Lo scarafaggio

A differenza di quanto pensassi, più che per omaggiare Kafka (che pure celebra, come confermato nella postfazione), McEwan si è dedicato, non troppo a dire il vero, alla scrittura di questo piccolo romanzo per puntare il dito contro la Brexit, attraverso una satira pungente e metafore che accusano la classe politica inglese e il suo elettorato.

Lo scarafaggio, essere spregevole per eccellenza (dopo l’uomo naturalmente), è il primo ministro. E’ una metafora fino ad un certo punto perché, nel racconto, una blatta prende letteralmente le sembianze del politico e allo stesso modo fanno altri scarafaggi con ministri e membri del governo per portare a termine, senza scrupoli, l’inversionismo, un meccanismo assurdo per invertire il flusso del denaro e dell’economia. Assurdità inventata da McEwan e inconcepibile, secondo lui, come la Brexit che invece è reale. Se poi si considera che gli scarafaggi hanno un loro scopo, cioè il proliferare ai danni della gente comune, ecco che il cerchio si chiude. Nei panni del Presidente americano c’è anche la caricatura di Trump, anche se è più corretto dire che Trump è la caricatura del personaggio che lo rappresenta.

Insomma, la lettura è veloce e piacevole ma è evidente che a McEwan interessasse più dire la sua piuttosto che scrivere il suo capolavoro. E ha fatto bene perché, se io fossi inglese, la penserei come lui. Siccome non lo sono, bye bye England.

Ian McEwan – Lo scarafaggio

Nel guscio

Tradimento e omicidio sono gli ingredienti principali di quello che alla fine è un giallo con tanto di cadavere. Ma anche matrimonio e poesia, altri aspetti non marginali del romanzo, li ho sempre considerati letali. La curiosità è che l’intera vicenda viene raccontata da un feto, un essere che ancora non è. Lo fa in modo prolisso ma scorrevole, se non fosse per certe digressioni e considerazioni sulla vita e sul mondo – da lui – conosciuto che rendono il tutto un po’ pesante.

Ian McEwan – Nel guscio