Glacé

Ormai Netflix ha tracciato le mie preferenze e da un paio di mesi, tra i titoli che potrebbero interessarmi, mi propone una marea di thriller, alcuni interessanti, altri penosi. Ho scelto questa miniserie francese perché l’ambientazione tra freddo e montagne, il paesello sperduto ricco di segreti, il protagonista tormentato che vive un dramma parallelo all’indagine, l’antagonista furbo quanto lui ma spietato, la ragazza carina già ispettore a vent’anni, qualche omicidio cruento e gli interrogativi inspiegabili sono classici elementi che mescolati bene funzionano. Almeno per un inguaribile serial thriller come me. Stavolta però erano mescolati a cazzo. Fino al terzo episodio sembrava che ogni tassello fosse ben incastrato in una fitta trama. Poi, contestualmente alle risposte ai primi enigmi, sono arrivate mille domande, tutte fuoriuscite da una sceneggiatura bucherellata. Per creare suspense e allungare il brodo, viene introdotto all’improvviso un uomo chiave mai visto né nominato prima e poco dopo ne spunta addirittura un altro. Nel mentre, intuizioni e depistaggi un po’ assurdi si susseguono, per non parlare dei fastidiosissimi squilli del cellulare che suona a qualcuno ogni dieci minuti in ogni puntata. Il top tuttavia è il burattinaio malvagio che, dopo aver escogitato il piano perfetto e infallibile alla base dell’intera storia, sul più bello si perde in un bicchiere d’acqua come un ladruncolo qualunque. Bah. La prossima volta scelgo una serie di genere diverso e, per non farmi ingannare dalle proposte di Netflix, me la vado a cercare su Prime Video.