Cobra Kai

Karate Kid è stato uno di quei film che, piaccia o non piaccia, conosciamo tutti. Io lo avrò visto decine di volte quando ero ragazzino, poi sono cresciuto e mi sono reso conto di quante cazzate abbia visto in vita mia. E soprattutto di quante ne continui a vedere.
La prima stagione di Cobra Kai non è passata inosservata, ha recuperato dall’oblio tutti gli attori vivi del film e ne ha riproposto i personaggi in maniera genuina. E’ stata una sorpresa ritrovarli invecchiati nelle loro nuove realtà e questo ha dato slancio alla serie, nonostante il target fosse decisamente adolescenziale e il budget ridicolo (la serie è nata per YouTube, Netflix ne ha fiutato il potenziale e l’ha fatta sua). Passata la sorpresa infatti, le altre stagioni si rivelano per quello che sono, un’accozzaglia di scene viste e riviste dove, ad intervalli, tutti lottano contro tutti, con continui cambi di schieramenti da un dojo (scuola di karate) all’altro con pretesti discutibili. Le scenografie sono sempre le stesse costruite all’interno di qualche studio e i dialoghi così di basso livello che è facile prevederli. I contrasti dei ragazzi coinvolgono gli adulti che non ci dormono la notte ma, a pensarci bene, sono stati gli adulti che, portando il karate nella vita dei ragazzi, li hanno deviati. Prima di impararlo infatti erano felici e spensierati. I protagonisti sono Daniel LaRusso, benestante e realizzato, che ogni due scene va a parlare col defunto maestro Miyagi triturando le… scatole con la sua mielosa saccenteria e il biondino Johnny Lawrence, che era il cattivo nel primo film e qui si dimostra il migliore di tutti: uomo fallito, buono ed imbranato, beve birra e mangia cibo spazzatura, ignora internet e la tecnologia e vive alla giornata fino a quando non ritrova stimoli allenando un giovane bullizzato a scuola. Johnny è il vero trascinatore, un misto di comicità e tenerezza che mi ha portato, ahimè, fino alla quarta stagione. Le puntate durano venti minuti e, nonostante la stupidità dei drammi giovanili, nel mezzo di una pandemia, tra una sbronza e uno sbadiglio, si possono seguire. Del resto guardo così tante cazzate che una in più non farà differenza.

Incastrati

Su Ficarra e Picone ho ben poco da dire, il loro successo parla da solo, grazie all’ironia mai stupida né volgare e alla sicilianità spontanea che li contraddistingue in qualsiasi contesto si cimentino: teatro, TV, cinema ed ora anche in questa serie Netflix, in cui si ride ma soprattutto non ci si annoia. Sei episodi leggeri da nemmeno trenta minuti raccontano una storia ben scritta in cui sketch e battute si incastrano sapientemente, nonostante in alcuni momenti si abbia la sensazione di stare in una fiction. Non è così e non è nemmeno comicità da cinepanettone o da Colorado. Ci sono anzi scene e dialoghi che, pur senza togliere il sorriso, descrivono realtà pesanti ed importanti, vedi il discorso del boss sui rapporti tra mafia e politica in cui alla fine dice: “presto o tardi le cose torneranno come ai vecchi tempi, dobbiamo soltanto aspettare che il popolo dimentichi e se c’è una cosa che la storia ci insegna è che il popolo, prima o poi, dimentica“. Mamma mia. Sembra roba da film di Scorsese o Coppola con la voce di Al Pacino o De Niro. E invece sono Ficarra e Picone.

The silent sea

I coreani ci stanno prendendo gusto: già il loro cinema da anni è degno di nota, adesso spuntano serie TV come funghi e alcune, vedi Squid Game, riscuotono anche successo. Netflix ci riprova con The silent sea, fantascienza mista a thriller che scopiazza in più parti Alien ma senza Alien: i mostri qui sono gli umani privi di scrupoli, capaci delle peggiori azioni per raggiungere i propri interessi nella ricerca spasmodica del bene più prezioso, l’acqua, ormai quasi scomparsa sulla Terra. Un equipaggio con varie competenze viene inviato in missione sulla Luna per recuperare da una base spaziale dei campioni dei quali non si conosce l’origine e che creeranno non pochi problemi. Le prime puntate, nonostante la recitazione che è pur sempre asiatica, sono – oserei dire – avvincenti perché lasciano in sospeso diversi misteri. Come spesso accade però, man mano che si va avanti, la storia perde incisività e le scene superflue si sprecano, senza parlare delle castronerie inspiegabili, tipo – SPOILER – la protagonista che, infettata, non muore solo perché è la protagonista. Tra l’altro, sarà colpa mia ma gli uomini della squadra, con gli stessi occhi mandorlati e le stesse tute, mi sono sembrati praticamente tutti uguali e la cosa mi ha fatto perdere qualche dettaglio importante, alla fine non distinguevo i buoni dai cattivi. Nel complesso tuttavia non è una brutta serie per gli amanti del genere come me, l’importante è seguirla degustando magari un bicchiere di vino o di birra, evitare l’acqua.

Arcane

Difficile trovare un punto debole in quest’anime dove ogni dettaglio è stato sviluppato alla perfezione: storia, personaggi, scenari e animazione soprattutto sono sorprendenti. La serie è tratta dal videogame Arcane: League of Legends, prodotto una decina di anni fa e tuttora in voga, nelle varie evoluzioni, tra milioni di utenti nel mondo. Personalmente non ci ho mai giocato ma la mia anima vintage e la pubblicità di Netflix mi hanno convinto a dare un’occhiata. E per fortuna.
L’animazione è spettacolare, un misto di computer grafica e disegno a mano che insieme raggiungono risultati visivi mai concepiti prima nemmeno da Disney o Pixar (applausi a Riot Games). Basta mettere in pausa una qualsiasi scena per ritrovarsi davanti un’opera di concept art da stampare e incorniciare. La trama, coinvolgente ed intricata al punto giusto per restare viva fino alla fine, tocca tanti temi e li affronta senza cadere nel banale, soprattutto grazie alla bravura degli autori (sceneggiatori, grafici o chi per loro, non lo so) che hanno creato e realizzato mondi dove la fantasia si perde. I personaggi sono definiti con cura: nello scontro alla base della storia tra due classi sociali, due città, due realtà contrapposte l’una all’altra, non sembrano esserci né buoni né cattivi ma tante personalità ognuna con i propri pregi e le proprie colpe. Le donne in particolare sono le grandi protagoniste, tanto fragili e sentimentali quanto forti ed intelligenti da oscurare le altre figure, pur di rilievo. La schizofrenia dell’antagonista poi è per me una delle cose meglio riuscite, difficile da descrivere ma visivamente molto efficace, davvero bella.
Dovrebbe essere in cantiere una seconda stagione ma a me sta già bene come si è conclusa la prima.

Cowboy Bebop

Cowboy Bebop, l’originale, è un anime giapponese di fine anni ’90 considerato all’unanimità, nel mondo, un capolavoro per animazione, stile, trama, personaggi, grafica, colonna sonora, non a caso tra i miei preferiti. Netflix ha appena proposto questa serie live action, cioè con personaggi in carne ed ossa che, all’unanimità, nel mondo, è stata stroncata da critica e pubblico, salvo pochi casi, me incluso. Io, nerd dentro che guarda pure le peggiori cazzate, ho un debole per tutto ciò che mi riporta indietro nel tempo e non me la sono sentita di fare il criticone.
Direi che, se la serie viene accostata all’anime, il paragone non regge. I puristi hanno ragione, è stato scopiazzato tutto e male. I personaggi soprattutto fanno ridere e non perché siano simpatici. Ricordano i cosplay che vanno alla fiera del giocattolo, inespressivi e bruttarelli (il cattivone poi, con quella parrucca bianca…). Nell’anime sono affascinanti e pieni di personalità, come dire meglio disegnati che vivi.
Se si riesce però a dimenticare l’anime – io stesso non lo ricordavo benissimo, essendo passati oltre vent’anni – e si pensa alla serie come fosse un prodotto di fantascienza a sé stante, non è proprio da buttare: ambientazione ben fatta, dialoghi stupidini ma divertenti, sangue e parolacce a sufficienza. In fin dei conti si può guardare quando in giro non c’è di meglio e Netflix non è che offra sempre capolavori a cui dare priorità. Sarei curioso di vedere la seconda stagione ma temo non arriverà mai, visto il successo che ha avuto la prima.

The fall

La protagonista di questa serie, di cui mi sono sorbito tre stagioni su Netflix, è l’indimenticabile agente Scully di X-Files che credevo fosse sparita dalle scene e invece pare sia molto attiva specialmente in TV. Qui interpreta, in maniera sublime ma anche pallosa a lungo andare, un sovrintendente delle forze dell’ordine che si ritrova a dare la caccia ad un serial killer belloccio ed intelligente. La trama è tutt’altro che scontata, non ci sono delitti a gogò né scene cruente con l’assassino che riesce sempre a farla franca, anzi. Tutto si muove sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi che innesca un duello a distanza tra i buoni e il cattivo fatto di mosse e contromosse nonostante gli imprevisti. Lei soprattutto è una donna con le palle da elevare a regina del movimento femminista, tanto schietta e pratica quanto sensibile. Lui è uno psicopatico omicida che a tratti viene voglia di incoraggiare. La pecca principale è che le puntate sono piuttosto lente. Accade di continuo qualcosa di importante ma ci mette troppo ad arrivare, tant’è che ho imparato a cucire a maglia e cucinare il cuscus durante la visione. Sarebbe stato meglio comprimere tutto in due stagioni, più che sufficienti a beccare il killer senza fronzoli.

Strappare lungo i bordi

Arrivo tardi come al solito, della serie Netflix di Zerocalcare tutti hanno già scritto e detto tutto e nessuno ha fatto un solo appunto negativo. Zerocalcare è un genio, non esagero. A meno che tu non appartenga ad un’altra generazione, è impossibile non ritrovarsi nelle sue storie, sia quando ti strappa una fragorosa risata sia quando ti fa scendere la lacrimuccia, perché poi non colpisce tanto cosa racconta ma come ci riesce e quasi sempre, almeno per quanto mi riguarda, è esattamente quello che avrei voluto dire oppure ho pensato vivendo le stesse identiche situazioni. A differenza del fumetto, su cui ci si può soffermare senza voltare pagina, la serie scorre veloce per gustarsela e infatti non si contano i momenti in cui ho premuto stop per osservare meglio i particolari o rivedere le scene. La parte finale mi ha sinceramente commosso e sono certo che presto rivedrò tutti i sei episodi senza pausa. Durano poco, sono come un film che, a per lunghi tratti, può essere quello della tua vita.

Alice in Borderland

Sull’onda del successo di Squid Game, tra i titoli più visti di Netflix è tornata in classifica questa serie giapponese del 2020 con cui condivide l’idea di fondo: giocare per sopravvivere. Sembra anzi che l’autore di Squid Game si sia proprio ispirato al manga da cui è tratta Alice in Borderland, uscito in Giappone una decina di anni fa, per realizzare “Il gioco del calamaro”. Le similitudini in effetti sono molte ma lo sviluppo è totalmente diverso, qui poi la trama tocca la fantascienza e la distopia e c’è pure il doppiaggio italiano. La recitazione purtroppo resta mediocre, del resto anche nella vita quotidiana i giapponesi sembrano attori mediocri. Gli spunti sono curiosi ed alcuni richiami ad Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice in Wonderland) piuttosto evidenti ma non ne ho compreso appieno il nesso, forse perché è plausibile una seconda stagione che magari darà qualche risposta in più. Bello immaginare una Tokyo completamente disabitata, quasi quanto il Grande Raccordo Anulare vuoto, utopia pura.

L’uomo delle castagne

Miniserie danese, di soli sei episodi e di puro intrattenimento, che fa parte di quel filone di thriller nordici tratti da romanzi di successo in cui Netflix sguazza perché difficilmente deludono, anche se non aggiungono niente di nuovo al “già visto”. L’azione è ridotta al minimo ma la tensione è sempre alta, soprattutto per merito di una trama ben congegnata e con poche lacune. Una però, almeno per me, è grossa: l’assassino. Già dalla prima puntata il campo dei papabili colpevoli si restringe ad una manciata di individui, perché l’intero cast è povero di personaggi e si capisce che il killer è tra loro. Peccato che, quando il mistero viene svelato, ci si rende conto dell’assurdità della cosa, l’assassino non può essere chi è. Non avrebbe proprio potuto nascondersi tra la gente altrimenti, men che meno in Danimarca dove la precisione e l’attenzione sono di casa, vedi i Lego. Poi sarò io esagerato ma, dopo innumerevoli romanzi e serie del genere nel mio curriculum, i particolari sono diventati importanti, non mi aspetto che il castello crolli nel finale. E invece, cinque puntate divorate, la sesta mal digerita. Così anche L’uomo delle castagne finirà presto nel dimenticatoio.

Midnight mass

Non mi era chiaro che si trattasse di una serie horror, l’avevo scelta quasi a caso tra le novità proposte da Netflix che mi ha profilato come serial thriller e che credevo ormai tarata su questo genere. Ciononostante mi ha preso subito, soprattutto per alcuni brevi intermezzi iniziali che lasciavano intuire la presenza di un grave mistero alla base della storia e l’arrivo di qualche morto. La trama si sviluppa in un’isoletta imprecisata di un paese nordico, abitata da poche decine di ferventi cattolici che pregano dalla prima all’ultima puntata, a volte annoiando più di una vera messa. Ci sono episodi un po’ cruenti che si svolgono intorno alla chiesa del paese ma niente di davvero spaventoso come, ad esempio, un matrimonio. L’aspetto più inquietante semmai è che molte delle preghiere che vengono recitate io le conosco ancora a memoria, conseguenza delle cattive frequentazioni in oratorio da bambino. Esperienze che tuttavia mi hanno fatto crescere nella grazia di dio, cioè ateo. Se non fosse per questo, immagino che Netflix mi avrebbe proposto di abbonarmi a Disney+.

Squid Game

E’ stato praticamente già scritto tutto su questa serie coreana che si appresta, pare, a diventare la più vista di sempre su Netflix. In Italia non è nemmeno stata doppiata e ha già avuto un incredibile successo. Incredibile perché, come spesso accade, il passaparola è il miglior canale pubblicitario in assoluto: io stesso non mi sarei preoccupato di seguirla, più che altro per i sottotitoli, se non ne avessi sentito parlare ovunque. Poi va detto che effettivamente è un buon prodotto. E’ originale, mai pesante, coinvolge, appassiona e non si lascia interrompere. A me questo genere di “cazzate” piace. Mi ha ricordato, tra i mille paragoni fatti (da Parasite a Hunger Games), Battle Royale, film capolavoro giapponese di qualche anno fa con cui senza dubbio ha qualche analogia. Sorprese continue e una buona dose di sangue e sentimenti fanno il resto, oltre ad un finale definitivo e tutto sommato all’altezza che potrebbe anche ispirare una seconda stagione. Spero di non morire prima di vederla.

Due estranei

Un ragazzo di colore, uscendo dalla casa della ragazza con cui ha passato la notte, viene malmenato e ucciso da un poliziotto bianco. Si risveglia nel letto con la stessa ragazza nella stessa casa e rivive quella mattina in loop senza riuscire a sfuggire al poliziotto e alla morte, pur provando a modificare gli eventi.
In memoria di George Floyd, Breonna Taylor e tutti i neri morti negli USA a seguito degli abusi delle forze dell’ordine, ho scoperto che questo cortometraggio, della durata di trenta minuti, trovato per caso su Netflix, ha vinto l’Oscar nel 2021. Ne deduco che non solo a me è sembrato meraviglioso.

Clickbait

Un uomo, marito devoto e padre di famiglia, sparisce improvvisamente per poi ricomparire, ferito e scosso, in un video sul web dove, tramite un cartello, comunica che raggiunte cinque milioni di visualizzazioni morirà. O meglio sarà ucciso. Perché? Da qui parte un susseguirsi di eventi in cui sono coinvolti diversi protagonisti, ognuno dei quali vive la vicenda attraverso una puntata che racconta il suo punto di vista. Continui colpi di scena spostano l’attenzione da un presunto colpevole all’altro ma solo l’ultimo episodio darà la risposta, spiazzante e definitiva. Soprattutto, ci si chiede, colpevole di cosa? Targata Netflix, si tratta in sintesi di una buona serie in cui i social media fanno il bello e il cattivo tempo dimostrando che, alla fine, i colpevoli siamo noi.

Katla

Come tutte le serie nordiche, anche questa è fredda e un po’ lenta. Come l’attività di un vulcano che non erutta da oltre cento anni. Come gli abitanti di quei posti. Posti che poi sono la fantastica Islanda e, in particolare, la zona di Vík í Mýrdal ai piedi del vulcano Katla, dove non c’è praticamente un tubo, a parte la meraviglia. A casa conservo un barattolo di sabbia nera tipica della spiaggia, oltre a mille ricordi e fotografie tra cui quelle dei bellissimi faraglioni di Reynisdrangar che spesso vengono inquadrati durante gli episodi.

Insomma, avevo sufficienti motivi per guardare la serie che oltretutto è di genere misto tra fantasy e thriller, leggera ma intrigante. Ad un certo punto, arrivare al finale mi ha interessato poco, cercavo solo di ritrovare luoghi e qui la fotografia ha peccato, Netflix avrebbe potuto sfruttare molto meglio gli scenari e i paesaggi offerti anziché concentrarsi su una trama non proprio soddisfacente e con qualche buco di sceneggiatura di troppo. Non ci sarà una seconda stagione, senza dubbio invece tornerò una seconda volta in Islanda.

Niente da perdere

Jeff Lemire è un bravo fumettista, lo avevo conosciuto con Il saldatore subacqueo che però, nonostante qualche buono spunto ed i bei disegni, non mi aveva cambiato la vita né la giornata. Su Netflix tra l’altro è appena uscita una serie, Sweet Tooth, tratta da una collana di fumetti da lui realizzata: insomma non è l’ultimo arrivato. Ho comprato e letto questo Niente da perdere proprio perché non avevo niente da perdere, avendolo preso in offerta. Non mi è dispiaciuto, la storia ruota attorno ad un fratello ed una sorella, derelitti e distanti, che finiscono col ritrovarsi. Usando sapientemente i colori, Lemire crea un’ambientazione fredda in un contesto glaciale ma pieno di buoni sentimenti, peccato sia tutto un po’ prevedibile, la sorpresa non deve essere il suo forte. Semmai mi sorprende scrivere di questi fumetti sapendo che nessuno che conosco li leggerà né leggerà questo post.

Jeff Lemire – Niente da perdere

Suburbia killer

Dopo Estate di morte e The stranger, ancora una volta mi ritrovo casualmente a vedere una serie Netflix firmata Harlan Coben, autore che ormai sarò costretto a leggere visto il numero di adattamenti in TV dei suoi romanzi. Deve essere bravo, perché tutto ciò che mi è capitato di vedere con il suo zampino (compresa Safe, altra serie che però non deriva da un romanzo), mi è piaciuto. Suburbia Killer non è da meno, anzi è forse la migliore. Ha gli ingredienti giusti di un ottimo thriller e colpi di scena à gogo che tengono sempre viva l’attenzione e la tensione. Anche certi avvenimenti che appaiono improbabili prima o poi trovano la propria collocazione nella trama e diventano plausibili. La serie è spagnola (il titolo originale è infatti El inocente) e forse il cast non è proprio di primo livello: il protagonista, nonostante sia un sex symbol o probabilmente per questo, ha due sole espressioni, una triste e una meno triste ed è vero che per otto puntate non c’è un motivo per farlo ridere, però un sorriso lo avrebbe reso più simpatico e meno sfigato.

Retribution

Retribution è il vecchio titolo di questa mini serie che ora dappertutto, ad eccezione di Netflix, ha cambiato nome in One of us, non so perché. Un crimine brutale come primissima scena accende la curiosità negli amanti del genere e, anche se sembra esserci qualche coincidenza di troppo, gli avvenimenti vengono spiegati bene e velocemente, gli episodi sono solo quattro. Non altrettanto bene vengono invece superate certe leggerezze che a me danno fastidio tanto quanto il fumo o i politici: per dirne una, la bionda protagonista, dopo essersi inzuppata e infangata di notte sotto la pioggia, si mette a dormire sul divano con gli stessi vestiti miracolosamente asciutti e puliti e la mattina dopo va pure a lavorare senza essersi cambiata. Certo, sono aspetti che non intaccano la storia e la trama avvincente, però io li noto e il mio giudizio, comunque positivo, ne risente durante la visione. I personaggi hanno tutti un segreto ma qualcuno ne ha di più pesanti, uno pesantissimo e non è l’assassino. E poi c’è Luca Ward che qui, col suo doppiaggio altisonante, ha toppato.

Collateral

Una miniserie di soli quattro episodi da guardare in un weekend piovoso, sperando sia l’ultimo visto che l’estate è alle porte. La scena iniziale dà il via ad una serie di storie collaterali legate all’omicidio di un ragazzo che consegna la pizza (fosse stata all’ananas, sarebbe stata una morte giusta) ma la trama, per quanto intricata, non mi ha entusiasmato. Manca il pathos, l’assassino viene svelato subito e si intuisce presto che si tratta solo di una pedina di un gioco più grande. La detective che indaga è un personaggio creato ad immagine e somiglianza della protagonista di Fargo (il film dei Coen), lo sceriffo donna con un bambino in grembo, un marito tranquillo e invisibile e una buona dose di astuzia e di palle. Anche gli altri personaggi sono ben costruiti e Londra è sempre Londra. Non c’è sangue (peccato, ci speravo) e le vicende lo fanno assomigliare più ad un thriller politico, per cui quattro puntate sono risultate assolutamente sufficienti. Una quinta non l’avrei vista.

The serpent

La serie racconta, ricostruendo fedelmente i fatti, i crimini di tale Charles Sobhraj, un francese bruttarello e diabolico che negli anni 70′ ha predato e spesso ucciso non si sa quanti hippie occidentali in viaggio nell’Asia meridionale alla ricerca di pace e amore e forse se stessi. La pace l’hanno trovata, l’amore non so, se stessi non credo, visto che i corpi venivano fatti sparire, bruciati o seppelliti. Il serpente, uno dei soprannomi di Sobhraj, era un grande adescatore, non aveva scrupoli a perseguire i suoi piani e li portava a termine soprattutto perché quegli hippie, diciamolo, non erano poi così svegli: con il fumo negli occhi e nel sangue, erano portati a fidarsi di chiunque. O almeno così vengono rappresentati e questa – la facilità con cui venivano adescati – è una delle poche pecche che ho trovato nella serie, alcuni eventi sono descritti con eccessiva superficialità. Per il resto, superate le difficoltà iniziali con i salti temporali che non fanno capire una mazza e archiviati i primi due soporiferi episodi (Netflix ne poteva fare a meno), la storia inizia a ravvivarsi e coinvolgere. Il merito va al protagonista, Tahar Rahim, attore di cui mi sono innamorato che, nonostante il trucco tendente ad imbruttirlo, resta bello. Bravo è bravo, se ne parla già da qualche tempo, al punto che sono andato a recuperare Il Profeta, gran film del 2009 da lui interpretato, per apprezzarlo meglio. Le ambientazioni sono ben ricostruite e mi confermano che la Thailandia e Bangkok in particolare non mi attirano per niente. Io sarei stato uno di quegli hippie derubati e ammazzati e non sono sicuro che prima mi sarei divertito, dopo sicuramente no.

Pantano

Altra serie TV polacca che, dopo “Estate di morte”, Netflix mi propone come genere crime. Ambientata nella Polonia cupa e grigia negli anni ’80, è un misto fra thriller e giallo investigativo con intrecci politici, il che significa poco sangue, scene lente e tanta burocrazia: il titolo, Pantano, credo voglia proprio rappresentare quanto siano intricate le vicende dalle quali i personaggi fanno fatica a districarsi. E pure io, spettatore medio e annoiato, non ho colto bene tutte le sfaccettature della trama. Sarà perché i nomi polacchi mi vengono difficili da memorizzare (solo al terzo episodio ho capito come si chiamava il protagonista), sarà perché il contesto sociale e politico sullo sfondo mi è sconosciuto, sarà perché l’azione scarseggia, insomma non mi sono esattamente appassionato. E’ stato però interessante vedere come si viveva nella “Repubblica Popolare di Polonia”, come ci si vestita, come erano fatte le case e le automobili, cosa faceva la gente comune che, di certo, non guardava queste serie TV.

Glacé

Ormai Netflix ha tracciato le mie preferenze e da un paio di mesi, tra i titoli che potrebbero interessarmi, mi propone una marea di thriller, alcuni interessanti, altri penosi. Ho scelto questa miniserie francese perché l’ambientazione tra freddo e montagne, il paesello sperduto ricco di segreti, il protagonista tormentato che vive un dramma parallelo all’indagine, l’antagonista furbo quanto lui ma spietato, la ragazza carina già ispettore a vent’anni, qualche omicidio cruento e gli interrogativi inspiegabili sono classici elementi che mescolati bene funzionano. Almeno per un inguaribile serial thriller come me. Stavolta però erano mescolati a cazzo. Fino al terzo episodio sembrava che ogni tassello fosse ben incastrato in una fitta trama. Poi, contestualmente alle risposte ai primi enigmi, sono arrivate mille domande, tutte fuoriuscite da una sceneggiatura bucherellata. Per creare suspense e allungare il brodo, viene introdotto all’improvviso un uomo chiave mai visto né nominato prima e poco dopo ne spunta addirittura un altro. Nel mentre, intuizioni e depistaggi un po’ assurdi si susseguono, per non parlare dei fastidiosissimi squilli del cellulare che suona a qualcuno ogni dieci minuti in ogni puntata. Il top tuttavia è il burattinaio malvagio che, dopo aver escogitato il piano perfetto e infallibile alla base dell’intera storia, sul più bello si perde in un bicchiere d’acqua come un ladruncolo qualunque. Bah. La prossima volta scelgo una serie di genere diverso e, per non farmi ingannare dalle proposte di Netflix, me la vado a cercare su Prime Video.

Estate di morte

Il titolo è la classica storpiatura all’italiana che nasce da chissà quale mente eccelsa, perché quello originale, sia della miniserie TV sia del romanzo da cui è tratta, è “The woods“, che in inglese è efficace e non sarebbe stato male lasciarlo così. Mi ricorda il caso di “Eternal sunshine of the spotless mind”, film acclamato dalla critica e vincitore di numerosi premi, che in Italia hanno tradotto come “Se mi lasci ti cancello”, facendolo passare per una stupida commedia americana. Non è stato quindi il titolo a farmi scegliere questa serie ma, ancora una volta, il nome di Harlan Coben, l’autore che ho scoperto proprio nei giorni scorsi con “The stranger” e il più vecchio “Safe“. Netflix ha deciso di produrla in Polonia e non si sa perché. Il risultato non ne risente e da subito il mistero dei quattro ragazzi scomparsi comincia a dipanarsi, lasciando comunque tanti interrogativi che pian piano troveranno risposta, anche se con qualche forzatura ai limiti del banale. Il parallelo tra le due storie che si alternano a distanza di venticinque anni mostra una Polonia del 1994 che Kripstak e Petrektek non avrebbero potuto rappresentare meglio, quella del 2019 è forse già più avanti del nostro paese. Mi è piaciuto il protagonista da adulto, con quel sorrisetto che non perde nemmeno quando gli sparano e quella sfiga che lo perseguita fin da ragazzo. Il finale lascia una porticina aperta: chissà che non ci possa essere una seconda stagione, magari con lo stesso protagonista anziano nella Polonia del 2044, quando avrà surclassato l’Italia.