Tre settimane

Annunci

Come le ciliegie

Il dolore è forte. Sono arrabbiato e deluso, è evidente. Mi sto ritrovando anche, è meno evidente ma lo percepisco ogni sera prima di addormentarmi sul divano. La strada è quella giusta, le motivazioni non mancano, la confusione regna sovrana. Qualsiasi sia il fine che potrei raggiungere, qualsiasi sia l’obiettivo in un senso o nell’altro, sono sicuro di cosa sto facendo. Lotto ogni giorno contro i miei fantasmi e ogni giorno, in un modo o nell’altro, lei c’è. E’ ovunque. Quando la amo, quando vorrei odiarla, quando mi pensa. Perché so che mi pensa. Non so se mi legge. Se ha scelto di non scegliere dovrei sparire, mi ha messo di fronte ad una realtà intollerabile che solo lei può cambiare e mi auguro che lo faccia a prescindere da me, per il suo bene. Così come stanno le cose non sarà mai davvero felice. Io ho fatto l’impossibile per darle quelle sicurezze di cui aveva bisogno, per vincere le paure e annullare le distanze, lo sanno tutti coloro che conoscono questa storia fino in fondo e, soprattutto, lo ha visto lei. Non posso cercarla, vorrei ma non posso. Non saprei nemmeno che dirle. Non otterrei niente di diverso ora delle solite vane risposte in cui due certezze si scontrano continuamente: una è che mi ama, l’altra è che resta bloccata. Qualcosa deve cambiare per forza, capirà lei cosa. Lo capirà senza dubbio.

Io, scrivendo, mi sfogo. Che sia per rabbia o per sentimento, per ricordo o per speranza, io scrivo. Lo faccio qui e sulle mie agende. E’ un modo per aiutarmi e funziona, ha sempre funzionato. Il blog è nato proprio per questo, ci sono post del 2004 e degli anni successivi in cui parlo dell’altra relazione lunga e importante della mia vita, finita anch’essa. Tra le due storie non c’è paragone. Quella era la prima, questa è l’unica. Scrivo per me, a volte immaginando di parlare con lei, mi ci rivolgo persino in prima persona e non ha importanza se le mie parole arrivano, conta che le abbia buttate fuori e fissate da qualche parte. Per non dimenticare.

Io scrivo, io mi sfogo, io conosco i dettagli. Nessuno, e dico nessuno tranne lei forse, può aggiungere una parola. Ascolto chiunque, soprattutto le amiche sparse per l’Italia che mi sostengono e che mi seguono senza mollarmi un attimo: da Vigevano a Roma, da Marsala a Pisa, da Palermo a Firenze… grazie per tutto ciò che state facendo. Ascolto le critiche, la rabbia di chi mi vuole bene e che mi vorrebbe vedere reagire. Ascolto gli sconosciuti, li cerco anche, i contatti del blog o dei social che in qualche modo esprimono la loro vicinanza e con cui mi confronto. Tuttavia, non tollero e mai permetterò che qualcuno, chiunque esso sia, si azzardi ad esprimere un giudizio su di lei. Solo io posso. Giudicarla, accusarla, criticarla, schifarla se necessario, non deve osare nessuno o lo disintegro. Me lo mangio, amico o conoscente che sia. Perché lei adesso sarà pure un’altra, starà cambiando, starà perdendo quella purezza che aveva a causa dell’incapacità di muoversi e di portare la bicicletta ma il sentimento prepotente che abbiamo vissuto e che vive ancora, sia pure in uno spazio e un tempo non definiti, va protetto. Come le ciliegie che adora, dalle avversità. E io lo farò per sempre.

Hai voluto la bicicletta

Ero a Lucca quella domenica, gironzolavo per un mercatino dell’antiquariato. La sera prima, dopo uno dei pomeriggi peggiori da quando ti conosco e a cui comunque avrei dovuto essere abituato visti i precedenti, ti avevo mandato la mia ultima serie di messaggi, nervosi, rassegnati e ancora carichi di affetto, chiusi da un “addio amore”, perché così fino al sabato ci eravamo chiamati. Mi hai risposto alle quattro di notte, eri meno tesa, si capiva quanto stessi male. E non per l’addio. Non sapevi cosa fare e lo hai chiesto a me. “Come faccio adesso?” hai proprio scritto. E non parlavi solo di noi ma di un percorso che stavi seguendo e che non poteva portarti lontano.

In una bancarella africana ho comprato una statuetta di osso. Me la porto ancora dietro, per non dimenticarmi di quei momenti in cui mi hai scritto parole terribili, tra l’altro poche ore dopo avermene dette di meravigliose. Non ho mai creduto in niente se non alle tue promesse, per due lunghissimi anni. Due anni, cazzo. Due anni pieni di speranze e illusioni, bugie, segreti, pensieri magici e indimenticabili e altri ignobili. Tu sai quanti sono due anni? Non sei stata certamente bene nemmeno tu, eppure hai mai pensato di avere delle responsabilità, una morale, una forma di rispetto verso chi ti amava tanto? Sarebbe bastato tirar fuori la verità e lasciare agli altri la libertà di affrontarla. In questa storia, e sfido chiunque a sostenere il contrario, io non ho mai mentito. A nessuno. A te soprattutto ho raccontato ogni cosa. Ti ho scritto una mail ogni giorno per tutta l’estate per dirti come stavo e cosa provavo e questo nonostante ci sentissimo assiduamente dal buongiorno alla buonanotte. Ci sono stato ogni volta che ne hai avuto bisogno, quando hai perso qualcosa di caro, quando mi hai obbligato o mi sono sentito in dovere di negare, stare zitto, sopportare quello che accadeva nonostante le evidenze, per pararti il culo. Ti ho sempre dato fiducia, senza mai arretrare di un millimetro. Ci speravo, ci credevo, io che mi vanto di essere ateo. Adesso credo solo in ciò che quella statuetta mi ricorda, ossia i fatti.

Siamo stati vicinissimi pochi giorni fa. Avevo provato a chiudere questa storia ad agosto, poi a dicembre, poi a fine gennaio. Ogni volta ti sei giocata una carta in più: prima riprendendo a dire con forza “ti amo”, sembrava non ne fossi più capace; dopo assicurandomi che saresti tornata, quasi con rabbia; l’ultima volta invece me lo hai detto negli occhi mentre piangevo, prendendomi la mano e dandomi un bacio. “Fidati, lasciami fare”, hai detto, non l’ho sognato. E quei messaggi, così potenti, così costanti. Sembra passata un’era, sono di due settimane fa. Scrivevi di un amore infinito, mai stato in discussione. E allora? Che scelta dovevi fare? Dovevamo solo riprovarci, mica sposarci. Anche se, che ti avrei voluto sposare, te lo avevo confidato. Chissà se mi hai creduto. Non hai un marito da lasciare né figli da trascurare e sai chi sono, cosa avrei potuto darti se solo mi avessi concesso una possibilità concreta. E’ stato impossibile alle condizioni che mi hai dettato e noi sappiamo quali erano. Ti sei presa una mano, un braccio e poi tutto il corpo. E non solo il mio. La paura e l’insicurezza, ma anche altro, ti hanno impedito di parlare con la verità, creando dei mostri che prima o poi, si sapeva, ti avrebbero sopraffatto. Sai che io non lo avrei mai permesso. Mi hai messo però con le spalle al muro, lanciandomi coltelli per giunta non da sola. Alcuni li ho schivati, finché sono diventati troppi e mi hanno trafitto facendomi un male cane. Sono stato costretto a reagire. Non potevo far finta di niente, non potevo ancora pararti il culo. Avresti dovuto essere tu a proteggere me e quel poco che avevamo e invece mi hai indicato come pazzo, esaltando le tue bugie e dandomi addosso perché sono venute fuori. E non a causa mia. Non faccio la vittima, lo sono. Di una situazione che ti è sfuggita di mano e di cui non posso far più parte. Sono cambiato tante volte e l’ultima perché mi hai portato all’esasperazione. Nonostante le tue incertezze e le pugnalate, ti ho seguito, rassicurandoti sempre, aggrappandomi ad un sms o uno squillo. Assurdo. Sei cambiata tu soprattutto. Eri un’anima sensibile, parlavi serenamente, ti facevi ascoltare sussurrando le parole, eri comprensiva e umile, disegnavi, leggevi, compravi libri, scrivevi sui post-it, scoprivi la musica nuova, ti stupiva il bello, andavi alle mostre, viaggiavi. Eri curiosa, imparavi, crescevi. Adesso… non so più chi sei adesso. Non so più chi ho amato. Ti ritrovo solo nelle tue foto, quelle che scatti personalmente, dove c’è il colore che da qualche parte hai ancora dentro; quelle che ti fanno gli altri, nonostante ti mostrino sempre bellissima, rivelano un’altra persona, un broncio, un sorriso forzato. I nervi sempre tesi, la perenne ansia di essere controllata, la gelosia insana, la crudezza delle parole, i blocchi sui maledetti social e sul telefono, le cazziate, la paure dietro ogni angolo, le bugie ripetute… sei quella che ha voluto la bicicletta e che ora, per quanto possa apparire sicuro e facile andarci, non riesci a guidare da lei, subendola, senza controllarla. Spero che non ti ci vada a schiantare. O forse sì, così capiresti. Ho rischiato di farmi trascinare in quella scia, stavo diventando come certi soggetti incazzosi, bugiardi, rozzi, sospettosi e possessivi. Sono stato vicino a perdere tutto quello che ti aveva fatto innamorare di me e che ora non ti serve più. E’ andata diversamente, come hai voluto tu. Forse mi hai salvato.

Io te lo auguro con tutto il cuore di essere felice. Sai che sono sincero. Fa rabbia, tanta, l’averti creduto. Sarei uscito dalla tua vita (certo, con dolore) se tu avessi parlato chiaro, adesso forse saremmo tranquilli. Invece sono scoppiato, ma non ho colpe. Mi hai fatto felice quando, un mese fa, mi hai chiesto perdono per ciò che mi avevi fatto. Me lo avevi scritto e poi me lo hai ripetuto tenendomi per mano, te lo ricordi? Vuol dire che avevi capito di aver sbagliato, è stato importantissimo. Non ero pazzo allora. Erano gli stessi giorni in cui mi hai detto di amarmi immensamente e, qualsiasi cosa sia accaduta quella domenica, il sentimento non può essersi spento. Non si è spento nemmeno per me, purtroppo. Ci sto mettendo l’acqua, ci vorrà tempo, ma sono cazzi miei, io posso scegliere solo questo. Tu invece puoi finalmente tornare a vivere come e con chi vuoi. I ricordi ci terranno uniti e, sono certo, i pensieri si incroceranno, forse anche adesso che indossi la coperta di pecora che ti ho regalato. O quando correrai con il mio GPS. O quando andrai a letto e sul comodino l’occhio cadrà sul libro de “La storia infinita”. Tu l’avevi chiamata così. Mi sembrava vero.

Hai preferito non scegliere, hai deciso di restare ferma e questa è una scelta. Non hai cambiato le cose. Ti sei tenuta la bicicletta. Potevi correre da sola o cercare di ricomprare una Vespa con me. Cosa hai adesso? Non lo so, non deve essere poco. Indubbiamente hai guadagnato una possibilità enorme, quella di non dover più mentire. Puoi davvero sentirti libera ora che non abbiamo più contatti. Sono sicuro però che mi pensi, lo sento. Perché lo faccio anche io, sempre. Troverai chi ti ama, forse lo hai già trovato. Ma quanto potrai stare accanto a chi non ami tu? Quanto potrà starci lui sapendo che io sarò sempre dentro di te? Sono io quello che ami, non hai mai voluto ammettere il contrario. Beh, nemmeno io. E non sono matto, per quanto tu possa incazzarti, lo sai bene. Per questo, se posso ancora permettermi di darti un pizzico di aiuto, tu che mi dicevi “come farei senza di te?”, magari rispondo alla tua ultima domanda, tanto tu tutta ‘sta roba mica la leggerai.

“Come faccio adesso?”

Finisci le mie tisane, inizia a svuotare il portafoglio e, se non hai già provveduto, butta via i fiori di San Valentino, libera la parete con i ricordi siciliani, prendi uno scatolone e mettici dentro tutte le cose mie che hai nella tua stanza, sono più numerose persino delle tue. Nascondilo nel garage. Quando avrai finito, dimenticati di me. Da dentro però. Resta leggera. E pedala.

Io no. Non tornerai, non ha più senso. Eppure sono sicurissimo che un giorno, fosse tra dieci anni, guardando Lo Hobbit o ascoltando gli Smashing Pumpkins, mi chiamerai per dirmi ciao.