Mastro Geppetto

Se il Pinocchio di Collodi, nonostante la malinconia e la sfiga, va incontro ad un lieto fine che è forse più l’aver ritrovato Geppetto rispetto all’esser diventato un bambino vero, in questa storia reinventata ed infinitamente triste di Stassi, il protagonista raggiunge l’apice della felicità all’inizio dei fatti, quando da un ceppo di legno inutile e di nessun valore, fa nascere la creatura con cui vorrebbe evadere dalla realtà e girare il mondo. La favola di Pinocchio, benché scritta oltre cent’anni prima, potrebbe tranquillamente essere stata ricavata da questo romanzo in cui l’autore ne ripercorre le avventure dal punto di vista di Geppetto, eliminando il lato fantastico e le metafore rappresentate dai vari personaggi di Collodi attraverso una versione verosimile di quella che tutti conosciamo. Geppetto è un vecchio poverissimo, solo e matto che troverà forza e conforto e, purtroppo, delusioni continue solo nella ricerca del suo burattino perduto e non sarà la sfortuna a remargli contro, bensì la cattiveria dell’uomo. Non ci sono fatine né miracoli qui e soltanto nelle speranze di chi legge e di chi scrive, nelle ultimissime pagine, si può intravedere la salvezza. Per il resto si tratta di un romanzo bello e gelido, originale e toccante: Pinocchio mi stava sulle palle, Geppetto l’ho amato.

Fabio Stassi – Mastro Geppetto

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Non sapevo che Oliver Sacks fosse l’autore del libro da cui è stato tratto il film Risvegli con Robin Williams e Robert De Niro. Non sapevo che Oliver Sacks fosse un famosissimo neurologo e fosse morto pochi anni fa. Sapevo però che questo suo libro dal titolo curioso era sul mio comodino virtuale (perché ce l’ho su Kindle) da parecchio tempo e che dovevo leggerlo. Si tratta di una serie di casi clinici in cui Sacks si è imbattuto durante la sua attività, casi rari, affascinanti e terribili per le loro peculiarità che riesce a raccontare con (pure troppa) competenza e bravura per renderli comprensibili ad ignoranti come me. Il titolo, che sembra assurdo, è una storia vera ma non è nemmeno la più incredibile, si potrebbe girare un film su ognuna di esse. Peccato solo che, ad un certo punto, la descrizione delle patologie trattate all’inizio con una certa vivacità e leggerezza diventi quasi un trattato scientifico, eccessivamente specialistico per potermi appassionare. Infatti ci ho messo un po’ a finirlo, mi sono annoiato, altro che risvegli.

Oliver Sacks – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Greenlights

Era da tanto che non leggevo un libro in un solo giorno. Mi è capitato ieri con l’autobiografia di Matthew McConaughey, finita al termine di un lungo viaggio in treno, non perché sia un capolavoro ma perché ho avuto tempo (si sa che il treno è il miglior posto per leggere, dopo il wc) e perché tutto sommato si tratta di un buon libro, tra l’altro stampato in un’edizione molto ben curata.
Matthew McCoso, come lo chiamo io, è l’attore di tanti film di successo che, ad un certo punto della carriera, ha deciso di abbandonare le commedie romantiche in cui si era impelagato per accettare solo ruoli di un certo livello, arrivando a vincere un Oscar. Ma è anche un uomo (purtroppo texano, troppo americano e pure cacciatore) che si confronta quotidianamente con se stesso e le proprie scelte, imparando dagli errori, senza attribuire le colpe dei fallimenti agli eventi esterni o agli altri. Almeno così dice. Questa crescita, personale e professionale, viene raccontata attraverso i diari che ha scritto dall’adolescenza fino ai cinquant’anni e che ha messo insieme durante la pandemia. Non si tratta però soltanto di un’opera che raccoglie esperienze in ordine cronologico, è soprattutto un insieme di riflessioni, appunti sparsi e principi motivazionali che hanno guidato McCoso nel raggiungere i propri obiettivi. I greenlights, i semafori verdi, sono le situazioni positive da attraversare, in alternanza ai semafori rossi e gialli, in un percorso di vita assolutamente condivisibile che per qualcuno può essere fonte d’ispirazione e per qualcun altro un mucchio di cazzate. Va dato atto tuttavia a McCoso che, cazzate o no, ha avuto ragione.

Matthew McConaughey – Greenlights

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Simpatico romanzo che racconta le avventure di una famiglia di cavernicoli alle prese con l’evoluzione nell’era di passaggio verso quella in cui dominerà l’homo sapiens. Guidati dall’ingegnoso capofamiglia, figli, mogli e zii andranno incontro alla scoperta del fuoco, di nuove armi per la caccia e della comodità di vivere in una caverna, cammineranno in posizione eretta, cuoceranno il cibo per masticarlo e digerirlo meglio, inizieranno a lavorare alle arti con i primi disegni sulla pietra, non si accoppieranno più all’interno della stessa tribù. Tutto viene narrato in forma umoristica con dialoghi anacronistici che rispecchiano la società moderna e che hanno anche una morale. Le innovazioni infatti non vengono viste sempre di buon occhio dai membri della famiglia. Lo zio ritiene siano in contrapposizione al corso della natura e continua imperterrito a rifiutare ogni cambiamento. I figli, sperimentati i vantaggi delle loro scoperte, si convincono della necessità di tenerle per sé e non condividerle liberamente con le altre tribù: uno, per mantenere una di forma superiorità sulla specie; due, per evitare che portino l’uomo all’autodistruzione. Detto così sembra una palla, invece la lettura è scorrevole e divertente, a tal punto che mi sono chiesto – e ancora mi domando – quando l’uomo primitivo ha iniziato a ridere e perché.

Roy Lewis – Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

L’ultimo lavoro di Zerocalcare è un insieme di storie che raccontano il suo punto di vista su temi a cui si è dedicato nel periodo della pandemia, quali la condizione dei carcerati di Rebibbia, la gestione della sanità territoriale, il fenomeno della cancel culture, le condizioni del campo profughi di Makhmour, in Iraq. Roba che, se non la trattasse Zerocalcare con matita, pennarelli e ironia, non interesserebbe a nessuno e che invece arriva a toccare la sensibilità e la coscienza critica di tutti noi. Poi c’è l’ultima storia, onestamente la più bella, che racconta la genesi della serie Strappare lungo i bordi: come è nata, come è stata sviluppata e con quali mostri si è dovuto confrontare per realizzarla. Qui Zerocalcare è perfino riuscito a prevedere le poche sterili polemiche che ne hanno accompagnato il successo, spegnendole sul nascere con grande intelligenza. Un motivo in più per leggere il volume e (ri)guardare la serie.

Zerocalcare – Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

Follia

Sono così bravo a trovare difetti nei libri (e nelle persone) che non mi convincono al 100% che, quando ne scrivo – male ma ci provo – riesco a spiegare perché non mi hanno soddisfatto con discreto e cinico compiacimento. Quando invece il libro che ho appena finito mi stupisce positivamente ho un blocco: non trovo gli aggettivi giusti, il mio vocabolario si dimostra limitato, le qualità non vengono a galla. E’ ciò che mi è successo con questo romanzo di McGrath, a mio modesto parere pressoché perfetto. Scritto egregiamente, è la storia della moglie di uno psichiatra che si innamora di un suo paziente, squilibrato e pericoloso, arrivando a distruggere, nel vero senso del termine, se stessa e chi le sta vicino pur di coltivare un sentimento folle. Folle, perché già l’amore è pazzo per definizione, ma soprattutto perché qui sfocia in estrema ossessione, perdita della ragione, depressione, paranoia che McGrath racconta senza pieghe, con un ritmo coinvolgente ed una certa padronanza del contesto clinico che rende verosimili gli avvenimenti. La sua genialità sta nel coinvolgere il lettore a tal punto da spiazzarlo e impedirgli di prendere una posizione in merito al susseguirsi dei fatti: io, per lo meno, da un lato volevo che vincesse la passione e trionfasse l’amore, dall’altro che morissero tutti malamente. E nel mezzo che mi ubriacassi di gin facendo sesso con chiunque come la protagonista. Follia appunto.

Patrick McGrath – Follia

La casa di Fripp Island

Romanzo piacevole, di genere a metà tra giallo e drammatico, che scorre senza infamia e senza lode ma ha il pregio di mantenere vivo un pizzico di curiosità per ciò che, si presume, di brutto accadrà. Più che presumere se ne ha la certezza in realtà, perché già la prima pagina rivela cosa è successo di grave, non si sa però chi è coinvolto in prima persona e le pagine successive in pratica ne ricostruiscono la storia, dalle cause alle conseguenze. I personaggi sono ben caratterizzati, soprattutto i giovani. Gli adulti sono stereotipati ma ognuno di loro funziona ai fini del racconto. Peccato solo che alcune dinamiche siano un po’ difficili da accettare come realistiche, anche se poi la vita ci insegna che può essere più incredibile della fantasia. Avevo letto recensioni entusiastiche, a me non è sembrato niente di più e niente di meno di un buon libro per passare il tempo, quando a novembre piove, fa freddo e non c’è di meglio da fare.

Rebecca Kauffman – La casa di Fripp Island

Inferno sulla Terra

Leggi il titolo e ti aspetti un’apocalisse o chissà quale cataclisma. Conoscendo l’autore però sai che il suo genere è il noir, lo hai cercato apposta e allora immagini una trama con personaggi capaci di compiere i peggiori casini. Poi inizi a leggere e la monotonia del protagonista, scrittore fallito e mezzo alcolizzato che lavora in una fabbrica di aerei e cerca di districarsi quotidianamente dai problemi economici e di famiglia, ti fa intuire che forse l’inferno è proprio questo, la sua vita. Fai qualche ricerca, evitando gli spoiler, sperando che la storia prenda quota magari con un omicidio e invece scopri che si tratta del primo romanzo di Thompson, in gran parte autobiografico e che non è un noir. Però continui a leggere, superando la noia delle descrizioni esasperatamente dettagliate del lavoro in fabbrica, dei calcoli al centesimo su ogni spesa, dei dialoghi scadenti, degli eventi, inutili, che devi sforzarti di capire perché non vengono spiegati, con l’unica gioia di vedere le pagine che scorrono tutto sommato in fretta. L’ultima è quella che ti dà sollievo, il libro è finito, vai in pace a cercare il prossimo libro da leggere sapendo che non potrà essere peggiore.

Jim Thompson – Inferno sulla Terra

L’avvelenatrice

Racconto storico sulle vicende realmente accadute di Marie-Madeleine d’Aubray, nobile francese e – diciamolo – serial killer, che a metà del ‘600 uccise con il veleno mezza famiglia, prima di essere catturata, torturata e condannata a morte. La storia è intrigante ma Dumas introduce testimonianze e atti processuali che, dopo l’interessante parte iniziale, appesantiscono il racconto fino alla noia facendo venir voglia di finire decapitati come la marchesa.

Alexandre Dumas – L’avvelenatrice

In mezzo al mare

Avevo sentito parlare per la prima volta di Mattia Torre quando è morto, scoprendo che era stato uno degli sceneggiatori di Boris. Ho capito che doveva essere bravo e “In mezzo al mare”, una raccolta di cinque monologhi per il teatro, letti anche da Valerio Aprea e Valerio Mastandrea, lo dimostra. Testi pieni di ironia, intriganti e divertenti ma anche amari, da leggere in poche ore, magari in metro, osservando l’Italia tutt’intorno e tra le pagine.

Mattia Torre – In mezzo al mare

La volontà del male

In vacanza, o almeno per il mio tipo di vacanza, sempre in movimento ed alla ricerca di qualcosa di nuovo, dovrei ricordarmi di leggere libri di cui è facile riprendere il filo dopo giorni di abbandono. Per questo di solito scelgo romanzi brevi o raccolte di racconti da una botta e via che posso portarmi dietro senza sentirne il richiamo. Sono partito con La volontà del male, libro tanto bello quanto lungo, non lontano dalle ultime pagine, convinto che il finale avrebbe sbrogliato la matassa di interrogativi accumulati sin dall’inizio. E invece no. E non perché il finale è aperto ma perché l’intero romanzo è aperto, a strade e interpretazioni che portano ogni lettore a leggere una storia diversa attraverso la voce e la psiche di ogni personaggio. Nessuno vive bene lì dentro (quando vive) e nessuno uscirà dal labirinto nonostante le porte, forse perché non vuole e sicuramente perché così vuole qualcun altro. Eppure la lettura scorre velocemente e proprio la struttura della trama, un po’ alla Tarantino, con salti temporali e protagonisti che si alternano nel narrare il proprio punto di vita, mi ha permesso di arrivare alla fine senza confusione. Era già chiaro da tempo che non ci avrei capito un tubo.

Dan Chaon – La volontà del male

Le mie invenzioni

Il sottotitolo, “L’autobiografia di un genio“, è una mezza verità: di biografico c’è ben poco, a differenza del genio che invece abbonda, anche se bisognerebbe essere ferrati in materia (ed è complicato capire pure in quale materia) per seguire l’autore: invenzioni, intuizioni, visioni, riflessioni, brevetti, progetti… veramente tanta roba, senza dubbio rivoluzionaria per il periodo (fine ‘800, inizio ‘900) ma distante dai miei studi e dalle mie già scarse conoscenze per essere apprezzata in pieno. Qui racconta, con una buona dose di sacrosanta presunzione, cosa ha fatto e cosa avrebbe voluto fare nel campo – azzardo – dell’ingegneria elettrica (?) e quali sviluppi avrebbero portato le sue scoperte nel mondo. Era un genio e lo sapeva ma i dettagli della la sua vita sono accennati e solo quando riguardano il suo lavoro. Questo perché il volume altro non è che una serie di articoli, di per sé nemmeno entusiasmanti, messi insieme in modo abbastanza palloso e sconnesso da non so chi (forse un editore?), a mo’ di biografia, con risultati scadenti e poco attraenti. Del resto quasi tutti gli ingegneri sono poco interessanti.

Nikola Tesla – Le mie invenzioni

Niente da perdere

Jeff Lemire è un bravo fumettista, lo avevo conosciuto con Il saldatore subacqueo che però, nonostante qualche buono spunto ed i bei disegni, non mi aveva cambiato la vita né la giornata. Su Netflix tra l’altro è appena uscita una serie, Sweet Tooth, tratta da una collana di fumetti da lui realizzata: insomma non è l’ultimo arrivato. Ho comprato e letto questo Niente da perdere proprio perché non avevo niente da perdere, avendolo preso in offerta. Non mi è dispiaciuto, la storia ruota attorno ad un fratello ed una sorella, derelitti e distanti, che finiscono col ritrovarsi. Usando sapientemente i colori, Lemire crea un’ambientazione fredda in un contesto glaciale ma pieno di buoni sentimenti, peccato sia tutto un po’ prevedibile, la sorpresa non deve essere il suo forte. Semmai mi sorprende scrivere di questi fumetti sapendo che nessuno che conosco li leggerà né leggerà questo post.

Jeff Lemire – Niente da perdere

Echi perduti

Un thriller che, se non fosse stato scritto da Lansdale, avrei apprezzato parecchio. Ma non da Lansdale che qui non sembra nemmeno lui. Non ho trovato lo stile a cui sono abituato, il ritmo, l’ironia e quelle frasi ad effetto che solitamente mi lasciano di stucco. Il romanzo è scritto benissimo, per carità, e la storia è pure avvincente, tuttavia manca il timbro che ha permesso a Lansdale di collocarsi tra i miei autori preferiti. Per fortuna non l’ho scoperto con questo libro, chissà se altrimenti avrei approfondito la sua conoscenza. Qui ci sono ingredienti legati al paranormale che non sminuiscono il genere, anzi lo rendono interessante. I personaggi sono ben definiti, soprattutto i buoni e ancor di più quelli femminili, anche se un tantino stereotipati; i cattivi non hanno un volto e nella metà dei casi, cioè uno, nemmeno un nome. L’ambientazione è quella del Texas che Lansdale conosce e racconta a meraviglia, prova inconfutabile di chi sia l’autore. Io invece sono il lettore e pretendo da lui il massimo, motivo per cui ho già individuato un altro suo titolo, l’ultimo uscito, con cui spero di rifarmi in fretta.

Joe R. Lansdale – Echi perduti

Colpo di spugna

Jim Thompson è un maestro del noir, tantissimi scrittori sono in debito con lui e sicuramente anche non pochi registi e sceneggiatori. Probabilmente pure qualche assassino. Sono certo che, prima di morire (a meno che questo non succeda entro pochi giorni), leggerò tutti i suoi libri, così come quelli di Lansdale, uno dei miei autori preferiti, che a Thompson deve tanto. Lo sceriffo protagonista di questa storia, con il suo linguaggio e la sua logica soprattutto, è una di quelle figure abili a conquistare la fiducia sia degli altri personaggi sia del lettore. E il lettore, esattamente come avviene dentro il romanzo, fa fatica ad abbandonare l’idea che si è fatto di lui, continua ad apprezzarlo perfino quando si scopre essere un bastardo. Questa è l’abilità di Thompson. Lo scrittore che riesce a fregare il lettore è un ottimo scrittore. Peccato che il finale sembri un po’ lasciato in sospeso o forse sono io a non essere un ottimo lettore ed a non averlo apprezzato.

Jim Thompson – Colpo di spugna

Il nuotatore

No, non si parla di nuoto in questo libro. Ci avevo sperato al momento di scaricarlo alla cieca, essendo io un nuotatore. Invece mi sono subito accorto che non si trattava nemmeno di un romanzo ma di tre racconti brevi dei quali “Il nuotatore” è il primo. E non il migliore. L’ho letto quindi svogliatamente: potevo metterci un’ora, l’ho finito in una settimana, un pezzetto per volta. Il racconto più bello per me è il terzo, che un po’ mi ha preso salvando il salvabile. Per il resto, ottima scrittura, zero emozioni. Voltiamo pagina.

John Cheever – Il nuotatore

LMVDM – La mia vita disegnata male

Quando un paio di anni fa, allegati a Repubblica, sono usciti i volumi delle opere di Gipi, ho comprato solo i primi tre pensando che fossero sufficienti, soprattutto perché lui stesso aveva selezionato le uscite in base alle sue preferenze, partendo dalla migliore. Me ne sono pentito. Sia le storie sia i disegni, qualsiasi tecnica utilizzi, colpiscono per la facilità con cui riescono ad entrarti dentro. Una parola in più in una frase o un occhietto disegnato di traverso o un colore più cupo sembrano sempre essere messi lì con l’intento di provocare una reazione, un sorriso, una smorfia di dispiacere, un oh di stupore. In LMVDM questo aspetto è accentuato dal fatto che la storia racconta la sua vita e, nonostante l’abbia disegnata male, l’ha rappresentata egregiamente.

Gipi – LMVDM – La mia vita disegnata male

Castigo

Dopo “Reato” e “Colpa”, i cui titoli parlano già da soli, von Schirach chiude la trilogia con una nuova serie di storie ai limiti dell’immaginazione che raccontano la solitudine e la lucida follia di personaggi al centro di assurdi casi giudiziari. Il tizio morto con addosso una muta da sub ricoperta interamente di sottilette me lo sogno la notte. Il libro si legge velocemente e breve è anche il tempo che si impiega a creare empatia con i protagonisti, innocenti o colpevoli che siano. Il merito dell’autore, avvocato di professione, è quello di riportare i fatti in maniera diretta e neutrale, attraverso uno stile impeccabile e senza fronzoli che non ha bisogno di essere romanzato e che sa cogliere l’attenzione del lettore. Esattamente come dovrebbe fare un legale in tribunale durante un’arringa. Deve essere bravo, von Schirach, nel suo lavoro. In realtà non so se esercita ancora o se si dedica esclusivamente alla scrittura ma quando ammazzerò qualcuno voglio essere difeso da lui.

Ferdinand von Schirach – Castigo

Il diavolo e l’acqua scura

Il giudizio complessivo che do a questo romanzo è… mi riservo di pensarci qualche minuto. Una storia avvincente, sempre viva, senza passaggi noiosi, che mi ha tenuto incollato alle (non poche) pagine fino alla fine dovrebbe togliere ogni dubbio sulla bontà della lettura. Eppure mi è sembrato che mancasse qualcosa. Ambientata a bordo di una gigantesca nave mercantile nel 1600 e spicci, la trama si sviluppa attraverso una minaccia impellente mentre paure e leggende si moltiplicano attorno ai numerosi personaggi e alle vicissitudini che li hanno portati a bordo, nonché al centro di un mistero il quale – non è difficile intuire – si rivelerà sorprendente. I colpi di scena si susseguono, così come i morti e le scene di suspense. C’è il protagonista coraggioso con tutti i valori al posto giusto e c’è la bella ma non posso. Ci sono i bastardi, gli infami e gli uomini d’onore e c’è un cattivo che muove i fili sotto le spoglie di un demone. Ci sono il lungo viaggio, la tempesta e l’isola deserta. C’è il tesoro, perfino un nano. Mancano i pirati, sarebbe stato troppo. Soprattutto però manca una conclusione che giustifichi la complessità dei casini e degli intrighi creati dal demone. Ecco, questo era: il finale, troppo superficiale a dispetto della trama intricata, nemmeno la soluzione del grande mistero aiuta a tollerarlo. Il libro però “prende” e potrei dire che mi è piaciuto anche se faccio fatica ad ammetterlo. Quindi il giudizio che do a questo romanzo, dopo averci pensato qualche minuto, è riservato.

Stuart Turton – Il diavolo e l’acqua scura

La palude dei fuochi erranti

Mi ricordavo di Eraldo Baldini per aver letto, una vita fa, “Bambini, ragni e altri predatori“, una raccolta non eccezionale a seguito della quale mi ero però appuntato il nome dell’autore. Poco dopo è arrivato infatti “Nebbia e cenere” che avevo apprezzato pur non essendo il suo capolavoro. E neppure “La palude dei fuochi erranti” pare esserlo, nonostante mi abbia preso sin dalle prime pagine. Insomma, il Baldini migliore devo ancora conoscerlo ma sono sulla strada giusta: se non l’ho depennato e tre sue opere minori sono finite nella mia libreria anziché nel cestino, sono sicuro che i titoli più riusciti non tarderanno a farsi trovare. Quest’ultimo romanzo si lascia leggere: l’ambientazione gotica, la peste sullo sfondo, un po’ di misteri sparsi qua e là e qualche vago riferimento a “Il nome della rosa” sono elementi che mi hanno portato a sfogliarlo con avidità. La trama e i personaggi sono debolucci ma la storia è intrigante e passa, forse con troppa facilità, dal soprannaturale al noir senza grossi buchi e purtroppo senza sorprese. Il finale è frettoloso e insoddisfacente, come se l’autore si fosse stancato di scrivere o magari perché si è arreso dopo aver capito che il suo romanzo migliore lo ha già pubblicato.

Eraldo Baldini – La palude dei fuochi erranti

Il mago

Era da un po’ che questo romanzo mi incuriosiva e, quando ho iniziato a leggerlo, mi è sembrato di guardare un film. Certi autori hanno la capacità di animare ciò che scrivono e Maugham è stato un mago, ha tirato fuori i protagonisti dalle pagine e gli ha dato la vita, descrivendo bene le loro personalità e i rapporti che si creano all’interno della storia. Oliver Haddo, il mago cattivo che vuole essere Dio, esercita sul lettore lo stesso potere che manifesta sugli altri personaggi, risulta tanto insopportabile quando affascinante. Peccato solo che questo suo carisma non sia stato supportato da una trama all’altezza né da spiegazioni soddisfacenti sugli avvenimenti. Succede di tutto e ci si deve accontentare del fatto che, essendoci la magia di mezzo, tutto poteva accadere. Inoltre, gli aneddoti che avrebbero dovuto rafforzare le convinzioni sulle sue capacità danno l’impressione di essere stati inseriti solo per far brodo o per celebrare le conoscenze sull’occulto dell’autore. Forse sono io troppo razionale e avrei dovuto rendermi conto che si tratta di un fantasy, ciò nonostante credo di aver letto un buon libro e spero di affermarlo, a differenza della povera Margaret, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali.

William Somerset Maugham – Il mago

Vardø. Dopo la tempesta

Il romanzo è tratto da una storia vera o forse è una storia vera e mai lo sapremo. Sta di fatto che l’episodio introduttivo è realmente accaduto: agli inizi del 1600 a Vardø, in Norvegia, una tempesta improvvisa ha ucciso in mare una quarantina di pescatori, praticamente tutti gli uomini del paese, lasciando le donne sole, in preda al destino, all’inverno ed ai figli. E’ la stagione della caccia alle streghe in Norvegia e così ecco che, dopo aver riconquistato un certo equilibrio (si fa per dire, sembrano tutte pazze), le donne del villaggio si trovano ad affrontare il nuovo sovrintendente, un simpatico individuo inviato lì per la sua abilità nel mandare al rogo le donne accusate di stregoneria. Nel mezzo, ci sono le due protagoniste che vivono una storia d’amore un po’ combattuta e un po’ inverosimile costruita quasi per forza dall’autrice (che ho appena scoperto essere una ragazza nata negli anni ’90!) e ci sono gli attriti, gli schieramenti, i pettegolezzi, i tradimenti, le accuse e le invidie che solo le donne sanno creare tanto bene. Ogni pagina trasmette tensione e dà l’idea che qualcosa di grave stia per accadere ma l’azione stenta a decollare e solo nel finale quel qualcosa succede: mi aspettavo fuoco e fiamme, ho trovato invece sentimenti e merletti. Tuttavia è un libro che non delude e che mi ha permesso di aggiungere la bellissima Vardø alla lista dei luoghi da visitare prima di morire. Magari non sul rogo.

Kiran Millwood Hargrave – Vardø. Dopo la tempesta

Le avventure di Arsenio Lupin, ladro gentiluomo

Incuriosito dalla serie su Netflix, nonché amante del Lupin III di Monkey Punch, mi è venuta voglia di leggere qualche avventura del personaggio originale di Leblanc e ho trovato questi racconti che lo presentano piuttosto bene. Non so qual è il primo romanzo in assoluto, forse lo cercherò, qui viene fuori comunque l’Arsenio Lupin che mi aspettavo, noto e temuto, astuto e abile, affascinante, a volte ingenuo, in uno dei racconti persino raggirato, mai davvero perfetto. Le storie sono piacevoli e curiose, tutte con il colpo di scena ma chiaramente appartenenti ad un’altra epoca e forse per questo scritte in maniera non proprio egregia. Tutto sommato una lettura simpatica che, anche se non c’entra niente, mi ha spinto a recuperare i lungometraggi giapponesi del più famoso Lupin III mancanti alla mia collezione.

Maurice Leblanc – Le avventure di Arsenio Lupin, ladro gentiluomo