Corro, faccio corse, vedo gente

Annunci

Di agosto, sudore, obiettivi e mezze maratone

Dicono che siano necessari fino a otto mesi per preparare una maratona (42,195 km) e all’incirca tre per una mezza (21,097 km). Un sacco di tempo. Che si può anche trovare se correre è una passione e rappresenta l’unico impegno a cui dedicarsi oltre al lavoro, lo studio o la famiglia ma che diventa difficile recuperare se i fronti su cui dividersi sono più numerosi. La giornata dura sempre ventiquattro ore: per correre, bisogna andare di corsa.

Il mio sport è il nuoto e, gareggiando ad un certo livello, di tempo, passione, fisico e sforzo gliene devo concedere parecchio. L’unica cosa che non riesco proprio a dargli è la pancetta: lei è più forte, mi vuole così bene che resta legata alla mia vita nonostante io cerchi di liberarmene. Terminata la stagione gliel’ho data vinta. Sono andato in vacanza, mi sono rilassato e ho mangiato a casa dalla mamma, mettendo su qualcosa come cinque chili in tre settimane. Felice comunque.

Probabilmente è stato per questo che, in pausa dagli allenamenti in vasca, ho rispolverato le mie vecchie e pressoché immacolate scarpette da running e ho iniziato a correre, influenzato da amici e colleghi che praticano questo sport e sono stati capaci di farmelo apprezzare. I primi giorni mi sono dilettato in tratti di 5-6 chilometri alla velocità di una tartaruga e infatti la app del cellulare che ha seguito i miei progressi proprio una tartaruga mi ha mostrato quando ho boccheggiato, ho avuto le allucinazioni e, più che correre, sembrava stessi cercando di ritrovare l’equilibrio per non cadere. Che poi la tartaruga, quella di terra soprattutto, è molto determinata e sa essere velocissima quando vuole, quando s’incazza. L’immagine della lumaca era più pertinente al mio stato, anche per via della bava. E lumaca infatti sono stato.

Questo almeno nel primo periodo. Poi qualcosa è cambiato, sono riuscito a migliorare. Quei pochi chilometri ho imparato a percorrerli sempre più velocemente fino a che ho potuto aumentarli, raddoppiarli, triplicarli. Correvo come un ignorante, alla Forrest Gump. Mettevo le scarpe e partivo senza un obiettivo ben definito, salvo quello di fare meglio della volta precedente in termini di tempo o di distanza.

E’ difficile tuttavia che io mi impegni in qualcosa senza un vero scopo. In qualche modo dovevo competere, sfidare perlomeno il cronometro. Così, nel giro di poche ore, ho svolto le visite mediche per ottenere un certificato, mi sono tesserato con una società a casaccio e ho partecipato alla mia prima corsa ufficiale, un’affascinante gara serale di 10 km nel centro di Roma. Ho superato il traguardo soddisfatto, eppure non mi è bastato, l’appetito infatti vien mangiando. Durante quello stesso evento mi sono ritrovato tra le mani il volantino che pubblicizzava un mezza maratona in programma il 28 agosto, sempre a Roma. Perché no? Avevo trovato il mio scopo che oltretutto è presente nella mia to-do list. Mezza maratona quindi sarà.

Quei tre mesi circa necessari alla preparazione non li ho avuti. Mi sono allenato forse tre settimane e nemmeno tanto bene. Ho raggiunto il picco dei 18 km, mi sono fatto male, ho perso chili e li ho ritrovati il weekend successivo, non ho usato scarpe adatte, una vescica mi dà ancora fastidio, il ginocchio scricchiola e tutte le tabelle di allenamento che ho consultato sono rimaste lì, appese al muro. Insomma, non arriverò alla gara preparato come avrei dovuto. Una cosa però mi conforta: la testa. So di essere fottutamente testardo e che, quando metto a fuoco un obiettivo, non ci sono scuse, devo raggiungerlo.

Domenica scorsa ho stretto la mano ad un signore di 103 anni che ancora è autonomo, fa le sue passeggiate da solo, racconta storie, ride con una lucidità impressionante. Ripete sempre alle sue gambe che è lui a comandare, con la sua testa, non loro, stanche e pigre. Ecco, venerdì litigherò con le mie gambe e le sgriderò così tanto che dovranno scappare perché, se scappano, io finirò la gara. E la finirò, senza dubbio. Incazzato come una tartaruga.

Questa maledetta attesa

Le mie vacanze sono praticamente finite. L’estate invece no ed agosto deve ancora cominciare. Nonostante il caldo e tutti coloro che si lamentano del caldo, che forse sono peggio del caldo stesso, per me questa stagione potrebbe durare un anno intero, ne sarei felice. Anzi un anno meno due o tre settimane, quelle in cui vado in Africa: il gelo qui, io lì e vissero felici e contenti.

Avrei tanto da raccontare sull’ultimo mese se non fosse che oggi, al rientro in ufficio, di venerdì tra l’altro, non abbia la testa per farlo. Ogni singolo giorno trascorso altrove, nella meravigliosa Sicilia soprattutto, è una storia da rivivere attraverso parole e immagini e chissà che non mi decida a parlarne nei prossimi giorni. Il fatto è che, per mia natura, non appena termina un’esperienza inizio subito a concepire e organizzare la successiva, rischiando sempre di non godermi i ricordi e non gustarmi il sapore di quello che ho appena vissuto.

Così sto già guardando avanti. Penso al prossimo weekend quando, finalmente, potrò dedicarmi ad un paio di immersioni in fondali marini decenti. Attendo, allenandomi, la mezza maratona di fine agosto – prima volta nella mia vita – a cui mi sono iscritto. Immagino la gara di nuoto in acque libere di un fine settimana di settembre. Sogno gli Europei di Londra di maggio 2016. Questo solo per parlare dell’attività sportiva. Ci sarebbero anche un paio di viaggi, tra dicembre e marzo e un traguardo importante da raggiungere e superare a febbraio, nonché una nuova missione da affrontare in Africa che richiederà, come tutto il resto, impegno e passione. Poi non vanno esclusi gli imprevisti e le sorprese.

Io però non sono uno che programma, non ne sono capace. Ho delle tappe a cui, in un calendario tutt’altro che ordinato, so di dover mettere la spunta e nulla più. Non è raro infatti che qualcuna me la perda proprio perché la dimentichi o non faccia in tempo a prepararla. Quel che conta davvero per me è l’adesso. E adesso. in questo momento, io ho solo una cosa che mi prende e occupa tutte le mie proiezioni mentali (leggi pippe) sul futuro: è una notizia che tarda ad arrivare, un fottuto aggiornamento che coinvolge più persone prima di me e che per giunta ha un esito totalmente aperto. Croce e delizia, bene e male, vita o morte. Si fa per dire. Se buona, cambierà nel tempo a catena tanti aspetti della mia vita. Se cattiva, lascerà tutto com’è e non sarebbe una tragedia. O forse sì, devo ancora capirlo perché io, il cambiamento, lo voglio e nei limiti del possibile lo sto già perseguendo.

Ora, l’attesa. Snervante per definizione, ansiogena per dispetto. Merita tutta la disattenzione possibile. Per combatterla mi sono persino messo a scriverne. Qualche dettaglio potrebbe anche giungere stasera. In caso contrario, tutto il mese prossimo scivolerebbe via senza aggiornamenti, graffiandomi però la pelle o scorticandomela, nel peggiore dei casi. Sarebbe difficile distrarmi a quel punto, visto che si tratta di una cosa a cui tengo molto e che verrà intaccata e attaccata da miriadi di fattori. Ogni piccolo soffio di vento, ogni voce di corridoio, ogni faccetta in più o in meno in un messaggio, influenzerà e avrà il proprio peso sul risultato finale. Di mio, non posso sbagliare, non devo ascoltare né guardarmi intorno. E’ sufficiente – e non è affatto poco – tapparmi le orecchie e il naso, chiudere gli occhi e concentrarmi sull’obiettivo, un puntino in fondo all’angolo in cui convergono tre facce granitiche di un cubo: passato, presente e futuro. Il passato è alle spalle, il futuro non esiste, il presente deve vincere facile. In ogni istante.