Da un posto all’altro

Mi alzo dal letto per la quarta volta, l’ultima, dopo aver “sprecato” le tre precedenti per bere tutta l’acqua (una bottiglia sul comodino no?) che, per colpa della birra, non avevo bevuto sino a Capodanno. Mi alzo perché sono le otto e oggi lavoro ma è un caso, una buco tra giorni di festa in cui sto viaggiando da un posto all’altro senza pensare. Mi alzo e, dopo la doccia, mi accorgo che il cassetto dei calzini è vuoto e così quello dei boxer. Sì, io uso i boxer, rigorosamente neri e aderenti. Gli slip solo in piscina e i boxer colorati solo al mare, il mio sedere ha un look per ogni occasione. Il problema però resta, non ho più biancheria intima da mettere in borsa (nonché addosso) e non ho il tempo di usare la lavatrice, dato che domani devo ripartire.

Ho preso un treno la vigilia per trascorrere il Natale con i miei nipoti nel profondo nord. Non ricordo di aver mai speso tanto per i regali ma sono stato più contento io di averli fatti che loro di averli scartati. Che poi, se Gesù fosse nato a gennaio invece che a dicembre, avrei potuto approfittare dei saldi e invece no. Per fortuna ho la tredicesima, cioè avevo. A Santo Stefano ero già di ritorno. La sera ho disfatto e rifatto la borsa e l’indomani via di nuovo per una destinazione che ho appreso solo poco prima. La vacanza in Slovenia infatti è stata un regalo a sorpresa e sorpresa è stata proprio la Slovenia, tappa dopo tappa, dalle Grotte di Postumia al lago di Bled, dove ho trascorso il primo dell’anno. Oggi sono a Roma e approfitto della solita pausa pranzo in ufficio per scrivere due righe. Domani all’alba ho un altro volo, stavolta per il profondo sud, che non è una sorpresa ma una conferma, il luogo che sento più “casa” di qualsiasi altro, più di quello dove tengo i calzini e i boxer.

Avvento alla birra

Fino a qualche tempo fa, da ateo praticante, non sapevo nemmeno cosa fosse l’avvento. Quest’anno mi è stato regalato il Beery Christmas, un vero e proprio calendario dell’avvento con 24 caselle contenenti bottiglie di birra artigianali da tutto il mondo che mi accompagneranno giorno per giorno al Natale.

Se lo spirito del Natale è questo, cioè alcolico, quasi quasi faccio pure l’albero, per la prima volta in vita mia.

Thriller

Certe abitudini sono dure a morire, come Michael Schumacher. Non solo le vecchie ma anche le peggiori abitudini, quelle che vuoi e non puoi, quelle che, se pure riesci a modellare, non diventano mai morbida creta tra le tue mani. Mentre centinaia di editori attendono con ansia la fine, dell’uomo e dell’anno, per mandare in stampa ogni genere di pubblicazione che lo possa riguardare, lui, già ex, lotta tra la vita e l’immortalità: se vince, sarà osannato come un dio indossando, nelle immagini che per giorni saremo costretti a digerire, la tuta rossa da supereroe; se perde, troverà posto, trionfante, nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, accanto a Nelson Mandela e Lady Oscar, e le pose con la tuta rossa si moltiplicheranno all’infinito, nei secoli dei secoli, amen. Temo già l’ondata di libri che potrebbe travolgere gli scaffali e le mensole del pianeta ed influenzare le scelte dei prossimi volumi da regalare. Il mio personalissimo vantaggio in tal senso è che il Natale è appena passato. E in ogni caso tifo per la vita, sempre e comunque, per chiunque.
Il periodo natalizio puntualmente lo trascorro a casa dei miei. Prendo un aereo qualche giorno prima, arrivo e la sera stessa inizio a mangiare. Così, senza pausa fino alla ripartenza, vale a dire tra poco. Tra un’abbuffata e l’altra, che sia una colazione in solitudine a mezzogiorno o un pranzo pomeridiano in mezzo agli altri, posso solo poltrire e con un grande sforzo di volontà digiunare qualche ora, riprendermi e poi uscire per incontrare gli amici, quelli vecchi come le abitudini. Il problema è che ci sono pure i parenti e a quelli non si sfugge nemmeno se corri più forte di Schumacher o resti nascosto sotto le coperte.
Ho due zie, Patty e Selma. Esatto, proprio quelle, le cognate di Homer Simpson. Sono uguali in tutto e per tutto ai due personaggi dei Simpson: peso, volume, permanente, sottile acidità, colorito giallo, tono di voce, prepotenza, teledipendenza e persino il fumo qualche anno fa, prima che smettessero. In merito alla peluria delle gambe non ho elementi per valutare e spero di non averli mai. Una è stata sposata, l’altra c’è andata vicinissima, due volte. E per vicinissima, poverina, intendo proprio all’altare. Nonostante siano molti gli aspetti del loro modo di fare che non condivido, non posso parlarne male. A parte i miei genitori, sono gli unici parenti che si preoccupano di farmi trovare un regalo sotto l’albero. E ogni anno, da almeno dieci, io so bene cosa aspettarmi. Un libro. Ogni volta. Puntuale come la mezzanotte del ventiquattro. Per carità, fa sempre piacere ricevere un regalo di questo tipo. Il punto è che, malgrado cambino le dimensioni, la confezione, il colore della carta, la busta, il titolo e l’autore, non c’è verso, nella maniera più assoluta, di cambiare il genere che è e resterà sempre lo stesso: il thriller. Termine che non può non ricordare un altro Michael defunto.
La zia Patty legge parecchio, nei momenti in cui non guarda tennis e automobilismo in televisione. Sì, tennis e Formula 1. Federer e Schumacher sono i suoi idoli, forse perché somigliano ai suoi quasi mariti. Legge di tutto e sa che anche io, con l’unica eccezione dei romanzi d’amore e dei miei due libri neri, Infinite Jest e Delitto e castigo, sono capace di leggere qualsiasi cosa. Ha preso l’abitudine di regalarmi i libri che finisce e chissà per quale oscura ragione – probabilmente perché non ho il coraggio di contraddirla – si è convinta che io sia un grande appassionato del genere e di tutte le sue derivazioni, dal thriller fantascientifico a quello politico, da quello giudiziario a quello psicologico. Ogni volta che torno per le vacanze, ne trovo sul comodino una decina, impilati, pronti per essere messi in valigia e portati a casa.
La zia Selma, sorella telepatica della zia Patty, non è da meno. Immagina di aver intuito qual è il genere che preferisco e a Natale non perde occasione per regalarmi anche lei un bel thriller. Lei però, finite le feste, sparisce fino all’anno successivo. Il suo è un thriller simbolico, solo a Natale. Poi diventa giallo, poiché nessuno sa che fine faccia.
Quest’anno non è andata diversamente e così, tra volumi nuovi e usati, andrò via con una serie di perle che vanno da Corpi freddi a Gli occhi del terrore, titoli che già sanno di polvere sulla copertina e che ho appena inserito su Anobii. Mi piace tenerne traccia e in questo modo ho la possibilità di ricordarmi quali libri ho comprato, quali ho letto, quando, quanto li ho apprezzati, quali non ho ancora sfogliato. Ormai però la mia libreria è sporcata da una quantità immane di thriller che, seppur costantemente etichettati come “non iniziato”, mi fanno sembrare un lettore seriale di thriller, un serial thriller insomma.
Ecco, io spero che Schumacher ce la faccia. Spero che ce la facciano tutti quelli che lottano per un domani. Spero che ce la facciano tutte le potenziali vittime dei thriller che non leggerò. Questo 2013 merita di avere un finale tranquillo, senza suspense, senza tensione e senza ulteriori incertezze. Voglio terminare il libro che sto leggendo (La collina dei conigli, tutt’altro che un thriller), prendere l’aereo tra due ore, poi il trenino e la macchina, arrivare a casa, trovare lei, mangiare qualcosa, fare una doccia, telefonare ai miei, disfare la valigia, tirar fuori i thriller per metterli dove troveranno posto, andare a letto, fare l’amore, dormire. E domani ripartire. Raggiungere gli altri, preparare una cena normale, aspettare la mezzanotte, brindare, rispondere a due o tre messaggi, guardare l’alba del nuovo anno e constatare che non è cambiato un cazzo.