Uomini e una gamba

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Il punto più estremo

Non ho nessun desiderio particolare per l’anno nuovo. Non sono nemmeno il tipo di persona che aspetta una data o lo scorrere del calendario per fare proclami e stilare un elenco di speranze e buoni propositi. L’unica lista che mi appartiene è la solita to-do list riportata sul blog e quelle lì dentro non sono cose che mi auguro un giorno di poter fare, sono cose che farò. Poi, certo, se Battiato muore prima che possa andare ad un suo concerto o se Bruges viene bombardata prima che io possa visitarla, insomma, non sarà colpa mia. Semplicemente cancellerò la voce dalla lista, ce ne sono così tante…

Al di là degli onnipresenti auspici di ottima salute per sé e i propri cari, di vita eterna, di pace, amore e serenità, della dipartita di Trump o della perdita della voce di Gigi D’Alessio, esiste poi una manciata di sogni che ci portiamo dentro da sempre e di cui spesso ci dimentichiamo finché non ci ritroviamo a parlarne con gli amici. Sono quelli che “ho sempre voluto una piscina” o “ho sempre sognato di andare in Islanda” o “non sai quanto mi piacerebbe avere un cane”: cioè non sono in cima alla nostra lista, non daremmo il sangue per raggiungerli, non ci auguriamo di realizzarli a capodanno, eppure sono lì e ogni tanto riaffiorano come un ricordo lontano.

Tra le tante voglie di questo genere, io ho sempre sognato di trovare per strada un portafoglio pieno di soldi. Lo ammetto. OK, è banale, chi però non lo ha mai sognato? Beh, mi è successo. Ed è successo nel 2016, a quanto sembra un anno disgraziato e non solo per le numerose scomparse eccellenti. Forse perché bisestile. Anche per me è stato un anno diverso. Col senno di poi, posso collocare in quei 366 giorni diversi eventi che lo hanno reso insolito. Ma, come dicevo, questi eventi non sono accaduti perché era il 2016, sono accaduti e basta. Ne sono accaduti nel 2015 e negli anni precedenti. L’evento ci riconduce all’anno, non il contrario. Ebbene, io ho trovato il mio bel portafoglio pieno di soldi. Ero in Portogallo, a Cabo da Roca, il punto più estremo ad ovest dell’intero continente, una scogliera che si affaccia sull’Atlantico e sulla fine del mondo. Volevo ammirare il famoso tramonto, uno spettacolo davvero indimenticabile. Era l’ultimo giorno di quella vacanza, l’indomani sarei ripartito e non avevo un euro addosso. Zero contanti e zero soldi sul conto. E’ vero, non sarei morto di fame, la carta di credito mi avrebbe salvato anche allora, ma in quel momento non avrei potuto comprarmi nemmeno un panino. Insomma, parcheggio l’auto e mi incammino verso il faro che domina il promontorio quando, con lo sguardo basso per il fortissimo vento, noto questo portafoglio nero, piuttosto imbottito, rettangolare, credo da donna. Lo raccolgo, lo apro e mi accorgo subito della marea di carte, tessere, foto che lo riempiono. Soprattutto, ad occhio, noto qualcosa come trecento euro in banconote. Espressione di giubilo sul mio volto e nessuno intorno che potesse accorgersene. Cosa farei se trovassi un portafoglio pieno di soldi? E’ la domanda che chiunque si è fatto una volta nella vita. Onestamente, la mia risposta è sempre stata decisa: i soldi me li sarei tenuti, i documenti se possibile li avrei lasciati stare o, addirittura, restituiti in qualche modo al proprietario, magari infilandoli in una cassetta delle lettere. Credevo che alla fine non avrei provocato disgrazie né rovinato famiglie e che un po’ di fortuna non mi avrebbe danneggiato. Ho fatto di peggio in passato. Trovarsi però a vivere quello che crescendo è stato soltanto un desiderio nascosto è molto diverso. Non si pensa mai alle conseguenze prima. Il sogno uno se lo immagina perfetto, per sé e per gli altri. Se lo costruisce senza spigoli, liscio e pulito. Non è così. Quando il sogno diventa realtà non è più sogno. Il portafoglio è stato mio e per un tempo infinito e gioioso mi sono chiesto come avrei sperperato i soldi quella stessa sera, l’ultima in Portogallo. Ogni tassello si incastrava a perfezione. Tuttavia, man mano che percorrevo il sentiero verso il tramonto, col vento che mi spingeva da dietro e il sole che mi illuminava davanti, qualcosa mi ha scosso. La colpa, l’onestà, l’educazione che ho ricevuto, non lo so. Fatto sta che, arrivato al faro, avevo già deciso di consegnare il malloppo ad una stazione di polizia tornando verso Lisbona, orgoglioso di me stesso per non aver toccato un centesimo. Sul margine della scogliera erano tutti posizionati ad ammirare il sole: le coppiette, i fotografi, gli immancabili giapponesi. Tutti, tranne due ragazzetti che giravano disperati ripercorrendo ogni tratto dei vari sentieri che si incrociano lassù. Non ho capito subito che loro stavano cercando il portafoglio ma ho capito subito che io stavo cercando loro. Li ho raggiunti, li ho chiamati e non so perché gli ho chiesto in inglese se l’oggetto che avevo in mano gli appartenesse. Hanno risposto con un sorriso che diceva grazie e con un grazie che non diceva nulla, è stato gratificante. E’ stato gratificante anche constatare, per me e per loro, che all’interno non mancasse niente. Non ci siamo nemmeno salutati, il tramonto si stava facendo vivo. Era pure il mio compleanno.

Eterna saudade

A Lisbona, nonostante avessi buoni motivi per evitarla, non ho potuto fare a meno di incontrare, conoscere, frequentare e amare una fantastica parola portoghese che risponde al nome di saudade. Il termine sarebbe già stupendo anche senza un significato, invece il significato ce l’ha e ho scoperto che è intraducibile in qualsiasi lingua. Ne parla persino la guida in un paragrafo dedicato: “come un pugnale che affonda nel cuore”, così i portoghesi definiscono questo particolare sentimento di malinconia. Una parola che non trova una traduzione adeguata nella nostra lingua, un mix di mestizia e nostalgia, tristezza e sentimentalismo. Mi sono proprio innamorato di lei, a tal punto da portarmela a casa. La saudade è l’ingrediente principale, a volte unico, del fado, il genere musicale per eccellenza del Portogallo. E’ lì che mi ha conquistato ma è qui e ora che sta dando il meglio di sé e me lo dimostra ogni giorno, con una passione a tratti soffocante.

Ho provato a inquadrarla da subito e, da bravo ignorante, il primo posto in cui sono andato a cercarla è stato Wikipedia. Mi si è aperto un mondo leggendo di lei e della sua storia. Perché chiunque, specialmente chi prova a scrivere, almeno una volta nella vita ha affrontato emozioni e sentimenti che non si possono descrivere con le parole; qui invece è la parola, fantastica, che non trova un suo preciso riscontro nelle emozioni e nei sentimenti, se non miscelandoli tra loro in un cocktail comunque non appagante.

Leggo che innumerevoli autori di lingua portoghese hanno provato a dedicare canzoni e poesie alla saudade e nessuno è riuscito nell’intento di trovare una definizione che non fosse personale. “La saudade è mettere in ordine la camera del figlio morto” (Chico Buarque), espressione terribile e meravigliosa, può darsi, ma c’è sicuramente anche altro. Sempre Wikipedia (OK, non sarà la legge, in giro però circolano le stesse informazioni), dice che si può avere saudade di molte cose:

  • di qualcuno che non c’è più;
  • di qualcuno che amiamo e che è lontano o è assente;
  • di un caro amico;
  • di qualcuno o qualcosa che non si vede da tantissimo tempo;
  • di qualcuno con cui non parliamo da molto tempo;
  • di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa);
  • di un cibo;
  • di situazioni;
  • di un amore.

Io ho saudade di un po’ tutti questi punti. Persino del cibo, con la tiella, una specie di pizza/focaccia ripiena buonissima che ho potuto mangiare solo due volte nei miei anni e ancora me la ricordo. Ho saudade della Sicilia, una terra che mi manca e non mi manca per niente, e di una marea di situazioni che non vivo più e che vorrei vivere o forse voglio sperare di rivivere o che voglio vivere sperando.

Ancora Wikipedia: Antonio Tabucchi, raffinato conoscitore della lingua e cultura portoghese, spiega la saudade come un senso di nostalgia tanto legato al ricordo del passato quanto alla speranza verso il futuro. Cazzo se è vero. Mi identifico pienamente in ognuna di queste definizioni a tal punto da pensare – io che non credo in niente – che non sia stato un caso essermi ritrovato a Lisbona in una fase della mia vita un tantino tormentata. Il caso non esiste, diceva il maestro Oogway e chi non ha visto Kung Fu Panda merita la sua saudade.

Adesso vorrei quasi scriverci un saggio, prendendo e incollando tutte le interpretazioni che mi sono capitate tra le mani. Sarebbe però un lavoro infinito e alla fine inutile. La saudade non si può spiegare né raccontare. Vorresti non averla ma, se non l’avessi, ti mancherebbe perché ti farebbe sentire vuoto e rassegnato. Chiaramente, per provarla, deve trovarti in un contesto adeguato, non è mica una malattia che viene e va via. Io il mio contesto ce l’ho, la tiella, la Sicilia e tutto il resto e so che di saudade non si muore, eppure nemmeno si vive.