I kill giants

Quello che mi fotte sempre è la curiosità. Già dalla copertina avrei dovuto capire che non si trattava di un fumetto per me. Lo sarebbe stato forse quando avevo quindici anni ma non ne sono sicuro, non leggevo nemmeno Topolino, sicuramente più interessante. E’ che ne parlano come una pietra miliare, ha avuto premi e riconoscimenti, ne è stato tratto un film e soprattutto era gratis, motivo per cui l’ho letto. Peccato mi fosse sfuggito un dettaglio: è un’opera per ragazzi e io, che sono nato vecchio, non avrei mai potuto apprezzarla. La storia è banale come un qualsiasi accordo di Ligabue, anche se va riconosciuta una certa profondità e tanta fantasia. Le vignette sono un tormento, sempre in movimento, una confusione continua, probabilmente voluta, per rendere l’idea dell’irrequietezza della protagonista. Il peggio tuttavia è la sceneggiatura: nelle prime pagine, complici le vignette, non si capisce una mazza e, quando poi si riesce a prendere il filo, è ormai tardi per salvare l’intero volume dalla spazzatura. Il problema adesso è che la curiosità, quella che mi fotte sempre, mi spingerà a dare un’occhiata al film.

Joe Kelly, JM Ken Niimura – I kill giants

Midnight nation

La sensazione, mentre lo leggevo, era quella di guardare un film anziché sfogliare un fumetto. Merito dei disegni perfetti e della trama accattivante. I personaggi intrigano sin dalle prime pagine: lui perché è affascinante e tormentato, lei perché è gnocca e misteriosa, i cattivi perché sono brutti e malvagi e Lazzaro perché è proprio Lazzaro, quello originale. La storia è un viaggio a cui restare attaccati fino alla fine soprattutto per trovare le risposte che lo stesso protagonista si pone e che verranno soddisfatte solo in parte. In effetti è questa l’unica grossa pecca: il racconto scorre ma certe questioni non vengono approfondite e, quando arriva il perfido antagonista a rispondere e filosofeggiare, non lo fa in maniera esaustiva, dicendo tutto e niente con metafore impeccabili e un po’ noiose. Nell’insieme è un’ottima lettura, arricchita dalla meravigliosa postfazione dell’autore che le fa recuperare qualche punto perduto lungo la strada.

J. Michael Straczynski, Gary Frank – Midnight nation

Il quinto Beatle

Il quinto Beatle non è Pete Best, il batterista tristemente sostituito da Ringo Starr ma Brian Epstein, l’improvvisato manager che prese per mano il gruppo quando ancora si esibiva nei locali di Liverpool e lo portò al successo planetario in pochi anni. La sua vita, peraltro breve, è indubbiamente legata ai Fab Four e quest’opera, che definire fumetto è riduttivo, la racconta attraverso bellissime illustrazioni, metafore e aneddoti frutto di un lavoro enorme svolto dagli autori, come si legge in particolare nella postfazione. Forse è tutto un po’ frettoloso, del resto non si tratta di una biografia, nel complesso però è una storia mai noiosa che merita di essere sfogliata.

Vivek J. Tiwary, Andrew C. Robinson, Kyle Baker – Il quinto Beatle

Il saldatore subacqueo

Si dice che ci faranno un film con Ryan Gosling e si dice che l’autore sia talentuoso e in effetti non è un fumetto da buttare. Parte bene, con disegni semplici ed efficaci e una trama accattivante. Essendo io stesso un sub amante del mare, mi aveva incuriosito. Poi però la storia si perde un po’ e lo stesso fa il protagonista che, sott’acqua, si smarrisce in un limbo prima di ritrovarsi. Il lettore invece si perde e basta, almeno per me è stato così. Spero di ritrovarmi ma purtroppo ho già sfogliato l’ultima pagina e non tornerò indietro.

Jeff Lemire – Il saldatore subacqueo

Astrogamma

L’unico momento di attenzione l’ho avuto quando, attraverso il notiziario, i cittadini sono stati invitati a restare a casa per la propria sicurezza. Un parallelismo con i giorni che stiamo vivendo. Ma è durato due secondi, giusto il tempo di spostare gli occhi sulla vignetta successiva, voltare pagina e riprendere ad annoiarmi. Perché questo fumetto è insulso. I disegni sono confusionari sia presi singolarmente, dato che spesso non si capiscono affatto, sia nell’insieme perché invece di rappresentare una storia creano solo caos, tra l’altro amplificato dai rumori riprodotti all’infinito con serie lunghissime di “vrooom!” e “splash!” e “thump!”, solo per citarne alcuni, che manco Batman degli anni ’60 gli si avvicina. La trama, pressoché inesistente, si sviluppa nel tentativo mal riuscito di ambientare a Ostia (sì, proprio lì inizia la storia) una lotta contro insetti giganti spuntati chissà come. Un richiamo ai kaijū, i mostri della fantascienza giapponese, attraverso un manga in salsa italiana che ha il solo pregio di finire rapidamente.

LRNZ, Alessandro Caroni – Astrogamma

La distanza

Esistono pure i fumetti brutti, eh. Ho letto questo un po’ per il titolo, che in un periodo di contatti a distanza e isolamento a casa mi sembrava evocativo, un po’ perché racconta un pezzo della Sicilia che amo, quella dell’estate, del mare e delle avventure in cui ogni meta è una scoperta. Ma la racconta male, attraverso personaggi stereotipati, dialoghi che spesso non hanno un filo conduttore e a volte nemmeno senso, oltre a tavole tagliate a metà e balloon disposti a cazzo. I disegni non mi fanno impazzire, anche se hanno il merito di restituire un’immagine pulita e solare dell’isola. Il protagonista ammorba con le sue riflessioni che sarebbero pure condivisibili se non fossero presentate come perle in discorsi sconnessi. Tuttavia, se con un piccolo sforzo faccio finta che protagonista è la Sicilia, tutte queste contraddizioni le perdono.

Colapesce, Alessandro Baronciani – La distanza

Il porto proibito

Già dalla prima pagina, a vedere il meraviglioso tratto a matita e senza china, sono rimasto affascinato dalla mano del disegnatore e ho pensato potesse essere una lettura da cinque stelline. L’ho pensato per buona parte dell’opera perché la storia regge e coinvolge. Fino ad un certo punto però. Andando avanti ci si rende conto di quanto i dialoghi siano stucchevoli, addirittura pesanti, con pagine per giunta piene di testi di canzoni che non ha senso leggere se non si conoscono. Tante, troppe. E quei pensieri, quelle conversazioni, talvolta assurde, stracolme di versi tradotti dagli autori originali e ricopiati per intero, oltre alle parole eccessivamente ricercate… beh, hanno rotto il cazzo. Probabilmente non rientro nel target (sedicenni in amore) a cui il libro mirava. Resta una grande opera e sono contento di averla fatta mia ma il merito è dei disegni che avrebbero funzionato anche senza testo e che appenderei sui muri di casa per quanto mi piacciono. La sceneggiatura o meglio i dialoghi, invece, li butterei nel cestino.

Teresa Radice, Stefano Turconi – Il porto proibito