Manifest

Poteva scegliere di diventare una serie cult nella sua vita di quattro stagioni e invece, già alla terza (la quarta la stanno ancora girando), è ormai chiaro che nemmeno un finale strabiliante potrebbe evitarle la mediocrità. Non a caso è sparita dalle classifiche di Netflix alla velocità della luce. Le premesse erano molto interessanti, con l’aereo che sparisce in volo e ricompare cinque anni dopo senza che i passeggeri siano invecchiati e si siano accorti di nulla, ma la realizzazione è discutibile soprattutto, immagino, per il budget da film di serie B: dialoghi prevedibili, attori modesti che interpretano personaggi stereotipati, effetti speciali che li facevo meglio io con lo smartphone, ambientazioni sempre uguali, palesemente finte, con quasi tutte le scene girate dentro uno studio. Nonostante la storia nel complesso sia affascinante e le idee non manchino (ci sono intrighi, colpi di scena, suspense), la banalità con cui vengono rappresentate rovina tutto. Cioè io accetto che l’aereo sparisca nel nulla e ricompaia anni dopo – è l’assunto che sta alla base della serie, se critico quello nemmeno dovrei guardarla – ma non per questo devo tollerare le ripetute cazzate che ogni puntata mi propina, tipo il deposito segretissimo e inaccessibile del Pentagono violato attraverso i tubi di aerazione o i personaggi che, a New York (mica a Caltanissetta), si incontrano e si scontrano per caso continuamente e che impiegano tre minuti per raggiungere l’ospedale, l’aeroporto e qualsiasi altro luogo giusto in tempo per salvare qualcuno o la sicurezza nazionale americana rappresentata da quattro metronotte in pensione. Sono dettagli difficili da spiegare, bisognerebbe guardare per capire ma sarebbe meglio dedicarsi ad altro. Io solo a scriverne per pochi minuti sono invecchiato di cinque anni senza accorgermene e non mi sono mosso da casa.