Indizio n. 1

Se tre indizi fanno una prova, aspetto di aggiungerne altri due per esserne sicuro. Perché ancora non ci credo ed è la stessa sensazione che provo ogni qualvolta devo preparare le valigie. Io le valigie non le preparo mai: in Salento sono andato con un borsone enorme ma indispensabile, quello dell’attrezzatura subacquea, lo stesso che ho avuto in Mar Rosso, tutto il resto stava in una tasca; a Maiorca ho portato uno zaino con quattro cose dentro e tre erano libro, diario e occhiali da sole; così è stato per le ultime tappe in Lituania, Inghilterra, Portogallo. Persino in Africa, a fare settimane di volontariato per anni, il necessario è sempre entrato in una borsa, senza parlare del Cammino di Santiago, ventitré giorni con un bagaglio di cinque chili.

Le valigie indicano qualcosa di più, non soltanto in termini di tempo o distanza, sono l’etichetta del viaggio che ti appresti a compiere, quella che all’aeroporto la gente guarda e pensa “chissà dove cazzo sta andando”, mi è successo per il Giappone e l’Islanda. In realtà a nessuno frega niente di dove vai ma è bello pensare di provocare un pizzico di invidia negli altri viaggiatori.

L’acquisto della guida è, per convenzione internazionale, il primo passo. Solo una volta ne ho presa una senza poi partire, era il Nepal, ma la colpa è stata del terremoto che ha distrutto mezzo paese e cancellato per sempre più pagine della mia Lonely Planet (che infatti, si vede in foto, ora è scontata del 20%). Questa volta nemmeno un asteroide o una paternità improvvisa mi fermerà. Gli altri indizi, spero, arriveranno presto. Intanto mi leggo l’indizio n. 1.

Ultimo giorno

E’ stata una lunga notte di pensieri e passioni. Buio e silenzio, stranamente. Ma ho messo lo stesso i tappi per le orecchie. Preparo tutto, lascio il trolley ed esco. Giro per le bancarelle in cerca delle casette di terracotta, di un bicchierino e di un magnete. Le casette si trovano solo nei negozi e costano, due però le devo prendere, vedrò dopo.

Vado alla torre della cattedrale un po’ indeciso. Poi entro e non me ne pento, è molto suggestiva. Ci sono diverse campane. Trovo una specie di pendolo, enorme, che “penzola”, dall’esterno non è visibile. Do un colpetto per farlo oscillare e subito una campana suona, un rintocco. Sarò stato io? Boh. Quando esco mi fermo ad un Caffeine, l’ennesimo: cioccolata calda e fetta di torta… alla cioccolata, una bomba calorica. In questi posto trovo sempre ragazzi seduti ad un tavolo con un PC che sembra stiano lavorando a chissà quale progetto. Poi guardo meglio e spesso li trovo a cazzeggiare. Una ragazza qui accanto ha un foglio Excel aperto da un quarto d’ora: ha riempito tre celle e sistemato i bordi, sembra impegnatissima.

Le casette purtroppo devo comprarle in un negozio (7,50 euro l’una). Il bicchierino che mi piaceva lo prendo in una bancarella, dove una coppia costa (4 euro) quasi quanto uno singolo al negozio. Faccio l’ultima camminata verso l’ostello. Saluto la moglie di Linus, che sta andando via, e Linus che fa pulizie. Alla fermata degli autobus prendo il n. 2 e vado.

Per completare le riflessioni di ieri sulle cose migliori di questo viaggio, ho capito che il miglior posto in cui ho mangiato/bevuto è il pub-taverna senza nome di Užupis. Per la categoria “Donne” vince l’unica ragazza con cui ho scambiato più di qualche parola, la guida del Museo dell’Illusione.

Ultime note. L’artigianato locale si base anche molto sull’ambra, infinità di oggetto in vendita sono fatti con questa pietra. Particolari sono gli autobus elettrici, un po’ vintage, che si muovono grazie ai cavi, come il tram. Non ci sono negozietti pakistani ma chioschi sempre aperti di una catena chiamata “Narvesen”.

L’esperienza in Lituania finisce qua. Vediamo ora cosa mi aspetta in Italia.

 

Un po’ di shopping

Mi sveglio tardi, il cinese è tornato. Come sospettavo, era andato alla Collina delle Croci ma non ha trovato un bus per rientrare ed è rimasto lì a dormire. Spero non sulla collina. Oggi è tutto chiuso, giustamente è festa. Piove a tratti ma non fa freddo e si può camminare comodamente. La città è deserta. Visito un paio di chiese sul viale dopo la Porta dell’Aurora. In una c’è una messa cattolica e scappo, nell’altra roba ortodossa, mi colpisce la parete frontale con sculture e croci, tutta verde.

In una bancarella un tizio vende scatoline e agende fatte da lui a mano in pelle, cuoio e sughero, molto belle. Parla come Riccardo B. Cooper, tanto, spera di vendermi qualcosa. Non sto contrattando, resto in silenzio ma lui abbassa continuamente il prezzo di ciò che guardo. Mi piace ogni oggetto, so già che comprerò qualcosa. Senza dubbio una scatola per La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi. Lui si chiama Alex, nomina il calcio, cita perfino Schillaci. C’è una borsa-scatola-valigia piccolina e bellissima, costa 250 euro, scende fino a 100 euro, troppo comunque. Alla fine prendo due scatoline a 25 euro, ha tolto circa 15 euro dal totale. Nella bancarella accanto compro per 3,50 euro un robottino di legno snodabile che avevo visto nei negozi di souvenir ad un prezzo più che raddoppiato. Ho visto anche delle casette di terracotta che riproducono abitazioni delle campagne, devo prendere un paio.

Mi fermo un bel po’ da Crustum, una caffetteria. Manco a dirlo, il locale è molto carino. La cioccolata è una pallina attaccata al cucchiaino che si scioglie piano nel latte. Prendo anche una “bomba” che bomba non è, al caffè (tutto 3,50 euro). Uscendo chiedo se mi regalano uno di quei cucchiaini di legno. La ragazza me ne porta uno confezionato, col cubetto di cioccolato attaccato. Ecco come la fanno! E’ una formula inglese, non è roba fatta in casa. Per il cucchiaino pago praticamente un’altra cioccolata (2,40 euro). In un centro commerciale, dentro una libreria, compro un’agendina che si chiude con la calamita (2,90 euro), la userò per il prossimo viaggio e chissà con chi sarò. Entro anche in una specie di Tiger, il negozio delle cose inutili, ma non compro niente.

Oggi ho visitato anche la cattedrale, enorme e apparentemente spoglia. Le cappelle sono particolari. Insomma, non ho molto altro da fare. La vacanza è finita, devo solo impiegare al meglio il tempo. Domani farò molto con comodo.

Cerco un posto, come al solito, dove mangiare qualche schifezza con birra. Finisco al Būsi Trečias, un pub nascosto in qualche strada della Old Town, rustico. Mi piace. Birra scusa e crocchette al formaggio, un tavolo per scrivere, pensare e non pensare. Mi sa che mi trattengo un po’ qui, tanto piove e non ho dove andare. Aggiungo pane fritto con salsa e la stessa birra, piccola però (totale 11,80 euro). Vorrei sapere disegnare.

Piove ancora, cazzo. Inutile stare in giro senza niente da vedere. A Vilnius credo non ci sia altro di sorprendente. Almeno per un turista. Sono un turista adesso e un turista difficilmente è triste. Eppure lo sono stato. Entro in un altro Caffeine. Cioccolata e muffin (3,50 euro). Relax.

A meno di 24 ore dal rientro, il “succo di pane” vince per la categoria “Bevande”. Il pane fritto con salsetta tra i “Cibi”. La Collina delle Croci in “Luoghi”. Tra gli “Uomini” vince Riccardo B. Cooper. Tra le “Donne” non so ancora. In “Musica” il gruppo di cui ho comprato il CD, i Žemėj Lietuvos. Miglior “Locale”… ci devo pensare.

Se Alex, il tizio della bancarella, scende a 50 euro, la borsa-scatola-valigia potrei anche comprarla. Devo visitare la torre della cattedrale, poi ho davvero finito.

Užupis

Ho dormito da solo, il cinese non è tornato. Strano. Mi sveglio però presto, faccio tutto con comodo. C’è pure il sole che spunta ogni tanto. Devo approfittarne per camminare e visitare meglio Užupis.

La famosa porta che attraverso ogni giorno si chiama “Gates of Dawn” (Aušros Vartai), Porta dell’Aurora, uno dei più importanti monumenti religiosi della Lituania. Per me era una porta, ma si capiva che doveva avere un valore storico. Visito la cappella che dall’alto guarda il viale. Faccio foto, non è permesso.

Guardo meglio tutto, di giorno è un’altra cosa. A Užupis trovo il ponte con l’altalena, visto solo al buio sinora, e il muro con la costituzione. Finisco per caso all’Incubatorio ma sembra tutto chiuso. Ci sono comunque tante cose da fotografare da queste parti. Camminando mi colpisce uno spiazzo dietro ad un portone di legno mezzo distrutto. Mi affaccio e subito un ragazzo che somiglia a Bradley Cooper mi invita ad entrare. C’è una vecchia casa e un giardino circondato da alte mura. Il ragazzo parla tanto, Riccardo si chiama. Mi mostra tutte le opere che ha realizzato, orgoglioso. Ci sono un tavolino e due sedie a cinque metri di altezza sul muro su un ripiano. Tanta roba messa lì in giro a modo. C’è la madre. Gli chiedo se è un artista, non lo è. E’ un cacciatore. Indica un gatto di cui mi dice il nome. Svuota un bidone di acqua salmastra dove ci sono dei pesci che moriranno a breve sull’erba. Per il gatto. Capisco che mi chiede soldi per mangiare, prendo delle monete dalla tasca e mi indica quella da un euro, glielo lascio con tutti i centesimi. E’ contento. Si mette in posa felice con il rastrello quando gli chiedo se posso scattare qualche foto. Poi mi dice di entrare in casa.

E’ una baracca a cui si accede tramite una scala. C’è un gallo imbalsamato sopra la porta d’ingresso e degli scorpioni morti su un tavolo. Penso subito ai film in cui ragazzi ignari vengono derubati così – o peggio, spariscono! – ma non esito ad entrare. La casa è proprio povera, di una povertà di questi posti. Però hanno un televisore a schermo piatto che stona con l’ambiente. Riccardo mi mostra la sua stanzetta con alcune altre “opere”, abiti appesi, DVD, tanti oggetti sparsi. La sua stanza si affaccia su Paupio gatvė, una delle strade centrali di Užupis. Andando via mi offre da bere da una bottiglia con etichetta di non so cosa e bicchieri poggiati sul tavolo da non so quanti secoli. Non accetto, non mi sembra tanto pulito e forse sono anche condizionato dai film in cui accadono cose strane. Da una porta sbuca il padre all’improvviso. Riccardo gli dice che sono siciliano e lui grida “cosa nostra!”, ridendo. Amano Toto Cutugno e Celentano. Saluto e vado.

Mi fermo al Coffee1, una cioccolata e due tortine: una si chiama šakotis, una specie di rettangolino con le stalagmiti, l’altra tinginys, un dolce al cioccolato, entrambi dolci tipici lituani. Passeggio ed entro in una libreria in cui compro una stampa in italiano della costituzione della Repubblica di Užupis. La commessa appone un timbro che faccio mettere anche sul mio diario. Il timbro è il simbolo della Repubblica di Užupis, una mano bucata: indica che Užupis si può toccare ma non si può possedere. Scatto tantissime foto in giro. Noto un negozietto tibetano, vorrei entrare ma è chiuso, ripasserò. Torno a prendere l’auto per riconsegnarla.

L’aeroporto è vicinissimo, cinque chilometri appena. Faccio benzina, metto 25 euro ma a 22 ho raggiunto già il pieno, cazzarola. Alla Hertz ritrovo la ragazza del primo giorno. Spero non ci siano problemi con l’auto, visto che nessuno la prende in consegna, lascio solo le chiavi. La multa mi costerà, ho letto che mi addebiteranno almeno 40 euro di spese amministrative. Prendo l’autobus (linea 1 o 2, biglietto 1 euro) per tornare in città. In venti minuti sono alla stazione bus e treni, a trecento metri dall’ostello. Buono a sapersi per il rientro in Italia.

Cammino seguendo una cartina, direzione monumento a Frank Zappa. Che si dimostrerà una cazzata colossale, una colonna con la testa e un murales.  Passo davanti un negozio che vende roba dei paesi baltici, tra cui tanti CD. Ne compro uno di un gruppo locale (Žemėj Lietuvos – Thundertale) di genere epic metal, attirato dal packaging fichissimo, dopo che la commessa me lo ha fatto ascoltare. Guardando la mappa mi accorgo che Vilnius non è così grande. Praticamente, senza saperlo, ho già visitato quasi tutta la Old Town. Bello il nome “Old Town”. Vado a cercare la “via della letteratura” e scopro che ci sono passato accanto ogni giorno: scatto qualche foto ai muri con le opere numerate e via. Poco distante arrivo alla chiesa di Sant’Anna, quella dei mattoni rossi. Entro ma è tutto spento.

Ritorno a Užupis. Passo dal negozio tibetano e compro un magnete che raffigura la mano bucata (1,50 euro) e un braccialetto di cotone del Guatemala (1 euro). Cioè in Lituania ho comprato un bracciale del Guatemala in un negozio tibetano. Mi fermo alla pizzeria ad angolo, quella con le vetrate che è impossibile non vedere. Si mangia italiano, molto italiano. I proprietari non sembrano ma pure il menu è scritto in italiano e non c’è solo la pizza. Prendo il pane fritto con salsa, più birra (6 euro). Aggiorno il diario e mi sposto verso la Old Town dove entro in uno di quei locali chiamati Caffeine, ce ne sono a decine. Questo è una specie di Feltrinelli con bar e divanetti. Compro una cartolina che vorrei spedire. Cammino e cammino, quasi a perdermi. La città non è affatto enorme, ci si orienta facilmente. Non trovo un posto nuovo per bere e mangiare qualcosa. La Vilniaus gatvé è piena di locali attaccati l’uno all’altro ma non fanno per me. Il ristorantino georgiano sotto l’ostello è chiuso, ci avevo sperato (chiude alle 20.00). Molte attività qui chiudono presto, tanti negozi perfino alle 17.00. Alla fine compro una bottiglia di birra Rinktinis e una pizza surgelata che al microonde verrà uno schifo. Va be’.

Confusione. Il cinese è di Hong Kong, tipo piuttosto strano.

Trakai

Vado a Trakai, trenta minuti di auto. Posto molto bello, le casette sono particolari, il lago e il castello meritano una passeggiata. Peccato che faccia freddissimo e piova! Scatto due foto dal pontile ma sono costretto a rifugiarmi subito in un locale per rilassarmi al caldo. La moglie di Linus all’ostello, sapendo che andavo a Trakai, mi aveva consigliato di provare i calzoni tipici del luogo (kibinai) e infatti mi fermo in uno dei due locali più rinomati – e sicuramente dello stesso proprietario – in cui li preparano (Senoji Kibinine e Senoji Kibinine – Pica). Si trovano l’uno accanto all’altro.

Scelgo il primo, rustico, curato, elegante. Mangio un po’ di roba: due kibinai ai funghi e vegetariano, un pancake col formaggio, altri due kibinai dolci (uno con crema simile alla ricotta, uno piccolo al cioccolato). Bevo idromele di Trakai e un bicchiere di una cosa che non avevo mai sentito nominare: il kvass, che scelgo a caso dal menu dove è descritto come “Speciality non-alcoholic bread drink” e che io chiamerò “succo di pane”. Le foto sul menu sono molto più esaustive della descrizione e delle spiegazioni della signora che non capisce molto l’inglese. Spendo solo 11,10 euro.

Quando esco cerco di avvicinarmi al castello in auto. Parcheggio davanti al pontile, troverò una multa dopo. Le bancarelle di cui avevo letto sono chiuse tranne un paio. Percorro il pontile, faccio foto ma il castello è chiuso, forse perché è lunedì. Non sarei comunque entrato. La multa (12 euro) è per il parcheggio non pagato, sono stato lontano dieci minuti! Vado in una centrale di polizia, poi in banca ma niente, per pagare in contanti devo andare in un posto che non trovo, lungo un’autostrada. Giro e rigiro, alla fine rinuncio.

Torno a Vilnius, cerco un negozio di dischi che in auto non riesco a raggiungere, eppure dovrebbe essere vicino all’ostello. Decido di cercarlo a piedi, lascio la macchina. Scopro che si trova a 500 metri dall’ostello, è fornito di vinili ma troppo caro. Mi fermo presso una boulangerie lì vicino. Prendo un saccottino che credevo dolce, me lo ritrovo con un wurstel dentro!

Riprendo la passeggiata. Per entrare nella Old Town attraverso sempre una porta enorme da cui inizia il vialone centrale. The Portobello è un pub molto invitante, per entrare bisogna passare attraverso una cabina telefonica londinese. Decido che ci tornerò più tardi. Trovo un altro negozio di dischi subito dopo la grande porta, non compro nulla. Cammino tanto, mi bagno, esploro. Casualmente finisco davanti al museo dell’illusione (Vilnil), ci penso un attimo e decido di entrare (ingresso 10 euro). La guida che mi accompagna è una ragazza molto carina e simpatica di cui ricorderò la risata spontanea. Ci sono diverse attrazioni curiose, illusioni ottiche, giochi. Mi piace la camera sottosopra e la stanza old style lituana. Il giro dura meno di mezz’ora, quasi mi dispiace. Peccato essere solo, avrei voluto avere qualche foto di spalle. Ma questo vale per tutto il viaggio.

Dopo cammino ancora in direzione opposta a quella verso l’ostello. Arrivo alla famosa torre della cattedrale ma piove, mi voglio sedere a sorseggiare una birra. Così ritorno al The Portobello, bellissimo locale anche questo che, ovviamente, celebra Londra. Pare che qui servano le birre più grandi. Sul menu, che poi porterò con me di nascosto, trovo un disegno che mette a confronto tre bicchieri e la qualità del locale che li offre:

  • il primo da 0,5 litri –> Traditional, a good bar
  • il secondo da 0,56 litri –> Imperial pint, a very good bar
  • il terzo da 0,66 litri –> Admiral’s pint, The Portobello

Prendo patatine fritte e una Guinness, poi una strong ale.

Faccio qualche riflessione. La cosa che più mi ha colpito di Vilnius e del poco di Lituania che ho visto sono i locali, tutti davvero accoglienti. Non potrebbe essere diversamente visto il freddo. Poi le ragazze. Non sono migliaia ma hanno bei lineamenti, oltre ad essere alte. Poi il formaggio. Qui si mangia tanta roba col formaggio, forse anche con la carne ma io no.

La Collina delle Croci

Ora legale. Mi sbrigo con calma. Non ho deciso dove andare ma piove quindi prenderò la macchina.

OK, direzione Collina delle Croci. E’ tutto chiuso, dimenticavo che è domenica! Pranzo a Šiauliai, in un locale molto curato, Morganas, dove mangio bene: birra locale, strisce di pane tostato fritto e salsa, “arancini” (chiamati proprio così, quattro palline) per 15 euro. Sono seduto ad un tavolo grande. Arriva un signore non del luogo che chiede “scrambled eggs”, vuole fare colazione all’inglese. Forse è inglese. La cameriera non capisce, chiede alla collega che parla inglese. Lui chiede a me se le conosco, gli rispondo di sì ma dubito che le abbiano qui. Infatti, niente uova strapazzate. Si alza e va via. Lascio la mancia alla cameriera carina e gentile che parla inglese e che mi ha servito.

Arrivo alla Collina delle Croci, molto suggestiva! Praticamente sono due e mezza di auto, saranno cinque tra andata e ritorno in cui scopro con piacere Gold FM, un canale radio che passa canzoni orecchiabili, vecchi successi soprattutto, di quelli commerciali che piacciono a tutti e che non ascolto mai. C’è vento e fa freddo, almeno non piove. Scatto una marea di foto, spero che qualcuna riesca a rendere l’idea di dove mi trovo. Ho le mani congelate, ogni tanto spunta il sole. Ci sono 400.000 croci di tutte le forme e le dimensioni, la gente le porta qui da tutto il mondo, io ne prendo due che mi piacciono e le riporto al mondo. Nella struttura adiacente prendo un cappuccino per riscaldarmi. Uso quella macchinetta per turisti che pressa una moneta da cinque centesimi per imprimere l’immagine del posto ma sbaglio la selezione e viene fuori la sagoma di Giovanni Paolo II. Fanculo.

Torno verso Vilnius. All’andata avevo notato, poco prima della collina, una specie di sagra, c’erano tante auto lungo la strada, gente sparsa e qualche ambulante con fiori e prodotti della terra davanti a quello che sembrava l’ingresso di un enorme piazzale. Al ritorno decido di dare un’occhiata. Mi accorgo però che è un cimitero!

Arrivare a Vilnius pesa meno che alla mattina. In città mi perdo e, girando in auto, mi ritrovo in centro la sera, nella parte moderna piena di luci e palazzi. Mi riposo all’ostello, poi esco a piedi. Inquadro meglio Užupis, ci tornerò. Ceno in un ristorante lituano, Forto Dvaras, non ho molta fame. Mangio crocchette di formaggio e una specie di cheesecake, più birra. Totale 15,10 euro. Bel locale. Rientro tardi e cerco di dormire. E’ il cinese che russa.

Primi passi a Vilnius

Roma. Sveglia alle quattro. Freddo fuori. Volo tranquillo, dormo poco. Leggo Don Winslow, affascinante. La ragazza della Hertz lo è di più, mi avevano detto che qui le donne sono bellissime. Ho preso a noleggio una Peugeot 208. Ho qualche difficoltà ad arrivare all’ostello. Paesaggi da film russo.

L’ostello è carino, ordinato e pulito. Letto in camera da quattro. Gentilissimi gli host. Lui è un omone di nome “Linus”, cioè così ho capito e così lo chiamo. Mi ha dato pure il telecomando per aprire il cancello del piccolo parcheggio, non era previsto. Mi suggerisce un locale georgiano in cui mangiare chačapuri (una specie di pane-pizza tipico della Georgia), che è anche il nome del posto, proprio sotto l’ostello. Prendo un chačapuri grande al salmone (Oragulit), un dolce alla crema e una birra georgiana in bottiglia, per la modica cifra di 11,80 euro.

Faccio due passi ma piove. Non fa freddo. Vedo un edificio che scopro essere un mercato (Halės Turgus), entro e scatto un po’ di foto: cibo, abbigliamento, oggettistica, un macellaio all’opera. Compro quattro bei fumetti con copertina rigida più un libro fotografico di Laure Manaudou a 0,30 euro l’uno… totale 1,50 euro! Peccato siano in francese. Torno in ostello per riposare un po’ e si fa buio. Non dormo, pioviggina.

Mi metto in moto e cammino verso Užupis. Prima di arrivarci, sul vialone della Old Town mi incuriosisce una chiesa dove entro e trovo il buio. L’ambiente è piccolo: in un angolo, tre signore intorno all’unica fonte di luce ripetono in continuazione una specie di sermone un po’ inquietante. Davanti a me ho una specie di porta con un’insegna enorme rossa che prende tutta l’arcata e dà un tono di maestosità a quell’ingresso per chissà dove. L’inferno?

Užupis non è distante ma non trovo una zona che posso definire “centrale”. Seguo una via che mi porta ad un pub carino in cui, dopo diversi tentennamenti, mi decido ad entrare. Non me ne pento, passo lì tutta la serata fra birre (tre) e una specie di pancake al formaggio che credo sia un piatto tipico lituano. Il locale sembra un disegno all’esterno, dentro è piccolo e accogliente. Torno facilmente all’ostello. Per strada prendo un panino merdoso presso uno di quei minimarket che pare non chiudano mai. In camera i letti sono occupati, qualcuno russa troppo, uso i tappi e crollo.