Finché dura

Percorrendo i trecento metri che separano casa mia dalla fermata della metro, tra le tante domande esistenziali che la mattina mi pongo (chi siamo? Dove vado? Mi sono lavato i denti?) con gli occhi ancora chiusi e un frullato di banane e carote sullo stomaco, oggi mi sono soffermato su quelle riguardanti il mio lavoro. Questo perché incrocio puntualmente, nella direzione opposta, ragazzi senza futuro che vanno a scuola e ragazzi senza futuro che vanno a scuola ma che poi non entrano e vengono ad affollare la metro per fermare il presente, filmarlo, firmarlo, validarlo per tenerlo così per sempre. Incrocio spesso anche un signore, che conosco da dieci anni e di cui ignoro il nome, che potrebbe essere mio padre e che invece è probabilmente più piccolo di me, il quale si dirige sorridendo in direzione di casa mia per arrivare al negozio di fronte. Sorridendo, davvero. Certo, l’attività è sua e fa un sacco di soldi, ha pure tre o quattro impiegati che fanno soldi per lui, ci sta che sorrida. Io invece non sorrido andando in ufficio ma solo perché non sorrido mai. Senza motivo almeno.

Comunque, in sostanza, oggi mi sono chiesto se il mio lavoro corrispondesse a ciò che desideravo quando ero giovane, carino e disoccupato. Che poi, disoccupato non lo sono mai stato veramente, per fortuna. E forse neanche carino, per sfortuna. Non sono mai stato nemmeno toccato dall’ambizione di diventare un personaggio famoso, di scrivere libri, di amministrare un’azienda o vivere di rendita. La risposta alla mia domanda sta nel mezzo. No, non è il lavoro che desideravo perché non potevo sapere, quando studiavo, che esistesse un lavoro d’ufficio tipo il mio. Lavorare seduto dietro una scrivania e davanti ad un monitor è un mestiere che non dice nulla, lo si può attribuire anche ad un artista indipendente o ad un operatore di call center, dipendente. Ci sono miliardi di sfaccettature. Che io andassi a lavorare nelle telecomunicazioni, in una grande azienda e per giunta dove si amministrano i soldi, no, non lo avevo previsto né programmato. Sognavo però un contesto sereno, dove potessi esprimermi in qualche modo e che mi desse il giusto compenso economico. Quindi sì, è il lavoro che desideravo. Perché, nonostante sia un impiegato, ho la possibilità di organizzarmi pressoché autonomamente, di imparare, di ricevere uno stipendio regolare, di usufruire di benefit non da poco e soprattutto, molto sopra a tutto, di poter gestire la vita privata e provata come mi pare, mettendoci dentro le passioni e gli interessi, gli affetti, i viaggi e tutto quanto. E se sei soddisfatto della tua vita vuol dire che il tuo lavoro, finché dura, è adatto a te.

Con questa breve introduzione, volevo solo dire che grazie al mio lavoro il prossimo weekend, con compleanno incluso, lo potrò trascorrere a Barcellona: finalmente tornerò al Camp Nou da spettatore, per vedere la partita del Barça e depennare un’altra storica voce dalla mia to-do list.