Quell’essere un po’ bambini

Avevo circa quindici anni e abitavo in un condominio enorme. La famiglia del piano di sotto era formata da un papà, una mamma e cinque figli maschi con cui non sono mai andato d’accordo, anche se qualche scambio di giocattoli, pacificamente e dopo lunghe contrattazioni, lo abbiamo portato a termine. Ricordo ancora una sera in cui ho cenato a casa loro. Al di là del disagio estremo, per il quale tuttora mi domando il perché, la cosa che più mi aveva colpito era stata la televisione e i cartoni animati che tutti insieme guardavano appassionatamente. A casa mia, a pranzo come a cena, non c’era scelta, si guardava il telegiornale ed è così anche oggi che sono andato via e che il telegiornale fa meno informazione di Zelig.

La scoperta che in qualche parte del mondo degli adulti potessero guardare i cartoni animati e ridere come i bambini mi avrebbe segnato. C’è da dire, senza voler fare il finto intellettuale, che in quella famiglia non è che regnasse la conoscenza: il padre era un pescatore che non era mai andato a scuola e i due figli più grandi avevano già lasciato la scuola per lavorare con lui. Gli altri avrebbero fatto altrettanto. Il massimo della cultura era il giornale con cui incartavano il pesce. Quei cartoni oltretutto non erano i nostri Simpson o Griffin di oggi che puntano ad un pubblico adulto, erano decisamente per bambini, quindi teoricamente ridicoli per un padre di famiglia ultra quarantenne.

Oggi capisco meglio quel contesto. Forse quando avrò quarant’anni e cinque figli lo capirò del tutto. Ma adesso, anche se il confronto è improponibile, mi rendo conto di quanto certi aspetti quali il gioco e, in generale, l’essere un po’ bambini siano importanti in età matura. Il che non vuol dire essere infantili o restare “eterni Peter Pan” (per utilizzare un’espressione che ha ormai rotto le palle), significa anzi crescere mantenendo un equilibrio tra quello che siamo e quello che eravamo. In questo io probabilmente esagero.

Mi piacciono i Lego, per esempio. Non ci gioco, ma solo perché non ne sono capace, non ho l’apertura mentale necessaria a costruire mondi che, per dire, mio nipote realizza dal nulla. Tuttavia colleziono omini e ogni tanto mi diverto a smontarli e rimontarli cambiandogli testoline, gambette e braccia per creare personaggi sempre nuovi. Ora ne ho tanti, mi sto evolvendo e ho bisogno di costruire delle strutture in cui accoglierli. Ho scoperto che il sito Lego spedisce gratuitamente i pezzi che si dichiara di aver smarrito, senza necessità di dimostrare l’acquisto. Gli mando una richiesta a settimana e ricevo puntualmente i pezzi che desidero. Fantastico. Un bambino non ci sarebbe arrivato, un adulto un po’ bambino sì.

Mi piacciono i giocattoli antichi, molto antichi o anche quelli della mia infanzia che non si trovano più in giro. Se avessi soldi, ne spenderei a palate per avere a casa quelli che ho desiderato da piccolo o che ho avuto e ho perso. Avevo una collezione enorme di puffi. Erano di gomma, di gran lunga migliori di quelli che si trovano oggi in commercio. Sono scomparsi. Nemmeno mia madre sa che fine abbiano potuto fare, forse sono scappati. Non so che darei per ritrovarli tutti. Senza parlare di quei giocattoli tipo Big Jim o He-Man o BraveStarr (chi se lo ricorda BraveStarr? Solo io!) con varietà di costumi, equipaggiamento e accessori. Qualcuno di loro potrebbe aver rapito i puffi.

Mi piacciono i fumetti e i manga. E i cartoni animati. Sì, come il papà pescatore ultra quarantenne che abitava sotto casa mia. Tranne rari casi, tipo la serie di Evangelion qualche anni fa o il nuovo Lupin di questi giorni, non sono in grado di appassionarmi e seguirli, se non per semplice curiosità. I fumetti e i manga invece sono conseguenza dei miei viaggi in Giappone. Prima di allora conoscevo solo Dylan Dog, di cui conservo una discreta collezione, poi mi si è aperto un mondo. Oggi mi informo e li cerco tanto sulle bancarelle quanto sul web esattamente come faccio da sempre con i libri. E a volte li compro.

Mi piacciono le action figure. “Mi piacciono” è riduttivo, diciamo che mi fanno perdere la testa. Come la mia ragazza. OK, quasi come la mia ragazza, ma rende l’idea. Proprio in Giappone ho trovato dei veri e propri gioielli, tipo Polimar, Lupin, Ken Shiro o anche Mazinga o l’Eva 01, che ora fanno bella figura su una mensola a casa.

Sì, esagero, dovrei pensare a cose più serie e adatte alla mia età. Ma io ci penso, anche troppo. Rifugiarsi nel bambino che è in noi può essere un bisogno. Oltremodo è proprio questo mio aspetto, unito alla fantasia, alla voglia di giocare, al non prendersi mai troppo sul serio che mi ha permesso di costruire un rapporto unico con mio nipote, il grande (il piccolo è ancora piccolissimo). Abbiamo fatto tante cose insieme e spesso da soli: il suo primo viaggio all’estero, Monaco, Legoland e recentemente Gardaland, poi cinema, mare, parchi acquatici, McDonald’s e in tutte le occasioni ci siamo divertiti parecchio. E’ grazie a lui se sono cresciuto e se oggi sono un bambino migliore.

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Il colpo

Oggi. Pausa pranzo. Tre tipi loschi si aggirano per un centro commerciale. Si tratta di Topper, Sergio e della loro collega, nonché sorella acquisita, Milena. Si fermano a mangiare: lui un panino, lei un panino, l’altro un panino. Un totale di tre panini. E due lattine di Coca. Si separano per una manciata di minuti. Si rincontrano poco dopo: Topper con due libri in mano, Sergio con un gioco per la Playstation, Milena con tre bottiglie di vino. I tre hanno sicuramente qualcosa in comune… non è ben chiaro cosa ma ce l’hanno…

C’è tempo. Decidono di fare un giro.

Topper: Torniamo al reparto libri? Vorrei dare un’altra occhiata.

Sergio: OK.

Milena: OK.

Nel reparto libri Topper, per l’ennesima volta, si ritrova in mano “Il codice Da Vinci”. Per l’ennesima volta lo ripone sullo scaffale.

Milena: Che libri hai preso?

Topper: L’ultimo di Montalbán e il nuovo romanzo di Giorgio Faletti.

Sergio: Ma è davvero così bravo Faletti?

Topper: Il primo libro non è un capolavoro. Non ti nascondo però che mi è piaciuto. Prendo questo per curiosità…

Milena: Prendi un’altra copia, questa è rovinata.

Sollevando un paio di copie del libro, Topper nota un libricino verde, lì in mezzo a tutti i volumi di Faletti. Sembra un libretto di risparmio. Lo prende in mano.

“Calendario Atlante De Agostini” c’è scritto sulla copertina. Topper lo apre incuriosito: “Anno 1905 – Roma, Istituto Geografico G. De Agostini & C.”.

Topper: Mile, guarda questo libretto…

Milena: Che ci fa qui in mezzo?

Topper: Boh? Guarda: c’è scritto 1905. Può essere?

Milena: Di sicuro non l’hanno stampato di recente…

All’interno del libretto cartine geografiche di tutto il mondo: Impero Russo, Impero Ottomano, Impero Cinese, Impero Giapponese, Persia, Grande Oceano Pacifico…

Topper: Cazzo, quanti imperi! Per fortuna che oggi ne esiste solo uno…

Milena: Top, guarda il prezzo: L. 0.60. Che sono? Centesimi di lire?

Topper: Forse, nel 1905… Guarda quanto lo vendono ora invece!

Milena: Stì cazzi!

Sergio: Ragazzi, andiamo? Si è fatto tardi.

I tre tipi loschi si dirigono verso la cassa. Topper cammina con Faletti e Montalbán. E con il Calendario Atlante De Agostini. E’ nervoso. Se fumasse, fumerebbe. Non controlla il suo corpo. Un pezzetto in particolare agisce per proprio conto: è la mano sinistra. Il dito indice si muove da solo. Che sta facendo? Gratta. Il codice a barre magnetico viene via come niente. Il Calendario Atlante De Agostini ora non costa nulla, soltanto pochi centesimi di lire. Non ha valore.

I tre tipi loschi arrivano alla cassa. Topper tiene sempre il Calendario Atlante De Agostini in mano. Arsenio Lupin gli ha insegnato una cosa: se non vuoi farti notare da nessuno, mettiti bene in vista. Topper tira fuori il bancomat e paga. Il cassiere pensa che Milena sia la sua ragazza. Milena pensa che il cassiere sia deficiente. Topper pensa che Milena abbia ragione. Sergio non pensa, si è già diretto verso il parcheggio a prendere l’auto.

Topper e Milena escono.

Milena: Ma sono proprio rincoglionita! Non mi ero nemmeno accorta che avessi comprato pure il libr… lo hai comprato, vero?

Topper: …

Sergio: Via, via, via!

Topper non ci ha dormito tutto il giorno. Infatti non poteva, era in ufficio. Non ha mai fatto niente del genere, se si esclude quella rapina in banca dell’anno passato. Non sa se sarebbe capace di rifarlo. Non ne avrebbe bisogno, il libretto lo ha preso ormai. Non giudicatelo male però. A volte agisce senza pensare. A volte sbaglia. A volte si pente. Questa volta no.