La prossima volta

Se fai una promessa, devi mantenerla, specialmente verso chi, come me, è stato un credulone sin da bambino, prendendo pure le caramelle da uno sconosciuto. Mi ha segnato il tal senso quella volta in cui, accompagnando a scuola mio padre (sì, io accompagnavo lui, professore di educazione fisica, ad una riunione), sono rimasto a giocare in palestra con un altro bambino sotto la supervisione di un bidello. Giocavamo a calcio naturalmente, uno contro uno, lui era più forte e il bidello, seduto dietro un banchetto, faceva da arbitro. Prendeva nota con carta e penna del tempo trascorso e del punteggio e, per stimolarci a dare il massimo, attribuiva un premio ad ogni gol segnato e uno, di valore più grande, alla vittoria finale. Pacchi di caramelle, pennarelli, magliettine, completini, palloni si accumulavano uno dopo l’altro al nostro score che cresceva di minuto in minuto (la partita è finita con risultato del tipo 35-30 per il mio avversario), ma il premio più ambito restava la mountain bike per il vincitore, completa di accessori. Avrò avuto sei o sette anni all’epoca e non ho vinto. La vera sconfitta però ho dovuto digerirla in auto quando, tornando a casa con il bigliettino che dimostrava quanti gol avevo segnato e quali premi avrei dovuto ritirare, mio padre mi ha spiegato che il bidello era solo un burlone e che al massimo avrei potuto ambire ad un pacco di caramelle comprato da mio padre stesso per consolarmi. Per mesi mi sono chiesto in silenzio se l’altro bambino si stesse divertendo con la mountain bike, non l’ho mai saputo.

L’episodio mi è servito da lezione, per anni non ho praticamente creduto in nulla. Sono arrivato alla prima comunione che già ero ateo. Ma non conoscevo ancora quel meraviglioso mondo che la natura ha creato con le donne. Dalla prima all’ultima, non necessariamente amichette, fidanzate, colleghe, compagne di letto o coinquiline, non ce n’è stata una che non mi abbia fatto un qualche tipo di promessa poi non mantenuta. Ci sono cascato sempre. Di fregature ne ho prese parecchie e tuttora perfino mia zia, mia sorella o la mia lei continuano imperterrite a prendermi per il culo sottovalutando l’importanza che io do alle parole. Solo mia madre mantiene qualsiasi tipo di impegno e non mi frega mai. Ma mia madre, come tutte le madri, non è una donna. Quello delle donne è un tema complesso e ancora poco chiaro all’umanità ma il punto resta che, se mi prometti che usciamo o che vieni, cazzo, devi venire. Perché io mi preparo, mi organizzo, mi libero e ti aspetto. Non sei mica una persona di cui non mi importa nulla. Sei un amico, un parente di passaggio, un vecchio compagno di scuola e tu mi hai detto che ti saresti fatto vivo, non puoi trovare alcuna scusa all’ultimo momento per non presentarti. E questi sono gli esempi più stupidi, per quanto importanti.

Ci sono quelli che ti invitano, i peggiori. Io mi faccio sempre gli affari miei, figuriamoci se ho la faccia tosta di auto-invitarmi ad una festa, un evento, una cena. Tu mi dici che mi inviti. Presto. Magari questo weekend o la prossima volta che passo dalle tue parti. Allora io passo e non vorrei nemmeno disturbare ma sei stato così insistente che te lo dico che sono dalle tue parti. E tu mi rispondi che sì, ci vediamo sicuramente, ti chiamo domani mattina, non prendere impegni. Io non li prendo e tu la mattina non mi chiami. Mi chiami il giorno dopo per scusarti perché non sei riuscito a sganciarti da un impegno improvviso. Ma vaffanculo. Vaffanculo a me soprattutto, che abbocco sempre.

Solo alle mail anonime colorate e piene di stelline che mi comunicano di essere il primo estratto alla lotteria non abbocco. Ma soltanto perché sono scritte in un italiano pessimo e io non posso fidarmi di chi non sa scrivere. Il mio capo lo sa fare bene e infatti gli ho creduto quando, anni fa, mi aveva assicurato di essere il primo della lista dei candidati per ricevere un aumento. Non ho mai visto un euro. Mio nipote, a quattordici anni, non sa ancora scrivere come un adulto, eppure in chat gli credo quando mi dice che, se vado a trovarlo, possiamo andare insieme al Mc che piace a lui o al cinema a vedere il film che piace sempre a lui. Macché, mi fotte ogni volta costringendomi a stare a casa pomeriggio e sera mentre lui gioca al PC. Credo a quelli con cui corro: vai tranquillo, abbiamo lo stesso passo, ti assicuro che non accelero, dicono. E poi spariscono lasciandomi da solo perché sono più veloci e li ritrovo al traguardo che già se ne stanno andando via.

Insomma, promessa o meno, fai attenzione quando mi dici una cosa che mi devo aspettare. Perché io l’aspetto, aspetto sempre e arrivo pure a giustificarti se vieni meno. Sto lì, tranquillo e fiducioso, con un’idea di quel che faremo ancora vaga ma concreta e mi sono preparato, chessò, ho preso i soldi o la macchina fotografica o mi sono pettinato e messo il vestito buono e sto aspettando che mi dai un segno, come il tizio seduto lì da solo, che beve acqua nel café peggiore della Scozia e gioca col telefono senza sapere ancora che nessuno si presenterà all’appuntamento, che manterrà quello che aveva detto e non posso essere io, non può essere lui a ricordarti dell’impegno preso e allora attendo interpretando il tempo, del cielo o dell’orologio, ché forse piove e salta tutto o forse è ancora presto per allarmarsi. E niente, non succede niente. Le promesse hanno una scadenza e arriva per forza un momento superato il quale significa che la tua non è stata mantenuta e, se tu non sei un burlone come il bidello, io ci resto male, le lancette girano, il tempo passa e la prossima volta per te non ci sarà una prossima volta.

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Come il Pordoi

L’ho ribattezzato Passo Pordoi in memoria delle scalate mitiche e dolomitiche del Giro d’Italia. E’ un tratto di strada che raggiungo in mountain bike dal mio tepee dopo non so quanti chilometri, sempre in salita, sempre sotto sforzo, sempre con tre parole in testa: “quando cazzo arrivo”. Il punto è che non arrivo, perché finiscono quei chilometri in pendenza ma inizia il Pordoi che di pendenza arriverà al 20%, il limite credo umanamente e fisicamente concepibile da chi costruisce le strade. Il Pordoi non è semplicemente una salita dopo le salite, è un muro, è verticale. Se ci arrivassi a velocità, andrei a sbatterci. Le auto fondono il motore tentando di percorrerlo. Qualcuno ci ha provato a piedi, con le ventose sui gomiti e sulle ginocchia, ma non è più tornato. Ad oggi nemmeno Google Earth è riuscito a determinare dove porti quella strada. Una leggenda narra che anni fa un tale, arrivato misteriosamente dall’altro lato facendo il giro largo, si sia suicidato lasciandosi cadere lungo l’asfalto e che il suo spirito stia ancora svolazzando da quelle parti. Personalmente provo a scalare il passo da oltre un anno senza risultati. Ormai l’impresa somiglia ad un cubo di Rubik, un rebus di Briga o un permesso di soggiorno in Italia ossia una pratica quasi impossibile da sbrigare. Una di quelle cose che, fatta, non cambia la vita ma che al tempo stesso permette di entrare nell’elite di coloro che ci sono riusciti. Perché quelli che riescono in qualcosa di significativo, rispetto a quelli che non ci riescono, sono sempre di meno. Io purtroppo sto ancora con la maggioranza. Le mie fatiche mi portano soltanto all’incrocio con semaforo da cui il Pordoi ha inizio e a cui arrivo già con le gambe che trasudano acido lattico. Al semaforo mi fermo – non perché sia rosso – faccio inversione e torno indietro mestamente senza nemmeno pedalare, visto che il percorso, a quel punto, me lo trovo tutto in discesa. E lì, con le gambe distese sul manubrio e le braccia incrociate sulla nuca, guardo il cielo e mi chiedo se un giorno riuscirò a superare quell’ostacolo. A volte, in attesa che la bici mi riporti a casa, leggo un libro o cazzeggio con il portatile. Ieri ho scritto questo post. Domani magari scriverò che il Pordoi è finalmente un ricordo.