Tutto quanto

Vedi quel paesello laggiù, all’orizzonte?
No.
Oggi devo arrivare lì.
Laggiù? Ma saranno almeno 30 chilometri…
42.

42 chilometri, una maratona. Camminando però. Una delle tappe più lunghe della vita, di certo non tra le più impegnative, dove domande e risposte si alternano come passi. Anzi no. E’ piuttosto un continuo salto in avanti su una gamba sola. Perché le domande sono tante quante l’universo e la risposta, fondamentale, è una sola, è tutto quanto.

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Vacanze al tramonto

Saluto tutti e prendo il mare al volo per tornare a casa, accompagnato da un pizzico di malinconia e, tra i bagagli, un carico di obiettivi da raggiungere a strettissimo giro per evitare di abbandonarmi ai ricordi dell’ozio. La sera stessa mi attende in centro una mezza maratona mozzafiato. Il problema delle vacanze è che tanto più sono lunghe tanto più risulta difficile digerirne la fine. Perché finiscono, finiscono sempre e arrivare all’ultimo giorno non solo non è un traguardo, non è nemmeno un inizio, è un arrivederci forse. Breve il tramonto, buia la notte, sicuro il domani. Forse.

Di agosto, sudore, obiettivi e mezze maratone

Dicono che siano necessari fino a otto mesi per preparare una maratona (42,195 km) e all’incirca tre per una mezza (21,097 km). Un sacco di tempo. Che si può anche trovare se correre è una passione e rappresenta l’unico impegno a cui dedicarsi oltre al lavoro, lo studio o la famiglia ma che diventa difficile recuperare se i fronti su cui dividersi sono più numerosi. La giornata dura sempre ventiquattro ore: per correre, bisogna andare di corsa.

Il mio sport è il nuoto e, gareggiando ad un certo livello, di tempo, passione, fisico e sforzo gliene devo concedere parecchio. L’unica cosa che non riesco proprio a dargli è la pancetta: lei è più forte, mi vuole così bene che resta legata alla mia vita nonostante io cerchi di liberarmene. Terminata la stagione gliel’ho data vinta. Sono andato in vacanza, mi sono rilassato e ho mangiato a casa dalla mamma, mettendo su qualcosa come cinque chili in tre settimane. Felice comunque.

Probabilmente è stato per questo che, in pausa dagli allenamenti in vasca, ho rispolverato le mie vecchie e pressoché immacolate scarpette da running e ho iniziato a correre, influenzato da amici e colleghi che praticano questo sport e sono stati capaci di farmelo apprezzare. I primi giorni mi sono dilettato in tratti di 5-6 chilometri alla velocità di una tartaruga e infatti la app del cellulare che ha seguito i miei progressi proprio una tartaruga mi ha mostrato quando ho boccheggiato, ho avuto le allucinazioni e, più che correre, sembrava stessi cercando di ritrovare l’equilibrio per non cadere. Che poi la tartaruga, quella di terra soprattutto, è molto determinata e sa essere velocissima quando vuole, quando s’incazza. L’immagine della lumaca era più pertinente al mio stato, anche per via della bava. E lumaca infatti sono stato.

Questo almeno nel primo periodo. Poi qualcosa è cambiato, sono riuscito a migliorare. Quei pochi chilometri ho imparato a percorrerli sempre più velocemente fino a che ho potuto aumentarli, raddoppiarli, triplicarli. Correvo come un ignorante, alla Forrest Gump. Mettevo le scarpe e partivo senza un obiettivo ben definito, salvo quello di fare meglio della volta precedente in termini di tempo o di distanza.

E’ difficile tuttavia che io mi impegni in qualcosa senza un vero scopo. In qualche modo dovevo competere, sfidare perlomeno il cronometro. Così, nel giro di poche ore, ho svolto le visite mediche per ottenere un certificato, mi sono tesserato con una società a casaccio e ho partecipato alla mia prima corsa ufficiale, un’affascinante gara serale di 10 km nel centro di Roma. Ho superato il traguardo soddisfatto, eppure non mi è bastato, l’appetito infatti vien mangiando. Durante quello stesso evento mi sono ritrovato tra le mani il volantino che pubblicizzava un mezza maratona in programma il 28 agosto, sempre a Roma. Perché no? Avevo trovato il mio scopo che oltretutto è presente nella mia to-do list. Mezza maratona quindi sarà.

Quei tre mesi circa necessari alla preparazione non li ho avuti. Mi sono allenato forse tre settimane e nemmeno tanto bene. Ho raggiunto il picco dei 18 km, mi sono fatto male, ho perso chili e li ho ritrovati il weekend successivo, non ho usato scarpe adatte, una vescica mi dà ancora fastidio, il ginocchio scricchiola e tutte le tabelle di allenamento che ho consultato sono rimaste lì, appese al muro. Insomma, non arriverò alla gara preparato come avrei dovuto. Una cosa però mi conforta: la testa. So di essere fottutamente testardo e che, quando metto a fuoco un obiettivo, non ci sono scuse, devo raggiungerlo.

Domenica scorsa ho stretto la mano ad un signore di 103 anni che ancora è autonomo, fa le sue passeggiate da solo, racconta storie, ride con una lucidità impressionante. Ripete sempre alle sue gambe che è lui a comandare, con la sua testa, non loro, stanche e pigre. Ecco, venerdì litigherò con le mie gambe e le sgriderò così tanto che dovranno scappare perché, se scappano, io finirò la gara. E la finirò, senza dubbio. Incazzato come una tartaruga.