Una folgorazione

La locandina raffigurava il volto di Kurt Cobain, Seattle era sullo sfondo e il titolo riportava, a caratteri cubitali, “Unplugged”. Pensavo che un concerto di cover dei Nirvana potesse essere un’ottima occasione per trascorrere, in un posto nuovo, una serata altrimenti vuota. Il locale in effetti era molto carino. Quattro piccole tribune si affacciavano su un palco che non era un palco, perché si trovava ad altezza pavimento, era più uno spazio diversamente illuminato. Esattamente come lo sono io, diversamente illuminato, cioè oscuro o insipiente. Un chitarrista con la stessa maglia a righe di Kurt provava gli accordi sullo sfondo e un fonico gironzolava con ansia da un punto all’altro della sala. Cosa avesse l’ho capito poco dopo. Parte un pezzo e canticchio. Finisce il pezzo e stop, altri strani personaggi entrano in scena chiaccherando ad alta voce. Sono attori! “Unplugged” non è un concerto, è uno spettacolo teatrale. Chi lo aveva capito?! Mi cade addosso un pizzico di delusione, a me che ne ho già tanta sul groppone. Eppure mi appassiono ai dialoghi e mi lascio catturare dagli intermezzi musicali, soprattutto perché la storia è interessante: è ambientata in una radio in cui, durante una diretta, lo speaker apprende da un ascoltatore che il leader dei Nirvana si è sparato. Gli eventi si susseguono e si intrecciano con le vite dei protagonisti, da cui emerge una storia d’amore. Ma Kurt è morto e anche io non mi sento tanto bene. Nella sua lettera di addio, parlando della figlia, scriveva: “perché la sua vita sarà molto più felice senza di me”. E’ quello che credo anche io a proposito della mia storia d’amore e non perché ho intenzione di spararmi.

Ho un buon rovescio, pulito, un movimento quasi naturale. A padel, ho finalmente scambiato qualche colpo con il mio istruttore, invece di cercare di imitarlo per curare la tecnica. Ora voglio giocare meglio, senza smettere di imparare. Ci sono momenti in cui la pallina esce dalla racchetta proprio come desidero e va dove voglio che vada. Non funziona sempre ma quando riesce è un piacere. Poter controllare una situazione invece di subirla senza poter dire nulla, dà fiducia. E io, di fiducia, ne avevo persa tanta. Certo, ci sono gli avversari che, in quanto tali, vanno affrontati e sconfitti. Sconfiggere i miei, che non sono pochi, non mi farà felice, mi aiuterà però a ritrovare serenità. Colpo dopo colpo.

Sul palco, un vero palco stavolta, ci sono otto o nove elementi, le luci, i colori, gli strumenti e la musica. La musica che amo. L’elicottero di “Another brick in the wall” mi fa venire i brividi e illuminare diversamente gli occhi. E poi “Comfortably numb”, alla fine. Dopo dieci secondi di “Wish you were here” ho già elaborato un post nella mia testa, un post che non pubblicherò mai. Resto due ore a bocca aperta per la gioia. Il concerto è strepitoso e nello stato in cui mi trovo, che non è l’Italia, i ricordi si mettono in fila numerosi. Non cado nel vuoto nemmeno una volta, inciampo ogni tanto in piccole buche che riempio con orgoglio e rassegnazione. Devo imparare a camminare su una strada che, se proprio non è asfaltata, perché preferisco i sentieri naturali, per lo meno non deve presentare insidie né la tentazione di compiere passi indietro, nemmeno in salita, nemmeno quando ho le vesciche. E’ una strada finita quella che ho alle spalle e non posso farci niente. “Is this the life we really want?” canta la voce di Roger Waters. No, non la volevo, questa vita di ora ma “Time” mi offre una risposta:

The time is gone,
the song is over,
thought I’d something more to say

Il tempo è passato,
la canzone è finita,
sebbene io abbia ancora qualcosa da dire.

Applausi scroscianti per i Pink Floyd Legend. Non vedo l’ora di ritrovarli a fine luglio, quando si esibiranno a due passi da casa mia. Il weekend non è finito. Domenica sfato un altro tabù e torno all’Auditorium per incontrare Andrea Camilleri. Il tema di quest’anno a “Libri come” è la felicità e lui, a novantadue anni suonati, parla dell’impossibilità di fornirne una definizione esaustiva, appropriata e uguale per tutti. Cita, tra gli altri, Kant, Schopenhauer, il Ciclope d’Euripide tradotto da Pirandello, Epicuro: nessuno può spiegarla. Ogni tentativo va in contraddizione con un altro. Chi ha fede forse può trovare la felicità in un’altra vita; chi non crede – e qui dà ragione ad un bambino – la incontra quando non se lo aspetta. Una scrittrice dice di essere felice quando trova la parola giusta. Camilleri racconta di un pomeriggio in cui da giovane, passeggiando per la campagna, ha avvertito l’odore che rapisce della pianta di citronella, così forte al punto da farlo correre e cantare. Di felicità.

Arriva la domenica sera e si chiude il cerchio. Magicamente. In un altro localino molto accogliente, si esibisce una band di cui fa parte il mio insegnante di ukulele, anche se per l’evento suona il trombone. Tra un pezzo e l’altro, alcuni artisti affrontano in un monologo temi delicati e attuali e uno di questi, Michele Riondino, citando l’Ilva e i problemi di Taranto parla dei ragazzi e della loro ricerca di felicità. Riondino è l’attore che in TV ha interpretato il giovane Montalbano di Camilleri. Ho colto dei segni tutti miei e, visto entrare un simpatico africano con il suo carico di collanine e gadget inutili, gli sono andato dietro per comprare un braccialetto della fortuna. Mi piace seguire i segnali, l’ho imparato durante il Cammino di Santiago. Quel braccialetto era un segnale forte, l’ho subito legato al polso.

Si è chiuso così il primo mese del resto della mia vita, come ormai mi sto abituando a dire. Che poi ne possa iniziare una nuova è un altro discorso. Il fine settimana è stato intenso, per puro caso l’ho attraversato ritrovando alcune delle passioni più illuminanti del momento. Sono stato contento, mi sono commosso certi istanti, ho riso, cantato, trovato un pezzetto di me e perfino un barlume di soddisfazione per il modo in cui sto reagendo alla delusione. Nemmeno per un secondo tuttavia ho intravisto quella cosa chiamata felicità.

L’ultimo braccialetto della fortuna lo avevo preso il 23 marzo di ormai cinque anni fa, quando senza ombra di dubbio sono stato felice. Perché, come ha detto ieri Camilleri, la felicità è una folgorazione e io quella volta l’ho provata.

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Quella cosa del vivere da soli che non mi riesce tanto bene

Nonostante siano passati secoli da quando ho abbandonato quella che ancora chiamo casa, cioè le mura, la città e la terra in cui sono rimasti i miei genitori e la mia infanzia, ci sono aspetti del vivere da soli dai quali continuo ad imparare ogni giorno e che mi danno soddisfazione quando riesco a comprenderli ed affrontarli. Solo da qualche anno ho messo stabilmente radici in un posto che sempre più sento mio e anche questo oggi, per me, è casa.

Girare quasi nudo per le stanze, lasciare aperta la porta del bagno, ascoltare dischi a tutto volume o impregnare la cucina di fumo e odori a causa di esperimenti tra i fornelli e lasciare poi le stoviglie sporche nel lavello, solo per fare degli esempi, sono ormai abitudini che non hanno più alcun sapore, non mi stupiscono e non mi aiutano ad essere un uomo di casa migliore. Anche perché questa è tutta roba che facevo già prima, persino quando abitavo con due ragazze. Sì, anche girare nudo, sebbene certe libertà non fossero reciproche. Tra le pareti domestiche ho creduto di essere onnisciente, invece la casa ha ancora molto da insegnarmi e non perde occasione per ricordarmelo.

Tanto per cominciare, nessuno mi aveva mai detto che la biancheria non può rimanere stesa all’aperto per giorni, ché il sole mangia i colori. Quando mi sono ritrovato tra le mani l’ennesima maglia con una striscia scolorita orizzontale sul petto, ho capito che dovevo cambiare approccio. Adesso lo stendino lo tengo dentro e posso tranquillamente lasciarci appesa la biancheria per settimane, senza bisogno di riempire i cassetti e gli armadi di cui sto pensando di liberarmi.

C’è il problema di stirare. O meglio c’era. Perché il miglior investimento che abbia fatto, dopo aver comprato casa, è stato quello sulla donna delle pulizie. Che poi chissà perché donna. La mia ormai cara domestica, che un po’ mi ricorda la Adelina di Montalbano, oltre a pulire, ordinare e prepararmi qualche dolce (purtroppo mai la pasta ‘ncasciata che adora il commissario), stira come io non sono mai stato capace di fare, cioè velocemente. E’ stata lei a notare per prima, nonostante mia madre a distanza lo avesse sempre sospettato, che le mie camicie stessero cambiando colore, da bianche a celestine, da blu a grigie, da rigate a quadrettate fosforescenti. Ho scoperto così che non è sufficiente buttare tutto nel cestello della lavatrice e lavare a freddo, bisogna dividere i capi bianchi da quelli colorati e andare oltre i trenta gradi, tra l’altro per ottenere un pulito più pulito. Mia madre aveva ragione e anche tutte le pubblicità dei detersivi. Ho colto il messaggio e ho smesso di comprare detersivo e ammorbidente in un unico prodotto. Inoltre, ho finalmente capito a cosa serve il fogliettino magico acchiappacolore, di cui ho ignorato l’utilità al punto da accumularne un centinaio di confezioni, tutte speditemi nel tempo dalla mamma, convinta che li usassi.

Ho imparato che stendendo bene posso evitare di (far) stirare le lenzuola o, con uno sforzo maggiore, persino la tovaglia della tavola. Questa mi dà sempre qualche pensiero perché certe macchioline di vino non riesco a mandarle via. Ecco allora l’idea geniale di coprirle con altre macchie, più grandi, più fresche, in modo che eventuali ospiti possano credere al vino caduto accidentalmente un attimo prima.

Questione lavastoviglie: un pezzo d’arredamento, anch’esso trascurato per anni, che nella mia testa serviva solo dopo i grandi ricevimenti. Dato che a pranzo sono sempre in ufficio e a cena al massimo posso sporcare una padella e due piatti e quindi lavarli a mano, confidavo nella sua inutilità. Un giorno tuttavia, una di quelle volte in cui un ingranaggio improvviso si mette in moto da solo nella testa, le esperienze di volontariato in Africa si sono materializzate tutte insieme e mi sono fermato a riflettere sulla quantità di acqua che spreco quando devo pulire una forchetta. Qualcosa come due litri. Per una forchetta. Per tutto il resto, ho immaginato, si parla di autobotti. Ho allora rivalutato l’elettrodomestico ingombrante, ho comprato le pastiglie con la pallina dentro e ho organizzato i lavaggi: uno o due a settimana sono sufficienti per far splendere tutte le stoviglie senza nemmeno bagnarmi le mani. Ho ancora un dubbio, legato proprio alle pastiglie: c’è un altro piccolo scompartimento che si apre accanto a quello del detersivo e non so a cosa serva. Devo sicuramente riempirlo con qualcosa che non ho identificato, spero di scoprirlo prima che sia troppo tardi.

Dalla lavastoviglie all’immondizia il collegamento logico è breve. Non riesco mai a ricordarmi quali sono i giorni di ritiro della differenziata e, dovendo scendere una rampa di scale per lasciare fuori i contenitori, mi faccio puntualmente prendere dalla pigrizia e utilizzo un bustone per la carta e uno per la plastica e il metallo che restano in bella mostra in cucina. Quando scoppiano intuisco che è il momento di portarli fuori. Ho provato la stessa tattica con l’umido. Non sono uno che produce tanti rifiuti ma l’ultima volta devo aver trovato la giusta alchimia per creare la vita: uova, avanzi di carote, aglio e bucce di banana generano piccolissime larve che presto si trasformano in moscerini pronti ad invadere persino il frigorifero. E’ stato un’episodio spiacevole che mi ha portato a sterilizzare ogni cosa. Va detto che quella piccola miscela di avanzi deve essere rimasta lì per mesi, almeno per tutto il tempo in cui sono stato in vacanza. Oggi la busta dell’umido la porto fuori anche se contiene solo una scorza di limone, non voglio correre più rischi.

Consapevole che tanti altri insegnamenti mi aspettano sulla strada per diventare un perfetto padrone di casa, un’ultima lezione che ho imparato, almeno fino a questo momento, è il rispetto per il luogo in cui si abita. Rispettare la propria casa significa rispettare se stessi ma questo non significa affatto mantenerla lucida e in ordine, vuol dire più darle un’identità, non considerarla come una porta dietro cui chiudersi, piuttosto come un luogo dentro cui aprirsi. Perché è solo a casa propria che si riesce ad essere pienamente liberi, in un’atmosfera difficile da trovare altrove. Non deve essere il posto migliore del mondo, senza dubbio deve essere nostro. Ci conosce e cresce con noi, rispecchia il nostro essere e il nostro apparire, muore se non siamo vivi, vive se non ci moriamo dentro. E per non morirci dentro bisogna essere attivi, pulire, lavare, stirare…