Tromba sul divano

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Ciao Leicester

Giorno 4

Il raffreddore non mi ha fatto dormire bene, ho il naso chiuso, credo di avere l’influenza. Comunque ho riposato. Ci svegliamo presto per la colazione. Troviamo la sala da pranzo piena, ci sono diversi italiani con i quali scambiamo aneddoti sulla nottata appena trascorsa. Ci sistemiamo con calma, abbiamo il tempo per fare due passi in centro, il volo di ritorno è nel pomeriggio.

Troviamo la città nuovamente cambiata, totalmente diversa dall’inferno di solo poche ore prima. Le nuvole sono scomparse e il sole splende libero. E’ pulitissima, all’alba probabilmente è stata tirata a lucido. I pub sono chiusi ad eccezione di quelli, di tenore diverso, in cui si può fare colazione. Soprattutto non si vede nemmeno un tifoso per strada mentre invece sono numerose le famiglie con i bambini che passeggiano serenamente. Il silenzio fa impressione. Sembra che due popoli, quello del giorno e quello della notte, si siano spartiti il tempo. Io e il mio amico ci troviamo a disagio con la polo del Leicester addosso, la gente ci guarda come fossimo due alieni e quasi quasi crediamo di essere in un altro posto.

Troviamo pochi negozi aperti. In uno di questi, ricco di oggetti molto originali, mi colpisce una scatola decorata. A lei piacciono le scatole, decido di prenderla. Ma non è solo una scatola, cioè è la scatola di una tazza da tè. A lei piace il tè. Direi che è un regalo perfetto.

Tornando verso la macchina, vediamo che la polizia ha delimitato una piccola area dinanzi un pub con un vetro rotto. Forse una rissa, non lo sapremo mai. E’ l’unico segno evidente di quanto è rimasto del giorno prima. Noi, tra poche ore, torneremo a casa.

La festa

Giorno 3

E’ sabato, il grande giorno, quello per cui siamo venuti. La festa.

Non ho dormito tantissimo, un po’ tuttavia ho recuperato dopo l’avventura di ieri. Rinuncio alla colazione per stare di più a letto. Usciamo verso le undici e andiamo in centro, dieci minuti di auto. Parcheggiamo sulle strisce blu in King Street (1 £ per 1 ora, 3 £ per 2 ore, mah). Penso: King Street è una piccola via del centro, King Power è lo sponsor del Leicester e Andy King è un giocatore della squadra. Coincidenze?

Mentre parcheggio, poco distante si ferma un taxi da cui scende un tizio con la divisa del Leicester: è Jamie Vardy! Il mio amico scappa e lo insegue per un selfie. Io faccio manovra, lascio tutto in macchina e lo raggiungo di corsa. Non riesco a beccarlo perché nel frattempo si è rifugiato in un negozio ma il mio amico mi mostra la foto che è riuscito a fare. OK, non è Vardy ma il suo sosia, diventato famoso in questo periodo. Pensandoci a freddo, era un po’ improbabile che, a poche ora dalla partita, Vardy scendesse da solo da un taxi indossando il completino da gioco della squadra. Ci siamo messi a ridere.

E’ ancora presto, la città è viva ma il tifo non è ancora esploso. Incontriamo una miriade di italiani. I pub iniziano ad organizzarsi, la gente si fa vedere per strada. Il centro città è piccolo, si può girare in pochi minuti. Non è brutto, ci sono tanti negozi, soprattutto di famose catene ma fondamentalmente non offre niente. Non avendo fatto colazione, l’idea è di mangiare qualcosa per poi andare allo stadio per stare in mezzo ai tifosi, visitare lo store ufficiale e infine tornare qui per seguire la partita in pub godendoci la festa. Siamo ancora rincoglioniti. Mangiamo da Croques, un locale simpatico gestito da sette o otto donne che ha i sandwich come specialità (3-4 £). Quello che prendo, quasi a caso, è delizioso. Nel pub di fronte, uno dei noti O’Neill’s, i tifosi fanno baldoria.

O'Neill's

Lo stadio non è lontano, serve però la macchina. Qui è tutto in fermento, il casino aumenta a vista d’occhio. Non sappiamo dove parcheggiare finché, per 5 £, affidiamo le chiavi ad un capetto di zona che ce la fa lasciare nel giardino di una casa privata. Tifosi, cori, danze e un maxischermo che ripropone tutti i gol della stagione ci danno il benvenuto. Arriva anche il pullman dei giocatori. Su una facciata dello stadio trovo stampato il geniale hashtag #fearless. In fila per entrare allo store butto un occhio verso lo schermo gigante: moltissimi gol del Leicester sono stati davvero spettacolari e tutti i giocatori hanno avuto in campo il proprio momento di gloria.

Gospel

Whatever changes, nothing changes.

Lo store è enorme. Le maglie ufficiali (55 £) sono finite, non ne avrei comprato comunque. Spendo però molto di più per un bicchiere commemorativo, una polo, una felpa, un mazzo di carte e un distintivo. Mi frego un portadocumenti. Questo dopo un’ora passata lì dentro. Quando usciamo, indossando entrambi le polo uguali, tutto intorno è strapieno di tifosi. Un gruppo gospel canta i cori della curva. Incrociamo dei romani, uno indossa la maglia autografata di Totti e la gente lo ferma per un selfie. I tifosi locali sono stupiti di tanta attenzione nei confronti della loro piccola squadra. Ranieri qui è un eroe.

Store

Il cielo si copre e presto arriva un acquazzone. Non possiamo ripararci e torniamo di fretta a prendere la macchina, io mi beccherò un bel raffreddore. Ritorniamo in King Street. Cerchiamo un pub ma sono tutti pieni e non fanno entrare più. Piove. Ritroviamo l’O’Neill’s e ci piazziamo di fronte l’uscita per cercare di entrare. Il ragazzo alla porta, cortese, non ci dà alcuna possibilità. Effettivamente dentro sembra non ci si possa muovere. Inizia la partita, un boato segue l’inquadratura di Ranieri in TV. Andrea Bocelli ha cantato prima del calcio d’inizio. Riesco a guardare, male, uno schermo all’interno. Al momento non abbiamo alternative ma dopo un quarto d’ora il ragazzo ci lascia entrare e chiude le porte. Ci eravamo comportati bene, a differenza di altri che hanno provato con prepotenza. Nel locale non si respira, l’atmosfera è incredibile. Impiego oltre venti minuti per prendere due birre al bancone. La partita naturalmente la seguiamo in piedi ed esultiamo per i tre gol del Leicester. Per la cronaca, Leicester – Everton 3-1, Vardy sbaglia pure un rigore. Mi frego il bicchiere della birra che ho bevuto, è un classico nei pub affollati. Grande festa quando usciamo ma è ancora presto, non sono nemmeno le otto. Torniamo in camera per riposare un po’.

Festa in strada

Usciamo di nuovo verso le dieci. In queste due orette la città è cambiata. Un gruppo di poliziotti, in King Street, portano via un ragazzo ubriaco senza torcergli un capello. Tutti i tifosi che erano allo stadio, dentro e fuori, ora sono riversati nel piccolo centro della città, è la fine del mondo. Non piove più, io non sto bene, il raffreddore mi limita. Dobbiamo mangiare, si sta facendo tardi e non troviamo posti che non offrino solo carne o hamburger. Passiamo davanti ad un ristorante che non avevo capito fosse italiano. Decido di entrare e mi stupisco che già all’ingresso mi parlano in italiano. Il personale è cortese, la sala piena, lo stile tipico nostrano. Mi pento subito di dover cenare all’estero in un posto che potrei trovare sotto casa, dove non mangerò niente di nuovo e pagherò tanto. Pazienza, l’ambiente non è male, anzi la gente non fa che intonare cori di vittoria con il tavolo accanto, come fossero in curva. Dall’esterno le voci e i clacson arrivano fino a noi, seduti in fondo alla sala. Il ristorante è il San Carlo, proprietari probabilmente del nord Italia. Ordiniamo antipasto di salumi, una parmigiana e due piatti di fagottini San Carlo, tutto molto gustoso, raramente in Italia ho mangiato meglio. Io però non vado mai al ristorante.

Sulle note di Volare:
Ranieri oh oh
Ranieri oh oh oh
He came from Italy
To guide the Leicester City

Oppure, sulle note di Yellow Submarine:
Dilly ding dilly dong
We’re all going on a european tour, european tour, european tour

Al tavolo accanto al nostro c’è un gruppo simpaticissimo che non smette di cantare. Lo riprendo con la fotocamera e così fa anche qualche cameriere, è uno spettacolo. Riconosco dall’accetto un cameriere siciliano, di Palermo, che alla fine ci offrirà un limoncello. Quando il gruppo a lato finisce di cenare, si avvicina a noi per due chiacchere. Sono sette uomini e una donna che ci ringraziano addirittura per essere partiti da Roma per andare a vedere la partita della loro squadra per giunta in un pub! Non hanno mai avuto come tifoseria tanta attenzione. Il tizio con la faccia più simpatica, con tratti molto inglesi, tale Mike Wood, mi dà il suo biglietto da visita: è un grosso imprenditore (ci diranno anche i suoi amici) che possiede dei riad a Marrakech, in Marocco (Marrakech Riads) e ci invita come suoi ospiti. Siamo sicuri che non ci sta prendendo in giro. Poco dopo ci salutiamo, li vedremo cantare e ballare per strada insieme a migliaia di altre persone là fuori. E’ sabato sera inoltre. La gente è impazzita, gli ubriachi sono ovunque, l’alcool scorre, eppure nessuno fa danni né alle cose né agli altri. La polizia controlla, festeggiando in assoluta libertà. Le ragazze girano con abiti leggeri e scarpe aperte… non fa freddo ma nemmeno così caldo: questo è uno degli aspetti che spesso noi italiani notiamo da queste parti. I marciapiedi sono un tappeto di rifiuti, cioè si cammina proprio sui rifiuti, è impossibile scartarli. Restiamo in giro passeggiando fino a tarda notte, sobri e allegri.

Ritorno da Londra (forse)

Giorno 2 notte

Macché letto! Il rientro in auto è stato un’odissea. Recuperata la macchina a Watford, ci siamo incamminati ma abbiamo trovato chiuso l’ingresso della M1 per lavori. I nostri due cellulari erano uno scarico per le troppe fotografie scattate e l’altro inutile con il navigatore offline che non dava alternative al percorso. Ho pure sbagliato strada prendendo la M1 in senso opposto, praticamente tornando verso Londra. A questo punto sarebbe bastato trovare un’uscita per fare inversione di marcia e prendere l’altra carreggiata. Ci abbiamo provato, peccato che dopo oltre dieci chilometri inutili siamo tornati all’unico svincolo disponibile: quello chiuso per lavori!

Senza nemmeno una cartina, abbiamo imboccato la sola strada che andasse verso nord. Ci siamo però accorti che si discostava parecchio dalla M1. Andava verso nord ma anche più verso ovest, direzione Aylesbury (sul mio diario, a matita, ho fatto un disegnino per dare l’idea del dramma, qua posso usare Google Maps):

Aylesbury

Da Aylesbury, fuori dal mondo, abbiamo seguito le indicazioni e dopo un’infinità di chilometri ci siamo ritrovati sulla M1. Mancava però ancora un’ora di strada almeno per Leicester. Ho sfidato il sonno, eravamo davvero stanchissimi, mi sono anche fermato due minuti per riprendermi.

Risultato: a letto alle quattro, morti.

#Fearless è l’hashtag che il Leicester ha fatto suo da quando a iniziato a credere che poteva vincere in campionato. Quella sera anche noi lo abbiamo usato quando abbiamo iniziato a credere che saremmo finalmente tornati a Leicester.

Ritorno a Londra

Giorno 2

Decido di svegliarmi presto per sfruttare la colazione in albergo e non perdere troppo tempo per arrivare a Londra. Sveglio il mio amico. Lui di norma russa come un trattore acceso ma il cerotto sul naso ha funzionato e io, che avevo pure i tappi alle orecchie, ho potuto dormire bene.

Colazione full english: toast, uova, bacon, wurstel, pomodoro, fagioli, caffè e succo d’arancia. tutto buono. Almeno di questo non possiamo lamentarci. Due bambini di cinque o sei anni fanno casino, sono piuttosto maleducati, sporcano, fanno cadere gli oggetti per terra, salgono sui tavoli della piccola sala da pranzo. La mamma, enorme, non dice nulla. Uno dei due, il maschio, cerca addirittura di rubare il cibo dal piatto del mio amico. La donna cannone, a fatica, lo richiama. Torniamo in camera, saranno le 8.30, resto in bagno un tempo infinito e mi godo una doccia rilassante, di quelle con la pressione fortissima. Il mio coinquilino, che nel frattempo si era rimesso a dormire, fa lo stesso quando arriva il suo turno. Una volta pronti, montiamo in auto e percorriamo la M1, direzione Londra. Prendo confidenza con il volante a destra, bella macchina.

Impieghiamo quasi due ore per arrivare a Watford, dove parcheggiamo l’auto (4,20 £) per spostarci in metro. Scegliamo la card giornaliera (circa 13 £), decisamente “conveniente” in confronto al biglietto per una corsa singola (più di 7 £). Siamo a Londra! Torno qui dopo parecchi anni e sono piuttosto euforico. Cambiamo qualche treno per scendere a Camden, sempre fantastica. Camminiamo parecchio e in due penso che avremo scattato trecento foto. Nei pressi di Camden Lock veniamo inondati da odori, colori e sapori di tutto il mondo. Ci fermiamo a mangiare fish and chips in un locale su un piano rialzato con terrazza/passeggiata sul mercatino sottostante. Bevo una pinta di birra Camden Pale Ale, ottima (5,40 £). Restiamo praticamente tutto il pomeriggio a goderci Camden Town. Cerco, come mio solito, qualche vinile ma non mi va di spendere troppo e qui i prezzi partono tutti da 12 £, troppo per i miei gusti. Ci divertiamo a visitare il bazar “sotterraneo”, ci incuriosiamo per abiti vintage e per i cibi che non finiremmo mai di assaggiare. Due robot giganti ai lati di un ingresso mi ricordano che quello è Cyberdog, famosissimo negozio di moda futuristica che all’interno sembra una discoteca o il set di un film di fantascienza, con luci stroboscopiche e fluorescenti, musica elettronica e tanti oggetti particolari. Non è il mio genere ma mi fa piacere ritornarci per una visita. Comincio ad avvertire un po’ di stanchezza nelle gambe.

Verso le 18.30 ci digiriamo a Covent Garden. Non ricordavo di esserci stato , invece riconosco subito il posto. L’ultima volta, nel 2005, ero arrivato qui la sera tardi, non c’era gente in giro e le bancarelle del mercato avevano chiuso. Stavolta è diverso, c’è casino ad ogni angolo. Ci fermiamo a guardare l’esibizione di un Chaplin da strada, tenero, a cui darei ben più della sterlina che lancio nel suo cappello. In un pub, prendo una Guinness che mi servono fredda, si vede che non è birra inglese. Chiaccheriamo, è stata una giornata gradevole. Decidiamo di andare a mangiare presto per non ripartire di notte, dato che dobbiamo ancora andare a prendere l’auto e poi farci due ore di strada per tornare a Leicester. Il Masala Zone è un ristorante indiano poco distante, curato, cibo ottimo. Ordino “undhiyo & lentil khichdi”, un piatto vegetariano fa-vo-lo-so accompagnato da pane al formaggio. Non so descriverlo. Si tratta di due ciotole, una di riso e lenticchie con tante spezie e una, ancora più buona, con spezzatino di verdure e salse delle quali non so dire nulla se non che fossero eccezionali. C’è il wi-fi, mando un paio di messaggi ai miei e a lei, non mi risponde nessuno. In un altro locale prendiamo due caffè (5 £!), poi la metro. A King’s Crossing aspettiamo inutilmente il treno per Watford. Io avrei aspettato fino all’indomani, il mio amico invece, più saggiamente, scopre che a quell’ora l’ultimo treno è già passato, dobbiamo andare a prenderlo a Baker Street. Così facciamo.

Mentre scrivo è quasi mezzanotte, arriveremo a Leicester non prima delle due. Sono stanco e contento per la giornata intensa. Abbiamo fatto bene a scegliere Londra e, ancor meglio, ad andare a Camden. Ho scattato un po’ di foto, forse ho speso troppo ma va bene. Scambio qualche messaggio con lei finché scompare, si sarà addormentata. Non vedo l’ora di stare a letto.

La prima sera a Leicester

Giorno 1

Del perché ho scritto qui. Così, io e un caro amico, decidiamo di andare. Partiamo da Ciampino, la sera, volo economico, come sempre nel mio caso. Viaggio tranquillo, siamo stanchi dopo una giornata di lavoro, dormo e non leggo, tra le nuvole.

L’aeroporto delle East Midlands fa da scalo per le città di Leicester, Nottingham e Derby ma è piuttosto piccolo. Andiamo a ritirare l’auto. Il tizio dell’autonoleggio è molto simpatico, differente dal tipico inglese che mi sarei aspettato. Prese le chiavi, non riusciamo a trovare l’auto nel parcheggio. E’ una Opel Corsa, nera, grintosa e accessoriata. Volante a destra, guiderò a sinistra in strada! Sarà la prima volta, in Scozia e in Irlanda né a Londra avevo mai provato. Mi metto a mio agio, non sembra difficile. Arriviamo a Leicester in mezz’ora, è tardi, c’è poca gente in giro e tutti i (pochi) locali sono chiusi. La prima impressione sulla città non è molto positiva.

Il Croft Hotel, dove dormiremo, non è lontano dal centro. E’ un piccolo edificio in stile vittoriano che abbiamo scelto proprio per l’aspetto. Ma anche per il prezzo stracciato. Capiamo subito il perché. La camera si presenta come peggio non avrebbe potuto: odore di chiuso, ragnatela stile horror subito dietro la porta con ragno annesso comodamente bivaccato sul soffitto, altro ragnetto alla finestra e soprattutto… lumaconi in bagno! Non sono impressionato, il mio amico sì. I letti sono puliti, il resto del mobilio lascia a desiderare. Comunque ci adattiamo. Si tratta dell’unica stanza doppia con il bagno privato, preferiamo non sperimentare altro. Oltretutto siamo distrutti. Eppure, oltre alla facciata, la reception prometteva bene. Lascerò su Booking una recensione pessima.

Usciamo per mangiare. Non troviamo posti aperti e optiamo per una specie di kebabbaro dove mangio un hamburger vegetariano con patatine (3,80 £). Squisito, sarà stata la fame. Non abbiamo voglia di girare, del resto siamo appena arrivati. Rivaluto un po’ la città, mi accorgo di qualche pub interessante e di tanti negozi che espongono le bandiere e i colori della squadra che ha appena vinto il campionato. Sono le due, ora locale, quando torniamo in stanza. Crollo. Non sappiamo a che ora ci sveglieremo ma sappiamo che domani, venerdì, faremo una gita a Londra.

La favola Leicester

Avevo un appuntamento con la storia ma sapevo di essere in netto anticipo e, fino allo scorso lunedì, temevo addirittura che la storia potesse non presentarsi. Poi un gol ha riacceso il mio entusiasmo e ora sono pressoché certo che un’incredibile pagina di sport verrà scritta e celebrata per sempre. Avevo prenotato per il 7 maggio, in realtà già tra qualche ora potrebbe arrivare quella che ormai non è più una sorpresa ma solo attesa.

Sì, sto parlando di calcio. Quel calcio malato, milionario, ignorante, a volte violento, a tratti antisportivo, guidato ormai da interessi astronomici che non guardano più ai valori e puntano soltanto ai soldi e al potere. Il lato marcio esiste, senza dubbio. Eppure si tratta dello stesso calcio che un bambino, in qualsiasi Paese del mondo, dà ad un pallone quando vuole giocare, divertirsi e sognare: allora il marcio scompare, resta la magia di un dribbling, di uno scatto, di un gol che chiunque abbia provato a realizzare almeno una volta nella vita sa quanta gioia possa portare.

Non mi definirei un appassionato. E’ uno sport che seguo come altri, meno del tennis o del nuoto, più della pallavolo o del ciclismo. Tifo per la mia squadra del cuore, senza però guardarne più tutte le partite, mi faccio attrarre – lo riconosco – da e dalla Roma e soprattutto mi esalto per il Barcellona, specie quando decide di smettere di giocare a calcio e iniziare un altro sport, molto simile, che non ha ancora un nome. Adesso però sto parlando del Leicester, una squadretta del campionato inglese che si trova ad un passo dal realizzare un’impresa, cioè vincerlo, quel campionato. Potrebbe essere domani a Manchester o la settimana prossima nello stadio di casa. Ormai ne scrivono da mesi in tutta Europa e in mezzo pianeta e io non sono in grado di aggiungere nuove parole a tutto quello che è già stato raccontato. Altri lo faranno ancora e ancora, sui giornali, in TV, nei libri, persino al cinema si vocifera. Una squadra che fino a due stagioni fa e per dieci anni ha militato in “serie B” (la Football League Championship in Inghilterra), che si affaccia dietro le più forti e titolate mirando alla salvezza, che le supera e arriva a maggio in testa alla Premier League, il campionato oggi più bello e difficile, è un’idea di calcio più vicina alla favola del bambino col pallone che al marcio degli interessi milionari.

Per carità, si tratta pur sempre di giocatori ricchi e adesso famosi, anche se molti erano dilettanti poco tempo addietro e uno, tale Jamie Vardy, oggi punta della nazionale inglese, era un operaio che lavorava in fabbrica. Ma è ciò che sta accadendo, nella sua semplicità, a meritare gli applausi, perché affascinante come la sceneggiatura di un film.

Penso all’Africa, ai ragazzi dei villaggi dove mi lavoro, a cui basta una radura, qualche tronco di legno per fare le porte, una palla ed è subito partita.

Calcio_Ziga

In Burkina Faso lottano in un campionato ben più difficile, dove avversari come povertà, fame, malattie, ignoranza vincono da sempre. Un gol lo abbiamo segnato quando gli abbiamo portato le maglie e tanti altri, sono certo, ne faremo. Perché vogliamo vincere. Questa però è un’altra storia. Mi è venuta in mente perché, al di là del mio rapporto col calcio, quei Davide che vincono contro dieci Golia, gli invisibili che dal nulla riescono ad emergere per meriti propri, i piccoli privi di considerazione che diventano giganti sono esempi da seguire, non per forza da imitare ma sicuramente ad ammirare, magari solo per un breve momento. Quella del Leicester potrebbe essere la favola di qualsiasi altro sport o anche di un qualsiasi altro contesto, magari lo sarà un giorno per i ragazzi del Burkina Faso, mi avrebbe catturato comunque.

Io non appartengo a questa storia, non ne sarò il protagonista, tutt’altro. Figurerò al massimo tra le numerose comparse che tra qualche giorno si aggireranno per le strade della sinora sconosciuta cittadina di Leicester per festeggiare la vittoria. Un successo che va al di là del calcio, oltre lo sport, ai limiti della fantasia. Un appuntamento con la storia che ho prenotato in anticipo, certo però che lei sia vicina, stia arrivando e difficilmente rinuncerebbe a partecipare alla sua festa. Ne potrò scrivere nel diario e me ne ricorderò per il resto della mia vita comune, sempre che i litri di birra ad attendermi nei pub brulicanti di tifosi me lo permettano.