La mia Scozia

Torni da un viaggio e per qualche giorno, forse più di qualche, diciamo quindici, ti ritrovi a ripensare con un po’ di nostalgia a tutto ciò che di bello ti ha colpito ma anche a quelle cose che, pur non avendoti entusiasmato, sono rimaste impresse nel tuo album dei ricordi per un motivo o per un altro. Ne parli con gli amici, arricchisci i racconti di particolari inesistenti e inventati, mostri le foto dopo averne selezionate scrupolosamente solo una manciata, tipo ottocento su tremila, regali calamite orripilanti per il frigorifero, descrivi luoghi dal nome impronunciabile come se li avessi sempre conosciuti e ti lamenti del ritorno alla routine perché sei appena stato in un altro mondo, anche se hai varcato il confine di appena venti chilometri, ma dici che lì tutto è diverso, non per forza migliore e non il posto dove andresti a vivere eppure, ecco, ha qualcosa di magico, doveva essere visto e tu non lo hai solo visto, lo hai vissuto e lo porterai con te per tutta la vita.
Quindici giorni fa ero a Glasgow, una delle città più brutte in cui sia mai capitato. Era l’ultima tappa del giro della Scozia che due settimane prima era iniziato proprio da lì dove, appena arrivato, avevo dormito soltanto una sera per poi spostarmi a Edimburgo. Glasgow ce la mette tutta per darsi un’identità e a tratti, specialmente la notte, quando è buio e nessuno la vede, ci riesce con una miriade di locali ed eventi mondani che la rendono viva e quasi vera. Di giorno però è orribile e, a parte una o due mete che meritano una sbirciatina giusto per essere depennate dall’agenda delle cose da fare, resta tale. Edimburgo è decisamente molto più carina, anzi è proprio bella e non dovrebbe fare niente per restare quello che è. Invece, in quanto capitale, vuole apparire e primeggiare su Glasgow e per farlo cerca di spacciare per uniche al mondo attrazioni ridicole, come la Camera Obscura, una sorta di casa degli specchi che io avrei fatto meglio con i Lego, e i sotterranei con i fantasmi che sempre io, con un lenzuolo bianco addosso e una catena, avrei reso più paurosi. E poi i festival. Ecco, Edimburgo è famosissima per i numerosi festival che si svolgono ad agosto e che attirano artisti e pubblico da tutto il mondo. L’organizzazione è pressoché perfetta, il Military Tattoo è notevole (peccato che, in quanto “military” e con il biglietto a 50 sterline, non facesse per me), la gente non manca, gli spettacoli sono coinvolgenti eppure non ho trovato uno, dico uno o meglio un, artista di strada che valesse più del giocoliere con le clavette che incontro al semaforo ogni giorno o delle statue umane del centro storico il fine settimana. Ho visto più che altro intrattenitori, simpatici showmen che di artistico avevano poco e nulla, cori a cappella di ragazzini stile Glee, recite da scuola elementare, balletti alle Jesse Malo senza nemmeno il commento della Gialappa’s. Insomma, una delusione. Gli artisti, non i festival. E’ diverso.
Fuggito dalla città e dalla confusione, un altro luogo che merita di essere menzionato nell’album dei non ricordi è Loch Ness. Steso un velo pietoso su Nessie che – ormai lo sanno anche i bambini – non è un dinosauro ma una bufala, è lo stesso lago a non avere nulla di particolarmente attraente, eccezion fatta per qualche riflesso di luce e per l’estremità sud che perlomeno offre un bel paesaggio per le foto. Nemmeno il castello di Urquhart vicino il quale, guarda caso, il mostro sarebbe stato avvistato, fa spettacolo. Si tratta di un mucchietto di pietre nascosto da impalcature, ponticelli, stand e bandierine che lo fanno sembrare non un’antica fortificazione ma uno stabilimento balneare.
Una citazione la merita anche il peggior B&B della Scozia: il Seaview Hotel a John o’ Groats, nelle Highlands. Hotel, B&B, ristorante, pub, tutto. Il personale gentilissimo credo sia il suo punto di forza oltre all’assenza di strutture simili in zona. Per il resto, i due letti a castello in dieci metri quadri, l’odore di balena putrefatta proveniente dalla cucina, il ragnetto nella vasca da bagno e le formiche sulle lenzuola mi hanno fatto capire che avrei dormito meglio nel campeggio poco distante, in mezzo all’erba e alla natura. Fortuna che Gordon Asher è venuto in mio aiuto.
Poi un’ultima cosa: gli italiani. Erano ovunque. Così presenti che ad un certo punto lo scopo del viaggio non è stato più quello di scovare luoghi incontaminati ma di scovare luoghi incontaminati senza italiani. Anche dalla scogliera più deserta della Scozia, dalla spiaggia più nascosta, dalla lavanderia più piccola, dal B&B più affollato, da dietro il bancone del pub più isolato, dall’ombra dell’unico albero visibile per chilometri, da ogni luogo noto o ignoto che fosse spuntavano italiani, come i funghi dopo la pioggia, le donne durante i saldi o gli uomini prima della partita.
E questo era tutto ciò che avevo da dire sulla mia Scozia. Quello che non ho scritto e raccontato fa parte di un altro album, di foto non scattate e di parole invisibili e silenziose, non si trova qui e non meritava di certo un post quindici giorni dopo essere tornato.

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Gordon Asher

Uno che si chiama Gordon Asher io me lo immagino come il protagonista di un film d’azione o di un romanzo d’avventura, un personaggio di fantasia creato da una mente brillante, un individuo con molte doti, magari di successo, che piaccia tanto agli uomini quanto alle donne e compia ogni giorno gesta eroiche. Gordon Asher deve avere per forza gli attributi, non si ferma davanti a nulla, sa come comportarsi in ogni situazione, ama vivere al limite. Probabilmente possiede dei superpoteri che però nasconde al mondo e senza dubbio ha una grandissima personalità. E’ uno sportivo e anche un bell’uomo, uno di quelli che non ha bisogno di sistemarsi i capelli la mattina perché lo rendono attraente qualsiasi forma assumano. Così pure la barba che lunga o corta mantiene comunque inalterato il suo fascino. Sa fare una marea di cose, dai lavoretti in casa al cubo di Rubik all’orologio con una patata, però non stira. Stirare non si addice a Gordon Asher. Viaggia molto, per lavoro, per piacere, per svolgere missioni sia di volontariato sia di spionaggio internazionale. E’ un’enciclopedia vivente, parla decine di lingue e le capisce anche. E non dorme mai.
Io, Gordon Asher, l’ho conosciuto. L’accoppiata perfetta tra nome e cognome (altro che Topper Harley…) mi ha colpito sin dal primo istante, non poteva non far nascere in me una serie di domande su chi fosse realmente il tizio che avevo davanti. Mi trovavo in una località sperduta delle Highlands scozzesi, uno spigolo di mondo da cui l’indomani sarebbe partito un traghetto che dovevo prendere per le Isole Orcadi e avevo bisogno di un posto per la notte. In zona c’erano un campeggio, un hotel e diversi B&B: per il campeggio non ero attrezzato, per l’hotel non lo era il mio portafoglio, il B&B invece è stata la soluzione per tutte le tappe del viaggio, per cui ne cercavo uno confortevole e a basso costo. Dopo aver scartato una topaia (il peggiore B&B della Scozia), mi imbatto casualmente in una casetta fuori mano con un’insegna quasi nascosta poggiata sul bordo della strada che riportava Hamnvoe (ne scoprirò poi il significato, qualcosa tipo “porto sicuro”) e un cartello sulla finestra, ricercatissimo da tutti i vacanzieri ad agosto, che indicava Vacancies. Il mio ospite sarebbe stato proprio lui, Gordon Asher.
Gordon Asher è un omone più che sessantenne, con i capelli bianchi, la barba e gli occhiali. E’ robusto, pesante, solitario e solo, se si esclude una sorella che lui dice abiti accanto e un bambino presente in qualche foto, di entrambi i quali però non vi è traccia in giro. Figlio di un noto pipe major, forse militare, suonava la cornamusa ma ha dovuto appenderla al chiodo per problemi di respirazione. Sembra un tipo stravagante ed è indubbiamente molto originale. Le domande su di lui, oltre che per il nome cazzuto, mi sovvengono guardandomi intorno dentro quella casa in cui l’atmosfera e gli oggetti denotano una personalità particolare. Come il binocolo poggiato alla finestra per guardare lo spazio deserto circostante o il computer sempre collegato a Flightradar24 e Marinetraffic, i siti che tracciano in tempo reale rispettivamente tutte le rotte degli aerei e delle navi del pianeta. Del resto un supereroe deve sapere dove intervenire se ci fosse bisogno di lui. E come arrivarci? Volando o utilizzando un mezzo speciale quale è la sua macchina. L’auto di Gordon Asher parcheggiata lì fuori è targata GA 51 HER e non c’è bisogno di specificare che il 1951 è l’anno di nascita del proprietario.
L’alba in cui, dopo avermi servito il primo pasto del giorno, è uscito per strada con la tazza di Superman in mano, ho capito che Gordon Asher sarebbe diventato il mio personaggio di fantasia preferito, alla pari di Keyser Söze de I soliti sospetti o di Woland de Il maestro e Margherita. Non saprò mai quali siano le sue doti, a parte l’estrema cortesia e gentilezza. Non saprò mai quante cose sappia fare, a parte preparare un’ottima colazione e suonare la cornamusa. Non saprò mai se Gordon Asher stira. Non importa se non viaggia e vive in un posto isolato della Scozia. Perché sono quelli come lui che ti permettono di fantasticare come se stessi guardando un film o leggendo un romanzo, di viaggiare come se fossi nel tuo letto a guardare il soffitto e di sorridere come se fossi stato parte delle loro avventure.