Indizio n. 3

Ufficio. Pausa pranzo. Il monitor non mostra un’immagine a caso, dice che sono ancora a Roma ma che piano piano mi sto teletrasportando là. Non sarò veloce come il capitano Kirk dall’Enterprise, mancano ancora troppi giorni, eppure atterrerò anch’io su un altro mondo. Un mondo nuovo, diverso da quelli che sono abituato ad esplorare, composto però dagli stessi elementi in cui sono cresciuto: un’isola, il sole, il mare, i fondali, le spiagge. E il sud. Che sta pure per sudore.

L’indizio n. 3 è in realtà una prova, il biglietto aereo. L’ultimo o forse il primo tassello del viaggio, che si aggiunge alle camere prenotate per dormire, al noleggio dell’auto, al rinnovo del passaporto e alla lettura della Lonely Planet, indizio n. 1, acquistata tempo fa. Ho stilato la lista della roba da mettere in valigia e lo spazio maggiore lo occuperanno l’attrezzatura subacquea e le scarpe da running. Sì, perché voglio immergermi nella barriera corallina e, se mi sveglio, correre sulla sabbia. Con un costume e un paio di occhialini potrò nuotare nell’Oceano Indiano. Non credo mi serva molto altro e comunque per tutto il resto c’è MasterCard, confidando di non spremerla troppo.

Dice il saggio: il volontario parte per uno scopo che non è il suo, il turista parte per uno scopo che è esattamente il suo mentre il viaggiatore parte per uno scopo che ignora. Questa volta, nonostante torni in terra africana, non andrò in veste di volontario e, trattandosi di un’isola piuttosto piccola, non farò nemmeno il viaggiatore. Sarò un turista, con pochi programmi e uno scopo preciso che è la voglia di restare un po’ fuori dal mondo.

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Indizio n. 1

Se tre indizi fanno una prova, aspetto di aggiungerne altri due per esserne sicuro. Perché ancora non ci credo ed è la stessa sensazione che provo ogni qualvolta devo preparare le valigie. Io le valigie non le preparo mai: in Salento sono andato con un borsone enorme ma indispensabile, quello dell’attrezzatura subacquea, lo stesso che ho avuto in Mar Rosso, tutto il resto stava in una tasca; a Maiorca ho portato uno zaino con quattro cose dentro e tre erano libro, diario e occhiali da sole; così è stato per le ultime tappe in Lituania, Inghilterra, Portogallo. Persino in Africa, a fare settimane di volontariato per anni, il necessario è sempre entrato in una borsa, senza parlare del Cammino di Santiago, ventitré giorni con un bagaglio di cinque chili.

Le valigie indicano qualcosa di più, non soltanto in termini di tempo o distanza, sono l’etichetta del viaggio che ti appresti a compiere, quella che all’aeroporto la gente guarda e pensa “chissà dove cazzo sta andando”, mi è successo per il Giappone e l’Islanda. In realtà a nessuno frega niente di dove vai ma è bello pensare di provocare un pizzico di invidia negli altri viaggiatori.

L’acquisto della guida è, per convenzione internazionale, il primo passo. Solo una volta ne ho presa una senza poi partire, era il Nepal, ma la colpa è stata del terremoto che ha distrutto mezzo paese e cancellato per sempre più pagine della mia Lonely Planet (che infatti, si vede in foto, ora è scontata del 20%). Questa volta nemmeno un asteroide o una paternità improvvisa mi fermerà. Gli altri indizi, spero, arriveranno presto. Intanto mi leggo l’indizio n. 1.