Arrivederci

Auguri! A te e famiglia, a te e lei, a te e i tuoi cari. Buon anno, buone feste e così via. E così sia. Gli auguri si fanno e si ricevono, per cortesia, per dovere e per affetto. Sono più di un saluto, sono una speranza, un desiderio di cose belle a favore di altri. Sono sinceri ma a volte sono una gran rottura, li devi fare quasi per forza, altrimenti qualcuno ci resta male. O peggio, devi ricambiare. L’aspetto più palloso è ricambiare. Se non li invii e non li ricevi, alla prossima occasione ritrovi tutto come prima, il capodanno è passato e il rapporto tra le parti è invariato. Se li ricevi, sei praticamente obbligato a rispondere e non sempre sei spontaneo, altrimenti ci avresti pensato per primo. Non sarò io ad andare controcorrente criticando questa usanza o parlando di un’anno di merda, perché non è vero, né interpreterò il ruolo di acido non augurando niente a nessuno. Non è così. Per cortesia, per dovere e per affetto, anche io mando gli auguri. E, cosa incredibile, li ricevo!

Mai nessuno che dica però “arrivederci”: ecco il miglior augurio. Non è prassi, è sempre valido e, pur rischiando di apparire banale, è un saluto meraviglioso, perché non significa soltanto che ci rivedremo, significa che ne abbiamo voglia, che ne ho voglia io, che ne hai voglia tu che ti rispondi e succederà se lo vorremo. Ma soprattutto un arrivederci implica che ci saremo e non è affatto scontato. Vaglielo a dire a quelli che si erano fatti gli auguri di un anno fantastico e non sono nemmeno riusciti a concluderlo. Arrivederci, ci saremo, ci rivedremo. Domani, tra un mese, l’anno prossimo. Io voglio esserci e voglio che ci siate e voglio rivedervi tutti. A partire da te. A te che cresci, a te che giochi, a te che sei, arrivederci.

La prossima volta

Se fai una promessa, devi mantenerla, specialmente verso chi, come me, è stato un credulone sin da bambino, prendendo pure le caramelle da uno sconosciuto. Mi ha segnato il tal senso quella volta in cui, accompagnando a scuola mio padre (sì, io accompagnavo lui, professore di educazione fisica, ad una riunione), sono rimasto a giocare in palestra con un altro bambino sotto la supervisione di un bidello. Giocavamo a calcio naturalmente, uno contro uno, lui era più forte e il bidello, seduto dietro un banchetto, faceva da arbitro. Prendeva nota con carta e penna del tempo trascorso e del punteggio e, per stimolarci a dare il massimo, attribuiva un premio ad ogni gol segnato e uno, di valore più grande, alla vittoria finale. Pacchi di caramelle, pennarelli, magliettine, completini, palloni si accumulavano uno dopo l’altro al nostro score che cresceva di minuto in minuto (la partita è finita con risultato del tipo 35-30 per il mio avversario), ma il premio più ambito restava la mountain bike per il vincitore, completa di accessori. Avrò avuto sei o sette anni all’epoca e non ho vinto. La vera sconfitta però ho dovuto digerirla in auto quando, tornando a casa con il bigliettino che dimostrava quanti gol avevo segnato e quali premi avrei dovuto ritirare, mio padre mi ha spiegato che il bidello era solo un burlone e che al massimo avrei potuto ambire ad un pacco di caramelle comprato da mio padre stesso per consolarmi. Per mesi mi sono chiesto in silenzio se l’altro bambino si stesse divertendo con la mountain bike, non l’ho mai saputo.

L’episodio mi è servito da lezione, per anni non ho praticamente creduto in nulla. Sono arrivato alla prima comunione che già ero ateo. Ma non conoscevo ancora quel meraviglioso mondo che la natura ha creato con le donne. Dalla prima all’ultima, non necessariamente amichette, fidanzate, colleghe, compagne di letto o coinquiline, non ce n’è stata una che non mi abbia fatto un qualche tipo di promessa poi non mantenuta. Ci sono cascato sempre. Di fregature ne ho prese parecchie e tuttora perfino mia zia, mia sorella o la mia lei continuano imperterrite a prendermi per il culo sottovalutando l’importanza che io do alle parole. Solo mia madre mantiene qualsiasi tipo di impegno e non mi frega mai. Ma mia madre, come tutte le madri, non è una donna. Quello delle donne è un tema complesso e ancora poco chiaro all’umanità ma il punto resta che, se mi prometti che usciamo o che vieni, cazzo, devi venire. Perché io mi preparo, mi organizzo, mi libero e ti aspetto. Non sei mica una persona di cui non mi importa nulla. Sei un amico, un parente di passaggio, un vecchio compagno di scuola e tu mi hai detto che ti saresti fatto vivo, non puoi trovare alcuna scusa all’ultimo momento per non presentarti. E questi sono gli esempi più stupidi, per quanto importanti.

Ci sono quelli che ti invitano, i peggiori. Io mi faccio sempre gli affari miei, figuriamoci se ho la faccia tosta di auto-invitarmi ad una festa, un evento, una cena. Tu mi dici che mi inviti. Presto. Magari questo weekend o la prossima volta che passo dalle tue parti. Allora io passo e non vorrei nemmeno disturbare ma sei stato così insistente che te lo dico che sono dalle tue parti. E tu mi rispondi che sì, ci vediamo sicuramente, ti chiamo domani mattina, non prendere impegni. Io non li prendo e tu la mattina non mi chiami. Mi chiami il giorno dopo per scusarti perché non sei riuscito a sganciarti da un impegno improvviso. Ma vaffanculo. Vaffanculo a me soprattutto, che abbocco sempre.

Solo alle mail anonime colorate e piene di stelline che mi comunicano di essere il primo estratto alla lotteria non abbocco. Ma soltanto perché sono scritte in un italiano pessimo e io non posso fidarmi di chi non sa scrivere. Il mio capo lo sa fare bene e infatti gli ho creduto quando, anni fa, mi aveva assicurato di essere il primo della lista dei candidati per ricevere un aumento. Non ho mai visto un euro. Mio nipote, a quattordici anni, non sa ancora scrivere come un adulto, eppure in chat gli credo quando mi dice che, se vado a trovarlo, possiamo andare insieme al Mc che piace a lui o al cinema a vedere il film che piace sempre a lui. Macché, mi fotte ogni volta costringendomi a stare a casa pomeriggio e sera mentre lui gioca al PC. Credo a quelli con cui corro: vai tranquillo, abbiamo lo stesso passo, ti assicuro che non accelero, dicono. E poi spariscono lasciandomi da solo perché sono più veloci e li ritrovo al traguardo che già se ne stanno andando via.

Insomma, promessa o meno, fai attenzione quando mi dici una cosa che mi devo aspettare. Perché io l’aspetto, aspetto sempre e arrivo pure a giustificarti se vieni meno. Sto lì, tranquillo e fiducioso, con un’idea di quel che faremo ancora vaga ma concreta e mi sono preparato, chessò, ho preso i soldi o la macchina fotografica o mi sono pettinato e messo il vestito buono e sto aspettando che mi dai un segno, come il tizio seduto lì da solo, che beve acqua nel café peggiore della Scozia e gioca col telefono senza sapere ancora che nessuno si presenterà all’appuntamento, che manterrà quello che aveva detto e non posso essere io, non può essere lui a ricordarti dell’impegno preso e allora attendo interpretando il tempo, del cielo o dell’orologio, ché forse piove e salta tutto o forse è ancora presto per allarmarsi. E niente, non succede niente. Le promesse hanno una scadenza e arriva per forza un momento superato il quale significa che la tua non è stata mantenuta e, se tu non sei un burlone come il bidello, io ci resto male, le lancette girano, il tempo passa e la prossima volta per te non ci sarà una prossima volta.

L’ultima prova

Non era in programma che ti facessi vivo e la notizia del tuo arrivo ci ha scosso un po’ tutti. Nessuno però ha avuto il minimo dubbio su di te, saresti stato accettato e amato sin dal primo giorno, diventando uno di noi e non uno qualunque, il più importante. Lo sei stato ogni singolo minuto e lo sei tuttora, anche se da due anni dividi il palcoscenico con tuo fratello, venuto al mondo dodici anni dopo di te.

Ad esser sinceri, l’unico che ha sollevato qualche dubbio sull’opportunità della tua presenza sono stato io, come al solito contro corrente. Non ti potevo conoscere, non esistevi, ero troppo giovane per sapere quanto si potesse amare un bambolotto che piange e sporca. Ero contrario. Ma ci è voluto poco a farmi cambiare idea. Ci è voluto poco a farmi cambiare. Come persona, definitivamente. E poi chi doveva decidere, i tuoi genitori, non hanno avuto alcuna esitazione. Non ho tuttavia seguito le tue tracce fino a quel 20 settembre, non sono venuto nemmeno in clinica, se non quando eri già “vecchio” un paio di giorni. Ci siamo presentati e da quel momento abbiamo costruito il nostro rifugio, che ancora oggi vince sulla distanza.

Ne hai viste di cose nel frattempo. L’infanzia ti ha messo alla prova tante volte e tu non è che ti sei potuto tirare indietro. Potevi solo crescere. Sei stato sballottato qua e là, cambiando case, città, aerei e non a caso hai avuto per anni una passione sfrenata per i treni, protagonisti di viaggi, sogni e paesaggi da guardare dal finestrino. “Non ti abbiamo fatto mancare nulla” si dice ed è vero, ma spesso si tratta di un concetto riferito alle cose materiali. La tranquillità, le certezze, i riferimenti, le risposte… come si può essere certi che non siano mai mancate? Forse ce lo dirai tu stesso tra qualche anno. Io però una cosa che sicuramente non hai avuto la conosco e non è una fesseria, tutt’altro. E’ il motivo per cui ogni tanto cadi e ti ritrovi a terra gridando aiuto senza chiederlo. Ti rialzi sempre da solo e questo forse non sarebbe un grosso problema se non fosse che, una volta in piedi, non sempre trovi qualcuno ad indicarti la strada giusta. Tornare indietro per riprenderla poi è molto difficile. Ma non dipende da te, tu colpe non ne hai. Alla tua età molto dipende da chi ti sta vicino, da chi ti vuole bene e, quasi allo stesso modo, da chi ti ignora o nemmeno ti conosce. La strada da percorrere te la può indicare anche chi ti vorrà male: in questo caso, è semplicemente l’altra, devi essere tu a capirlo e succederà presto.

Di prove ne affronterai molte e non saranno né semplici né comuni. Se non potrò darti la mano per farti rialzare, le proverò tutte per non farti cadere. Pure adesso, in questo esatto momento, mentre ti immagino seduto davanti ai tuoi insegnanti di scuola per affrontare l’ultima prova di esame delle medie. E’ una passeggiata ma tu non lo sai: quindi allunga lo stesso la mano, te la prendo perché sono io che la voglio.