I giorni che scompaiono

In questi giorni che scompaiono per l’isolamento da coronavirus e per i lavori forzati da casa, riesco a leggere, contemporaneamente ad un romanzo, più fumetti e graphic novel, spesso terminandoli lo stesso giorno. Fioccano le offerte per libri ed ebook gratis o scontatissimi e questo è positivo per me, per i lettori e per l’umanità. Proprio attraverso un’offerta ho scoperto quest’opera dai disegni semplici e lineari che subito mi ha incuriosito dalla descrizione. La storia è geniale, il ritmo incalzante e il passare del tempo per il protagonista è un elemento che mette ansia insieme allo scorrere più o meno frenetico delle sequenze e delle pagine. Ha le sembianze di un thriller del quale si vuole conoscere la conclusione il più in fretta possibile e che quindi è difficile interrompere. E ci si potrebbe scrivere la sceneggiatura di un film da andare a vedere al cinema un giorno, se mai usciremo.

Timothé Le Boucher – I giorni che scompaiono

Don Zauker. Habemus papam + Venga il mio regno

Ho chiaccherato con I Paguri (Pagani e Caluri) qualche anno fa ad un festival del fumetto e mi sono divertito parecchio. Riconosco però di non aver mai letto niente di loro, me li avevano presentati e nulla più. Sapevo di Don Zauker, il cattivo di Daitarn 3 (tra l’altro il mio cartone animato preferito) da cui I Paguri hanno preso il nome per il loro personaggio e, quando casualmente me lo sono ritrovato davanti in libreria, l’ho preso. Soprattutto perché l’ho pagato con i buoni pasto, altrimenti non so se mi sarei lasciato convincere. Il volume mette insieme due albi già pubblicati in passato e descrive bene questo prete esorcista che incarna tutto l’opposto rispetto a quanto la Chiesa dovrebbe rappresentare. Quindi in teoria poteva piacermi molto. Solo che, a parte qualche battuta e i disegni curatissimi, non mi ha entusiasmato. I dialoghi sono minuziosi come i disegni ma troppo lunghi e non mi hanno fatto ridere granché. Le scene sono oltre, mai visto niente del genere in un fumetto satirico e quindi da applausi, però non so, forse gli è mancata la benedizione per farmi esaltare.

Emiliano Pagani, Daniele Caluri – Don Zauker. Habemus papam + Venga il mio regno

Il GGG

Qualche tempo fa ho conosciuto Roald Dahl attraverso una sua raccolta di racconti e, quando ne ho scritto dicendo che non ne avevo mai sentito parlare prima, alcuni amici sono rimasti stupiti, in particolare della mia infanzia tristissima e misera vissuta senza la lettura delle avventure del Grande Gigante Gentile. E così una cara amica, per il mio compleanno, ha pensato bene di regalarmi l’ebook per il Kindle. Era la prima volta che ricevevo un ebook in regalo: arriva via mail come una sorpresa e non va in spam. Chiaramente l’ho iniziato a leggere subito, nonostante sapessi si trattasse di una storia per i piccoli. Poi il coronavirus mi ha distratto, interrompendo le mie letture in metro, le mie letture e pure la metro, finché a casa ho ripreso da dove avevo lasciato. Oggi ho sfogliato l’ultima pagina – toccando il display con un dito – e ho scoperto che Il GGG è stato scritto dal GGG stesso e che in fondo basta poco per tornare bambini e recuperare quello che si è perso.

Roald Dahl – Il GGG

Senza sangue

Baricco, oltre al fardello della presunzione, possiede soprattutto il dono della parola. Riesce a disegnare luoghi, personaggi, dialoghi, situazioni, sogni con le parole. Qualsiasi scenario insomma. In quest’opera, che è pur sempre sua, accade il contrario: i disegni mostrano ciò che le parole non dicono, le sostituiscono, quasi non ce ne fosse bisogno e infatti i dialoghi sono ridotti al minimo. Si perde il dono di Baricco (il romanzo va assolutamente letto) e viene fuori quello degli autori del fumetto, sceneggiatore e disegnatore, che spesso negli adattamenti passano inosservati, come un sottotitolo. Senza cuore. Senza sangue.

Alessandro Baricco, Tito Faraci, Francesco Ripoli – Senza sangue

Quartieri lontani

Davanti allo scaffale dei fumetti non cercavo niente in particolare ma sapevo che non sarei uscito a mani vuote. Infatti tra le mani mi sono ritrovato questo “mattone”, che mi ha colpito perché uno, è un manga, non un fumetto; due, è ambientato in Giappone dove sono stato due volte e di cui quindi ho percepito l’odore; tre, l’autore, che non conoscevo, da una veloce ricerca sul cellulare è risultato essere un mangaka apprezzatissimo.

I disegni, dettagliati e puliti, descrivono bene la vita e la cultura del Giappone e la storia, che all’inizio sembra banale, diventa via via accattivante, curiosa, si mantiene profonda pur essendo narrata con uno stile leggero, quasi poetico. In pratica, conquista e quel mattone, che all’apparenza sembrava ci volesse chissà quanto per finirlo, improvvisamente, finisce. A conferma dell’ineluttabilità del tempo.

Jirō Taniguchi – Quartieri lontani

Miti del Nord

Ci sono Thor e Loki, che io conoscevo tramite la Marvel e gli Avengers e c’è Odino che avevo visto in quella mezza cavolata di American Gods, la serie TV, non il romanzo (tra l’altro anche questo di Gaiman). Li ho immaginati per come lo schermo me li aveva presentati ma nella mitologia nordica, che l’autore si è divertito a raccontare allegramente in base alle fonti a sua disposizione, questi personaggi sono un po’ diversi. E ce ne sono molti altri: dei, giganti, elfi, nani ed esseri con le più svariate sembianze e capacità. Le storie che Gaiman scrive qui sono divertenti e tutt’altro che drammatiche o mitiche. Gli dei del Nord sono potenti ma anche vulnerabili, presuntuosi, rozzi e subdoli. Somigliano alle divinità di Pollon più che a quelle dei film. E Thor è rosso, non biondo. Ed è tonto. Loki non è suo fratello ma suo zio, fratello di Odino. E il martello è fichissimo. E Ragnarǫk è la fine del mondo, questo libro invece non proprio.

Neil Gaiman – Miti del Nord

Unastoria

L’ho letto? No, ho guardato solo le figure. Perché è stato difficile sfogliare questo volume e leggere “lastoria”. Dialoghi essenziali, spesso all’apparenza slegati tra loro e soprattutto immagini, splendide immagini che l’autore ha creato con l’acquarello, molte delle quali potrebbero essere esposte singolarmente in una galleria d’arte. Ritrovo Gipi grazie alle uscite di Repubblica, a suo tempo avevo acquistato le prime tre ma questa è molto differente dalla precedente, La terra dei figli. E’ come un lungo sogno, un viaggio onirico attraverso le visioni di due personaggi le cui storie confluiscono in una. Poi, dopo l’ultima pagina, ci si sveglia e si resta un po’ storditi, incapaci sul momento di realizzare quanto e se quella storia, così rappresentata, ci sia piaciuta. Direi di sì per quanto mi riguarda. Ma sto ancora dormendo.

Gipi – Unastoria

Basilicò

Tra un romanzo e l’altro, un fumetto da sfogliare in poche ore ce lo metto sempre. Questo lo volevo leggere da tempo, perché è ambientato a Palermo, i cui scorci caratteristici sono disegnati a meraviglia, e perché da qualche recensione avevo intuito che la storia era sorprendente. Lo è per quello che racconta, per le ricette culinarie, naturalmente non prive di basilico, mai fuori contesto, per la scelta cromatica degli eventi del passato in alternanza al bianco e nero del presente, per i colpi di scena del finale, per il grande colpo di scena dell’ultimissima pagina. E per il basilico stesso, protagonista assoluto, non solo come ingrediente in cucina. Esagero? Non lo so. I fumetti a volte mi soddisfano più di un buon romanzo (del resto, perché non dovrebbero?) e questo ne è esempio lampante.

Giulio Macaione – Basilicò

Quattro amici

Avevo in coda questo romanzo da quasi dieci anni e dieci anni fa sicuramente lo avrei apprezzato di più. Venti anni fa, quando è uscito, lo avrei amato. Ma ho perso il treno, il momento giusto è passato e l’esperienza, oltre a centinaia di altre letture nel frattempo, non mi ha permesso di restare incastrato tra le pagine. L’avventura di un viaggio in furgone, i valori dell’amicizia e le pene d’amore sono temi che ormai mi stupiscono poco, avendoli vissuti tutti in prima persona e letti in molteplici salse. Devi essere uno scrittore con i controcazzi per prendermi oggi con questi argomenti e Trueba senza dubbio lo è stato. E’ che non ci siamo beccati quando serviva, sarebbe stato un libro da cinque stelle per uno come me, pienamente rappresentato dal protagonista. Ciò non significa che sia un romanzo orribile, anzi. Va provato. Si fa leggere pur restando inconcludente, perché inconcludenti sono i quattro amici, quattro ragazzi spagnoli alla soglia dei trent’anni che non sanno cosa volere dalla vita, proprio come ero io dopo la fine della mia prima vera storia d’amore. Mi fa piacere, tra l’altro, averlo terminato il giorno prima di partire per la Spagna.

Restano memorabili alcune perle dell’autore che, come si direbbe, valgono da sole il prezzo del biglietto. Ne riporto tre, ma ce ne sono parecchie altre.
La giovinezza finisce il giorno in cui il tuo calciatore preferito ha meno anni di te.
Il silenzio era tale che se ti concentravi potevi sentire la Terra ruotare sul proprio asse.
Quando ricevi un bacio sulla guancia da una donna che hai baciato mille volte sulle labbra, capisci che hai perduto il tuo posto nel suo cuore.

David Trueba – Quattro amici

Il destino delle ombre

Quando visito un posto nuovo, mi piace imbucarmi in una libreria per cercare qualcosa di caratteristico, tipo un libro di fotografie o di racconti che parlino di quel luogo o l’opera di un personaggio famoso nato lì. Nelle grandi librerie c’è sempre uno spazio dedicato alle pubblicazioni locali, nelle piccole quasi mai ed è un peccato perché per i viaggiatori come me è una tappa obbligata. A Gubbio, ho trovato questo romanzo scritto da tre eugubini e, pur non aspettandomi un capolavoro, l’ho comprato senza esitare sia per il genere, una sorta di thriller storico-gotico-fantastico, sia per “premiare” il lavoro dei tre autori i quali, immagino più per gioco che per gloria, hanno voluto omaggiare la propria città.

Il romanzo non è un granché, lo ammetto. La trama è scontata che più scontata non si può e del thriller ha poco, a parte gli omicidi. La suspense si limita a poche righe sparse mentre il freddo, uguale a quello che ho avvertito io girando per Gubbio a dicembre, viene praticamente menzionato in ogni pagina. Gli autori hanno scritto a ruota un capitoletto a testa ma è evidente che la storia sia stata un pretesto per raccontare Gubbio e non il contrario. Questo probabilmente è un merito: tra un fatto e l’altro, sono frequenti i rimandi ai luoghi, alle tradizioni e alle ricorrenze che deviano la lettura altrove, meglio di una banale guida.

Filippo Vadi, Giuliano Picchi, Carlo Rogari – Il destino delle ombre

La sottile linea scura

Non è il miglior romanzo di Lansdale, almeno non tra quelli che ho letto, ma lo stile è sempre il suo e resta affascinante. Qui non c’è una storia che si dipana attraverso i protagonisti, c’è un protagonista che cresce attraverso una storia, un ragazzino non abbastanza grande da capire come funziona il mondo, nello specifico quello del Texas degli anni ’50 dove il razzismo è piuttosto radicato e la violenza di Lansdale piuttosto plausibile. Ho avvertito la mancanza di un vero cattivo cui tifare contro mentre invece resta una costante la presenza di una bellezza femminile a cui vorrei dare un volto. La trama incespica in qualche escamotage di troppo per giustificare certi eventi, tutto sommato però fila liscia in modo soddisfacente.

Quando una lettura è così potente da isolarmi dalla gente che in metro non smette di parlare e di sfiorarmi, vuol dire che ha funzionato e che l’ho scelta bene. E con Lansdale è davvero facile.

Joe R. Lansdale – La sottile linea scura

Mercedes

La mia crescente passione per i fumetti e le graphic novel si arricchisce di un pezzo da novanta. Perché Mercedes è un pezzo da novanta. Non tanto l’opera in sé, comunque ben scritta ed egregiamente “montata” (esiste il montaggio nei fumetti?), quanto il personaggio Mercedes, una figura potente, vincente e spietata che “non è una persona” ma un insieme dei più cinici e comuni pensieri umani. Pensieri che in lei diventano parole, fatti, azioni dalle conseguenze catastrofiche, senza redenzione, senza la morale a mettere un freno. E infatti, pur essendo viscida, Mercedes sviluppa empatia mentre i personaggi di contorno, ognuno dei quali rappresenta un preciso riferimento sociale, appaiono come sfigati qualsiasi sia il loro ideale. Fosse stata bona, tipo che so… Jessica Rabbit, Mercedes avrebbe sviluppato anche altro e, sono sicuro, tutto le sarebbe stato giustificato.

Daniel Cuello – Mercedes

La morte della Pizia

Ho ripescato Dürrenmatt tra le mie letture recenti, volevo mettere in cascina questo racconto ricco di sarcasmo che molti addirittura definiscono geniale. In effetti l’autore mi ha sorpreso ancora una volta ma la lettura non è semplice, soprattutto per via dei continui stravolgimenti dei fatti narrati e delle verità diverse che si accavallano fino alla fine. Verità inconfutabile è che ho faticato a capire, anzi diciamo pure che non ci ho capito molto: per cogliere la genialità ho dovuto rileggere alcuni passi e andare a cercare recensioni che mi hanno dato, tra l’altro, conferma di essere un po’ tonto. Un libricino che comunque consiglierò sicuramente a chi è più attento di me.

Friedrich Dürrenmatt – La morte della Pizia

Tutti i racconti (di Roald Dahl)

Non sapevo che Roald Dahl fosse il papà di Willy Wonka, altrimenti non credo che avrei iniziato a leggere questi racconti, immaginando si trattasse più di storie per ragazzi. Il nome, Roald Dahl, non lo avevo mai sentito ma mi ispirava, poteva essere quello di un personaggio de Il trono di spade (tra due giorni me lo sarò dimenticato e alla domanda su come si chiamasse risponderò “qualcosa tipo Donald Duck”). Le recensioni lo definivano “il maestro del racconto” e inoltre avevo appena finito un romanzo avvincente, non mi andava di iniziarne subito un altro così su due piedi, in metro, con il Kindle in mano e una giornata di lavoro sul groppone. Questa raccolta è stata la scelta più ovvia.

I racconti sono cinici, a volte cattivi, spesso con un finale da intuire che lascia il lettore in sospeso e sorpreso. Ogni storia parte sempre da lontano e può risultare noiosa perché troppo infarcita di dettagli e dialoghi che servono a poco. Ad un certo punto infatti, verso la metà, non vedevo l’ora di finire ma non finivo perché il volume, seppur in formato elettronico, ha oltre settecento pagine e i racconti entusiasmanti sono una minoranza. Fortuna mia che proprio tutti tutti non sono. Stamattina, in metro, ho terminato l’ultimo e subito ho iniziato un romanzo che spero sia avvincente.

Roald Dahl – Tutti i racconti

La fine della ragione

Recchioni è un grande e anche un po’ paraculo. Poteva essere una grandissima opera, i presupposti c’erano tutti, a cominciare dai disegni veramente magnifici, efficaci, al punto da renderlo più un libro di illustrazioni che un “semplice” fumetto. Il tema di fondo è attuale, ben rappresentato dal titolo e arriva dritto al punto. Ma ci arriva troppo presto. Dialoghi essenziali, scarni e un finale che sembra deciso in fretta e furia rispetto alle promettenti aspettative della prime pagine. Pagine tra l’altro piuttosto spesse. Si legge e si sfoglia in poco tempo e non vale il prezzo, riducendosi purtroppo ad un’ottima operazione commerciale. Recchioni è fatto così, può permetterselo. Un altro autore non sarebbe nemmeno arrivato alla pubblicazione.

Roberto Recchioni – La fine della ragione

Rughe

Meraviglioso. L’ho comprato casualmente tre ore fa perché non avevo niente da leggere in metro e l’ho finito appena arrivato a casa, non volevo interromperlo. Tratta un tema che non ho mai considerato, l’Alzheimer, e che invece dovrei considerare già da molti anni, almeno così dice chi mi conosce e sa quanto io sia rincoglionito. Questo racconto però non lo dimenticherò, sia per la storia commovente e avvincente al tempo stesso (possono essere avvincenti le giornate di un gruppo di anziani in una casa di riposo? Sì) sia per gli aneddoti che riguardano i protagonisti (quello dell’imbroglione è semplicemente una favola) sia per i personaggi i cui volti ben disegnati trasmettono, spesso contemporaneamente, sentimenti diversi come tenerezza, tristezza, rassegnazione, simpatia, empatia, pena, rabbia. E soddisfazione, per aver scovato un’opera sorprendente.

Paco Roca – Rughe

Il cazzaro verde

Non si tratta di un saggio di politica, è un libricino abbastanza breve diviso in capitoletti con pagine spesso di poche righe, costa poco anche se io l’ho scaricato da un sito pirata ed è scritto da Scanzi, personaggio che seguo perché è preparato, sa parlare e mai affronta tematiche che non conosce (ha pure dei difetti eh, nei suoi scritti vengono fuori spesso). Tutto ciò per dire che avevo motivi sufficienti per leggerlo, oltre al fatto che il cazzaro verde, quando viene sbeffeggiato, merita attenzione perché fa ridere più del solito. Alla fine infatti il libro questo è: una raccolta di articoli e trascrizioni di episodi (memorabile il discorso del Presidente del Consiglio all’apertura della crisi di governo ad agosto) in cui viene, giustamente, celebrata la ridicolaggine del politico in copertina, che non nomino per non sporcare il blog. Chi si aspettava un’analisi politica sarà rimasto deluso: del resto, se fosse stata una lettura impegnativa, non avrebbe venduto tanto.

Andrea Scanzi – Il cazzaro verde

Il giudice e il suo boia

Quasi un anno fa, dopo interminabili ricerche in libreria terminate poi con il download pirata sul Kindle, sono riuscito finalmente a leggere “La promessa“, scoprendo Dürrenmatt. Da allora ho messo nel mirino questo suo altro romanzo, di cui avevo letto curiose recensioni: chi lo ha apprezzato fornendo argomentazioni e significati a cui non sarei arrivato e chi lo ha denigrato senza troppe giustificazioni: è noioso, ho capito subito chi era l’assassino, ho faticato a finirlo. Mah. Se una cosa non piace, capisco che non si perda tempo a scriverne i motivi. Ma allora sarebbe giusto non scrivere proprio niente. Fatto sta che a me questo giallo-noir-poliziesco è piaciuto e non sarò certo io ad elogiarlo come merita, perché non ne sono capace. Però posso dire che, innanzi tutto, è breve e non può avere niente di noioso, se non quattro righe descrittive ogni tanto. E’ invece ricco di intermezzi che rappresentano veri e propri colpi di scena e che, volutamente, passano quasi inosservati. Alcuni dialoghi ad effetto includono frasi che hanno un qualcosa di geniale. La scoperta dell’assassino non è il fine a cui vuole arrivare l’autore (Dürrenmatt pare sia questo, un giocherellone), nonostante la sorpresa nelle ultime pagine. Il rapporto tra i protagonisti, la natura umana, l’astuzia e l’inganno sono i temi, a mio avviso, su cui porre attenzione ma fondamentalmente uno può anche non farlo: un bel libro è un bel libro anche senza porsi troppe domande.

Friedrich Dürrenmatt – Il giudice e il suo boia

Il potere del cane

Un romanzo alla “Narcos” da cui però non ha copiato niente, essendo stato scritto dieci anni prima della serie TV. Non ci sono le puntate ma capitoli che si allungano eccessivamente negli anni raccontando una specie di saga della lotta ai narcotrafficanti, con vicende personali a fare da contorno, in cui solo alla fine – e per fortuna – sembra trionfare la giustizia. Sembra, perché tra miriadi di schieramenti che vanno dall’FBI alla CIA, dalle FARC alla DEA, dai CCCP ai CSI, dal PD a M5S, non si capisce mai per chi tifare e, se per caso spunta un personaggio simpatico, ecco che lo ammazzano. Si salvano il protagonista, perché e figo e buono, e una bellissima escort che quando entra in scena fa sbavare il lettore. Naturalmente il protagonista figo è l’unico che non ci va a letto. Quindi no, la giustizia non trionfa. Però è stato bravo Winslow a farmelo credere ed a tenermi lì, pagina dopo pagina.

Don Winslow – Il potere del cane

Cinzia

Una storia ben trattata che fa ridere e piangere al tempo stesso, anche se leggendola non ho né riso né pianto. All’umorismo tipico di Ortolani e alle situazioni grottesche si alternano riflessioni di grande profondità, citazioni adatte a chiunque, da riciclare nelle bacheche dei profili social a prescindere dal tema LGBT che sta sullo sfondo. Purtroppo ci sono anche pagine utili soltanto a dare spessore (in senso di quantità e non qualità) al volume e giustificare i 20 euro del prezzo: quelle con le vignette in cui i protagonisti danzano e cantano e le parole in inglese sono scritte come si pronunciano in italiano. Fastidiose da leggere e troppo lunghe, infatti le ho letteralmente saltate. A parte questo è un libro che consiglierei assolutamente (meglio però farselo regalare, visto quanto costa): c’è un po’ tutto l’Ortolani che conosco, qui con un tocco di delicatezza in più davvero apprezzabile.

Leo Ortolani – Cinzia

Kobane calling

In assoluto, l’opera migliore di Zerocalcare. OK, ne ho lette solo due. Ma questa supera pure l’acclamatissima La profezia dell’armadillo, l’altra che ho letto (e persino comprato) e che, con anni di ritardo, mi ha permesso di capire perché l’autore è tanto, giustamente, apprezzato. Sono più bravo a criticare che ad elogiare e non trovo le parole adatte a scrivere di un volume senza pecche. Adoro i reportage se non sono lunghi e pesanti e questo, pur essendo un fumetto, non perde nulla rispetto ad una narrazione, anzi è capace di raccontare con disegni, espressioni e battute azzeccate ciò che migliaia di parole e decine di fotografie non potrebbero fare. C’è l’ironia tipica di Zerocalcare, c’è la sua umanità e c’è l’enorme intelligenza di riportare fatti e persone così come sono, con il risultato di rendere accessibile a chiunque una storia e degli avvenimenti che personalmente conoscevo poco. O meglio, conoscevo per via di notizie non sempre esaustive e neutrali. Oltretutto si tratta di temi attuali, benché il diario di viaggio risalga al 2016. Ad oggi, Kobane resiste ancora nonostante la recente offensiva turca.

Questa lettura è andata oltre le pagine che ho sfogliato. Mi ha illuminato sulla guerra che si sta combattendo tra quei confini (non solo con le armi) e sui principi alla base del modello Rojava (il Contratto Sociale del Rojava), il quale spero riesca ad affermarsi: sono di parte e sostengo il popolo curdo.

Piccola nota inutile. Credo da sempre che esista un filo sottile tra il libro che finiamo di leggere e quello che stiamo per cominciare. Non mi riferisco al gusto personale per un genere o un autore, parlo di un collegamento, un aneddoto, una citazione presente nell’uno e nell’altro. Ho trovato quel filo anche qui. Avevo iniziato Kobane calling mentre stavo terminando un romanzo di Joe R. Lansdale e mi ha sorpreso che proprio Zerocalcare, nel suo racconto, citasse Lansdale: lo stava leggendo una notte a Kobane.

Zerocalcare – Kobane calling

Maus

Mi sono appassionato solo da qualche anno ai fumetti e alle graphic novel e sto cercando di recuperare il tempo perduto leggendo soprattutto i volumi che hanno fatto storia. In tal senso, Maus non poteva mancare nella mia libreria perché, oltre ad essere semplicemente un capolavoro, la storia l’ha in sé nel vero senso della parola. Parla infatti dell’Olocausto e lo fa con amara tenerezza. L’opera, autobiografica, racconta in parallelo le interviste che Spiegelman ha fatto al padre, sopravvissuto ai campi di concentramento e i ricordi di quest’ultimo attraverso gli anni, dal periodo imminente allo scoppio della guerra fino alla deportazione ad Auschwitz. I personaggi sono rappresentati in forma animale secondo metafore che indicano la loro condizione sociale in quel contesto: così gli ebrei sono disegnati con le sembianze di topolini, i nazisti sono gatti con lo sguardo severo, i polacchi maiali, gli americani cani simpatici, i francesi rane e gli svedesi cervi. Chissà come avrebbe raffigurato gli italiani. Una vaga idea potrei averla.

Nonostante sia un fumetto, non è una lettura leggera. I disegni non sono quelli evoluti a cui siamo abituati oggi, a volte sono difficili da inquadrare. Certi aneddoti poi sono agghiaccianti e qui l’autore è bravo nel rendere gli scenari “digeribili”, specialmente perché non si tratta di opera di fantasia ma di un resoconto con nomi e fatti vissuti in prima persona dal padre.

E’ un libro che consiglierei di leggere a scuola, ai ragazzi delle medie. Questo credo sia uno dei massimi riconoscimenti che un romanzo possa ricevere.

Art Spiegelman – Maus

Il vecchio e il mare

Mi capita spesso di non sapere cosa leggere quando finisco un libro e ne devo scegliere un altro tra le decine di quelli ammassati a casa e le centinaia di quelli compressi nel Kindle. Così, oltre al passaparola, mi affido all’elenco dei premi Pulitzer per la narrativa che non deludono quasi mai. Ho scoperto che Il vecchio e il mare è stato uno dei primi premiati, contribuendo al Nobel per la letteratura a Hemingway.

Nonostante ne abbia letti parecchi, non ho l’età per i grandi classici, sono troppo giovane. Quando avrò settant’anni e mi sarò rifugiato su un’isola deserta, mi dedicherò a quegli autori giganteschi che mancano sul mio curriculum. Questo però non potevo lasciarmelo sfuggire: oltre ad essere un “imperdibile”, è l’ultimo romanzo di Hemingway e, soprattutto, è breve. Fosse stato anche solo un tantino più lungo, mi avrebbe spaventato come Moby Dick. Invece l’ho finito in un paio d’ore e mi è pure piaciuto con le sue numerose, fantastiche, simbologie. Quella che mi è arrivata più in fondo è stata il senso di solitudine, accentuato dal rapporto con l’immensità del mare. Sarà per questo che ho parlato di rifugio su un’isola deserta quando arriverà il momento: il vecchio, il mare (e chissà quali altre letture) sono sempre stato convinto che un giorno mi rappresenteranno pienamente.

Ernest Hemingway – Il vecchio e il mare