavo lui, professore di educazione fisica, ad una riunione), sono rimasto a giocare in palestra con un altro bambino sotto la supervisione di un bidello. Giocavamo a calcio naturalmente, uno contro uno, lui era più forte e il bidello, seduto dietro un banchetto, faceva da arbitro. Prendeva nota con carta e penna del tempo trascorso e del punteggio e, per stimolarci a dare il massimo, attribuiva un premio ad ogni gol segnato e uno, di valore più grande, alla vittoria finale. Pacchi di caramelle, pennarelli, magliettine, completini, palloni si accumulavano uno dopo l’altro al nostro score che cresceva di minuto in minuto (la partita è finita con risultato del tipo 35-30 per il mio avversario), ma il premio più ambito restava la mountain bike per il vincitore, completa di accessori. Avrò avuto sei o sette anni all’epoca e non ho vinto. La vera sconfitta però ho dovuto digerirla in auto quando, tornando a casa con il bigliettino che dimostrava quanti gol avevo segnato e quali premi avrei dovuto ritirare, mio padre mi ha spiegato che il bidello era solo un burlone e che al massimo avrei potuto ambire ad un pacco di caramelle comprato da mio padre stesso per consolarmi. Per mesi mi sono chiesto in silenzio se l’altro bambino si stesse divertendo con la mountain bike, non l’ho mai saputo.

L’episodio mi è servito da lezione, per anni non ho praticamente creduto in nulla. Sono arrivato alla prima comunione che già ero ateo. Ma non conoscevo ancora quel meraviglioso mondo che la natura ha creato con le donne. Dalla prima all’ultima, non necessariamente amichette, fidanzate, colleghe, compagne di letto o coinquiline, non ce n’è stata una che non mi abbia fatto un qualche tipo di promessa poi non mantenuta. Ci sono cascato sempre. Di fregature ne ho prese parecchie e tuttora perfino mia zia, mia sorella o la mia lei continuano imperterrite a prendermi per il culo sottovalutando l’importanza che io do alle parole. Solo mia madre mantiene qualsiasi tipo di impegno e non mi frega mai. Ma mia madre, come tutte le madri, non è una donna. Quello delle donne è un tema complesso e ancora poco chiaro all’umanità ma il punto resta che, se mi prometti che usciamo o che vieni, cazzo, devi venire. Perché io mi preparo, mi organizzo, mi libero e ti aspetto. Non sei mica una persona di cui non mi importa nulla. Sei un amico, un parente di passaggio, un vecchio compagno di scuola e tu mi hai detto che ti saresti fatto vivo, non puoi trovare alcuna scusa all’ultimo momento per non presentarti. E questi sono gli esempi più stupidi, per quanto importanti.

Ci sono quelli che ti invitano, i peggiori. Io mi faccio sempre gli affari miei, figuriamoci se ho la faccia tosta di auto-invitarmi ad una festa, un evento, una cena. Tu mi dici che mi inviti. Presto. Magari questo weekend o la prossima volta che passo dalle tue parti. Allora io passo e non vorrei nemmeno disturbare ma sei stato così insistente che te lo dico che sono dalle tue parti. E tu mi rispondi che sì, ci vediamo sicuramente, ti chiamo domani mattina, non prendere impegni. Io non li prendo e tu la mattina non mi chiami. Mi chiami il giorno dopo per scusarti perché non sei riuscito a sganciarti da un impegno improvviso. Ma vaffanculo. Vaffanculo a me soprattutto, che abbocco sempre.

Solo alle mail anonime colorate e piene di stelline che mi comunicano di essere il primo estratto alla lotteria non abbocco. Ma soltanto perché sono scritte in un italiano pessimo e io non posso fidarmi di chi non sa scrivere. Il mio capo lo sa fare bene e infatti gli ho creduto quando, anni fa, mi aveva assicurato di essere il primo della lista dei candidati per ricevere un aumento. Non ho mai visto un euro. Mio nipote, a quattordici anni, non sa ancora scrivere come un adulto, eppure in chat gli credo quando mi dice che, se vado a trovarlo, possiamo andare insieme al Mc che piace a lui o al cinema a vedere il film che piace sempre a lui. Macché, mi fotte ogni volta costringendomi a stare a casa pomeriggio e sera mentre lui gioca al PC. Credo a quelli con cui corro: vai tranquillo, abbiamo lo stesso passo, ti assicuro che non accelero, dicono. E poi spariscono lasciandomi da solo perché sono più veloci e li ritrovo al traguardo che già se ne stanno andando via.

Insomma, promessa o meno, fai attenzione quando mi dici una cosa che mi devo aspettare. Perché io l’aspetto, aspetto sempre e arrivo pure a giustificarti se vieni meno. Sto lì, tranquillo e fiducioso, con un’idea di quel che faremo ancora vaga ma concreta e mi sono preparato, chessò, ho preso i soldi o la macchina fotografica o mi sono pettinato e messo il vestito buono e sto aspettando che mi dai un segno, come il tizio seduto lì da solo, che beve acqua nel café peggiore della Scozia e gioca col telefono senza sapere ancora che nessuno si presenterà all’appuntamento, che manterrà quello che aveva detto e non posso essere io, non può essere lui a ricordarti dell’impegno preso e allora attendo interpretando il tempo, del cielo o dell’orologio, ché forse piove e salta tutto o forse è ancora presto per allarmarsi. E niente, non succede niente. Le promesse hanno una scadenza e arriva per forza un momento superato il quale significa che la tua non è stata mantenuta e, se tu non sei un burlone come il bidello, io ci resto male, le lancette girano, il tempo passa e la prossima volta per te non ci sarà una prossima volta.

L’ultima prova

Non era in programma che ti facessi vivo e la notizia del tuo arrivo ci ha scosso un po’ tutti. Nessuno però ha avuto il minimo dubbio su di te, saresti stato accettato e amato sin dal primo giorno, diventando uno di noi e non uno qualunque, il più importante. Lo sei stato ogni singolo minuto e lo sei tuttora, anche se da due anni dividi il palcoscenico con tuo fratello, venuto al mondo dodici anni dopo di te.

Ad esser sinceri, l’unico che ha sollevato qualche dubbio sull’opportunità della tua presenza sono stato io, come al solito contro corrente. Non ti potevo conoscere, non esistevi, ero troppo giovane per sapere quanto si potesse amare un bambolotto che piange e sporca. Ero contrario. Ma ci è voluto poco a farmi cambiare idea. Ci è voluto poco a farmi cambiare. Come persona, definitivamente. E poi chi doveva decidere, i tuoi genitori, non hanno avuto alcuna esitazione. Non ho tuttavia seguito le tue tracce fino a quel 20 settembre, non sono venuto nemmeno in clinica, se non quando eri già “vecchio” un paio di giorni. Ci siamo presentati e da quel momento abbiamo costruito il nostro rifugio, che ancora oggi vince sulla distanza.

Ne hai viste di cose nel frattempo. L’infanzia ti ha messo alla prova tante volte e tu non è che ti sei potuto tirare indietro. Potevi solo crescere. Sei stato sballottato qua e là, cambiando case, città, aerei e non a caso hai avuto per anni una passione sfrenata per i treni, protagonisti di viaggi, sogni e paesaggi da guardare dal finestrino. “Non ti abbiamo fatto mancare nulla” si dice ed è vero, ma spesso si tratta di un concetto riferito alle cose materiali. La tranquillità, le certezze, i riferimenti, le risposte… come si può essere certi che non siano mai mancate? Forse ce lo dirai tu stesso tra qualche anno. Io però una cosa che sicuramente non hai avuto la conosco e non è una fesseria, tutt’altro. E’ il motivo per cui ogni tanto cadi e ti ritrovi a terra gridando aiuto senza chiederlo. Ti rialzi sempre da solo e questo forse non sarebbe un grosso problema se non fosse che, una volta in piedi, non sempre trovi qualcuno ad indicarti la strada giusta. Tornare indietro per riprenderla poi è molto difficile. Ma non dipende da te, tu colpe non ne hai. Alla tua età molto dipende da chi ti sta vicino, da chi ti vuole bene e, quasi allo stesso modo, da chi ti ignora o nemmeno ti conosce. La strada da percorrere te la può indicare anche chi ti vorrà male: in questo caso, è semplicemente l’altra, devi essere tu a capirlo e succederà presto.

Di prove ne affronterai molte e non saranno né semplici né comuni. Se non potrò darti la mano per farti rialzare, le proverò tutte per non farti cadere. Pure adesso, in questo esatto momento, mentre ti immagino seduto davanti ai tuoi insegnanti di scuola per affrontare l’ultima prova di esame delle medie. E’ una passeggiata ma tu non lo sai: quindi allunga lo stesso la mano, te la prendo perché sono io che la voglio.

Tra la primavera e l’infinito

Uno dei libri di Baricco che meno mi sono piaciuti è stato Smith & Wesson, un testo teatrale finito in poche ore sul divano diametralmente opposto a quel mattone di 1.300 pagine (note escluse) chiamato Infinite Jest che ho iniziato a dicembre e che terminerò di leggere entro un tempo stimato tra la primavera e, appunto, l’infinito.

Nonostante l’assenza di quell’acquolina che permette di divorare un libro, Baricco ci ha comunque messo un’intuizione delle sue, una delle solite piccole perle di bigiotteria, belle e false, che ancora sa regalare. Smith, nel racconto, è una sorta di meteorologo – siamo agli inizi del ‘900 – il quale chiede alle persone che incontra di ricordare come fosse il tempo in occasione degli avvenimenti importanti delle proprie vite. Annotando su un taccuino date, luoghi e dettagli sul clima è convinto di poter creare delle statistiche e prevedere così le condizioni meteo. Lo spunto in effetti è interessante. Chiunque abbia un ricordo particolare di un evento quasi sempre è capace di dire che tempo ci fosse quel giorno. Ho provato con alcuni episodi cari che per primi mi sono tornati in mente e sì, funziona: ricordo la brezza estiva fuori stagione quando ho incontrato la mia lei per la prima volta, il caldo che ha accompagnato la nascita di mio nipote, il cielo grigio il giorno dell’incidente in Vespa.

Sarebbe interessante provare qualcosa di simile e riportare su un quadernetto, come una foto che coglie un istante, non il meteo ma i brevi momenti che viviamo con un po’ più di magia rispetto agli altri: una parola che rimane impressa, il sapore non ancora svanito di un sogno, un gioco di luci riflesse su una pozzanghera per strada, il primo sguardo della mattina della persona che si ama. Se raccogliessimo tutti questi piccoli attimi per giorni, per un periodo di tempo tra la primavera e l’infinito, ci potremmo accorgere che ogni voce è strettamente legata alle altre e che insieme formano il leitmotiv di una vita parallela mai realmente vissuta. Una vita che potrebbe essere più leggera e scorrevole di quella ingombrante in cui polvere, macchine e rumori abbondano. Forse sono proprio questi timidi momenti che in fondo disegnano la nostra storia e quel filo conduttore che li unisce tutti è… David Bowie!

Sì, David Bowie. Artista immenso di cui ho sempre apprezzato i lavori ma che non ho mai conosciuto come avrebbe meritato. Eppure, dopo la sua morte, pare che almeno una volta lo abbiano incontrato tutti. Proprio tutti. Chi al bar, chi in viaggio, chi nella propria città o nel paesino sperduto tra i monti in cui andava a raccogliere i funghi. Non ho trovato un solo personaggio pubblico, anche semi-sconosciuto, che non abbia ricordato Bowie con un aneddoto in cui dichiarava di averlo incrociato. Nemmeno dio è stato in giro a vedere gente così tanto quanto David Bowie.

A me che non l’ho mai incontrato (intendo David Bowie, ma pure dio) piace pensare invece a quel filo conduttore come alla parte migliore di noi stessi, quella che cerchiamo di trasmettere agli altri e a coloro che verranno dopo, affinché possano sfogliare i nostri quadernetti e vivere quegli istanti come non abbiamo saputo fare.

Quell’essere un po’ bambini

Avevo circa quindici anni e abitavo in un condominio enorme. La famiglia del piano di sotto era formata da un papà, una mamma e cinque figli maschi con cui non sono mai andato d’accordo, anche se qualche scambio di giocattoli, pacificamente e dopo lunghe contrattazioni, lo abbiamo portato a termine. Ricordo ancora una sera in cui ho cenato a casa loro. Al di là del disagio estremo, per il quale tuttora mi domando il perché, la cosa che più mi aveva colpito era stata la televisione e i cartoni animati che tutti insieme guardavano appassionatamente. A casa mia, a pranzo come a cena, non c’era scelta, si guardava il telegiornale ed è così anche oggi che sono andato via e che il telegiornale fa meno informazione di Zelig.

La scoperta che in qualche parte del mondo degli adulti potessero guardare i cartoni animati e ridere come i bambini mi avrebbe segnato. C’è da dire, senza voler fare il finto intellettuale, che in quella famiglia non è che regnasse la conoscenza: il padre era un pescatore che non era mai andato a scuola e i due figli più grandi avevano già lasciato la scuola per lavorare con lui. Gli altri avrebbero fatto altrettanto. Il massimo della cultura era il giornale con cui incartavano il pesce. Quei cartoni oltretutto non erano i nostri Simpson o Griffin di oggi che puntano ad un pubblico adulto, erano decisamente per bambini, quindi teoricamente ridicoli per un padre di famiglia ultra quarantenne.

Oggi capisco meglio quel contesto. Forse quando avrò quarant’anni e cinque figli lo capirò del tutto. Ma adesso, anche se il confronto è improponibile, mi rendo conto di quanto certi aspetti quali il gioco e, in generale, l’essere un po’ bambini siano importanti in età matura. Il che non vuol dire essere infantili o restare “eterni Peter Pan” (per utilizzare un’espressione che ha ormai rotto le palle), significa anzi crescere mantenendo un equilibrio tra quello che siamo e quello che eravamo. In questo io probabilmente esagero.

Mi piacciono i Lego, per esempio. Non ci gioco, ma solo perché non ne sono capace, non ho l’apertura mentale necessaria a costruire mondi che, per dire, mio nipote realizza dal nulla. Tuttavia colleziono omini e ogni tanto mi diverto a smontarli e rimontarli cambiandogli testoline, gambette e braccia per creare personaggi sempre nuovi. Ora ne ho tanti, mi sto evolvendo e ho bisogno di costruire delle strutture in cui accoglierli. Ho scoperto che il sito Lego spedisce gratuitamente i pezzi che si dichiara di aver smarrito, senza necessità di dimostrare l’acquisto. Gli mando una richiesta a settimana e ricevo puntualmente i pezzi che desidero. Fantastico. Un bambino non ci sarebbe arrivato, un adulto un po’ bambino sì.

Mi piacciono i giocattoli antichi, molto antichi o anche quelli della mia infanzia che non si trovano più in giro. Se avessi soldi, ne spenderei a palate per avere a casa quelli che ho desiderato da piccolo o che ho avuto e ho perso. Avevo una collezione enorme di puffi. Erano di gomma, di gran lunga migliori di quelli che si trovano oggi in commercio. Sono scomparsi. Nemmeno mia madre sa che fine abbiano potuto fare, forse sono scappati. Non so che darei per ritrovarli tutti. Senza parlare di quei giocattoli tipo Big Jim o He-Man o BraveStarr (chi se lo ricorda BraveStarr? Solo io!) con varietà di costumi, equipaggiamento e accessori. Qualcuno di loro potrebbe aver rapito i puffi.

Mi piacciono i fumetti e i manga. E i cartoni animati. Sì, come il papà pescatore ultra quarantenne che abitava sotto casa mia. Tranne rari casi, tipo la serie di Evangelion qualche anni fa o il nuovo Lupin di questi giorni, non sono in grado di appassionarmi e seguirli, se non per semplice curiosità. I fumetti e i manga invece sono conseguenza dei miei viaggi in Giappone. Prima di allora conoscevo solo Dylan Dog, di cui conservo una discreta collezione, poi mi si è aperto un mondo. Oggi mi informo e li cerco tanto sulle bancarelle quanto sul web esattamente come faccio da sempre con i libri. E a volte li compro.

Mi piacciono le action figure. “Mi piacciono” è riduttivo, diciamo che mi fanno perdere la testa. Come la mia ragazza. OK, quasi come la mia ragazza, ma rende l’idea. Proprio in Giappone ho trovato dei veri e propri gioielli, tipo Polimar, Lupin, Ken Shiro o anche Mazinga o l’Eva 01, che ora fanno bella figura su una mensola a casa.

Sì, esagero, dovrei pensare a cose più serie e adatte alla mia età. Ma io ci penso, anche troppo. Rifugiarsi nel bambino che è in noi può essere un bisogno. Oltremodo è proprio questo mio aspetto, unito alla fantasia, alla voglia di giocare, al non prendersi mai troppo sul serio che mi ha permesso di costruire un rapporto unico con mio nipote, il grande (il piccolo è ancora piccolissimo). Abbiamo fatto tante cose insieme e spesso da soli: il suo primo viaggio all’estero, Monaco, Legoland e recentemente Gardaland, poi cinema, mare, parchi acquatici, McDonald’s e in tutte le occasioni ci siamo divertiti parecchio. E’ grazie a lui se sono cresciuto e se oggi sono un bambino migliore.

In caduta verticale

“Resta qui e aspettami” dico, uno sguardo fugace e mi allontano. Percorro un tunnel buio, ho un sorriso più di circostanza che di piacere, mi tremano le gambe. Ma vado avanti pur non sapendo bene cosa mi aspetta. L’attesa è lunga e in quel corridoio non c’è nulla con cui distrarsi se non perdersi nei propri pensieri. Solo delle grida in lontananza, ogni tanto, mi scuotono. Eppure, nemmeno per un momento ho pensato di fuggire.

I ricordi affiorano, tutti etichettati come paure. Il primo che mi viene in mente risale a circa vent’anni prima, quando ancora vivevo con i miei. Durante la notte, nel sonno profondo, mi sento afferrare le gambe, come se un’enorme forza volesse buttarmi giù dal letto. Mi sveglio e per una frazione di secondo immagino che stia accadendo qualcosa di brutto e violento in casa. Mi alzo e scappo di corsa ma non verso la porta d’ingresso, corro dalla parte opposta, verso la camera dei miei genitori, anch’essi in piedi e spaventati. Ignoro mio padre e subito abbraccio mia madre, per proteggerla o per farmi proteggere. In quel momento capisco, è un terremoto. Trema ogni cosa, saranno trascorsi pochi secondi da quando sono scattato eppure, ora che ho acquistato lucidità, mi tranquillizzo, divento un pezzo di ghiaccio. Non ho mai creduto che un terremoto potesse spaventarmi. Arriva la quiete, bisogna uscire, i miei mettono qualcosa addosso e raggiungono per strada il vicinato. Io temporeggio, mi lavo persino i denti, poi scendo. Non è successo niente.

Ci sono delle frecce luminose nel tunnel che mi indicano la direzione. Procedo lentamente, non riesco a fare di meglio. Salgo una scala che sembra un’uscita di emergenza. Io però sto entrando.

Un altro ricordo legato alla paura riguarda mio padre, pochi anni fa. Per un paio di giorni ha accusato giramenti di testa e cali di pressione. Quando sembrava che stessero passando, ritornavano senza preavviso. Per la prima in vita mia l’ho visto debole, per la prima volta in vita sua ha chiesto aiuto. Era un segnale che non potevo ignorare. L’ho aiutato a camminare e anche questo non era mai successo. Andando al pronto soccorso, continuava a ripetere che non poteva permettersi di ammalarsi e lasciarci soli in quel periodo. Era chiaro che nella sua testa il timore non era di ammalarsi, era ben altro. E’ una paura che abbiamo tutti: perdere le persone che amiamo, nei rapporti, nei sentimenti o nella vita. I medici tuttavia ci conforteranno e così tutte le analisi nei giorni successivi. Non è successo niente.

In pausa pranzo prendo la moto per una veloce commissione. Eppure non vado veloce, nonostante sia in autostrada. Ho un flash, l’immagine di un guardrail lunghissimo che si avvicina improvvisamente. Non saprò mai se si tratta effettivamente di un ricordo o di una proiezione della mia mente ma sono certo che per un attimo, per un solo attimo, ho avuto paura di non farcela, di questo sono certo. Allo stesso modo non saprò mai come e se sono caduto, se ho perso il controllo, se mi hanno tamponato, se sono svenuto mentre ero in sella. Eppure, anche stavolta, non è successo niente.

Da piccolo, mentre dormo profondamente e un riflesso di luce filtra dalla finestra, vengo svegliato dal rumore del vento. Rimango in dormiveglia a guardare l’enorme tenda che si gonfia e ondeggia lungo la parete. C’è un clown appeso lì, un pagliaccio che sta in casa da prima che io nascessi. Osservo la tenda quasi ipnotizzato, finché una mano compare da dietro all’improvviso e in un lampo afferra il pagliaccio per farlo sparire. Mi accorgo della sagoma di un uomo dietro la tenda. Cerco di gridare ma, come spesso accade nei sogni, la voce non viene fuori. Mi sveglio nel panico, sudato. E’ stato proprio un sogno, il pagliaccio è ancora lì e la tenda probabilmente non si è mai mossa. Non è successo niente.

Non ho mai subito l’influenza di particolari fobie nella mia vita. Che so, mi fanno un po’ impressione le blatte o i gechi e, se ne dovessi incrociare uno ad un’altezza superiore alla suola della scarpa, probabilmente farei un balzo all’indietro per allontanarmi, d’istinto. Non è un vero e proprio spavento. A parte questi pochi episodi, ritengo di non aver mai provato il vero senso della paura, anzi sono sempre stato piuttosto intraprendente, alla ricerca continua di adrenalina ed emozioni che potessero spostare i miei limiti un po’ più in là. Sempre di più.

Ecco perché sto percorrendo il tunnel. Sono quasi alla fine. Il battito del cuore accelera. Messaggi ambigui vengono registrati dai miei occhi: black hole, vortice, condotto spazio-temporale, caduta verticale. Supero un tornello, sono l’ultimo. Un solo posto libero è rimasto, nella prima fila, la peggiore. Mi seggo, sono pronto. Non può accadermi nulla, devo andare a riprendere mio nipote che mi aspetta di sotto. Del resto, sono a Gardaland, questo Oblivion non può spaventarmi.

Spiccioli di me

Saldo contabile finale in euro: +8,87. Il mio conto corrente parla per me. Un altro capitolo della mia vita è finito e io sono di nuovo qui a scriverne. E’ una costante: sparisco dal blog quando fuori vivo qualcosa di forte e coinvolgente per la quale spendo quasi tutto e torno a rifugiarmici quando di quella cosa mi rimane un pugno di monetine e con le parole cerco di fissarne il ricordo in uno spazio solo mio. Non che non abbia scritto in questo periodo ma non l’ho fatto qui. L’ho fatto in un altro modo, in un altro contesto, con altre motivazioni, a qualcuno. Sono stato bene nonostante qualche incidente e ormai si sa che, quando io parlo di incidenti, si parla di incidenti, non di metafore. Ne ho avuto un altro due mesi fa, il quarto di questo immortale 2010, con l’unico mezzo che non pensavo di poter distruggere, la mia storica Vespa.
Stavo meglio due mesi fa, anche se ora non sto affatto male. Ho trascorso splendide vacanze sotto il sole giaguaro leggendo Calvino, sotto il mare nostrum facendo immersioni e in terra madre chiaccherando con tre-quattro vip, che poi sarebbero i miei familiari. Ho viaggiato molto in lungo e poco in largo, ho passato inaspettate sere in spiaggia con Sabina e Caterina Guzzanti e inaspettate notti a letto da solo, ho trovato l’isola dove vorrei finire i miei ultimi diecimila giorni, sono stato al favoloso concerto dei nuovi Guns n’ Roses, ho partecipato all’ultimo sprazzo di vita della mia migliore amica che ha deciso di farla finita e si è sposata, ho tagliato i ponti con un certo passato che dovevo considerare passato molto tempo prima, ho visitato posti nuovi in luoghi che pensavo di conoscere, ho visto cose che voi umani. Finite le vacanze ho ripreso le mie buone abitudini. O meglio, ci ho provato, dato che avevo entrambi i polsi slogati, tutti i mezzi dal meccanico, pochi soldi e niente amici in città a cui rompere le palle.
Quel capitolo però, più che di fatti, racconta di persone. Di una persona, vorrei poter dire se non corressi il rischio di diventare banale, ripetitivo e pure falso, perché una persona in particolare non c’è stata, non una persona nuova almeno, non come la intendo io. Persone quindi. Persone belle che danno e purtroppo spariscono come i soldi che si spendono nelle esperienze migliori e persone brutte che non danno e purtroppo restano come quegli otto euro e ottantasette con cui non ci si andrebbe a prendere nemmeno una pizza.
Come quelli su cui non conto mai ma che penso di potermi ritrovare se mai dovessi averne bisogno e che puntualmente mi fanno ricredere ancora prima di chiedergli aiuto.
Come quella che incontro e tutto sembra troppo perfetto per essere vero e infatti non è vero.
Come lui, mio nipote, che cresce e mi snobba sempre di più perché ha otto anni e io lo tratto ancora come un bambino di cinque, facendogli credere che è più forte di me quando più forte di me lo è davvero.
Come quella a cui credevo di voler bene, che mi ha sempre ritenuto un bugiardo, per la quale ho fatto sforzi enormi, cercando pure di smussare il mio carattere e che, dopo essermi convinto di poter creare con lei una vera amicizia, poco prima di un viaggio, alla prima occasione, mi ha detto “non sei come lui”.
Come lEi, che ho amato per un periodo indefinito e indefinibile e che ora, nonostante sia cambiato tutto e nonostante ne abbiamo passate di tutti i colori, è ancora qui a farmi sorridere e a sorridere con me, sottolineando ogni volta, senza volerlo, quanto io sia cambiato dopo averla incontrata. In meglio.
Come Lei, che ho amato per cinque e più anni, a cui avevo dedicato un blog e da cui sono stato tradito e pugnalato, che ancora oggi si presenta da me quando dormo per parlarmi di un affetto mai sopito e di una conciliazione che purtroppo vedo sempre più lontana.
Come quelli che nella vita privata hanno fatto poco o nulla, che suscitano più pena che rabbia perché non hanno saputo costruirsi niente dentro e intorno, come la personalità che è nulla o inesistente, come la cultura finta fatta di “ho sentito dire” e “mi hanno parlato”, come quell’atteggiamento di ostentata superiorità dettato dall’insicurezza e quella voglia di omologarsi al mondo perfetto dove la carriera, il guadagno e la posizione contano più del piacere delle piccole cose, perché i loro simili li giudicano da ciò che mostrano, perché i colleghi diventano famiglia, amici e amanti, perché l’abito firmato, la bella presenza o la scollatura colpiscono più di un’idea. Perché non sono stressati dal lavoro ma dalla vita e non lo sanno.
Come quelli che sono uguali a quelli di sopra, con la differenza che non fanno un cazzo tutto il giorno, soprattutto perché non lo sanno fare, ma che al momento opportuno sono pronti a dire una parola, riciclare un commento, rubare un pensiero e spacciarlo per proprio senza alcuna dignità.
Come i miei genitori che crescono ancora e invecchiano in un posto lontano, dove spero di essere quando sarà il momento, e che ogni giorno continuano ad insegnarmi come dovrei essere e come non sarò mai perché sono diverso e non bello come loro dopo avermi messo al mondo.
Come quelli che dovrebbero sparire dalla faccia della Terra e vergognarsi di esserci stati, che invece sono sempre più numerosi e che andranno via comprandosi il paradiso dopo una vita trascorsa a raccogliere senza seminare, a prendere senza piegarsi, ad avere e basta.
Otto euro e ottantasette con cui iniziare un altro capitolo. Non bastano per una pizza, per una persona nuova, per una meta diversa, per il paradiso. Alla fine però sono sufficienti per una birra media, un libro (ok, solo economico o tascabile) o un quaderno bianco per continuare a fare quello che faccio, ad avere quello che mi serve e ad essere quello che voglio, me stesso.
Se e quando riuscirò ad arrivare a tutto questo senza nemmeno quegli spiccioli, inizierà l’ennesimo capitolo, l’ultimo finalmente.