Ninfee nere

Appena due giorni prima avevo finito di leggere “Il manoscritto” di Thilliez e, nel cercare sul web qualche spiegazione per il finale scioccante e contorto, mi sono imbattuto in un commento in cui si faceva un confronto con questo “Ninfee nere”, forse perché entrambi di autori francesi maestri della suspense. Non ho resistito alla curiosità e, scavalcando ancora una volta la pila di libri impolverata sul comodino, ho iniziato a leggerlo. Non ho praticamente smesso fino alla fine, la lettura meritava e sapevo, dalla stessa recensione che me lo ha fatto conoscere, che ci sarebbe stato un colpo di scena. A differenza di quanto pensassi, non è un thriller ma un giallo e solo perché c’è un colpevole da smascherare. L’ambientazione, gli aneddoti sulla vita e le opere di Monet e la profondità dei personaggi danno invece un taglio diverso al romanzo che si trasforma anche in una fantastica storia d’amore. La protagonista poi, una e trina, è una sorpresa bellissima. Tanto quanto il colpo di scena. Perché è il colpo di scena.

Michel Bussi – Ninfee nere

Il manoscritto

Un thriller per l’estate. Così immaginavo questo romanzo, lungo, di puro intrattenimento, che non mi avrebbe fatto scervellare in spiaggia. E invece l’ho finito in pochi giorni, leggendolo senza andare al mare per non distrarmi e ancora adesso mi spremo le meningi per decifrare le ingegnose invenzioni dell’autore. Me le spremo perfino dopo aver trovato risposte in rete a domande che nemmeno ero arrivato a pensare, domande che non finiscono con la scoperta dell’assassino, anzi aumentano e non perché il romanzo sia inconcludente ma perché ha “quel non so che” di geniale. Proprio così. Si intuisce il genio, eppure non fino in fondo. Troppi perché. Soprattutto per via del prologo che sembra fuori luogo, che resta lì sospeso ai margini della trama senza mai abbandonarti, in attesa di venir fuori dopo il finale che inchioda il colpevole. E’ qui infatti, nell’ultima riga dell’ultima pagina, che il colpo di genio si manifesta, ricollegandosi al prologo e lasciandoti con la bocca aperta e il cervello in pappa.

Franck Thilliez – Il manoscritto

Riccardino

Camilleri ha scritto quest’ultimo capitolo con Montalbano protagonista circa quindici anni fa quando, ormai ottantenne, pensava di essere vicino ai titoli di coda e di dover chiudere un ciclo con la scomparsa del commissario. Non credeva, Camilleri, che avrebbe abbondantemente superato i novant’anni, sicuramente però immaginava che sarebbe rimasto per sempre nei nostri scaffali e nei nostri ricordi. La Sellerio ha custodito il romanzo sapendo di doverlo pubblicare postumo e così è stato. Non è il migliore dei gialli ambientati a Vigata ma questo è un dettaglio: più che arrivare alle ultime pagine per scoprire il colpevole, il lettore vuole arrivarci per sapere che ne sarà di Montalbano. E Montalbano, per mano dell’Autore, non avrebbe potuto decidere meglio come uscire di scena.

Andrea Camilleri – Riccardino

RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno

Mi è passato sotto mano tante volte in libreria e sono stato indeciso fino all’ultimo se comprarlo o no, sia per le recensioni non proprio entusiastiche sia perché Recchioni per me è il Baricco del fumetto, bravissimo ma paraculo e troppo autoreferenziale, aspetto che me lo ha fatto sempre apprezzare un po’ di meno. Poi, complice un buono spesa, ho preso il libro gratis e questo me lo ha fatto apprezzare un po’ di più. Alla fine mi ha pure soddisfatto. Mai leggere le recensioni: le opinioni, specie sui libri, sono assolutamente soggettive. Non è un grande storia, i disegni però mi sono piaciuti e i versi de Il muro del canto, gruppo folk rock romano, per descrivere alcune scene sono azzeccati. Soprattutto si parla di Roma (o meglio della sua distruzione ad opera di una creatura palesemente ispirata all’Evangelion) e racconta con immagini efficaci, attraverso gli occhi di chi ci vive, zone della città che conosco bene. Il finale è affrettato, Recchioni poteva far meglio e fornire qualche spiegazione sul seguito o sulle origini piuttosto che mostrarci la sua faccia beffarda mentre mangia, beve e fuma. Ma, come ho detto, è un bravissimo paraculo.

Roberto Recchioni – RSDIUG. Roma sarà distrutta in un giorno

Lo scarafaggio

A differenza di quanto pensassi, più che per omaggiare Kafka (che pure celebra, come confermato nella postfazione), McEwan si è dedicato, non troppo a dire il vero, alla scrittura di questo piccolo romanzo per puntare il dito contro la Brexit, attraverso una satira pungente e metafore che accusano la classe politica inglese e il suo elettorato.

Lo scarafaggio, essere spregevole per eccellenza (dopo l’uomo naturalmente), è il primo ministro. E’ una metafora fino ad un certo punto perché, nel racconto, una blatta prende letteralmente le sembianze del politico e allo stesso modo fanno altri scarafaggi con ministri e membri del governo per portare a termine, senza scrupoli, l’inversionismo, un meccanismo assurdo per invertire il flusso del denaro e dell’economia. Assurdità inventata da McEwan e inconcepibile, secondo lui, come la Brexit che invece è reale. Se poi si considera che gli scarafaggi hanno un loro scopo, cioè il proliferare ai danni della gente comune, ecco che il cerchio si chiude. Nei panni del Presidente americano c’è anche la caricatura di Trump, anche se è più corretto dire che Trump è la caricatura del personaggio che lo rappresenta.

Insomma, la lettura è veloce e piacevole ma è evidente che a McEwan interessasse più dire la sua piuttosto che scrivere il suo capolavoro. E ha fatto bene perché, se io fossi inglese, la penserei come lui. Siccome non lo sono, bye bye England.

Ian McEwan – Lo scarafaggio

I ragazzi della Nickel

Secondo premio Pulitzer per la narrativa in tre anni per Colson Whitehead. Ho amato “La ferrovia sotterranea” e mi aspettavo molto da questo suo nuovo romanzo, ispirato tra l’altro a eventi reali, che mi ha coinvolto soprattutto perché l’ho letto nel periodo delle proteste scoppiate in tutto il mondo per l’uccisione di George Floyd e della conseguente diffusione del Black Lives Matter. Tuttavia non mi ha conquistato. Non è avvincente come immaginavo e i colpi di scena, che pure ci sono, vengono raccontati con poca enfasi, come se si spegnessero sul nascere. Tranne quello finale che in effetti riaccende tutta la storia. Diversi passaggi poi sono poco scorrevoli (forse per la traduzione?) e frenano la lettura: non che siano difficili ma capita di doverli rileggere per capire a chi o cosa si riferisse l’autore. Insomma, da un doppio Pulitzer pretendo un capolavoro e invece ho finito “soltanto” un ottimo libro.

Colson Whitehead – I ragazzi della Nickel

Pizzeria kamikaze

Lettura da un paio d’ore al massimo, in alternativa ad una cena in pizzeria che potrebbe risultare indigesta (almeno per me che la accompagno con litri di birra e antipasti fino a scoppiare) a differenza di questi nove racconti cotti al punto giusto: alcuni brevissimi, altri articolati, tutti sconclusionati e surreali ma decisamente simpatici e scorrevoli con qualche frase da sottolineare e portare a casa. Il racconto che dà il titolo al libro, non a caso, è il più lungo e sorprendente.

Etgar Keret – Pizzeria kamikaze

La gang del pensiero

Avevo letto tanto e tanto bene in quarantena che non mi sembrava vero riuscire a divorare libri così velocemente. Tornato alla quasi normalità, il tempo per leggere è diminuito e, non contento, sono andato a sbattere contro questo romanzo all’apparenza divertente ma alla lunga stancante. E anche alla corta. Proprio non scorre, nonostante l’ironia e le battute che riempiono le pagine a contorno della storia, surreale e ricca di episodi incredibili. L’autore sa pure scrivere. Solo che esagera nella continua ricerca del lato comico e di frasi ad effetto, alcune delle quali da evidenziare e portare a casa, simpatiche la prima volta, simpatiche la seconda, va bene la terza… poi basta, diventano fastidiose. Senza parlare delle riflessioni filosofiche, tutte illuminanti e anche esposte con semplicità, che però si rivelano pallose, come le innumerevoli parole con la Z in cui il cui glossario ci viene perfino mostrato alla fine del libro. Peccato, mi aspettavo molto di più.

Tibor Fischer – La gang del pensiero

 

Souvenir dell’impero dell’atomo

Opera sicuramente originale che omaggia la fantascienza degli anni ’50, tra l’altro con uno stile grafico impeccabile. E simpatico, direi. Solo che, pur essendo la storia abbastanza semplice, è raccontata (volutamente dall’autore) in maniera troppo intricata con continui salti temporali e intermezzi a volte difficili da collocare nel puzzle della trama. In sostanza, non ci ho capito granché e non mi ha appassionato. Magari cambierò giudizio con una rilettura in futuro. O nel passato.

Thierry Smolderen, Alexandre Clerisse – Souvenir dell’impero dell’atomo

Il sale della terra

Mi aspettavo una storia avvincente con protagonisti i narcos e le loro azioni efferate, l’agente della DEA o dell’FBI e i suoi valori, la violenza, il coraggio, la corruzione, la vendetta. Cose così. Tutto questo l’ho aspettato fino a metà del romanzo e oltre, quando ho iniziato a rendermi conto che la storia era un’altra: il viaggio o meglio la fuga disperata di una donna che, con il suo bambino, cerca di emigrare clandestinamente dal Messico agli Stati Uniti per scappare dal cartello della droga il cui capo le ha distrutto la vita. I narcos sono un pretesto, sempre presenti ma sullo sfondo. Non c’è nessun eroe al centro del racconto e nemmeno ai margini. Costanti sono invece le paure, le ostilità, gli orrori e sì, anche la violenza accentuata dal fatto che è plausibile: l’autrice ha voluto evidenziare il dramma di coloro che abbandonano la loro casa e ogni legame pur di cercare una vita migliore, rischiando di perderla continuamente lungo il tragitto. Avvincente è avvincente comunque. Se ci facessero un film lo andrei a vedere di corsa, soprattutto per dare un volto alla bellissima Soledad, la cui descrizione è essa stessa bellissima.

Jeanine Cummins – Il sale della terra

I kill giants

Quello che mi fotte sempre è la curiosità. Già dalla copertina avrei dovuto capire che non si trattava di un fumetto per me. Lo sarebbe stato forse quando avevo quindici anni ma non ne sono sicuro, non leggevo nemmeno Topolino, sicuramente più interessante. E’ che ne parlano come una pietra miliare, ha avuto premi e riconoscimenti, ne è stato tratto un film e soprattutto era gratis, motivo per cui l’ho letto. Peccato mi fosse sfuggito un dettaglio: è un’opera per ragazzi e io, che sono nato vecchio, non avrei mai potuto apprezzarla. La storia è banale come un qualsiasi accordo di Ligabue, anche se va riconosciuta una certa profondità e tanta fantasia. Le vignette sono un tormento, sempre in movimento, una confusione continua, probabilmente voluta, per rendere l’idea dell’irrequietezza della protagonista. Il peggio tuttavia è la sceneggiatura: nelle prime pagine, complici le vignette, non si capisce una mazza e, quando poi si riesce a prendere il filo, è ormai tardi per salvare l’intero volume dalla spazzatura. Il problema adesso è che la curiosità, quella che mi fotte sempre, mi spingerà a dare un’occhiata al film.

Joe Kelly, JM Ken Niimura – I kill giants

L’assassino che è in me

“Leggi Jim Thompson: L’assassino che è in me è un fottuto capolavoro!” e io l’ho fatto. Avevo chiesto consigli su autori alla stregua di Lansdale o Winslow, per il genere e anche per lo stile e questo Thompson, che non conoscevo, è risultato gettonatissimo. “L’assassino che è in me” è forse il suo romanzo più noto, Stephen King nella prefazione ne parla come io parlo delle arancine, con la bava alla bocca. Non si tratta di un thriller e non racconta una storia cruda e violenta, è un viaggio nella mente – o forse sarebbe meglio dire attraverso la mente – di un poliziotto psicopatico che uccide non per piacere, non per denaro o vendetta ma semplicemente senza motivo, raccontando in prima persona il susseguirsi di eventi con disarmante tranquillità, fino alla sorprendente conclusione. Di romanzi di questo tipo ne sono stati scritti tanti, questo però credo sia tra i precursori: a Thompson, autori come Lansdale devono molto e Lansdale è tra i miei preferiti.

Jim Thompson – L’assassino che è in me

Patagonia Express

Non avevo mai letto niente di Sepúlveda e mi dispiace averlo incontrato solo dopo la sua morte. Si è fatto trovare in Patagonia, attraverso questi suoi appunti di viaggio che da tempo mi ripromettevo di leggere e che mi hanno permesso di conoscere la sua prosa, scorrevole e mai noiosa. Non è un vero e proprio diario, semmai una raccolta di storie vissute attraversando la Patagonia, avventure e personaggi che la sua penna fa sembrare fantastici e che invece sono tanto reali quanto incredibili. Nella parte iniziale tra l’altro parla della Moleskine e del perché fosse apprezzata da scrittori come Chatwin per i propri racconti di viaggio. Non lo sapevo, non ho mai letto nemmeno Chatwin, ma è anche per merito loro che io stesso, nel mio piccolo, porto con me una Moleskine da riempire ogni volta che parto. Di Sepúlveda ho recuperato diversi romanzi, non farò passare anni prima di leggerli, spero anzi di poter tornare a viaggiare presto, con una Moleskine ed un suo libro.

Luis Sepúlveda – Patagonia Express

Midnight nation

La sensazione, mentre lo leggevo, era quella di guardare un film anziché sfogliare un fumetto. Merito dei disegni perfetti e della trama accattivante. I personaggi intrigano sin dalle prime pagine: lui perché è affascinante e tormentato, lei perché è gnocca e misteriosa, i cattivi perché sono brutti e malvagi e Lazzaro perché è proprio Lazzaro, quello originale. La storia è un viaggio a cui restare attaccati fino alla fine soprattutto per trovare le risposte che lo stesso protagonista si pone e che verranno soddisfatte solo in parte. In effetti è questa l’unica grossa pecca: il racconto scorre ma certe questioni non vengono approfondite e, quando arriva il perfido antagonista a rispondere e filosofeggiare, non lo fa in maniera esaustiva, dicendo tutto e niente con metafore impeccabili e un po’ noiose. Nell’insieme è un’ottima lettura, arricchita dalla meravigliosa postfazione dell’autore che le fa recuperare qualche punto perduto lungo la strada.

J. Michael Straczynski, Gary Frank – Midnight nation

Buona Apocalisse a tutti!

No, non è un augurio per la fase 2 dell’emergenza coronavirus. E’ il libro che ho appena finito di leggere e che mette definitivamente una pietra sopra Neil Gaiman. Gli avevo dato un’altra possibilità dopo Miti del Nord ma niente, non riesce più ad appassionarmi come un tempo e sicuramente perché sono cresciuto un po’, negli ultimi vent’anni. Questo romanzo tra l’altro, anche se i meriti (e le colpe) vanno divisi con Terry Pratchett, è il primo scritto da Gaiman (risale al secolo scorso, al 1990), per cui ci siamo incontrati ad una distanza siderale, lui giovanissimo, io con un piede nella fossa. Il tema di fondo comunque, dalla creazione alla fine del mondo, all’anticristo, gli angeli, i demoni e tutto quanto, mi ha sempre fatto sorridere quando affrontato con ironia, qui per giunta con fine humor inglese. Peccato fosse lento, senza ritmo e senza grandi colpi di scena. Ad un certo punto, per trovare feeling, ho seguito in parallelo la serie TV su Prime Video (Good Omens, stesso titolo con cui è stato ripubblicato il libro) e un minimo ha funzionato, sono riuscito a portare a termine entrambe le cose e ora posso finalmente dedicarmi ad altro, ai fumetti di Gaiman magari, non più ai suoi romanzi.

Neil Gaiman, Terry Pratchett – Buona Apocalisse a tutti!

Il quinto Beatle

Il quinto Beatle non è Pete Best, il batterista tristemente sostituito da Ringo Starr ma Brian Epstein, l’improvvisato manager che prese per mano il gruppo quando ancora si esibiva nei locali di Liverpool e lo portò al successo planetario in pochi anni. La sua vita, peraltro breve, è indubbiamente legata ai Fab Four e quest’opera, che definire fumetto è riduttivo, la racconta attraverso bellissime illustrazioni, metafore e aneddoti frutto di un lavoro enorme svolto dagli autori, come si legge in particolare nella postfazione. Forse è tutto un po’ frettoloso, del resto non si tratta di una biografia, nel complesso però è una storia mai noiosa che merita di essere sfogliata.

Vivek J. Tiwary, Andrew C. Robinson, Kyle Baker – Il quinto Beatle

Il libro della terra di mezzo

Il problema sono i casi limite. Quando un libro piace, ogni occasione è buona per continuare a leggerlo. Si riesce a stare svegli fino a notte fonda o seduti sulla tazza del water fino a che le gambe si addormentano o anche a pranzare con una forchetta in una mano e un romanzo nell’altra, sperando di non sbagliare come quel Goldrake che mangiava libri di cibernetica. Io leggo mentre mi asciugo i capelli dopo la doccia e, a volte, la mattina prima di alzarmi. Al contrario, se il libro proprio non prende, non è difficile ricorrere ai diritti del lettore e mollarlo, pensando che forse un giorno avrà una seconda possibilità. Tutti ne abbiamo una e tutti abbiamo mollato qualcosa. Ricordo di aver abbandonato “quasi” capolavori come Comma 22 e La versione di Barney e perfino un romanzo di Saramago, tra i miei scrittori preferiti, Memoriale del convento. Non ho avuto dubbi su questi, ho tirato un bel po’ prima di arrendermi, poi stop, senza rimpianti né rimorsi.

Quello subdolo piuttosto è il libro della terra di mezzo, quello che si voleva leggere da tempo e che finalmente eccolo lì ma, non si capisce perché, non rapisce completamente, esita e scorre senza anima. Non è pesante, non è nemmeno brutto, ha anzi dei passaggi che inconsciamente obbligano a proseguire illudendo di poter scalare le classifiche delle letture preferite di sempre. Tuttavia la sintonia non sembra costante, è un misto di alti, anche molto alti e di bassi che, quando si attraversano, si spera siano solo parentesi e invece continuano, salvo risollevarsi quando il piattume diventa evidente. Forse dipende dall’umore di chi legge, dall’età, dal tempo, chi lo sa. Fatto sta che io questi libri non riesco a lasciarli andare, spinto nel peggiore dei casi dalla voglia di arrivare alla fine per poi stroncarli, come se fossi un critico letterario. Oppure di urlare al capolavoro qualora mi dovessero sorprendere con un colpo di reni prima del finale. E’ successo, recentemente pure con Trilogia della città di K.

Comunque non diventano mai dei capolavori. I libri migliori sono quelli da leggere senza pensare ad altro che al libro. Dopo possono anche non rivelarsi un granché ma gli va dato atto che, durante la lettura, c’è stata solo la lettura. Il romanzo che sto leggendo in questi giorni appartiene alla terra di mezzo, ormai ha superato il punto di non ritorno. Lo finirò pensando già al prossimo, probabilmente qualcosa di Sepúlveda, scrittore non presente nel mio curriculum, che ha voluto ricordarmi di questa mancanza morendo. Ciò non toglie che continuo tuttora a chiedere e ad accettare consigli alla ricerca delle letture preferite di sempre, fiducioso di non arrivare a conoscerle solo perché è scomparso l’autore.

Il saldatore subacqueo

Si dice che ci faranno un film con Ryan Gosling e si dice che l’autore sia talentuoso e in effetti non è un fumetto da buttare. Parte bene, con disegni semplici ed efficaci e una trama accattivante. Essendo io stesso un sub amante del mare, mi aveva incuriosito. Poi però la storia si perde un po’ e lo stesso fa il protagonista che, sott’acqua, si smarrisce in un limbo prima di ritrovarsi. Il lettore invece si perde e basta, almeno per me è stato così. Spero di ritrovarmi ma purtroppo ho già sfogliato l’ultima pagina e non tornerò indietro.

Jeff Lemire – Il saldatore subacqueo

Astrogamma

L’unico momento di attenzione l’ho avuto quando, attraverso il notiziario, i cittadini sono stati invitati a restare a casa per la propria sicurezza. Un parallelismo con i giorni che stiamo vivendo. Ma è durato due secondi, giusto il tempo di spostare gli occhi sulla vignetta successiva, voltare pagina e riprendere ad annoiarmi. Perché questo fumetto è insulso. I disegni sono confusionari sia presi singolarmente, dato che spesso non si capiscono affatto, sia nell’insieme perché invece di rappresentare una storia creano solo caos, tra l’altro amplificato dai rumori riprodotti all’infinito con serie lunghissime di “vrooom!” e “splash!” e “thump!”, solo per citarne alcuni, che manco Batman degli anni ’60 gli si avvicina. La trama, pressoché inesistente, si sviluppa nel tentativo mal riuscito di ambientare a Ostia (sì, proprio lì inizia la storia) una lotta contro insetti giganti spuntati chissà come. Un richiamo ai kaijū, i mostri della fantascienza giapponese, attraverso un manga in salsa italiana che ha il solo pregio di finire rapidamente.

LRNZ, Alessandro Caroni – Astrogamma

La distanza

Esistono pure i fumetti brutti, eh. Ho letto questo un po’ per il titolo, che in un periodo di contatti a distanza e isolamento a casa mi sembrava evocativo, un po’ perché racconta un pezzo della Sicilia che amo, quella dell’estate, del mare e delle avventure in cui ogni meta è una scoperta. Ma la racconta male, attraverso personaggi stereotipati, dialoghi che spesso non hanno un filo conduttore e a volte nemmeno senso, oltre a tavole tagliate a metà e balloon disposti a cazzo. I disegni non mi fanno impazzire, anche se hanno il merito di restituire un’immagine pulita e solare dell’isola. Il protagonista ammorba con le sue riflessioni che sarebbero pure condivisibili se non fossero presentate come perle in discorsi sconnessi. Tuttavia, se con un piccolo sforzo faccio finta che protagonista è la Sicilia, tutte queste contraddizioni le perdono.

Colapesce, Alessandro Baronciani – La distanza

Autodifesa di Caino

La “prematura” scomparsa di Camilleri ha impedito a questo monologo teatrale di andare in scena. Prematura, perché personaggi di questo calibro dovrebbero vivere centinaia di anni come Caino e non soltanto novantatré. Per fortuna ci lasciano libri da leggere che, in tempi di coronavirus, rappresentano un bene prezioso quanto il lievito madre.

Questa è la prima pubblicazione di Camilleri che Camilleri non vedrà. In realtà non vedeva quasi più niente da qualche anno ma sempre infinitamente meglio di tante menti chiuse. L’opera è un volumetto di facile lettura talmente ricco di spunti e riflessioni sul bene e il male, sull’uomo e la sua possibilità di scegliere che dovrei scrivere un articolo dieci volte più lungo del libro per raccontare le mie impressioni. Ammesso che ne sia capace. Adesso che riaprono le librerie è meglio andarlo a comprare.

Andrea Camilleri – Autodifesa di Caino

Il suggeritore

Ho decine e decine di romanzi di questo tipo a casa, quasi tutti in attesa da anni e quasi tutti ricevuti in regalo in un periodo in cui stavo per diventare un serial thriller. Ogni tanto ne prendo uno per cambiare genere, sicuro di trovare qualcosa che mi possa coinvolgere fino all’ultima pagina. Perché in effetti i grandi scrittori di thriller raramente deludono, a meno che i lettori non siano gli scassacazzi che non leggono altro e si lamentano, per giunta vantandosi, di aver capito chi fosse l’assassino già a metà libro. Anche se oggi i romanzi interessanti del genere non sono più quelli alla Agatha Christie, in cui ci si spreme per individuare il colpevole. Il Suggeritore si fa leggere per come è intricata la trama e sono intrigati i protagonisti, frega poco dell’identità del burattinaio. Certo, a volte si ha l’impressione di leggere un horror, a tratti assurdo, ma Carrisi è bravo a riportare ogni volta la storia sulla strada della decenza, soprattutto alla fine, tra le note dell’autore, quando afferma che molti tra i casi citati sono realmente accaduti. Sarà.

Donato Carrisi – Il suggeritore