La favola Leicester

Avevo un appuntamento con la storia ma sapevo di essere in netto anticipo e, fino allo scorso lunedì, temevo addirittura che la storia potesse non presentarsi. Poi un gol ha riacceso il mio entusiasmo e ora sono pressoché certo che un’incredibile pagina di sport verrà scritta e celebrata per sempre. Avevo prenotato per il 7 maggio, in realtà già tra qualche ora potrebbe arrivare quella che ormai non è più una sorpresa ma solo attesa.

Sì, sto parlando di calcio. Quel calcio malato, milionario, ignorante, a volte violento, a tratti antisportivo, guidato ormai da interessi astronomici che non guardano più ai valori e puntano soltanto ai soldi e al potere. Il lato marcio esiste, senza dubbio. Eppure si tratta dello stesso calcio che un bambino, in qualsiasi Paese del mondo, dà ad un pallone quando vuole giocare, divertirsi e sognare: allora il marcio scompare, resta la magia di un dribbling, di uno scatto, di un gol che chiunque abbia provato a realizzare almeno una volta nella vita sa quanta gioia possa portare.

Non mi definirei un appassionato. E’ uno sport che seguo come altri, meno del tennis o del nuoto, più della pallavolo o del ciclismo. Tifo per la mia squadra del cuore, senza però guardarne più tutte le partite, mi faccio attrarre – lo riconosco – da e dalla Roma e soprattutto mi esalto per il Barcellona, specie quando decide di smettere di giocare a calcio e iniziare un altro sport, molto simile, che non ha ancora un nome. Adesso però sto parlando del Leicester, una squadretta del campionato inglese che si trova ad un passo dal realizzare un’impresa, cioè vincerlo, quel campionato. Potrebbe essere domani a Manchester o la settimana prossima nello stadio di casa. Ormai ne scrivono da mesi in tutta Europa e in mezzo pianeta e io non sono in grado di aggiungere nuove parole a tutto quello che è già stato raccontato. Altri lo faranno ancora e ancora, sui giornali, in TV, nei libri, persino al cinema si vocifera. Una squadra che fino a due stagioni fa e per dieci anni ha militato in “serie B” (la Football League Championship in Inghilterra), che si affaccia dietro le più forti e titolate mirando alla salvezza, che le supera e arriva a maggio in testa alla Premier League, il campionato oggi più bello e difficile, è un’idea di calcio più vicina alla favola del bambino col pallone che al marcio degli interessi milionari.

Per carità, si tratta pur sempre di giocatori ricchi e adesso famosi, anche se molti erano dilettanti poco tempo addietro e uno, tale Jamie Vardy, oggi punta della nazionale inglese, era un operaio che lavorava in fabbrica. Ma è ciò che sta accadendo, nella sua semplicità, a meritare gli applausi, perché affascinante come la sceneggiatura di un film.

Penso all’Africa, ai ragazzi dei villaggi dove mi lavoro, a cui basta una radura, qualche tronco di legno per fare le porte, una palla ed è subito partita.

Calcio_Ziga

In Burkina Faso lottano in un campionato ben più difficile, dove avversari come povertà, fame, malattie, ignoranza vincono da sempre. Un gol lo abbiamo segnato quando gli abbiamo portato le maglie e tanti altri, sono certo, ne faremo. Perché vogliamo vincere. Questa però è un’altra storia. Mi è venuta in mente perché, al di là del mio rapporto col calcio, quei Davide che vincono contro dieci Golia, gli invisibili che dal nulla riescono ad emergere per meriti propri, i piccoli privi di considerazione che diventano giganti sono esempi da seguire, non per forza da imitare ma sicuramente ad ammirare, magari solo per un breve momento. Quella del Leicester potrebbe essere la favola di qualsiasi altro sport o anche di un qualsiasi altro contesto, magari lo sarà un giorno per i ragazzi del Burkina Faso, mi avrebbe catturato comunque.

Io non appartengo a questa storia, non ne sarò il protagonista, tutt’altro. Figurerò al massimo tra le numerose comparse che tra qualche giorno si aggireranno per le strade della sinora sconosciuta cittadina di Leicester per festeggiare la vittoria. Un successo che va al di là del calcio, oltre lo sport, ai limiti della fantasia. Un appuntamento con la storia che ho prenotato in anticipo, certo però che lei sia vicina, stia arrivando e difficilmente rinuncerebbe a partecipare alla sua festa. Ne potrò scrivere nel diario e me ne ricorderò per il resto della mia vita comune, sempre che i litri di birra ad attendermi nei pub brulicanti di tifosi me lo permettano.

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Eric l’anguilla

Sarà che nuoto, sarà che sono sensibile, sarà che mi piacciono le storie e mi piacciono di più se raccontano qualcosa di eccezionale ma questa qui, nonostante l’abbia letta e sentita raccontare decine di volte, a me fa sempre venire quei brividi capaci di trasformarsi in lacrime di commozione.

Alle Olimpiadi di Sydney del 2000, quasi casualmente si ritrova a gareggiare per il proprio Paese, ossia la Guinea Equatoriale (e sfido chiunque a dirmi esattamente dove si trova), un nuotatore di colore, Eric Moussambani, ventidue anni. Partecipa ai 100 metri stile libero esclusivamente perché rientra in un programma speciale riservato agli atleti originari dei Paesi in via di sviluppo. Lui infatti fino ad otto mesi prima non sapeva nemmeno nuotare, giocava a pallavolo e in vita sua non aveva mai visto una piscina olimpionica. Aveva imparato a stare a galla nell’acqua dell’oceano e dei fiumi, prima di potersi allenare, sempre da solo, in una vasca vera, che però era quella decisamente piccola di un albergo.

Malabo

Moussambani non ha mai gareggiato su quella distanza e non ha idea non solo di quale tempo possa realizzare ma nemmeno se riuscirà a concluderla, la gara. In realtà partecipa solo alle batterie di qualificazione: da lì usciranno gli otto migliori tempi che andranno poi a disputare la finale. Quelli forti, quindi tutti gli altri, sono irraggiungibili, lui deve preoccuparsi di dare il massimo davanti alle 17.000 persone che gremiscono il palazzetto.

Allora nel nuoto era permesso utilizzare il cosiddetto “costumone”, una tuta che copre quasi tutto il corpo ad eccezione di spalle e braccia. Moussambani non poteva permetterselo, prende parte alla batteria con un normalissimo costume, che indossa per giunta slacciato, e un paio di occhialini montati alla meno peggio. Gareggia con altri due nuotatori, un nigeriano e un tagiko, di certo nemmeno loro espertissimi. Infatti sbagliano, si tuffano entrambi prima del fischio del giudice e vengono squalificati per falsa partenza. Moussambani è solo.

Deve fare due vasche, andata e ritorno. Il suo stile non è lontanamente paragonabile a quello di chi pratica questo sport: fa una mezza “panzata” dopo il tuffo, avanza con la testa sempre fuori dall’acqua, le braccia che sembra stia affogando e le gambe larghe e basse. I primi 50 metri sono un mezzo calvario ma è dopo la virata, pessima, che la spinta inizia a mancare davvero. Va avanti piano piano, con una fatica incredibile. Non nuota, arranca. La gente, che prima fischiava, capisce cosa sta accadendo ed inizia ad applaudire fino ad esplodere in una standing ovation per accompagnarlo verso il muretto, lontanissimo. Quando arriva è un trionfo. Conclude con un tempo abissale, 1’52” e spicci, il peggiore della storia delle Olimpiadi. Gli “avversari” concludono generalmente i 100 metri in 47-48 secondi. Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer, nel 1950 – primo italiano nella storia – li nuotava sotto il minuto. Io non arriverò mai a questi livelli, nemmeno se tornassi con la Delorean di “Ritorno al Futuro” nel 1950, a quelle Olimpiadi però avrei fatto molto meglio di Moussambani.

Quando esce dall’acqua, la folla è in estasi, lui è stremato eppure felice perché, come dirà poco dopo, “tutti facevano il tifo per me ed è stato come vincere una medaglia d’oro”. E’ una specie di eroe. I media lo ribattezzano “Eric l’anguilla”, la Speedo gli regala il famoso costumone che non aveva potuto comprarsi e lo sponsorizza per un tour in Europa. Gli procurano addirittura un interprete per dargli la possibilità di sostenere le centinaia di interviste che gli vengono richieste. Firmerà contratti pubblicitari per un bel po’ di quattrini e diventerà ingegnere, oltre che allenatore della squadra di nuoto del proprio Paese.

Per chi nuota poi l’impresa sportiva c’è stata davvero, perché Moussambani è riuscito negli anni a migliorare progressivamente il proprio tempo su quella gara, fino a portarlo a 57 secondi, crono non eccelso ma di tutto rispetto. Non è affatto facile. Oggi vincerebbe molte delle gare a cui partecipo io. Non si è crogiolato sugli allori né arreso, ha continuato ad allenarsi per dimostrare che poteva migliorare. E’ una lezione che insegna lo sport ed è anche una lezione di vita. Per me è pure una storia che mette insieme l’Africa e il nuoto, due mondi apparentemente inconciliabili e miei. Non poteva lasciarmi indifferente oggi che l’ho letta, decidendo di scriverla, per l’ennesima volta.