Il castello di Otranto

Penso che chiunque abbia letto questo libro, perlomeno nell’edizione moderna, lo abbia fatto (me compreso) perché il romanzo è il precursore del genere gotico e ha ispirato tanti scrittori negli anni che, per fortuna, hanno lavorato meglio creando opere sicuramente più interessanti. Questa non è cattiva, incuriosisce, ha una trama discreta e qualche colpo di scena degno di nota. I dialoghi però sono troppo gonfiati, pieni di esclamazioni ed esasperati al punto da diventare pallosi. I personaggi sembrano caricature e l’ambientazione è inesistente, ogni episodio potrebbe essersi svolto a Disneyland per quanto se ne capisce. Sul Kindle non mi sono nemmeno accorto di essere arrivato all’ultima pagina, credevo ci fosse qualcos’altro dopo il finale frettoloso e invece niente. Forse è stato meglio così.

Horace Walpole – Il castello di Otranto

 

Il GGG

Qualche tempo fa ho conosciuto Roald Dahl attraverso una sua raccolta di racconti e, quando ne ho scritto dicendo che non ne avevo mai sentito parlare prima, alcuni amici sono rimasti stupiti, in particolare della mia infanzia tristissima e misera vissuta senza la lettura delle avventure del Grande Gigante Gentile. E così una cara amica, per il mio compleanno, ha pensato bene di regalarmi l’ebook per il Kindle. Era la prima volta che ricevevo un ebook in regalo: arriva via mail come una sorpresa e non va in spam. Chiaramente l’ho iniziato a leggere subito, nonostante sapessi si trattasse di una storia per i piccoli. Poi il coronavirus mi ha distratto, interrompendo le mie letture in metro, le mie letture e pure la metro, finché a casa ho ripreso da dove avevo lasciato. Oggi ho sfogliato l’ultima pagina – toccando il display con un dito – e ho scoperto che Il GGG è stato scritto dal GGG stesso e che in fondo basta poco per tornare bambini e recuperare quello che si è perso.

Roald Dahl – Il GGG

Tutti i racconti (di Roald Dahl)

Non sapevo che Roald Dahl fosse il papà di Willy Wonka, altrimenti non credo che avrei iniziato a leggere questi racconti, immaginando si trattasse più di storie per ragazzi. Il nome, Roald Dahl, non lo avevo mai sentito ma mi ispirava, poteva essere quello di un personaggio de Il trono di spade (tra due giorni me lo sarò dimenticato e alla domanda su come si chiamasse risponderò “qualcosa tipo Donald Duck”). Le recensioni lo definivano “il maestro del racconto” e inoltre avevo appena finito un romanzo avvincente, non mi andava di iniziarne subito un altro così su due piedi, in metro, con il Kindle in mano e una giornata di lavoro sul groppone. Questa raccolta è stata la scelta più ovvia.

I racconti sono cinici, a volte cattivi, spesso con un finale da intuire che lascia il lettore in sospeso e sorpreso. Ogni storia parte sempre da lontano e può risultare noiosa perché troppo infarcita di dettagli e dialoghi che servono a poco. Ad un certo punto infatti, verso la metà, non vedevo l’ora di finire ma non finivo perché il volume, seppur in formato elettronico, ha oltre settecento pagine e i racconti entusiasmanti sono una minoranza. Fortuna mia che proprio tutti tutti non sono. Stamattina, in metro, ho terminato l’ultimo e subito ho iniziato un romanzo che spero sia avvincente.

Roald Dahl – Tutti i racconti

Il giudice e il suo boia

Quasi un anno fa, dopo interminabili ricerche in libreria terminate poi con il download pirata sul Kindle, sono riuscito finalmente a leggere “La promessa“, scoprendo Dürrenmatt. Da allora ho messo nel mirino questo suo altro romanzo, di cui avevo letto curiose recensioni: chi lo ha apprezzato fornendo argomentazioni e significati a cui non sarei arrivato e chi lo ha denigrato senza troppe giustificazioni: è noioso, ho capito subito chi era l’assassino, ho faticato a finirlo. Mah. Se una cosa non piace, capisco che non si perda tempo a scriverne i motivi. Ma allora sarebbe giusto non scrivere proprio niente. Fatto sta che a me questo giallo-noir-poliziesco è piaciuto e non sarò certo io ad elogiarlo come merita, perché non ne sono capace. Però posso dire che, innanzi tutto, è breve e non può avere niente di noioso, se non quattro righe descrittive ogni tanto. E’ invece ricco di intermezzi che rappresentano veri e propri colpi di scena e che, volutamente, passano quasi inosservati. Alcuni dialoghi ad effetto includono frasi che hanno un qualcosa di geniale. La scoperta dell’assassino non è il fine a cui vuole arrivare l’autore (Dürrenmatt pare sia questo, un giocherellone), nonostante la sorpresa nelle ultime pagine. Il rapporto tra i protagonisti, la natura umana, l’astuzia e l’inganno sono i temi, a mio avviso, su cui porre attenzione ma fondamentalmente uno può anche non farlo: un bel libro è un bel libro anche senza porsi troppe domande.

Friedrich Dürrenmatt – Il giudice e il suo boia

Il vecchio e il mare

Mi capita spesso di non sapere cosa leggere quando finisco un libro e ne devo scegliere un altro tra le decine di quelli ammassati a casa e le centinaia di quelli compressi nel Kindle. Così, oltre al passaparola, mi affido all’elenco dei premi Pulitzer per la narrativa che non deludono quasi mai. Ho scoperto che Il vecchio e il mare è stato uno dei primi premiati, contribuendo al Nobel per la letteratura a Hemingway.

Nonostante ne abbia letti parecchi, non ho l’età per i grandi classici, sono troppo giovane. Quando avrò settant’anni e mi sarò rifugiato su un’isola deserta, mi dedicherò a quegli autori giganteschi che mancano sul mio curriculum. Questo però non potevo lasciarmelo sfuggire: oltre ad essere un “imperdibile”, è l’ultimo romanzo di Hemingway e, soprattutto, è breve. Fosse stato anche solo un tantino più lungo, mi avrebbe spaventato come Moby Dick. Invece l’ho finito in un paio d’ore e mi è pure piaciuto con le sue numerose, fantastiche, simbologie. Quella che mi è arrivata più in fondo è stata il senso di solitudine, accentuato dal rapporto con l’immensità del mare. Sarà per questo che ho parlato di rifugio su un’isola deserta quando arriverà il momento: il vecchio, il mare (e chissà quali altre letture) sono sempre stato convinto che un giorno mi rappresenteranno pienamente.

Ernest Hemingway – Il vecchio e il mare

Ghost story

Non ho esercitato il diritto del lettore ad abbandonare il romanzo e mi sa che ho sbagliato. E’ lungo, troppo lungo. E prolisso. Prolisso e noioso. Tranne l’evento raccontato nelle prime pagine, che induce a proseguire, e qualche apparizione o omicidio sparso qua e là, la narrazione è più pallosa che entusiasmante. I brividi sono davvero pochi e vengono dal freddo che fa da sfondo alla storia, non dalle trovate dell’autore, questo Peter Straub da molti accostato a Stephen King. Mah. Per carità, il libro non è da buttare (visto che ne parlano bene, può sempre essere messo in bella mostra su una mensola, anche se io l’ho letto su Kindle) ma è confusionario e pieno di passaggi inutili. Gli spunti interessanti non mancano, peccato che si perdano in fiumi di parole. Ah, alla fine muoiono praticamente tutti e io stesso sono un po’ morto dentro: non vedevo l’ora di arrivare alla fine per resuscitare con una nuova lettura che – sono certo – sceglierò con più attenzione.

Peter Straub – Ghost story

Di vuoti da riempire e altre sciocchezze

Amo la pizza, persino surgelata in caso di emergenza. Adoro i formaggi che, a differenza del latte, cerco di evitare. Sempre che non si tratti della mozzarella di bufala, per la quale potrei morire. E così per il salame, la mortadella, la bresaola. Il salmone. Il pesce, tutto. Le patatine fritte. Le arancine, al femminile. Il pane, quello vero. La Nutella e il cioccolato in qualsiasi forma. Il gelato. E le banane, le fragole e un po’ tutta la frutta secca. Mi piace il vino, la birra di più. Motivo per cui raccolgo bicchieri, in vetro, con un marchio, un marchio qualsiasi, compresi quelli che fungono da souvenir, ne compro uno per ogni città che visito. Ne ho duecento, di bicchieri, sulle mensole della cucina. Cucina che è pure soggiorno, salone, living room, dormitorio e che per questo ospita anche il giradischi e i vinili. Adoro i vinili, che al momento sono oltre un centinaio, destinati ad aumentare. Come i fumetti, che ho scoperto da poco e che continuo a cercare, online e nei mercatini dell’usato, albi soprattutto. E, beh, i libri e dicendo “libri” non ho bisogno di aggiungere altro: la casa ne è piena a tal punto che ho adottato il Kindle e gli ebook, anche se la carta resta la carta. Vale lo stesso per le fotografie: migliaia in digitale ma centinaia in formato cartaceo, che non smetto di stampare, raccogliere e attaccare al muro della camera piccola che già scoppia di libri. Di libri e di agende, quadernetti, blocchetti che non posso non riempire di parole che sembrano non avere senso, mentre invece servono proprio a riempire. I vuoti. Che ho dentro e che colmo in quella stessa stanza persino con i giocattoli. Mi piacciono i giocattoli, quelli da collezionisti principalmente. Action figures, sorprese Kinder, pupazzetti, omini, omini Lego e Lego interi, tanti Lego che rubo pure a mio nipote ma dopo avergli fatto un regalo. E a chi non piacciono i regali? A me tantissimo e, se posso, me ne faccio uno, piccolo, quando ogni mese arriva lo stipendio, scegliendo tra un fumetto o un vinile. O una piantina, grassa che è più facile da accudire. Sono diventate tante adesso e crescono solo di sguardi, non ho bisogno di parlargli. Occupano il ripiano in balcone e mi gratificano perché rappresentano ciò che riesco a curare con amore. Come lei e tutto il resto.

Di personaggi, storie e biografie

Sì, avete tutti ragione. Vi comprendo. Ma cercate anche di comprendere me. Se potessi, quei libri li comprerei uno dopo l’altro, anche in formato digitale ora che ho il Kindle. Farei lo stesso con i film, con la musica. Mi piacerebbe poter acquistare un DVD, un CD o un vinile quando ne ho voglia, eppure sono sempre costretto a rimandare. Costano. Non sta a me giudicare quanto, hanno un prezzo e basta. Un costo che, specialmente in tempo di crisi, mia soprattutto, non posso sostenere. Tuttavia conosco bene certi meandri del web. Parole criptate per dire che so essere un bravo pirata. Esatto, scarico da internet tutto ciò che posso scaricare. No… un attimo, intendevo dire “potrei essere un bravo pirata”, eh. Non significa che lo sia, mi muovo nel pieno rispetto delle regole, della legalità, della regalità… qualche volta, quella roba, me la regalano.

Da oltre un annetto, cioè da quando ho assistito all’evento dell’estate scorsa, il concerto al Circo Massimo degli Stones, un uomo (e non una donna) ha iniziato ad incuriosirmi come raramente mi era capitato prima. A forza di sentirne parlare, Keith Richards è diventato improvvisamente uno di quei personaggi di cui avrei voluto sapere il più possibile. Perché, al di là delle sue doti e del suo talento, si porta dietro una storia tanto lunga quanto incredibile, da tramandare per ciò che ha fatto e per ciò che rappresenta. Un simbolo, un mito… non saprei definirlo, di certo è un’icona del mondo della musica e non solo. Oltretutto è estro, follia e, per quando ne so, vita trascorsa al limite. Ecco, un anno fa io ho capito che dovevo conoscere Keith Richards.

Tutti abbiamo una storia, anzi siamo una storia. Ognuno di noi lo è. Una storia che si intreccia continuamente con altre e crea romanzi di generi indefinibili, che vanno oltre l’ultimo capitolo. Storie che vale la pena approfondire, storie che è giusto ignorare, storie che non conosceremo mai e storie che dobbiamo conoscere, come quella dei nostri compagni di vita. O quella di personaggi come, appunto, Keith Richards.

Ho ammirato per anni, da appassionato di tennis, Andre Agassi, un vero idolo della mia generazione dentro e fuori dal campo. “Open”, la sua biografia, è stata una lettura affascinante che ha continuato a catturare la mia attenzione addirittura mentre gironzolavo per il Giappone e avrei dovuto interessarmi a ben altri argomenti. Ma era Agassi. Ho avuto il suo poster attaccato al muro, ho comprato le sue scarpe, ho amato il marchio Nike solo perché lo sponsorizzava (salvo poi odiarlo perché costava), ho impugnato una racchetta per avvicinarmi idealmente a lui.

Sensazioni simili, legate alla fame di storie di persone che la storia l’hanno fatta, le ho provate con Alessandro Magno. Alessandro non è una storia, Alessandro è storia. Io mi chiamo Alessandro e, per questo inutile dettaglio, ho trascorso gran parte dell’adolescenza venendo accostato a lui in battute e paragoni improponibili da parenti e amici. Ho letto un paio di sue biografie, sfogliando spesso pagine a bocca aperta e occhi spalancati per via degli aneddoti e le leggende che accompagnano il suo mito.

Recentemente ho letto (sono d’accordo, avrei dovuto farlo molti anni fa) “Sulla strada” di Jack Kerouac, romanzo autobiografico che più di una volta mi ha portato a domandarmi quanto intensa e figa fosse stata la vita dell’autore, quel viaggio, la sua storia. Non escludo che me lo abbia solo fatto credere ma, anche in questo caso, non ho potuto non ammirare l’uomo protagonista di tante avventure.

Sull’onda delle biografie da divorare, il mese scorso mi sono ritrovato tra le mani la storia di John McEnroe, altro grandissimo personaggio capace di oltrepassare le linee del campo da tennis per far parlare di sé – e molto – senza racchetta in mano. A volte pure con una chitarra, è andato persino vicino a suonare su un palco proprio con Keith Richards.

Ancora prima, avevo finito in pochi giorni la storia (o per lo meno una sua versione) della vita di Cagliostro, uomo ambiguo ed enigmatico, il cui nome tutt’oggi richiama magia ed esoterismo e rappresenta menti diaboliche e personaggi misteriosi circondati da auree non esattamente positive.

“L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers, letta molti anni fa, è stata la biografia di un uomo sconosciuto. E’ sinora l’unico caso in cui ho apprezzato proprio la biografia per come è stata raccontata e non l’uomo che raccontava, tra l’altro mai sentito nominare prima.

E poi, continuando a scavare nella memoria, mi viene in mente la biografia di Gandhi, che però dovrà aspettare ancora prima di entrare nelle mie grazie. Non mi spiego il perché. Ogni cosa a suo tempo, arriverà anche il suo.

Probabilmente dimentico qualcosa. Ho senza dubbio letto altre biografie interessanti, ma evidentemente né la vita narrata né il protagonista mi hanno colpito. Ma cosa hanno in comune i personaggi che ho elencato? Difficile dirlo. Impossibile mettere accanto Alessandro Magno e Gandhi, Cagliostro e Agassi. Credo però che un pezzetto della loro storia abbia incrociato e influenzato la mia e non in maniera involontaria, perché io li ho cercati. Banalizzando, trovo tanto estro, talento, un certo successo, una buona dose di pazzia, la ricerca della vetta, tanta competenza in quello fanno e una testa grande così. Anzi di più. Tutte doti che io non ho, che mi affascinano e di cui mi nutro come posso, leggendone dove meglio si ritrovano.

Nei meandri del web, ieri sera sono riuscito a trovare “Life”, la biografia di Richards. L’avevo cercata per mesi ma quel dettaglio del costo me l’aveva fatta inserire nella lista desideri. Ora sono contento di averla spostata nella lista delle cosa da finire. L’ho già assaggiata e sto morendo di fame. Vado a mangiare.