Alice in Borderland

Sull’onda del successo di Squid Game, tra i titoli più visti di Netflix è tornata in classifica questa serie giapponese del 2020 con cui condivide l’idea di fondo: giocare per sopravvivere. Sembra anzi che l’autore di Squid Game si sia proprio ispirato al manga da cui è tratta Alice in Borderland, uscito in Giappone una decina di anni fa, per realizzare “Il gioco del calamaro”. Le similitudini in effetti sono molte ma lo sviluppo è totalmente diverso, qui poi la trama tocca la fantascienza e la distopia e c’è pure il doppiaggio italiano. La recitazione purtroppo resta mediocre, del resto anche nella vita quotidiana i giapponesi sembrano attori mediocri. Gli spunti sono curiosi ed alcuni richiami ad Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice in Wonderland) piuttosto evidenti ma non ne ho compreso appieno il nesso, forse perché è plausibile una seconda stagione che magari darà qualche risposta in più. Bello immaginare una Tokyo completamente disabitata, quasi quanto il Grande Raccordo Anulare vuoto, utopia pura.

L’uomo delle castagne

Miniserie danese, di soli sei episodi e di puro intrattenimento, che fa parte di quel filone di thriller nordici tratti da romanzi di successo in cui Netflix sguazza perché difficilmente deludono, anche se non aggiungono niente di nuovo al “già visto”. L’azione è ridotta al minimo ma la tensione è sempre alta, soprattutto per merito di una trama ben congegnata e con poche lacune. Una però, almeno per me, è grossa: l’assassino. Già dalla prima puntata il campo dei papabili colpevoli si restringe ad una manciata di individui, perché l’intero cast è povero di personaggi e si capisce che il killer è tra loro. Peccato che, quando il mistero viene svelato, ci si rende conto dell’assurdità della cosa, l’assassino non può essere chi è. Non avrebbe proprio potuto nascondersi tra la gente altrimenti, men che meno in Danimarca dove la precisione e l’attenzione sono di casa, vedi i Lego. Poi sarò io esagerato ma, dopo innumerevoli romanzi e serie del genere nel mio curriculum, i particolari sono diventati importanti, non mi aspetto che il castello crolli nel finale. E invece, cinque puntate divorate, la sesta mal digerita. Così anche L’uomo delle castagne finirà presto nel dimenticatoio.

Midnight mass

Non mi era chiaro che si trattasse di una serie horror, l’avevo scelta quasi a caso tra le novità proposte da Netflix che mi ha profilato come serial thriller e che credevo ormai tarata su questo genere. Ciononostante mi ha preso subito, soprattutto per alcuni brevi intermezzi iniziali che lasciavano intuire la presenza di un grave mistero alla base della storia e l’arrivo di qualche morto. La trama si sviluppa in un’isoletta imprecisata di un paese nordico, abitata da poche decine di ferventi cattolici che pregano dalla prima all’ultima puntata, a volte annoiando più di una vera messa. Ci sono episodi un po’ cruenti che si svolgono intorno alla chiesa del paese ma niente di davvero spaventoso come, ad esempio, un matrimonio. L’aspetto più inquietante semmai è che molte delle preghiere che vengono recitate io le conosco ancora a memoria, conseguenza delle cattive frequentazioni in oratorio da bambino. Esperienze che tuttavia mi hanno fatto crescere nella grazia di dio, cioè ateo. Se non fosse per questo, immagino che Netflix mi avrebbe proposto di abbonarmi a Disney+.

Squid Game

E’ stato praticamente già scritto tutto su questa serie coreana che si appresta, pare, a diventare la più vista di sempre su Netflix. In Italia non è nemmeno stata doppiata e ha già avuto un incredibile successo. Incredibile perché, come spesso accade, il passaparola è il miglior canale pubblicitario in assoluto: io stesso non mi sarei preoccupato di seguirla, più che altro per i sottotitoli, se non ne avessi sentito parlare ovunque. Poi va detto che effettivamente è un buon prodotto. E’ originale, mai pesante, coinvolge, appassiona e non si lascia interrompere. A me questo genere di “cazzate” piace. Mi ha ricordato, tra i mille paragoni fatti (da Parasite a Hunger Games), Battle Royale, film capolavoro giapponese di qualche anno fa con cui senza dubbio ha qualche analogia. Sorprese continue e una buona dose di sangue e sentimenti fanno il resto, oltre ad un finale definitivo e tutto sommato all’altezza che potrebbe anche ispirare una seconda stagione. Spero di non morire prima di vederla.

Due estranei

Un ragazzo di colore, uscendo dalla casa della ragazza con cui ha passato la notte, viene malmenato e ucciso da un poliziotto bianco. Si risveglia nel letto con la stessa ragazza nella stessa casa e rivive quella mattina in loop senza riuscire a sfuggire al poliziotto e alla morte, pur provando a modificare gli eventi.
In memoria di George Floyd, Breonna Taylor e tutti i neri morti negli USA a seguito degli abusi delle forze dell’ordine, ho scoperto che questo cortometraggio, della durata di trenta minuti, trovato per caso su Netflix, ha vinto l’Oscar nel 2021. Ne deduco che non solo a me è sembrato meraviglioso.

Clickbait

Un uomo, marito devoto e padre di famiglia, sparisce improvvisamente per poi ricomparire, ferito e scosso, in un video sul web dove, tramite un cartello, comunica che raggiunte cinque milioni di visualizzazioni morirà. O meglio sarà ucciso. Perché? Da qui parte un susseguirsi di eventi in cui sono coinvolti diversi protagonisti, ognuno dei quali vive la vicenda attraverso una puntata che racconta il suo punto di vista. Continui colpi di scena spostano l’attenzione da un presunto colpevole all’altro ma solo l’ultimo episodio darà la risposta, spiazzante e definitiva. Soprattutto, ci si chiede, colpevole di cosa? Targata Netflix, si tratta in sintesi di una buona serie in cui i social media fanno il bello e il cattivo tempo dimostrando che, alla fine, i colpevoli siamo noi.

Katla

Come tutte le serie nordiche, anche questa è fredda e un po’ lenta. Come l’attività di un vulcano che non erutta da oltre cento anni. Come gli abitanti di quei posti. Posti che poi sono la fantastica Islanda e, in particolare, la zona di Vík í Mýrdal ai piedi del vulcano Katla, dove non c’è praticamente un tubo, a parte la meraviglia. A casa conservo un barattolo di sabbia nera tipica della spiaggia, oltre a mille ricordi e fotografie tra cui quelle dei bellissimi faraglioni di Reynisdrangar che spesso vengono inquadrati durante gli episodi.

Insomma, avevo sufficienti motivi per guardare la serie che oltretutto è di genere misto tra fantasy e thriller, leggera ma intrigante. Ad un certo punto, arrivare al finale mi ha interessato poco, cercavo solo di ritrovare luoghi e qui la fotografia ha peccato, Netflix avrebbe potuto sfruttare molto meglio gli scenari e i paesaggi offerti anziché concentrarsi su una trama non proprio soddisfacente e con qualche buco di sceneggiatura di troppo. Non ci sarà una seconda stagione, senza dubbio invece tornerò una seconda volta in Islanda.

Niente da perdere

Jeff Lemire è un bravo fumettista, lo avevo conosciuto con Il saldatore subacqueo che però, nonostante qualche buono spunto ed i bei disegni, non mi aveva cambiato la vita né la giornata. Su Netflix tra l’altro è appena uscita una serie, Sweet Tooth, tratta da una collana di fumetti da lui realizzata: insomma non è l’ultimo arrivato. Ho comprato e letto questo Niente da perdere proprio perché non avevo niente da perdere, avendolo preso in offerta. Non mi è dispiaciuto, la storia ruota attorno ad un fratello ed una sorella, derelitti e distanti, che finiscono col ritrovarsi. Usando sapientemente i colori, Lemire crea un’ambientazione fredda in un contesto glaciale ma pieno di buoni sentimenti, peccato sia tutto un po’ prevedibile, la sorpresa non deve essere il suo forte. Semmai mi sorprende scrivere di questi fumetti sapendo che nessuno che conosco li leggerà né leggerà questo post.

Jeff Lemire – Niente da perdere

Suburbia killer

Dopo Estate di morte e The stranger, ancora una volta mi ritrovo casualmente a vedere una serie Netflix firmata Harlan Coben, autore che ormai sarò costretto a leggere visto il numero di adattamenti in TV dei suoi romanzi. Deve essere bravo, perché tutto ciò che mi è capitato di vedere con il suo zampino (compresa Safe, altra serie che però non deriva da un romanzo), mi è piaciuto. Suburbia Killer non è da meno, anzi è forse la migliore. Ha gli ingredienti giusti di un ottimo thriller e colpi di scena à gogo che tengono sempre viva l’attenzione e la tensione. Anche certi avvenimenti che appaiono improbabili prima o poi trovano la propria collocazione nella trama e diventano plausibili. La serie è spagnola (il titolo originale è infatti El inocente) e forse il cast non è proprio di primo livello: il protagonista, nonostante sia un sex symbol o probabilmente per questo, ha due sole espressioni, una triste e una meno triste ed è vero che per otto puntate non c’è un motivo per farlo ridere, però un sorriso lo avrebbe reso più simpatico e meno sfigato.

Retribution

Retribution è il vecchio titolo di questa mini serie che ora dappertutto, ad eccezione di Netflix, ha cambiato nome in One of us, non so perché. Un crimine brutale come primissima scena accende la curiosità negli amanti del genere e, anche se sembra esserci qualche coincidenza di troppo, gli avvenimenti vengono spiegati bene e velocemente, gli episodi sono solo quattro. Non altrettanto bene vengono invece superate certe leggerezze che a me danno fastidio tanto quanto il fumo o i politici: per dirne una, la bionda protagonista, dopo essersi inzuppata e infangata di notte sotto la pioggia, si mette a dormire sul divano con gli stessi vestiti miracolosamente asciutti e puliti e la mattina dopo va pure a lavorare senza essersi cambiata. Certo, sono aspetti che non intaccano la storia e la trama avvincente, però io li noto e il mio giudizio, comunque positivo, ne risente durante la visione. I personaggi hanno tutti un segreto ma qualcuno ne ha di più pesanti, uno pesantissimo e non è l’assassino. E poi c’è Luca Ward che qui, col suo doppiaggio altisonante, ha toppato.

Collateral

Una miniserie di soli quattro episodi da guardare in un weekend piovoso, sperando sia l’ultimo visto che l’estate è alle porte. La scena iniziale dà il via ad una serie di storie collaterali legate all’omicidio di un ragazzo che consegna la pizza (fosse stata all’ananas, sarebbe stata una morte giusta) ma la trama, per quanto intricata, non mi ha entusiasmato. Manca il pathos, l’assassino viene svelato subito e si intuisce presto che si tratta solo di una pedina di un gioco più grande. La detective che indaga è un personaggio creato ad immagine e somiglianza della protagonista di Fargo (il film dei Coen), lo sceriffo donna con un bambino in grembo, un marito tranquillo e invisibile e una buona dose di astuzia e di palle. Anche gli altri personaggi sono ben costruiti e Londra è sempre Londra. Non c’è sangue (peccato, ci speravo) e le vicende lo fanno assomigliare più ad un thriller politico, per cui quattro puntate sono risultate assolutamente sufficienti. Una quinta non l’avrei vista.

The serpent

La serie racconta, ricostruendo fedelmente i fatti, i crimini di tale Charles Sobhraj, un francese bruttarello e diabolico che negli anni 70′ ha predato e spesso ucciso non si sa quanti hippie occidentali in viaggio nell’Asia meridionale alla ricerca di pace e amore e forse se stessi. La pace l’hanno trovata, l’amore non so, se stessi non credo, visto che i corpi venivano fatti sparire, bruciati o seppelliti. Il serpente, uno dei soprannomi di Sobhraj, era un grande adescatore, non aveva scrupoli a perseguire i suoi piani e li portava a termine soprattutto perché quegli hippie, diciamolo, non erano poi così svegli: con il fumo negli occhi e nel sangue, erano portati a fidarsi di chiunque. O almeno così vengono rappresentati e questa – la facilità con cui venivano adescati – è una delle poche pecche che ho trovato nella serie, alcuni eventi sono descritti con eccessiva superficialità. Per il resto, superate le difficoltà iniziali con i salti temporali che non fanno capire una mazza e archiviati i primi due soporiferi episodi (Netflix ne poteva fare a meno), la storia inizia a ravvivarsi e coinvolgere. Il merito va al protagonista, Tahar Rahim, attore di cui mi sono innamorato che, nonostante il trucco tendente ad imbruttirlo, resta bello. Bravo è bravo, se ne parla già da qualche tempo, al punto che sono andato a recuperare Il Profeta, gran film del 2009 da lui interpretato, per apprezzarlo meglio. Le ambientazioni sono ben ricostruite e mi confermano che la Thailandia e Bangkok in particolare non mi attirano per niente. Io sarei stato uno di quegli hippie derubati e ammazzati e non sono sicuro che prima mi sarei divertito, dopo sicuramente no.

Pantano

Altra serie TV polacca che, dopo “Estate di morte”, Netflix mi propone come genere crime. Ambientata nella Polonia cupa e grigia negli anni ’80, è un misto fra thriller e giallo investigativo con intrecci politici, il che significa poco sangue, scene lente e tanta burocrazia: il titolo, Pantano, credo voglia proprio rappresentare quanto siano intricate le vicende dalle quali i personaggi fanno fatica a districarsi. E pure io, spettatore medio e annoiato, non ho colto bene tutte le sfaccettature della trama. Sarà perché i nomi polacchi mi vengono difficili da memorizzare (solo al terzo episodio ho capito come si chiamava il protagonista), sarà perché il contesto sociale e politico sullo sfondo mi è sconosciuto, sarà perché l’azione scarseggia, insomma non mi sono esattamente appassionato. E’ stato però interessante vedere come si viveva nella “Repubblica Popolare di Polonia”, come ci si vestita, come erano fatte le case e le automobili, cosa faceva la gente comune che, di certo, non guardava queste serie TV.

Glacé

Ormai Netflix ha tracciato le mie preferenze e da un paio di mesi, tra i titoli che potrebbero interessarmi, mi propone una marea di thriller, alcuni interessanti, altri penosi. Ho scelto questa miniserie francese perché l’ambientazione tra freddo e montagne, il paesello sperduto ricco di segreti, il protagonista tormentato che vive un dramma parallelo all’indagine, l’antagonista furbo quanto lui ma spietato, la ragazza carina già ispettore a vent’anni, qualche omicidio cruento e gli interrogativi inspiegabili sono classici elementi che mescolati bene funzionano. Almeno per un inguaribile serial thriller come me. Stavolta però erano mescolati a cazzo. Fino al terzo episodio sembrava che ogni tassello fosse ben incastrato in una fitta trama. Poi, contestualmente alle risposte ai primi enigmi, sono arrivate mille domande, tutte fuoriuscite da una sceneggiatura bucherellata. Per creare suspense e allungare il brodo, viene introdotto all’improvviso un uomo chiave mai visto né nominato prima e poco dopo ne spunta addirittura un altro. Nel mentre, intuizioni e depistaggi un po’ assurdi si susseguono, per non parlare dei fastidiosissimi squilli del cellulare che suona a qualcuno ogni dieci minuti in ogni puntata. Il top tuttavia è il burattinaio malvagio che, dopo aver escogitato il piano perfetto e infallibile alla base dell’intera storia, sul più bello si perde in un bicchiere d’acqua come un ladruncolo qualunque. Bah. La prossima volta scelgo una serie di genere diverso e, per non farmi ingannare dalle proposte di Netflix, me la vado a cercare su Prime Video.

Estate di morte

Il titolo è la classica storpiatura all’italiana che nasce da chissà quale mente eccelsa, perché quello originale, sia della miniserie TV sia del romanzo da cui è tratta, è “The woods“, che in inglese è efficace e non sarebbe stato male lasciarlo così. Mi ricorda il caso di “Eternal sunshine of the spotless mind”, film acclamato dalla critica e vincitore di numerosi premi, che in Italia hanno tradotto come “Se mi lasci ti cancello”, facendolo passare per una stupida commedia americana. Non è stato quindi il titolo a farmi scegliere questa serie ma, ancora una volta, il nome di Harlan Coben, l’autore che ho scoperto proprio nei giorni scorsi con “The stranger” e il più vecchio “Safe“. Netflix ha deciso di produrla in Polonia e non si sa perché. Il risultato non ne risente e da subito il mistero dei quattro ragazzi scomparsi comincia a dipanarsi, lasciando comunque tanti interrogativi che pian piano troveranno risposta, anche se con qualche forzatura ai limiti del banale. Il parallelo tra le due storie che si alternano a distanza di venticinque anni mostra una Polonia del 1994 che Kripstak e Petrektek non avrebbero potuto rappresentare meglio, quella del 2019 è forse già più avanti del nostro paese. Mi è piaciuto il protagonista da adulto, con quel sorrisetto che non perde nemmeno quando gli sparano e quella sfiga che lo perseguita fin da ragazzo. Il finale lascia una porticina aperta: chissà che non ci possa essere una seconda stagione, magari con lo stesso protagonista anziano nella Polonia del 2044, quando avrà surclassato l’Italia.

The stranger

La serie è tratta dal romanzo omonimo di Harlan Coben, autore a me sconosciuto fino a ieri, quando ho scoperto essere stato il creatore di Safe, un’altra serie thriller targata Netflix che un paio di anni fa avevo apprezzato parecchio. La scrittura non a caso è solida, i colpi di scena si susseguono e la trama è intricata al punto giusto, ricca di misteri che si sviluppano parallelamente a quello principale, la scomparsa di una donna, attraverso gli intrallazzi della solita comunità di personaggi che sanno tutto l’uno dell’altro. O almeno credono di sapere, visto che anche il più puro di loro nasconde legami segreti e segreti pericolosi. “Il segreto” sarebbe stato infatti un titolo più adatto ma esiste già una televonela che ha bruciato l’idea, insieme ad un’intera generazione. La storia è impacchettata bene: se non fosse nata da un romanzo non credo sarebbe stata così curata, perché niente è lasciato al caso, a differenza di tante belle sceneggiature che poi peccano di leggerezza. Con un po’ più di fiducia e meno preconcetti, avrei capito che nonostante l’idiozia della tizia di cui si perdono le tracce nella prima puntata (unico buco della trama è proprio la sua inutile omertà), il finale non poteva essere differente e forse è stato meglio così, perché non me lo aspettavo e perché lei non era poi così simpatica.

Dietro i suoi occhi

La protagonista – non quella di colore e nemmeno il tizio con la barba – è la figlia di Bono degli U2 e gli assomiglia, oltre che per gli occhi e il fascino, anche per l’altezza: lui è bassino, lei di più. E’ la vincitrice morale del duello di nervi che, dopo le prime pressoché inutili puntate, si innesca fra i tre personaggi principali, ma non potrà esserne contenta né materialmente festeggiare perché alla fine a sorridere davvero sarà il quarto uomo, quello che sta in disparte e decide a tavolino le partite. La miniserie viene etichettata da Netflix come un thriller psicologico, a me è sembrata più un noioso soprannaturale: le basi per un buon prodotto c’erano, peccato aver mandato tutto in fumo. La storia, non a caso, finisce (e comincia) con un incendio. L’ultima mezz’ora dei sei episodi chiarisce tanti interrogativi e lì lo spettatore risveglia il suo interesse e si chiede che motivo c’era di inserire nella trama quella roba trascendentale. Ancora una volta (sembra ormai un cliché di molte serie di questo genere) a spiegarlo e a sorprendere ulteriormente sono gli ultimi cinque minuti, dando l’illusione di non aver sprecato il proprio tempo. L’effetto tuttavia dura poco e l’indomani al massimo ci si ricorda della protagonista bassina figlia di Bono degli U2 – che, è giusto dirlo, si chiama Eve Hewson – e della scena madre in cui grida “vaffancuuulo” imitando Aldo in “Tre uomini e una gamba”.

La tregua

Serie belga ambientata in un losco paesello in cui un ragazzo, immigrato africano, sfigatissimo, viene trovato morto e un ispettore mezzo psicopatico si trova ad indagare sul caso, districandosi tra omertà, depistaggi, amnesie, false intuizioni e altri omicidi. Sfigatissimo il ragazzo, perché la stessa sera in cui viene ucciso, gli sparano, lo investono con la macchina, lo prendono a mazzate, tentano di seppellirlo… finché l’ultimo dei potenziali assassini finalmente riesce a mandarlo all’altro mondo. Eppure tutti gli volevano bene, pare. Dopo che praticamente ogni personaggio viene accusato e scagionato, l’assassino viene smascherato solo negli ultimi dieci minuti dei dieci episodi ma diciamo che la sua identità si può intuire (almeno per me è stato così) già a tre episodi dalla fine, se non addirittura prima, un po’ per le inquadrature ricorrenti e un po’ per esclusione: era l’unico che non era stato sospettato in tutto il paese. Comunque non è una brutta serie, l’ho seguita con interesse anche perché, oltre al crimine e alla ricerca del colpevole, c’è un po’ tutto il male del mondo: i rapporti incestuosi, il nazista, l’albanese mafioso, il poveretto sciolto nell’acido, gli sciroccati, la multinazionale senza scrupoli, la corruzione nel calcio, il calcio, gli adolescenti idioti, i colpi di scena. Non ho trovato il pedofilo, mi sarà sfuggito. Interessante comunque, mi ha appassionato tant’è vero che ho iniziato la seconda stagione, sempre su Netflix. Se gli attori fossero stati anche belli e bravi però, lo avrebbe fatto di più. Che poi perché è intitolata “La tregua” mica l’ho capito.

La mante

Che non è “l’amante” ma la mantide, quell’insettino orribile la cui femmina uccide il maschio e se ne nutre, staccandogli prima la testa, durante l’accoppiamento. Qui è una donna, la sempre bella ultrasessantenne Carole Bouquet, pluriomicida in carcere, la quale collabora con la polizia per catturare un assassino che, venticinque anni dopo, ne replica i delitti efferati. Va detto che gli uomini uccisi dalla mantide erano pedofili, violenti, degenerati. Un colpo di scena finale svelerà perché. Di colpi di scena in realtà ce ne sono tanti in questa miniserie targata Netflix, non annoia mai e, parte qualche buco di sceneggiatura nell’ultimo episodio, risulta ben fatta anche se non è per tutti. Alcune scene infatti sono piuttosto cruente, del resto parliamo di un thriller. Le citazioni poi si sprecano, da Shining a Il silenzio degli innocenti a Misery non deve morire (quelle che mi vengono in mente), è divertente ritrovarsele durante la visione. E, insomma, mi è piaciuta. Ah, alla fine lei muore. O forse no.

Le avventure di Arsenio Lupin, ladro gentiluomo

Incuriosito dalla serie su Netflix, nonché amante del Lupin III di Monkey Punch, mi è venuta voglia di leggere qualche avventura del personaggio originale di Leblanc e ho trovato questi racconti che lo presentano piuttosto bene. Non so qual è il primo romanzo in assoluto, forse lo cercherò, qui viene fuori comunque l’Arsenio Lupin che mi aspettavo, noto e temuto, astuto e abile, affascinante, a volte ingenuo, in uno dei racconti persino raggirato, mai davvero perfetto. Le storie sono piacevoli e curiose, tutte con il colpo di scena ma chiaramente appartenenti ad un’altra epoca e forse per questo scritte in maniera non proprio egregia. Tutto sommato una lettura simpatica che, anche se non c’entra niente, mi ha spinto a recuperare i lungometraggi giapponesi del più famoso Lupin III mancanti alla mia collezione.

Maurice Leblanc – Le avventure di Arsenio Lupin, ladro gentiluomo

Gli occhi del cuore

E’ stata un bella vacanza, circa dieci anni fa. Mi sono aggregato ad un gruppo di amici romani che stavano girando la Sicilia e li ho accompagnati, io che già mi trovavo a Palermo, in alcuni posti che non volevo perdermi, tra cui Monreale, Ustica e Favignana. Favignana la conoscevo già molto bene ma non perdo mai l’occasione di tornarci, così ho fatto quella volta e così farò quest’estate. Le isole hanno un fascino particolare, le isole di un’isola più grande come la Sicilia ancora di più. Mi sono divertito parecchio, pur essendo uno dei tanti, troppi. A me non piace muovermi in comitiva. Intendo proprio passeggiare, esplorare, andare al mare, cose per cui il numero ideale di persone non dovrebbe essere più di quattro o cinque. Meglio uno, da solo, che è il massimo. O due, se si è innamorati. Tra amici e amici di amici, saremmo stati in quindici o venti, chi lo sa. E nessuno era innamorato.

Sabina Guzzanti se ne stava in disparte, parlava poco e quasi unicamente sottovoce con una sua amica che non ci ha mai presentato e che ho pensato fosse la sua compagna. Quando apriva bocca però si sentiva solo lei, anche quella sera che al ristorante avevamo riempito una tavolata e lei si era presentata soltanto per il caffè, sapendo che il caffè in quel ristorante non lo servivano. Il proprietario, gentilissimo, preferiva così e all’ingresso la cosa era ben specificata, forse per liberare i tavoli più alla svelta visto l’afflusso continuo di gente. Sabina lo sapeva, conosceva il posto e conosceva il tizio che le ha portato il caffè quasi di nascosto, in un vassoio coperto con un tovagliolo. A me però piaceva Caterina. Allora non sapevo che anche lei lavorasse nello spettacolo, per me era l’ignota sorella minore di Corrado e Sabina Guzzanti. Il peggio tuttavia era non sapere che fosse tra i protagonisti di Boris, la fuoriserie italiana divenuta un cult, di cui ignoravo l’esistenza e che solo in questi giorni, grazie a Netflix, sto recuperando. Con dieci anni di ritardo.

Caterina era – e immagino sia tuttora – molto carina e naturalmente simpatica. C’era anche Davide, uno dei registi della terza stagione di Boris e sono certo, col senno di poi, che ci fosse anche qualcun altro della troupe lì in mezzo. Tutti ospiti dei Guzzanti, che a Favignana hanno una villa, per una vacanza alla fine delle riprese. Ci siamo ritrovati insieme a bere birra in spiaggia e inventare storie sdraiati sulla sabbia. Caterina e Davide ci hanno stupito con un giochino in cui riuscivano ad indovinare i titoli dei film senza apparentemente comunicare. Io indossavo una camicia a maniche corte che mai più avrei usato, come qualsiasi altra camicia a maniche corte. Davide mi ha raccontato del suo primo film, “Notturno bus”, che ad oggi non ho ancora visto pur avendolo scaricato pochi giorni dopo quella sera. Mi ha anche confidato che stava scrivendo una sceneggiatura: Wikipedia mi ha suggerito che potesse trattarsi di quella del thriller “Breve storia di lunghi tradimenti” con Carolina Crescentini, pure lei tra i protagonisti di Boris. Carolina a Favignana non c’era, me ne sarei ricordato. Credo, eh. Perché c’era davvero un via vai di approcci, chiacchiere e facce che si scambiavano continuamente. Caterina era proprio divertente e rubava la scena senza volerlo. Le abbiamo dato anche un passaggio a casa con la Panda scassata che i proprietari della nostra villetta ci avevano prestato per girare sull’isola. L’indomani io sarei ripartito e avrei iniziato a perdere i contatti anche con gli amici romani tranne che con una, carissima, la quale mi avrebbe poi introdotto nel fantastico mondo del padel aprendo un circolo vicino a dove abito.

Insomma, la vita è una ruota che gira o anche la boccia di un pesce rosso in cui il protagonista osserva ciò che accade senza che lo decida. E in questi giorni, guardando quella fantasticheria di Boris, quasi mi dispiace non averne saputo parlare al tempo di Favignana. Forse doveva andare così, non sono sicuro che lo avrei apprezzato allo stesso modo. Oggi invece, memore di quelle serate, Boris mi appassiona e mi accompagna mentre faccio colazione: guardo una puntata e inizio la giornata con gli occhi del cuore.

La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.