E quindi pare che quest’anno ci rivediamo…

Non avevo comprato i biglietti per il concerto di Eddie Vedder a Firenze e ho fatto bene perché, pochi giorni dopo, viene fuori che il caro Eddie si esibirà pure a Taormina, al Teatro Antico. Vuoi mettere con Le Cascine? Eddie Vedder va in Sicilia e io non vado? Impensabile. Non ci ho pensato due volte, i biglietti non erano esattamente economici ma in Sicilia io posso permettermi il lusso di risparmiare su qualsiasi cosa, cioè posso spendere quasi nulla per starmene lì in vacanza qualche giorno. A Firenze no.

A Firenze andrò per i Radiohead e sto già cercando un passaggio e un alloggio sapendo che digiunerò per due giorni. Va bene. E poi, a Roma, andrò a vedere Mark Lanegan. In metro e a stomaco pieno dopo aver cenato a casa.

Insomma, l’estate concertistica si preannuncia vivace. L’autunno sarà, probabilmente, sinonimo di divano, film, pane e acqua. Devo rinunciare agli U2, sold out dopo dieci minuti dall’apertura dei botteghini e ai Guns N’ Roses, troppo lontani a Imola, non tanto rispetto a dove abito ma proprio rispetto al palco: non me la sento di spendere tanto per vederli sul maxischermo né ho più voglia di fare a gomitate per avvicinarmi. U2 e Guns però li ho già visti.

Ho ancora qualche riserva su Marilyn Manson, anche se credo che proverò a andare, magari sfruttando i bagarini. Red Hot Chili Peppers e System Of A Down sarebbero l’apoteosi ma i primi non mi fanno più impazzire come una volta e i secondi pure. Se venissero a Roma sarebbe diverso, a qualcosa però devo rinunciare, troppi soldi. Ecco perché dicevo che in autunno trascorrerò tutte le serate sul divano. Tutte, tranne quella in cui arriverà Nick Cave.

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Spiccioli di me

Saldo contabile finale in euro: +8,87. Il mio conto corrente parla per me. Un altro capitolo della mia vita è finito e io sono di nuovo qui a scriverne. E’ una costante: sparisco dal blog quando fuori vivo qualcosa di forte e coinvolgente per la quale spendo quasi tutto e torno a rifugiarmici quando di quella cosa mi rimane un pugno di monetine e con le parole cerco di fissarne il ricordo in uno spazio solo mio. Non che non abbia scritto in questo periodo ma non l’ho fatto qui. L’ho fatto in un altro modo, in un altro contesto, con altre motivazioni, a qualcuno. Sono stato bene nonostante qualche incidente e ormai si sa che, quando io parlo di incidenti, si parla di incidenti, non di metafore. Ne ho avuto un altro due mesi fa, il quarto di questo immortale 2010, con l’unico mezzo che non pensavo di poter distruggere, la mia storica Vespa.
Stavo meglio due mesi fa, anche se ora non sto affatto male. Ho trascorso splendide vacanze sotto il sole giaguaro leggendo Calvino, sotto il mare nostrum facendo immersioni e in terra madre chiaccherando con tre-quattro vip, che poi sarebbero i miei familiari. Ho viaggiato molto in lungo e poco in largo, ho passato inaspettate sere in spiaggia con Sabina e Caterina Guzzanti e inaspettate notti a letto da solo, ho trovato l’isola dove vorrei finire i miei ultimi diecimila giorni, sono stato al favoloso concerto dei nuovi Guns n’ Roses, ho partecipato all’ultimo sprazzo di vita della mia migliore amica che ha deciso di farla finita e si è sposata, ho tagliato i ponti con un certo passato che dovevo considerare passato molto tempo prima, ho visitato posti nuovi in luoghi che pensavo di conoscere, ho visto cose che voi umani. Finite le vacanze ho ripreso le mie buone abitudini. O meglio, ci ho provato, dato che avevo entrambi i polsi slogati, tutti i mezzi dal meccanico, pochi soldi e niente amici in città a cui rompere le palle.
Quel capitolo però, più che di fatti, racconta di persone. Di una persona, vorrei poter dire se non corressi il rischio di diventare banale, ripetitivo e pure falso, perché una persona in particolare non c’è stata, non una persona nuova almeno, non come la intendo io. Persone quindi. Persone belle che danno e purtroppo spariscono come i soldi che si spendono nelle esperienze migliori e persone brutte che non danno e purtroppo restano come quegli otto euro e ottantasette con cui non ci si andrebbe a prendere nemmeno una pizza.
Come quelli su cui non conto mai ma che penso di potermi ritrovare se mai dovessi averne bisogno e che puntualmente mi fanno ricredere ancora prima di chiedergli aiuto.
Come quella che incontro e tutto sembra troppo perfetto per essere vero e infatti non è vero.
Come lui, mio nipote, che cresce e mi snobba sempre di più perché ha otto anni e io lo tratto ancora come un bambino di cinque, facendogli credere che è più forte di me quando più forte di me lo è davvero.
Come quella a cui credevo di voler bene, che mi ha sempre ritenuto un bugiardo, per la quale ho fatto sforzi enormi, cercando pure di smussare il mio carattere e che, dopo essermi convinto di poter creare con lei una vera amicizia, poco prima di un viaggio, alla prima occasione, mi ha detto “non sei come lui”.
Come lEi, che ho amato per un periodo indefinito e indefinibile e che ora, nonostante sia cambiato tutto e nonostante ne abbiamo passate di tutti i colori, è ancora qui a farmi sorridere e a sorridere con me, sottolineando ogni volta, senza volerlo, quanto io sia cambiato dopo averla incontrata. In meglio.
Come Lei, che ho amato per cinque e più anni, a cui avevo dedicato un blog e da cui sono stato tradito e pugnalato, che ancora oggi si presenta da me quando dormo per parlarmi di un affetto mai sopito e di una conciliazione che purtroppo vedo sempre più lontana.
Come quelli che nella vita privata hanno fatto poco o nulla, che suscitano più pena che rabbia perché non hanno saputo costruirsi niente dentro e intorno, come la personalità che è nulla o inesistente, come la cultura finta fatta di “ho sentito dire” e “mi hanno parlato”, come quell’atteggiamento di ostentata superiorità dettato dall’insicurezza e quella voglia di omologarsi al mondo perfetto dove la carriera, il guadagno e la posizione contano più del piacere delle piccole cose, perché i loro simili li giudicano da ciò che mostrano, perché i colleghi diventano famiglia, amici e amanti, perché l’abito firmato, la bella presenza o la scollatura colpiscono più di un’idea. Perché non sono stressati dal lavoro ma dalla vita e non lo sanno.
Come quelli che sono uguali a quelli di sopra, con la differenza che non fanno un cazzo tutto il giorno, soprattutto perché non lo sanno fare, ma che al momento opportuno sono pronti a dire una parola, riciclare un commento, rubare un pensiero e spacciarlo per proprio senza alcuna dignità.
Come i miei genitori che crescono ancora e invecchiano in un posto lontano, dove spero di essere quando sarà il momento, e che ogni giorno continuano ad insegnarmi come dovrei essere e come non sarò mai perché sono diverso e non bello come loro dopo avermi messo al mondo.
Come quelli che dovrebbero sparire dalla faccia della Terra e vergognarsi di esserci stati, che invece sono sempre più numerosi e che andranno via comprandosi il paradiso dopo una vita trascorsa a raccogliere senza seminare, a prendere senza piegarsi, ad avere e basta.
Otto euro e ottantasette con cui iniziare un altro capitolo. Non bastano per una pizza, per una persona nuova, per una meta diversa, per il paradiso. Alla fine però sono sufficienti per una birra media, un libro (ok, solo economico o tascabile) o un quaderno bianco per continuare a fare quello che faccio, ad avere quello che mi serve e ad essere quello che voglio, me stesso.
Se e quando riuscirò ad arrivare a tutto questo senza nemmeno quegli spiccioli, inizierà l’ennesimo capitolo, l’ultimo finalmente.