Is there anybody in there?

Ci vuole così poco. Ti svegli col sole e, piuttosto che lamentarti perché non riesci a connettere, ti congratuli con te stesso per essere arrivato alla doccia. Prendi le vitamine e bevi un bicchierone di latte freddo ché a te il latte piace più della birra e del vino, soprattutto la mattina. Ancora di più se trovi sul divano un cioccolatino Lindt che non credevi di avere. Vai in ufficio in auto perché piove e non puoi prendere la Vespa. Capisci che in fondo la pioggia ti piace. C’è un po’ di traffico per strada e non ne fai un problema, avrai più tempo per ascoltare quei pezzi rock alla radio che ti resteranno in testa per tutta la giornata. Il lavoro procede come vuoi che proceda, sei certo di fare il tuo dovere, quello per cui ti pagano, e di metterci anche qualcosa in più. I colleghi oggi sono tutti simpatici. Pensandoci bene, chi più, chi meno, lo sono sempre. Hai già fatto pace con lei per un’inutile discussione, il telefono non basta a riempire la voglia che hai di rivederla dopo due settimane di lontananza ma sai che quel momento sta per arrivare. Approfitti della pausa pranzo per fare due cose abbastanza inutili che proprio per questo rimandavi da mesi: cambiare la batteria della bilancia pesapersone che non ti pesa mai e comprare la ricarica di quella penna elegante, regalo di natale di un paio di anni fa, che nemmeno ti serve perché preferisci la Bic con quattro colori. Con l’occasione, al centro commerciale prendi pure tre libri, di quelli a 0,99 euro che hai quasi tutti. Compri di nuovo i Lindt e pure i Kinder Sorpresa con i puffi. Apri subito un ovetto e ci trovi Grande Puffo, il tuo preferito, quello con la barba che avresti sempre voluto avere. Torni in ufficio, vai su Anobii per aggiornare la libreria e ti accorgi che uno di quei volumetti lo avevi già. Noti anche che hai ottantacinque, e ripeti ottantacinque, libri da leggere. Ripeti ancora ottantacinque quasi con soddisfazione perché vuol dire che potrai contare su un’ampia scelta di titoli prima di iniziare la prossima lettura. Continui il tuo lavoro e aspetti che i colleghi vadano via perché il pomeriggio, nel silenzio della stanza, ti concentri meglio e ingrani la marcia giusta per finire di scrivere. Aspetti anche che faccia buio perché poi, a ora di cena, devi andare a nuotare. I compagni di squadra sono lì, pronti come te ad affrontare i quattromila metri quotidiani. L’allenamento stasera è pesante ma esci dalla vasca soddisfatto e senza alcun cattivo pensiero in testa, ammesso che ne avessi avuto uno. Hai perso le pinne, forse qualcuno le ha prese per sbaglio, forse no. Poco importa, le ritroverai. La doccia sembra durare più del solito, l’atmosfera nello spogliatoio maschile è simpatica come sempre, forse perché è l’unico al mondo in cui non si parla di donne e motori. Del calcio sì però, ogni tanto. Ci ritroviamo fuori e andiamo a cena insieme. Sono le undici di sera e Giancarlone e la sua trattoria ci aspettano. A tavola gli aneddoti si moltiplicano nel vino, le chiacchere si perdono nei piatti tipici. Torni a casa dopo aver viaggiato non solo sull’asfalto e, parcheggiando, casualmente due pietre miliari della musica ti bloccano nell’abitacolo, una dopo l’altra: Comfortably Numb dei Pink Floyd e la versione breve di I Heard It Through The Grapevine dei Creedence. E’ notte, non c’è nessuno fuori e rimani immobile come se non ci fosse nessuno neppure dentro. Stanco solo fisicamente, con gli occhi in fondo alla via, rivedi la giornata assolutamente normale appena trascorsa e ti rendi conto che ci vuole così poco per essere felici.

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Big Bang

08 agosto 2004

Dormo tantissimo e so anche perché. Mi risveglio nell’esatto momento in cui una ragazza in perizoma scende dal letto a castello sopra il mio e mi regala un bella immagine da conservare. Visito il Barrio Gotico e poi mi rilasso al Parc de la Ciutadella, sdraiato sul prato ad osservare i tanti giocolieri che fanno di tutto non solo con clavette e palline ma con gli attrezzi più impensabili, tipo lattine e bottiglie di birra. La sera Keith suona al Big Bang, un locale squallido in un quartiere altrettanto squallido quanto vivo che è El Raval. Keith è un fan dei Creedence, dice che cantanti e musicisti si alterneranno sul palco improvvisando. Vado a vederlo con due australiani appena conosciuti, Kevin e Andy. Uno dei due è un professore credo di educazione fisica, come mio padre. Sono giovani, solo qualche anno più grandi di me. L’ingresso del pub è un buco, dentro invece appare molto più spazioso. Sulla destra c’è un lungo bancone con gente che beve in piedi e sugli sgabelli, sulla sinistra una stanza con un tavolo da biliardo con gente che beve, gioca e fuma. In fondo un’altra stanza, enorme, con una pedana su un angolo e una tribunetta stracolma su quello opposto. Sembra che siano tutti musicisti: chitarra, voce, batteria, basso si avvicendano sul palco suonando discretamente bene. Vedo Keith, sa il fatto suo. Si regala Proud Mary. La musica è forte, il posto non è così malaccio, parlo un misto di italiano e spagnolo con ragazze di cui non ricordo un tubo. Con gli australiani paghiamo più giri di birra a testa. Quando mi avvicino al bancone per il mio, mi si presenta davanti un nano, quasi senza braccia: ha le mani deformi, senza neanche tutte le dita, che sembrano direttamente attaccate al busto. Gli chiedo tre birre e mi domando come cavolo faccia a servire da solo e così impedito tutte quelle persone. Lo capirò subito. Impedito un corno, è velocissimo. Sale e scende da una piccola panca che sposta a destra e sinistra e usa per issarsi sul bancone, con le braccina storpie impugna da un lato un apribottiglie e dall’altro le tre birre bloccandole sotto l’ascella: le stappa in mezzo secondo. Un fenomeno. Mi ricorda i giocolieri della Ciutadella. Anzi no, è molto più bravo. Pagherei per rivedere quella scena (e lo farò quando prenderò altre birre), resto impressionato solo a guardarlo e così lui guardando me, ma solo perché vuole i soldi che mi stavo dimenticando di dargli.

Bevo cinque Estrella in poco tempo mentre gli australiani giocano a stecche. Faccio quasi a gara con il rosso, che dovrebbe essere Andy. Non ho ancora imparato chi è l’uno e chi l’altro. Kevin è più pacato, beve pure lui, però non come noi. Ci saranno sette, otto ragazzi intorno al tavolo, fumano tutti. Un tipo strano, una specie di motociclista gigante, fa girare una canna piccolissima e interminabile. Kevin furbescamente rifiuta, Andy fa un tiro e la passa subito a me. Solo dopo capirò perché non l’ha tenuta di più. Faccio tre tiri senza fretta e senza accorgermi degli effetti, sul momento non mi rendo conto di quanto sia micidiale quella cosa. Non è erba, non solo erba perlomeno, non saprò mai cosa ho fumato. All’improvviso non capisco più niente. Con la testa ci sono, resto lucidissimo ma non riesco a scandire le parole, i movimenti diventano scoordinati nonostante mi sembri di averne il controllo, la prospettiva cambia. Mi sento risucchiato dentro vortice. Ho la sensazione di guardare la stanza e me stesso da un’altra dimensione, difficile da spiegare. Forse sono le porte della percezione di cui scriveva Huxley. Le persone sono vicine eppure mi sembrano distanti. Con una mano cerco di appoggiarmi al tavolo che è lì davanti, a venti centimetri… lo tocco, lo tocco… ma allungo il braccio e non lo tocco mai, non riesco a raggiungerlo. Allora faccio due passi indietro per mettere le spalle al muro e non trovo nemmeno il muro. Credo di non essermi mosso di un millimetro pur avendo creduto di farlo. Sudo. Non sto male, rido con gli altri che sembrano non aver notato nulla di strano, non ho nausea né giramenti di testa, è solo questa alterazione delle distanze che mi scombussola, tant’è vero che ricordo tutto e lo scriverò pure. A fatica mi dirigo verso il bagno per sciacquarmi la faccia, credo di aver impiegato tre giorni per percorrere dieci metri. Il bagno è il peggiore della Spagna, mi ricorda quello di Trainspotting che era il peggiore della Scozia. Mi chiudo dentro e subito si forma la fila. Anche questa però è un’impressione: sono lì da almeno mezz’ora, la fila si è creata perché mi sono impossessato del posto, peraltro strettino. Ho il lavandino davanti ed è come con il tavolo da biliardo, non riesco a raggiungerlo. Quando ce la faccio, l’acqua non mi aiuta, non sono nemmeno sicuro di averla usata, può darsi che sia rimasto bagnato solo di sudore. Allo specchio trovo centomila me che sorridono come Bob di Twin Peaks, questo perché – ricorderò poi – c’era un altro specchio di fronte a quello sul lavandino ed entrambi si riflettevano a vicenda all’infinito. Ho un attimo di smarrimento, mi accascio per terra e muoio.

Quando riapro gli occhi, il nano giocoliere ha forzato la porta, si accerta che sto bene, anche se non posso stare in piedi, ho le gambe di ricotta. Mi aiuta e mi rimette dritto e ancora una volta mi domando come faccia, sono alto due volte lui e lui non ha le braccia! Chissà quanti ne ha visti e messi a posto di deficienti come me. Arrivano Andy e Kevin e mi portano fuori dal locale. Torno verso casa abbracciato a loro e camminando mi riprendo velocemente. L’effetto di quella cosa sarà durato un’ora, ho ritrovato i miei movimenti, non mi sento stanco, sono solo fiacco. Provo a toccare un’auto parcheggiata lì accanto e mi sembra un miracolo, ce la faccio. OK, è tutto a posto. Andy e Kevin mi chiedono se voglio andare con loro in un club a ballare, ci andrei pure ma intuisco che non spenderanno poco, è già molto tardi e poi non mi piace quel tipo di locale. Oltretutto, domani all’alba, cioè fra tre ore circa, ho un treno per Valencia.