Tra la primavera e l’infinito

Uno dei libri di Baricco che meno mi sono piaciuti è stato Smith & Wesson, un testo teatrale finito in poche ore sul divano diametralmente opposto a quel mattone di 1.300 pagine (note escluse) chiamato Infinite Jest che ho iniziato a dicembre e che terminerò di leggere entro un tempo stimato tra la primavera e, appunto, l’infinito.

Nonostante l’assenza di quell’acquolina che permette di divorare un libro, Baricco ci ha comunque messo un’intuizione delle sue, una delle solite piccole perle di bigiotteria, belle e false, che ancora sa regalare. Smith, nel racconto, è una sorta di meteorologo – siamo agli inizi del ‘900 – il quale chiede alle persone che incontra di ricordare come fosse il tempo in occasione degli avvenimenti importanti delle proprie vite. Annotando su un taccuino date, luoghi e dettagli sul clima è convinto di poter creare delle statistiche e prevedere così le condizioni meteo. Lo spunto in effetti è interessante. Chiunque abbia un ricordo particolare di un evento quasi sempre è capace di dire che tempo ci fosse quel giorno. Ho provato con alcuni episodi cari che per primi mi sono tornati in mente e sì, funziona: ricordo la brezza estiva fuori stagione quando ho incontrato la mia lei per la prima volta, il caldo che ha accompagnato la nascita di mio nipote, il cielo grigio il giorno dell’incidente in Vespa.

Sarebbe interessante provare qualcosa di simile e riportare su un quadernetto, come una foto che coglie un istante, non il meteo ma i brevi momenti che viviamo con un po’ più di magia rispetto agli altri: una parola che rimane impressa, il sapore non ancora svanito di un sogno, un gioco di luci riflesse su una pozzanghera per strada, il primo sguardo della mattina della persona che si ama. Se raccogliessimo tutti questi piccoli attimi per giorni, per un periodo di tempo tra la primavera e l’infinito, ci potremmo accorgere che ogni voce è strettamente legata alle altre e che insieme formano il leitmotiv di una vita parallela mai realmente vissuta. Una vita che potrebbe essere più leggera e scorrevole di quella ingombrante in cui polvere, macchine e rumori abbondano. Forse sono proprio questi timidi momenti che in fondo disegnano la nostra storia e quel filo conduttore che li unisce tutti è… David Bowie!

Sì, David Bowie. Artista immenso di cui ho sempre apprezzato i lavori ma che non ho mai conosciuto come avrebbe meritato. Eppure, dopo la sua morte, pare che almeno una volta lo abbiano incontrato tutti. Proprio tutti. Chi al bar, chi in viaggio, chi nella propria città o nel paesino sperduto tra i monti in cui andava a raccogliere i funghi. Non ho trovato un solo personaggio pubblico, anche semi-sconosciuto, che non abbia ricordato Bowie con un aneddoto in cui dichiarava di averlo incrociato. Nemmeno dio è stato in giro a vedere gente così tanto quanto David Bowie.

A me che non l’ho mai incontrato (intendo David Bowie, ma pure dio) piace pensare invece a quel filo conduttore come alla parte migliore di noi stessi, quella che cerchiamo di trasmettere agli altri e a coloro che verranno dopo, affinché possano sfogliare i nostri quadernetti e vivere quegli istanti come non abbiamo saputo fare.

Thriller

Certe abitudini sono dure a morire, come Michael Schumacher. Non solo le vecchie ma anche le peggiori abitudini, quelle che vuoi e non puoi, quelle che, se pure riesci a modellare, non diventano mai morbida creta tra le tue mani. Mentre centinaia di editori attendono con ansia la fine, dell’uomo e dell’anno, per mandare in stampa ogni genere di pubblicazione che lo possa riguardare, lui, già ex, lotta tra la vita e l’immortalità: se vince, sarà osannato come un dio indossando, nelle immagini che per giorni saremo costretti a digerire, la tuta rossa da supereroe; se perde, troverà posto, trionfante, nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, accanto a Nelson Mandela e Lady Oscar, e le pose con la tuta rossa si moltiplicheranno all’infinito, nei secoli dei secoli, amen. Temo già l’ondata di libri che potrebbe travolgere gli scaffali e le mensole del pianeta ed influenzare le scelte dei prossimi volumi da regalare. Il mio personalissimo vantaggio in tal senso è che il Natale è appena passato. E in ogni caso tifo per la vita, sempre e comunque, per chiunque.
Il periodo natalizio puntualmente lo trascorro a casa dei miei. Prendo un aereo qualche giorno prima, arrivo e la sera stessa inizio a mangiare. Così, senza pausa fino alla ripartenza, vale a dire tra poco. Tra un’abbuffata e l’altra, che sia una colazione in solitudine a mezzogiorno o un pranzo pomeridiano in mezzo agli altri, posso solo poltrire e con un grande sforzo di volontà digiunare qualche ora, riprendermi e poi uscire per incontrare gli amici, quelli vecchi come le abitudini. Il problema è che ci sono pure i parenti e a quelli non si sfugge nemmeno se corri più forte di Schumacher o resti nascosto sotto le coperte.
Ho due zie, Patty e Selma. Esatto, proprio quelle, le cognate di Homer Simpson. Sono uguali in tutto e per tutto ai due personaggi dei Simpson: peso, volume, permanente, sottile acidità, colorito giallo, tono di voce, prepotenza, teledipendenza e persino il fumo qualche anno fa, prima che smettessero. In merito alla peluria delle gambe non ho elementi per valutare e spero di non averli mai. Una è stata sposata, l’altra c’è andata vicinissima, due volte. E per vicinissima, poverina, intendo proprio all’altare. Nonostante siano molti gli aspetti del loro modo di fare che non condivido, non posso parlarne male. A parte i miei genitori, sono gli unici parenti che si preoccupano di farmi trovare un regalo sotto l’albero. E ogni anno, da almeno dieci, io so bene cosa aspettarmi. Un libro. Ogni volta. Puntuale come la mezzanotte del ventiquattro. Per carità, fa sempre piacere ricevere un regalo di questo tipo. Il punto è che, malgrado cambino le dimensioni, la confezione, il colore della carta, la busta, il titolo e l’autore, non c’è verso, nella maniera più assoluta, di cambiare il genere che è e resterà sempre lo stesso: il thriller. Termine che non può non ricordare un altro Michael defunto.
La zia Patty legge parecchio, nei momenti in cui non guarda tennis e automobilismo in televisione. Sì, tennis e Formula 1. Federer e Schumacher sono i suoi idoli, forse perché somigliano ai suoi quasi mariti. Legge di tutto e sa che anche io, con l’unica eccezione dei romanzi d’amore e dei miei due libri neri, Infinite Jest e Delitto e castigo, sono capace di leggere qualsiasi cosa. Ha preso l’abitudine di regalarmi i libri che finisce e chissà per quale oscura ragione – probabilmente perché non ho il coraggio di contraddirla – si è convinta che io sia un grande appassionato del genere e di tutte le sue derivazioni, dal thriller fantascientifico a quello politico, da quello giudiziario a quello psicologico. Ogni volta che torno per le vacanze, ne trovo sul comodino una decina, impilati, pronti per essere messi in valigia e portati a casa.
La zia Selma, sorella telepatica della zia Patty, non è da meno. Immagina di aver intuito qual è il genere che preferisco e a Natale non perde occasione per regalarmi anche lei un bel thriller. Lei però, finite le feste, sparisce fino all’anno successivo. Il suo è un thriller simbolico, solo a Natale. Poi diventa giallo, poiché nessuno sa che fine faccia.
Quest’anno non è andata diversamente e così, tra volumi nuovi e usati, andrò via con una serie di perle che vanno da Corpi freddi a Gli occhi del terrore, titoli che già sanno di polvere sulla copertina e che ho appena inserito su Anobii. Mi piace tenerne traccia e in questo modo ho la possibilità di ricordarmi quali libri ho comprato, quali ho letto, quando, quanto li ho apprezzati, quali non ho ancora sfogliato. Ormai però la mia libreria è sporcata da una quantità immane di thriller che, seppur costantemente etichettati come “non iniziato”, mi fanno sembrare un lettore seriale di thriller, un serial thriller insomma.
Ecco, io spero che Schumacher ce la faccia. Spero che ce la facciano tutti quelli che lottano per un domani. Spero che ce la facciano tutte le potenziali vittime dei thriller che non leggerò. Questo 2013 merita di avere un finale tranquillo, senza suspense, senza tensione e senza ulteriori incertezze. Voglio terminare il libro che sto leggendo (La collina dei conigli, tutt’altro che un thriller), prendere l’aereo tra due ore, poi il trenino e la macchina, arrivare a casa, trovare lei, mangiare qualcosa, fare una doccia, telefonare ai miei, disfare la valigia, tirar fuori i thriller per metterli dove troveranno posto, andare a letto, fare l’amore, dormire. E domani ripartire. Raggiungere gli altri, preparare una cena normale, aspettare la mezzanotte, brindare, rispondere a due o tre messaggi, guardare l’alba del nuovo anno e constatare che non è cambiato un cazzo.