Casa dolce casa

Ne avevo già scritto una volta (qui: Quella cosa del vivere da soli che non mi riesce tanto bene) e spesso affronto l’argomento con diversi spunti quando parlo delle mie abitudini. Pensavo di aver esaurito i quesiti, di aver trovato risposte esaustive e invece no, tra le mura domestiche non si finisce mai di imparare. Mi aiuta l’avere una mamma, fonte inesauribile di insegnamenti, e il confrontarmi quotidianamente con un manipolo di agguerrite colleghe d’ufficio che parlano più di casa e famiglia che di lavoro.

Dunque. La rivelazione dell’anno riguarda la lavatrice. Sono lontani i tempi in cui infilavo qualsiasi cosa nel cestello senza distinzione di colore, sempre con lo stesso lavaggio e utilizzando litri di detersivo e ammorbidente in un unico prodotto. Oggi mi sento un professionista, i panni profumano, cosa che prima non succedeva. Lavaggi mirati, temperature variabili, tessuti separati, detersivi diversi, ammorbidenti in giusta quantità e persino il foglietto acchiappacolore hanno cambiato il mio modo di vestire. Ignoravo un particolare, ossia che la lavatrice necessitasse di manutenzione. Non ho dimenticato l’idraulico della pubblicità con una specie di diapason gigante ricoperto di calcare ma non l’ho mai preso sul serio finché le commari-colleghe non ne hanno parlato. Così ho scovato al supermercato un reparto sinora ignoto, pieno di prodotti anticalcare che ho comprato alla cieca e che inizierò ad usare quando capirò come. La rivelazione però riguarda il filtro. La lavatrice ha un filtro! Facile da svitare e posizionato davanti in modo che pure gli impediti possano ripulirlo. Ebbene, venuto a sapere della sua esistenza, l’ho smontato e pulito per la prima volta in sei anni. Inutile specificare in che condizioni fosse. Pare abbia funzionato, tra monetine, spillette, carta e e calcare ho scrostato un chilo di detriti. Posso usarlo per altri sei anni.

Anche la lavastoviglie, che in passato adoperavo pochissimo credendo erroneamente fosse più semplice il lavaggio a mano, ha dimostrato di aver bisogno di attenzioni. L’ho capito quando mi sono ritrovato due pentole con uno strano alone bianco intorno e alcune posate con piccole macchioline simili alla ruggine. Ho interpellato le commari e ho appreso che il brillantante serve, altroché se serve. Le pastiglie che dicono di averlo incorporato nella pallina rossa forse non ce l’hanno o ce l’hanno e non funziona, non lo so. So però che adesso lo utilizzo e l’alone è scomparso. Il sale lo usavo già. Ho conosciuto anche un liquido miracoloso che agisce con un lavaggio a vuoto – pare sia sufficiente una volta ogni sei mesi – senza bisogno di essere versato in qualche vaschetta: va messo dentro proprio il flacone, l’apposito tappo di cera si squaglia, libera l’acqua santa e il miracolo è servito.

Il forno. Non è come la lavatrice e la lavastoviglie che si muovono con i loro complessi interiori, fanno casino e si sporcano. Eppure si sporca. Cioè, io metto dentro una teglia o una pirofila (da notare che so cos’è una pirofila) e stanno ferme, immobili e solo loro dovrebbero sporcarsi perché contengono il cibo, perché le pareti del forno? Mica ci ho messo i popcorn. Sono stato costretto a pulire pure il forno e, porca miseria, non esiste alcun liquido miracoloso che agisce da solo da buttare dentro con un’infornata a vuoto. Qua, ahimè, bisogna strofinare, è un duro lavoro. Lo dirò alla donna delle pulizie.

Veniamo alla polvere. Sembra il titolo di un romanzo impegnato, è invece solo una rogna superficiale, molto superficiale. Da accumulatore seriale quale sono, del genere che potrei partecipare a “Sepolti in casa”, la polvere si accumula ovunque. La signora delle pulizie (anche questo sembra il titolo di un romanzo) è brava e fa davvero il massimo, in casa la polvere non esiste. Ma io so che esiste e la vado a cercare e la trovo giustamente nei luoghi meno abitati che poi sono solo uno: la microscopica stanza degli ospiti. Più che gli ospiti, lì trovano spazio libri, documenti, raccoglitori, omini Lego, robot, pupazzi, macchinine, scatole e scatoloni, souvenir dal mondo, oggetti di ogni tipo che non meritano di finire in soffitta perché la soffitta, così come la cantina, è il dimenticatoio e quella roba io voglio invece tenerla viva. A fare la polvere. Per mantenere la stanza a lucido ci vorrebbero più signore delle pulizie impegnate ogni giorno, mentre la mia può venire a casa solo per due ore a settimana e non posso chiederle di spostare, spolverare e rimettere a posto libri e giocattolini. E’ un dilemma a cui non trovo soluzione. Se la vedranno gli ospiti.

In cucina ho qualche difficoltà. Non sono un grande cuoco, cioè non sono proprio un cuoco… OK, non so cucinare. Ho comunque fatto passi da gigante e diciamo che qualcosa riesco a preparare se ho voglia. Ammiro quelli che, quando non hanno fatto la spesa, si arrangiano. Trovano – sempre casualmente poi – una melanzana, due pomodori e due uova e si inventano un piatto delizioso. A parte il fatto che io non trovo mai nulla (a casa mia, o c’è tutto o non c’è niente), il massimo dell’improvvisazione per me è un’insalata o una poltiglia fritta o infornata. Chissà se le uova al forno sporcano. Al di là di questo, il problema vero consiste in tutta quella roba che butto perché me la dimentico, perché scade. E non di poco, se è scaduta da qualche giorno la mangio lo stesso: se è scaduta da un mese, ci penso. Le uova scadute dall’estate scorsa però non mi porteranno sicuramente ad un piatto delizioso. Mentre scrivo mi domando se il vino nelle bottiglie che conservo da anni non sia diventato aceto. E’ che non sono proprio organizzato e non sono creativo tra i fornelli, altrimenti potrei improvvisare e non avanzerebbe mai nulla. Lavorando tutto il giorno e cenando solitamente alle undici di sera, mi sembra difficile che io impari come si deve. Siano lodati i surgelati.

Ultimo argomento, fino a nuove riflessioni sul tema, è il giardino. Non posso dire di avere un giardino. C’è uno spiazzo, per giunta abusivo, davanti il portone di casa con un vialetto di mattonelle e l’erba intorno. L’erba maledetta è una forza della natura, basta un giorno di pioggia che cresce di mezzo metro. In primavera percorro il vialetto col machete. E’ uno spazio delimitato da una recinzione ma, non essendo mio, non posso né gettargli sopra una colata di cemento né farci un vero giardino. La terra poi non è di quelle in cui ci si possono mettere le piante belle, è terra di strada. Avessi una turf house, la casa islandese con la torba sul tetto, ci vivrei pure bene. Io però intorno non ho le cascate e le colline verdi, ho l’asfalto e le automobili. Il vicino di casa, la cui erba è migliore per definizione, si è fatto un prato all’inglese con il rampicante che cresce lungo la rete di recinzione. Anche il suo giardinetto è abusivo ma lui lo cura con un tosaerba che è la mia salvezza. Nemmeno me lo presta: quando taglia il suo prato viene direttamente a tagliare il mio. Giuro che non gli ho mai chiesto nulla, forse gli faccio pena o, più verosimilmente, non vuole abitare accanto a Tarzan. Non mi avverte: esco una mattina attraversando la giungla e torno la sera camminando sul centrale di Wimbledon. Si chiama Alessandro come me ed è l’unico vicino che mi dà confidenza, gli altri credo di non averli mai visti e non ho mai incontrato sua moglie. In qualche modo devo ringraziarlo. Magari gli regalo una pianta finta oppure una bottiglia di aceto di quelle che ho in casa.

Non escludo nel prossimo futuro ulteriori capitoli sulle mia disavventure casalinghe, chissà, potrebbe perfino capitare che mi sposi.

Di vuoti da riempire e altre sciocchezze

Amo la pizza, persino surgelata in caso di emergenza. Adoro i formaggi che, a differenza del latte, cerco di evitare. Sempre che non si tratti della mozzarella di bufala, per la quale potrei morire. E così per il salame, la mortadella, la bresaola. Il salmone. Il pesce, tutto. Le patatine fritte. Le arancine, al femminile. Il pane, quello vero. La Nutella e il cioccolato in qualsiasi forma. Il gelato. E le banane, le fragole e un po’ tutta la frutta secca. Mi piace il vino, la birra di più. Motivo per cui raccolgo bicchieri, in vetro, con un marchio, un marchio qualsiasi, compresi quelli che fungono da souvenir, ne compro uno per ogni città che visito. Ne ho duecento, di bicchieri, sulle mensole della cucina. Cucina che è pure soggiorno, salone, living room, dormitorio e che per questo ospita anche il giradischi e i vinili. Adoro i vinili, che al momento sono oltre un centinaio, destinati ad aumentare. Come i fumetti, che ho scoperto da poco e che continuo a cercare, online e nei mercatini dell’usato, albi soprattutto. E, beh, i libri e dicendo “libri” non ho bisogno di aggiungere altro: la casa ne è piena a tal punto che ho adottato il Kindle e gli ebook, anche se la carta resta la carta. Vale lo stesso per le fotografie: migliaia in digitale ma centinaia in formato cartaceo, che non smetto di stampare, raccogliere e attaccare al muro della camera piccola che già scoppia di libri. Di libri e di agende, quadernetti, blocchetti che non posso non riempire di parole che sembrano non avere senso, mentre invece servono proprio a riempire. I vuoti. Che ho dentro e che colmo in quella stessa stanza persino con i giocattoli. Mi piacciono i giocattoli, quelli da collezionisti principalmente. Action figures, sorprese Kinder, pupazzetti, omini, omini Lego e Lego interi, tanti Lego che rubo pure a mio nipote ma dopo avergli fatto un regalo. E a chi non piacciono i regali? A me tantissimo e, se posso, me ne faccio uno, piccolo, quando ogni mese arriva lo stipendio, scegliendo tra un fumetto o un vinile. O una piantina, grassa che è più facile da accudire. Sono diventate tante adesso e crescono solo di sguardi, non ho bisogno di parlargli. Occupano il ripiano in balcone e mi gratificano perché rappresentano ciò che riesco a curare con amore. Come lei e tutto il resto.

Quell’essere un po’ bambini

Avevo circa quindici anni e abitavo in un condominio enorme. La famiglia del piano di sotto era formata da un papà, una mamma e cinque figli maschi con cui non sono mai andato d’accordo, anche se qualche scambio di giocattoli, pacificamente e dopo lunghe contrattazioni, lo abbiamo portato a termine. Ricordo ancora una sera in cui ho cenato a casa loro. Al di là del disagio estremo, per il quale tuttora mi domando il perché, la cosa che più mi aveva colpito era stata la televisione e i cartoni animati che tutti insieme guardavano appassionatamente. A casa mia, a pranzo come a cena, non c’era scelta, si guardava il telegiornale ed è così anche oggi che sono andato via e che il telegiornale fa meno informazione di Zelig.

La scoperta che in qualche parte del mondo degli adulti potessero guardare i cartoni animati e ridere come i bambini mi avrebbe segnato. C’è da dire, senza voler fare il finto intellettuale, che in quella famiglia non è che regnasse la conoscenza: il padre era un pescatore che non era mai andato a scuola e i due figli più grandi avevano già lasciato la scuola per lavorare con lui. Gli altri avrebbero fatto altrettanto. Il massimo della cultura era il giornale con cui incartavano il pesce. Quei cartoni oltretutto non erano i nostri Simpson o Griffin di oggi che puntano ad un pubblico adulto, erano decisamente per bambini, quindi teoricamente ridicoli per un padre di famiglia ultra quarantenne.

Oggi capisco meglio quel contesto. Forse quando avrò quarant’anni e cinque figli lo capirò del tutto. Ma adesso, anche se il confronto è improponibile, mi rendo conto di quanto certi aspetti quali il gioco e, in generale, l’essere un po’ bambini siano importanti in età matura. Il che non vuol dire essere infantili o restare “eterni Peter Pan” (per utilizzare un’espressione che ha ormai rotto le palle), significa anzi crescere mantenendo un equilibrio tra quello che siamo e quello che eravamo. In questo io probabilmente esagero.

Mi piacciono i Lego, per esempio. Non ci gioco, ma solo perché non ne sono capace, non ho l’apertura mentale necessaria a costruire mondi che, per dire, mio nipote realizza dal nulla. Tuttavia colleziono omini e ogni tanto mi diverto a smontarli e rimontarli cambiandogli testoline, gambette e braccia per creare personaggi sempre nuovi. Ora ne ho tanti, mi sto evolvendo e ho bisogno di costruire delle strutture in cui accoglierli. Ho scoperto che il sito Lego spedisce gratuitamente i pezzi che si dichiara di aver smarrito, senza necessità di dimostrare l’acquisto. Gli mando una richiesta a settimana e ricevo puntualmente i pezzi che desidero. Fantastico. Un bambino non ci sarebbe arrivato, un adulto un po’ bambino sì.

Mi piacciono i giocattoli antichi, molto antichi o anche quelli della mia infanzia che non si trovano più in giro. Se avessi soldi, ne spenderei a palate per avere a casa quelli che ho desiderato da piccolo o che ho avuto e ho perso. Avevo una collezione enorme di puffi. Erano di gomma, di gran lunga migliori di quelli che si trovano oggi in commercio. Sono scomparsi. Nemmeno mia madre sa che fine abbiano potuto fare, forse sono scappati. Non so che darei per ritrovarli tutti. Senza parlare di quei giocattoli tipo Big Jim o He-Man o BraveStarr (chi se lo ricorda BraveStarr? Solo io!) con varietà di costumi, equipaggiamento e accessori. Qualcuno di loro potrebbe aver rapito i puffi.

Mi piacciono i fumetti e i manga. E i cartoni animati. Sì, come il papà pescatore ultra quarantenne che abitava sotto casa mia. Tranne rari casi, tipo la serie di Evangelion qualche anni fa o il nuovo Lupin di questi giorni, non sono in grado di appassionarmi e seguirli, se non per semplice curiosità. I fumetti e i manga invece sono conseguenza dei miei viaggi in Giappone. Prima di allora conoscevo solo Dylan Dog, di cui conservo una discreta collezione, poi mi si è aperto un mondo. Oggi mi informo e li cerco tanto sulle bancarelle quanto sul web esattamente come faccio da sempre con i libri. E a volte li compro.

Mi piacciono le action figure. “Mi piacciono” è riduttivo, diciamo che mi fanno perdere la testa. Come la mia ragazza. OK, quasi come la mia ragazza, ma rende l’idea. Proprio in Giappone ho trovato dei veri e propri gioielli, tipo Polimar, Lupin, Ken Shiro o anche Mazinga o l’Eva 01, che ora fanno bella figura su una mensola a casa.

Sì, esagero, dovrei pensare a cose più serie e adatte alla mia età. Ma io ci penso, anche troppo. Rifugiarsi nel bambino che è in noi può essere un bisogno. Oltremodo è proprio questo mio aspetto, unito alla fantasia, alla voglia di giocare, al non prendersi mai troppo sul serio che mi ha permesso di costruire un rapporto unico con mio nipote, il grande (il piccolo è ancora piccolissimo). Abbiamo fatto tante cose insieme e spesso da soli: il suo primo viaggio all’estero, Monaco, Legoland e recentemente Gardaland, poi cinema, mare, parchi acquatici, McDonald’s e in tutte le occasioni ci siamo divertiti parecchio. E’ grazie a lui se sono cresciuto e se oggi sono un bambino migliore.