Il quinto Beatle

Il quinto Beatle non è Pete Best, il batterista tristemente sostituito da Ringo Starr ma Brian Epstein, l’improvvisato manager che prese per mano il gruppo quando ancora si esibiva nei locali di Liverpool e lo portò al successo planetario in pochi anni. La sua vita, peraltro breve, è indubbiamente legata ai Fab Four e quest’opera, che definire fumetto è riduttivo, la racconta attraverso bellissime illustrazioni, metafore e aneddoti frutto di un lavoro enorme svolto dagli autori, come si legge in particolare nella postfazione. Forse è tutto un po’ frettoloso, del resto non si tratta di una biografia, nel complesso però è una storia mai noiosa che merita di essere sfogliata.

Vivek J. Tiwary, Andrew C. Robinson, Kyle Baker – Il quinto Beatle

Solo a Mauritius

Stanchissimo dopo una giornata veramente pesante, tra sole velato ma cocente, spiagge in cui spostarsi, fotografie da scattare, coralli da raccogliere furtivamente, snorkeling contro corrente sulla barriera corallina, piatti di polpo vindaye o al curry di cui ingozzarsi, birra Phoenix per gonfiarsi e, se non ricordo male perché ero davvero troppo affaticato da tutte queste incombenze, sei o sette chilometri di corsetta completati all’alba, mi butto a letto che è buio da un pezzo. A Mauritius di questo periodo il sole tramonta a strapiombo alle 18.30, alle 21.00 per me è notte fonda. Accendo svogliato la TV per capire cosa guardano a queste latitudini e, tra una telenovela horror e una fantasy, peraltro a dir poco imbarazzanti (scenografie, trucco, costumi li avrei fatti meglio io con un po’ di carta e due pennarelli), mi imbatto nel concerto di un tizio con la chitarra, alto, magro, una voce che mi ricorda Eddie Vedder e un sound che subito mi rapisce. Capisco che non c’entra niente con Mauritius e l’intero continente e anche il festival in cui pare si stia esibendo non è roba locale, sarà la registrazione di qualche serata organizzata chissà dove, chissà quando. Lo ascolto un pezzo dopo l’altro e non so, complice l’aria di vacanza in un’isola così remota, sento di doverlo collocare da qualche parte: nella memoria, nel futuro, su una scogliera. Non può essere uno sconosciuto, sia lui sia i musicisti che ha intorno sono troppo bravi. Aspetto che un titolo in sovrimpressione mi lasci capire chi sia finché, dopo tre pezzi, finalmente leggo: Sivert Høyem. E chi cazzo è? Quella “ø” nel cognome mi dice che è scandinavo. Ho cercato per giorni artisti mauriziani o comunque famosi da queste parti perché volevo portarmi a casa la loro musica, nel mio immaginario allegra e tropicale, ma non ho trovato nessuno che avesse doti migliori del silenzio e alla fine ho beccato uno che viene dal profondo nord, cupo e distorto. Faccio una ricerca con il cellulare mentre continuo ad ascoltarlo.

Sivert Høyem io lo conoscevo senza sapere il suo nome. Era il cantante dei Madrugada, una band alternative rock norvegese che avevo scoperto 15 anni fa e il cui primo album, Industrial Silence, è ancora tra i CD che metto su più di frequente. Sciolto il gruppo per la morte di uno dei membri, il buon Sivert ha intrapreso una carriera da solista e ha scelto di manifestarsi solo a Mauritius, al Lariad BnB di Flic en Flac per entrare nelle mie orecchie. Non è stato la colonna sonora della mia vacanza ma lo sarà del mio autunno e lo è adesso che, scaricati illegalmente tutti e sei i suoi album, mi appresto a scrivere del mio viaggio qui sul blog.

E allora sì vedrai che t’amerà

Non immaginavo che la musica fosse così precisa. L’ho sempre ascoltata, a volte perfino con orecchio critico, ma solo ora che la sto studiando inizio a comprendere quanto sia grande l’universo che l’avvolge. Certo, non la capirò mai fino in fondo, non a caso la musica è donna. Mi sforzo di apprendere il necessario per non suonare ad minchiam l’ukulele che tanto mi prende e far uscire da quelle quattro corde un tappeto di note su cui poter cantare. Un giorno forse la musica ricambierà questa mia piccola passione e si aprirà. Perché lei di base è complicata, diffidente, vuole essere conquistata. Non sai mai quando si concederà.

La musica è matematica, lo sosteneva anche Pitagora, quello del teorema, che è pure una canzone sull’incapacità di comprendere una donna. Insomma tutto torna. Matematicamente. La musica in più deve avere gusto: non basta rispettare numeri e schemi, metterli insieme e accordarli, serve il gusto, deve piacere, dare godimento. Ascoltala, falla sentire importante e allora sì vedrai che t’amerà.

Come sarebbe stato

Nella cantina ci sono tutti. Gli amici, i genitori, il bimbo, un tizio, il passato. La musica si mischia alle chiacchere, le risate hanno quasi già lasciato la sedia ai postumi del vino, che pure abbonda nella bocca degli sciocchi. L’atmosfera è divertita. Si respira un’aria familiare, di piccoli gesti e grandi racconti, come alla fine di una festa, quando qualcuno si porta via il segreto e le facce cambiano espressione per la stanchezza. Un particolare però domina la scena: è il silenzio, perché in realtà la musica è una sensazione e, a guardar bene, nessuno parla. Tranne te, che all’esterno non hai scelta.

Ci sono momenti in cui le parole non bastano ma sono tutto quello che hai. Non puoi gridare, non puoi lanciare vasi, non puoi né mai devi alzare le mani, a meno che non sia per arrenderti. Non puoi andartene, perché perderesti il domani di cui hai bisogno. Zitto non riesci a stare, il silenzio resterebbe fuori mentre dentro le voci si accavallerebbero senza sosta. E allora parli. Ti prendi la scena senza essere il protagonista e parli. Parlare è l’unico modo che ti resta per sfogarti, sperando di essere ascoltato, sperando di arrivare a chiarire. Per chiarire serve la luce, servono i colori. E i toni, le note, l’armonia. La musica, quella sincera, che non mente. E quindi, le emozioni. Devi solo riuscire a metterle insieme alle parole giuste, facendo attenzione a non usarne troppe, ché poi diventano pesanti, o troppo poche ché potrebbero essere fraintese. Per chiarire, devi spiegare. Per spiegare, devi usare bene quello che hai.

Non è mica facile. Prima, c’è stato evidentemente qualcosa che ti ha turbato. Dopo… non sai ancora cosa ci sarà dopo, eppure sei rimasto, vuol dire che speri di riprendere il tuo posto in cantina. Nel mezzo c’è qualcosa tipo uno sforzo, un ragionare d’istinto con il timore concreto che quel posto tu lo abbia perso. C’è la voglia di non mollare, certo un po’ impari, va sempre così quando la ferita – un taglio chirurgico perfettamente eseguito da una o due parole di troppo – sanguina ancora.

Tra quei momenti tuttavia ce n’è uno, uno solo, in cui sai che quella notte sarebbe stato più semplice e più naturale e non ci sarebbe stato bisogno di tanti discorsi né della musica e il tizio e il passato avrebbero fatto solo le comparse e la birra sarebbe stata vino, il latte non sarebbe diventato un incubo e il segreto, chi se ne fotte del segreto e ogni parola sarebbe stata un sospiro, ogni sguardo un desiderio, ogni secondo un contatto e i puntini di sospensione sarebbero rimasti tre e soltanto tre come deve essere e tutto ma proprio tutto sarebbe stato bellissimo, lo sarebbe stato domani e sarebbe stato chiaro da subito, se lei non avesse avuto il ciclo.