Tra le pagine

Protagonista e voce narrante di questo romanzo è un libro il quale, proprio come un essere umano, racconta tre storie distinte che in diversi modi lo hanno segnato. Il libro in questione è una copia de La Ribellione di Joseph Roth, scritto nel 1924, sfuggito al rogo nazista degli anni ’30 ed ora in possesso di Lena, una ragazza che lo ha ricevuto dal padre e che si appassiona in particolare ad una mappa disegnata nell’ultima pagina. Attraverso la propria sensibilità e le proprie esperienze tra biblioteche e nascondigli, il libro racconta: 1) la trama de La Ribellione, di cui è fatto in forma e sostanza; 2) la vita travagliata del proprio autore, Roth, soprattutto in riferimento all’amore ancora più travagliato verso la moglie malata di mente; 3) le avventure di Lena nella tormentata ricerca del significato della mappa che lui porta impressa. Tra le pagine è un libro che parla di un libro che racconta le sue storie, le quali si accavallano senza entrare in conflitto e di cui il protagonista, oggetto di carta animato da sentimenti puri, coglie le sfumature mettendo insieme ciò che percepisce ed esponendolo con passione. L’idea è originale e la lettura non è affatto pesante anche se alcuni capitoli mi hanno dato l’impressione di essere inutili e prolissi. I libri sono così, come noi hanno pregi e difetti. Il libro parlante mi è piaciuto più del libro che avevo in mano io, chissà se anche lui sta parlando di me e di come ne sto scrivendo. So che non è possibile, certo. L’ho letto su Kindle ed – è risaputo – i libri digitali non hanno l’anima di quelli cartacei.

Hugo Hamilton – Tra le pagine

Kafka. Diario di un disperso

Il volume, oltre che per il titolo, mi ha incuriosito per i disegni eleganti, originali e vagamente somiglianti alle opere di Egon Schiele. Leggendo, non mi è sembrato inizialmente di aver fatto un grande acquisto ma mi sono ricreduto andando avanti e osservando i particolari. Racconta le tappe fondamentali della vita di Franz Kafka accostandole alle sue opere più note, dando forma alle sue paranoie ed utilizzando un fantastico contrasto di luci ed ombre con colori luminosi e cupi a seconda del suo stato mentale e di salute. Essendo io limitato, ho avuto l’impressione che mancassero dei pezzi e non ho trovato scorrevole la lettura in certi punti ma riconosco che strutturalmente è perfetta, i due autori sono riusciti a creare un’opera kafkiana su Kafka. Alla fine, una biografia essenziale utilissima mi ha aiutato a chiarire alcuni momenti delle esperienze del protagonista che non conoscevo e che ho potuto collegare alle pagine e ai disegni lì dove non avevo colto. L’ultima pagina poi mi è piaciuta molto, chiude alla grande un cerchio e un graphic novel che ho solo elogiato ma che tuttavia non è riuscito a collocarsi tra i preferiti della mia libreria. Sono davvero limitato.

Mauro Falchetti, Luca Albanese – Kafka. Diario di un disperso

La Cina è già qui

La Cina in pochi semplici passi. Pensavo si trattasse di una sorta di saggio di attualità sulla mosse del Dragone nella scacchiera degli equilibri mondiali, alla luce soprattutto della guerra in Ucraina mentre invece è un condensato, ben scritto e scorrevole, della cultura e della società cinese che supera i luoghi comuni e dimostra quanto poco sappiamo del mostro asiatico. La lettura è interessante, trasuda (pure troppo) l’ammirazione per la Cina dell’autrice che cerca di arrivare all’ultima pagina senza sbavare e senza sbilanciarsi sul confronto molto marcato con l’Occidente, sottolineando tuttavia – giustamente – quanto sia importante capire e conoscere chi c’è dall’altra parte. La Cina lo ha fatto e per questo è già qui, a pochi passi.

Giada Messetti – La Cina è già qui

Il suo nome è Banksy

Il fumetto è un pretesto per raccontare la street art attraverso il suo rappresentante più noto che, paradossalmente, è sconosciuto. Tra le pagine non c’è una storia vera e propria infatti: un writer ed una giornalista parlano, attraverso dialoghi improbabili e privi di un filo logico, delle opere di Banksy e del loro impatto sull’arte urbana, sviscerando date ed eventi come fosse un elenco cronologico più che un racconto o una chiacchierata. Il che ha pure la sua utilità, se si vuole approfondire il tema in pochi semplici passi e questo in effetti l’ho apprezzato. I disegni sono ininfluenti allo scopo, oltre che monotoni e statici ma tutto sommato il volumetto non è da buttare, la copertina con il nome di Banksy in bella mostra dà un tocco di originalità alla mia libreria.

Francesco Matteuzzi, Marco Maraggi – Il suo nome è Banksy

Il Nao di Brown

Il volume mi ha chiamato dallo scaffale della libreria mostrandomi prima il contrasto molto bello tra il bianco della copertina e il bordo rosso delle pagine; poi, una volta aperto, i magnifici disegni che da ignorante non ho capito se si trattasse di acquerelli, matita o entrambi; infine il risvolto di copertina che presenta Nao Brown: una ragazza metà inglese e metà giapponese con un disturbo ossessivo compulsivo che la porta ad avere fantasie terribili e violente verso chi la circonda. Insomma, l’ho portato a casa. Sfogliandolo meglio mi sono reso conto di avere in mano una piccola opera d’arte, esteticamente inappuntabile. La storia è semplice, realistica, forse scontata ma ricca di citazioni, particolari e sentimenti in cui ritrovarsi con Nao che riesce a tenere a bada i suoi scatti senza purtroppo uccidere nessuno. Purtroppo, perché tutti i personaggi sono belle anime, persone da cui vorremmo essere circondati, nessuno stronzo da eliminare. Una storia nella storia (un racconto parallelo citato da Nao) aumenta lo spessore del volume, non solo quantitativamente. La narrazione ha qualche pecca, a volte non è chiarissima e il finale appare sbrigativo, nel complesso però parliamo di un signor fumetto, un’opera di qualche anno fa che forse hanno conosciuto in pochi ma che spero abbia trovato posto negli scaffali giusti. Anche di qualche psicoterapeuta.

Glyn Dillon – Il Nao di Brown

Moon Lake

Il solito Lansdale ma non il solito grande Lansdale. Quest’ultimo suo lavoro non mi ha sorpreso come in passato, forse perché lo conosco ormai troppo bene o forse perché le aspettative nei suoi confronti sono alte e lui non è stato così originale. La scrittura è rimasta appassionante e ancorata ai capisaldi dell’autore (razzismo, sangue, trash e Texas) ma non c’è molto da prendere in una storia che si muove tra alti e bassi, dove solo la seconda parte inquieta e mostra qualche acuto mentre tutto il resto, pur scorrendo liscio liscio, fa quasi sbadigliare. Certo, parliamo di Lansdale. Un qualsiasi altro scrittore semisconosciuto avrebbe fatto fortuna con un romanzo del genere, da lui invece si pretende sempre il capolavoro. Ha anche settant’anni, chissà se gli è rimasta la voglia. Mi conforta l’avere ancora diversi suoi vecchi libri da leggere, non mi deve dimostrare niente, l’immortalità artistica per me se l’è già guadagnata.

Joe R. Lansdale – Moon Lake

Posaman & friends

Lillo mi ha sempre fatto ridere e Posaman, diventato famoso con LOL – Chi ride è fuori, è un personaggio riuscito, un vero supereroe della comicità. Il libro/fumetto/non-so-cosa con cui si è cercato di cavalcare l’onda del successo è però una mezza schifezza, una mera operazione commerciale che non fa ridere nemmeno sotto tortura, una raccolta interminabile di supereroi, ognuno accompagnato da un disegnino stupido e una descrizione che non riempie nemmeno mezza pagina. Sono sicuro che le stesse identiche parole otterrebbero il giusto effetto se usate da Lillo, con la sua faccia e le sue espressioni ma leggerle così, con la mia faccia e la mia unica espressione, mi hanno fatto solo annoiare. Libro da posare e mai più riaprire.

Lillo – Posaman & friends

Le guerre di Putin

Più per curiosità che per informazione, chiaramente spinto dalla guerra in Ucraina, ho voluto leggere questo volume per capire meglio cosa si nasconde dietro l’uomo del momento, il personaggio che passerà alla storia dal lato sbagliato e sulla cui tomba sputeranno in tanti, io di certo. Sono e resto ignorante ma, essendo ormai chiaro che sia stato Putin e non la Russia ad attaccare l’Ucraina, volevo capire che forma di potere esercita e come l’ha conquistata. Il libro, sotto forma di intervista all’autore, fonte abbastanza autorevole e competente, risponde in modo chiaro ai miei dubbi e fornisce pure risposte a domande che nemmeno mi ero posto. Si legge facilmente e non sarà un saggio storico ma, se si vuole approfondire questo periodo di merda che stiamo vivendo, covid a parte, la lettura è consigliata. Anche ai fan di Putin.

Giorgio Dell’Arti – Le guerre di Putin

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

Romanzo simpatico e leggero che pian piano cresce di tono e drammaticità, prendendo alla larga argomenti importanti quali la mafia, senza però smettere di divertire. Dietro la storia ambientata nel paese immaginario di Lortica, si parla della Sicilia, quindi di scontri e contraddizioni sotto il sole con un bel contorno di luoghi comuni che più l’autore (giornalista di Internazionale) cerca di evitare e più ne aumenta l’enfasi. Del resto anche questo fa parte della Sicilia. Originale è invece la scrittura, schietta, quasi parlata, che non si preoccupa di risparmiare virgole, di separare i paragrafi e di metterci i capitoli, creando un getto costante di parole e frasi voluto ma non proprio esaltante, spesso ho dovuto rileggere per capire di chi o cosa si parlasse. Esagerato il finale, surreale e lieto, che non se la tira e arriva al momento giusto, esattamente quando individuo il prossimo libro da leggere e non vedo l’ora di chiudere questo.

Giuseppe Rizzo – Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

La vegetariana

Romanzo sudcoreano che, nonostante la scrittura efficace dell’autrice, mi ha lasciato un retrogusto dolce e amaro al tempo stesso. E’ la storia di una donna ordinaria, molto ordinaria, che in seguito ad un sogno piuttosto crudo decide di smettere di mangiare carne, provocando reazioni contrastanti tra i familiari. La situazione si aggrava quando si capisce che la sua decisione va oltre l’essere vegetariana, oltre l’essere umana addirittura, poiché raggiunge uno stato di follia tale da rifiutare totalmente il cibo, nella convinzione di poter vivere come un albero. Vegetale, più che vegetariana. Nel vortice di questa “schizofrenia catatonica”, coma la definirà un medico, cadranno il marito, la sorella e il cognato, voci narranti di ogni capitolo, attraverso vicissitudini che cambieranno la vita di tutta la famiglia. Il racconto è ben strutturato, la lettura scorre con gusto – un misto di curiosità e poesia – e fa venire fame di qualcosa di indefinito, qualcosa che alla fine io non ho trovato. Vengono toccati diversi temi (le convenzioni sociali, la posizione della donna, la figura maschile predominante, l’erotismo, la pazzia) ma io questo sentimento autodistruttivo che circonda i personaggi (protagonista a parte, che è matta e vabbè) non l’ho capito. Forse è una questione culturale, forse mi manca un certo tipo di sensibilità o forse, semplicemente, pur essendoci molto vicino, non sono un vero vegetariano.

Han Kang – La vegetariana

L’uomo nero e la bicicletta blu

Nonostante mi ostini a non riconoscerne il talento, sono ormai al quarto libro di Eraldo Baldini e devo ammettere che, seppur non mi abbia mai entusiasmato, non mi ha nemmeno mai deluso. “L’uomo nero e la bicicletta blu” è frutto dell’ennesimo consiglio che sono contento di aver seguito. Per tre quarti delle oltre duecento pagine sembra un romanzo di formazione, con la voce narrante di un bambino che racconta, in un capitolo per ogni mese dell’anno 1963, come cercare di racimolare soldi per comprarsi una bici, tra avventure e strani personaggi del suo paesello. A metà libro mi sono insospettito, non era stato ucciso nessuno. Capita spesso che un autore si cimenti in un genere diverso dal suo solito. Invece no, si tratta di un thriller. Nell’ultimo quarto di libro infatti gli eventi, sino ad allora teneri e divertenti anche in una certa loro tragicità, prendono una piega inaspettata e, anziché la bicicletta, porteranno al bambino la consapevolezza di aver perso l’infanzia per l’età adulta. Si tratta comunque di una storia che, diciamo, tocca il cuore. Sangue, violenza e mistero non trovano spazio, vengono soffocati dal sentimento e questo stranamente è l’aspetto che io, navigato serial thriller, ho apprezzato di più.

Eraldo Baldini – L’uomo nero e la bicicletta blu

C’era una volta a Hollywood

Il libro, pur essendo leggermente diverso dal film, non ha deluso le aspettative, la firma di Quentin Tarantino per me è una garanzia. Tarantino però fa il regista, non lo scrittore e si vede. Il romanzo è entusiasmante e scorre con ritmo e fantasia, tranne quando si perde nella maniacalità del racconto di trame e personaggi di film e serie vere o inventate, aneddoti riguardanti attori e registi veri o inventati, storie di Hollywood vere o inventate. E’ una dichiarazione d’amore verso il cinema e Tarantino, oltre a infarcire le pagine con la sua smisurata conoscenza dell’argomento, altera i fatti, li mischia, li rielabora e ci gioca nella convinzione, condivisibile, che la settima arte possa salvarci dalla realtà e mostrarci una storia diversa, migliore. Nel film tanti spunti e dettagli vengono solo accennati e non approfonditi. Il romanzo invece non lascia scampo, spiega tutto e troppo: perde il potere visivo e prende quello della parola, approfondendo ciò che nel film non sempre risulta chiaro. Ma si tratta di contorni, la trama vera e propria, ammesso che esista, è identica. Associare i volti dei protagonisti a Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, ricordando le scene del film, le battute e i luoghi, rende la lettura più piacevole anche se il “montaggio” qui è ben diverso e l’episodio del fallito assassinio di Sharon Tate (purtroppo solo nella finzione) viene menzionato in due righe e Charles Manson e i suoi seguaci non vengono ridicolizzati abbastanza. La storia purtroppo è altra cosa, il cinema no e Tarantino lo dimostra magnificamente.

Quentin Tarantino – C’era una volta a Hollywood

La canzone di Achille

Non ricordo quale amico blogger mi ha suggerito questo romanzo ma io ascolto i consigli e questo era davvero un buon consiglio, non a caso il libro ha avuto meritatamente successo in tutto il mondo. E’ la storia del mito di Achille raccontata dal “suo” Patroclo, da quando si sono incontrati pressoché bambini fino alla morte di entrambi durante la guerra di Troia. Il vero protagonista è proprio Patroclo che, nonostante il forte legame con Achille, sempre al centro delle sue riflessioni, qui smette di vivere all’ombra del semidio (che io ho costantemente immaginato con le fattezze di Brad Pitt) e, crescendo, acquisisce un proprio ruolo in ogni vicenda con personalità e carattere. L’autrice, oltre a romanzare l’Iliade e, pare, altri poemi di cui ignoravo l’esistenza, si prende qualche licenza ma l’opera non ne viene intaccata, i miti greci vengono rappresentati nella loro veste più classica da una scrittura efficace, scorrevole e appassionante. Forse ho trovato un po’ sbrigativo il finale: l’uccisione di Patroclo, la vendetta di Achille e la sua fine sono raccontati in quattro paginette rispetto al volume del libro. Anche per questo, visto che l’Iliade non l’ha mai finita nessuno, farei leggere a scuola questo romanzo piuttosto che Omero, almeno ci si diverte e soprattutto si ha la possibilità di conoscere re, eroi, dei e guerrieri con le loro vicissitudini senza addormentarsi sui banchi.

Madeline Miller – La canzone di Achille

Mastro Geppetto

Se il Pinocchio di Collodi, nonostante la malinconia e la sfiga, va incontro ad un lieto fine che è forse più l’aver ritrovato Geppetto rispetto all’esser diventato un bambino vero, in questa storia reinventata ed infinitamente triste di Stassi, il protagonista raggiunge l’apice della felicità all’inizio dei fatti, quando da un ceppo di legno inutile e di nessun valore, fa nascere la creatura con cui vorrebbe evadere dalla realtà e girare il mondo. La favola di Pinocchio, benché scritta oltre cent’anni prima, potrebbe tranquillamente essere stata ricavata da questo romanzo in cui l’autore ne ripercorre le avventure dal punto di vista di Geppetto, eliminando il lato fantastico e le metafore rappresentate dai vari personaggi di Collodi attraverso una versione verosimile di quella che tutti conosciamo. Geppetto è un vecchio poverissimo, solo e matto che troverà forza e conforto e, purtroppo, delusioni continue solo nella ricerca del suo burattino perduto e non sarà la sfortuna a remargli contro, bensì la cattiveria dell’uomo. Non ci sono fatine né miracoli qui e soltanto nelle speranze di chi legge e di chi scrive, nelle ultimissime pagine, si può intravedere la salvezza. Per il resto si tratta di un romanzo bello e gelido, originale e toccante: Pinocchio mi stava sulle palle, Geppetto l’ho amato.

Fabio Stassi – Mastro Geppetto

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Non sapevo che Oliver Sacks fosse l’autore del libro da cui è stato tratto il film Risvegli con Robin Williams e Robert De Niro. Non sapevo che Oliver Sacks fosse un famosissimo neurologo e fosse morto pochi anni fa. Sapevo però che questo suo libro dal titolo curioso era sul mio comodino virtuale (perché ce l’ho su Kindle) da parecchio tempo e che dovevo leggerlo. Si tratta di una serie di casi clinici in cui Sacks si è imbattuto durante la sua attività, casi rari, affascinanti e terribili per le loro peculiarità che riesce a raccontare con (pure troppa) competenza e bravura per renderli comprensibili ad ignoranti come me. Il titolo, che sembra assurdo, è una storia vera ma non è nemmeno la più incredibile, si potrebbe girare un film su ognuna di esse. Peccato solo che, ad un certo punto, la descrizione delle patologie trattate all’inizio con una certa vivacità e leggerezza diventi quasi un trattato scientifico, eccessivamente specialistico per potermi appassionare. Infatti ci ho messo un po’ a finirlo, mi sono annoiato, altro che risvegli.

Oliver Sacks – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Greenlights

Era da tanto che non leggevo un libro in un solo giorno. Mi è capitato ieri con l’autobiografia di Matthew McConaughey, finita al termine di un lungo viaggio in treno, non perché sia un capolavoro ma perché ho avuto tempo (si sa che il treno è il miglior posto per leggere, dopo il wc) e perché tutto sommato si tratta di un buon libro, tra l’altro stampato in un’edizione molto ben curata.
Matthew McCoso, come lo chiamo io, è l’attore di tanti film di successo che, ad un certo punto della carriera, ha deciso di abbandonare le commedie romantiche in cui si era impelagato per accettare solo ruoli di un certo livello, arrivando a vincere un Oscar. Ma è anche un uomo (purtroppo texano, troppo americano e pure cacciatore) che si confronta quotidianamente con se stesso e le proprie scelte, imparando dagli errori, senza attribuire le colpe dei fallimenti agli eventi esterni o agli altri. Almeno così dice. Questa crescita, personale e professionale, viene raccontata attraverso i diari che ha scritto dall’adolescenza fino ai cinquant’anni e che ha messo insieme durante la pandemia. Non si tratta però soltanto di un’opera che raccoglie esperienze in ordine cronologico, è soprattutto un insieme di riflessioni, appunti sparsi e principi motivazionali che hanno guidato McCoso nel raggiungere i propri obiettivi. I greenlights, i semafori verdi, sono le situazioni positive da attraversare, in alternanza ai semafori rossi e gialli, in un percorso di vita assolutamente condivisibile che per qualcuno può essere fonte d’ispirazione e per qualcun altro un mucchio di cazzate. Va dato atto tuttavia a McCoso che, cazzate o no, ha avuto ragione.

Matthew McConaughey – Greenlights

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Simpatico romanzo che racconta le avventure di una famiglia di cavernicoli alle prese con l’evoluzione nell’era di passaggio verso quella in cui dominerà l’homo sapiens. Guidati dall’ingegnoso capofamiglia, figli, mogli e zii andranno incontro alla scoperta del fuoco, di nuove armi per la caccia e della comodità di vivere in una caverna, cammineranno in posizione eretta, cuoceranno il cibo per masticarlo e digerirlo meglio, inizieranno a lavorare alle arti con i primi disegni sulla pietra, non si accoppieranno più all’interno della stessa tribù. Tutto viene narrato in forma umoristica con dialoghi anacronistici che rispecchiano la società moderna e che hanno anche una morale. Le innovazioni infatti non vengono viste sempre di buon occhio dai membri della famiglia. Lo zio ritiene siano in contrapposizione al corso della natura e continua imperterrito a rifiutare ogni cambiamento. I figli, sperimentati i vantaggi delle loro scoperte, si convincono della necessità di tenerle per sé e non condividerle liberamente con le altre tribù: uno, per mantenere una di forma superiorità sulla specie; due, per evitare che portino l’uomo all’autodistruzione. Detto così sembra una palla, invece la lettura è scorrevole e divertente, a tal punto che mi sono chiesto – e ancora mi domando – quando l’uomo primitivo ha iniziato a ridere e perché.

Roy Lewis – Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

L’ultimo lavoro di Zerocalcare è un insieme di storie che raccontano il suo punto di vista su temi a cui si è dedicato nel periodo della pandemia, quali la condizione dei carcerati di Rebibbia, la gestione della sanità territoriale, il fenomeno della cancel culture, le condizioni del campo profughi di Makhmour, in Iraq. Roba che, se non la trattasse Zerocalcare con matita, pennarelli e ironia, non interesserebbe a nessuno e che invece arriva a toccare la sensibilità e la coscienza critica di tutti noi. Poi c’è l’ultima storia, onestamente la più bella, che racconta la genesi della serie Strappare lungo i bordi: come è nata, come è stata sviluppata e con quali mostri si è dovuto confrontare per realizzarla. Qui Zerocalcare è perfino riuscito a prevedere le poche sterili polemiche che ne hanno accompagnato il successo, spegnendole sul nascere con grande intelligenza. Un motivo in più per leggere il volume e (ri)guardare la serie.

Zerocalcare – Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia

Follia

Sono così bravo a trovare difetti nei libri (e nelle persone) che non mi convincono al 100% che, quando ne scrivo – male ma ci provo – riesco a spiegare perché non mi hanno soddisfatto con discreto e cinico compiacimento. Quando invece il libro che ho appena finito mi stupisce positivamente ho un blocco: non trovo gli aggettivi giusti, il mio vocabolario si dimostra limitato, le qualità non vengono a galla. E’ ciò che mi è successo con questo romanzo di McGrath, a mio modesto parere pressoché perfetto. Scritto egregiamente, è la storia della moglie di uno psichiatra che si innamora di un suo paziente, squilibrato e pericoloso, arrivando a distruggere, nel vero senso del termine, se stessa e chi le sta vicino pur di coltivare un sentimento folle. Folle, perché già l’amore è pazzo per definizione, ma soprattutto perché qui sfocia in estrema ossessione, perdita della ragione, depressione, paranoia che McGrath racconta senza pieghe, con un ritmo coinvolgente ed una certa padronanza del contesto clinico che rende verosimili gli avvenimenti. La sua genialità sta nel coinvolgere il lettore a tal punto da spiazzarlo e impedirgli di prendere una posizione in merito al susseguirsi dei fatti: io, per lo meno, da un lato volevo che vincesse la passione e trionfasse l’amore, dall’altro che morissero tutti malamente. E nel mezzo che mi ubriacassi di gin facendo sesso con chiunque come la protagonista. Follia appunto.

Patrick McGrath – Follia

La casa di Fripp Island

Romanzo piacevole, di genere a metà tra giallo e drammatico, che scorre senza infamia e senza lode ma ha il pregio di mantenere vivo un pizzico di curiosità per ciò che, si presume, di brutto accadrà. Più che presumere se ne ha la certezza in realtà, perché già la prima pagina rivela cosa è successo di grave, non si sa però chi è coinvolto in prima persona e le pagine successive in pratica ne ricostruiscono la storia, dalle cause alle conseguenze. I personaggi sono ben caratterizzati, soprattutto i giovani. Gli adulti sono stereotipati ma ognuno di loro funziona ai fini del racconto. Peccato solo che alcune dinamiche siano un po’ difficili da accettare come realistiche, anche se poi la vita ci insegna che può essere più incredibile della fantasia. Avevo letto recensioni entusiastiche, a me non è sembrato niente di più e niente di meno di un buon libro per passare il tempo, quando a novembre piove, fa freddo e non c’è di meglio da fare.

Rebecca Kauffman – La casa di Fripp Island

Inferno sulla Terra

Leggi il titolo e ti aspetti un’apocalisse o chissà quale cataclisma. Conoscendo l’autore però sai che il suo genere è il noir, lo hai cercato apposta e allora immagini una trama con personaggi capaci di compiere i peggiori casini. Poi inizi a leggere e la monotonia del protagonista, scrittore fallito e mezzo alcolizzato che lavora in una fabbrica di aerei e cerca di districarsi quotidianamente dai problemi economici e di famiglia, ti fa intuire che forse l’inferno è proprio questo, la sua vita. Fai qualche ricerca, evitando gli spoiler, sperando che la storia prenda quota magari con un omicidio e invece scopri che si tratta del primo romanzo di Thompson, in gran parte autobiografico e che non è un noir. Però continui a leggere, superando la noia delle descrizioni esasperatamente dettagliate del lavoro in fabbrica, dei calcoli al centesimo su ogni spesa, dei dialoghi scadenti, degli eventi, inutili, che devi sforzarti di capire perché non vengono spiegati, con l’unica gioia di vedere le pagine che scorrono tutto sommato in fretta. L’ultima è quella che ti dà sollievo, il libro è finito, vai in pace a cercare il prossimo libro da leggere sapendo che non potrà essere peggiore.

Jim Thompson – Inferno sulla Terra

L’avvelenatrice

Racconto storico sulle vicende realmente accadute di Marie-Madeleine d’Aubray, nobile francese e – diciamolo – serial killer, che a metà del ‘600 uccise con il veleno mezza famiglia, prima di essere catturata, torturata e condannata a morte. La storia è intrigante ma Dumas introduce testimonianze e atti processuali che, dopo l’interessante parte iniziale, appesantiscono il racconto fino alla noia facendo venir voglia di finire decapitati come la marchesa.

Alexandre Dumas – L’avvelenatrice

In mezzo al mare

Avevo sentito parlare per la prima volta di Mattia Torre quando è morto, scoprendo che era stato uno degli sceneggiatori di Boris. Ho capito che doveva essere bravo e “In mezzo al mare”, una raccolta di cinque monologhi per il teatro, letti anche da Valerio Aprea e Valerio Mastandrea, lo dimostra. Testi pieni di ironia, intriganti e divertenti ma anche amari, da leggere in poche ore, magari in metro, osservando l’Italia tutt’intorno e tra le pagine.

Mattia Torre – In mezzo al mare