The last dance

Un capolavoro assoluto. The Last Dance è la cosa migliore venuta fuori da questo periodo di isolamento, superiore persino alla Colombina De Longhi, arrivata a casa qualche giorno fa, che fino ad oggi ha rappresentato la gioia più grande della mia nuova vita casalinga.

Le ultime due puntate della docu-serie, uscite stamattina, tra l’altro in concomitanza con la fine della quarantena, chiudono una racconto da favola in cui a livello di emozioni non è mancato nulla. Sono cresciuto giocando a basket e Michael Jordan, pur non essendo il mio giocatore preferito (ero innamorato di un certo Magic Johnson), è stato capace di esaltarmi come pochissimi nello sport in generale. Ha portato la sua squadra in cima all’NBA e l’NBA oltre il gioco, oltre lo sport, trasformandola nello spettacolo entusiasmante che tutti conosciamo. Centinaia di aneddoti raccontano il giocatore e l’uomo, dalla nascita fino all’ultima incredibile stagione, “the last dance” appunto, in cui squadra e dirigenza sapevano che l’anno successivo sarebbe cambiato tutto. Jordan infatti si sarebbe ritirato. Da vincente. Con tre anelli consecutivi vinti, per due volte. Sei titoli in otto anni, oltre ad un’infinità di record e leggende. Ma la storia è lunga e complessa: ci sono delle omissioni, qualche ambiguità e tanti personaggi, ognuno con i propri retroscena, che insieme a Jordan, quella storia, l’hanno fatta. E io non sono capace di aggiungere niente a quello che la serie racconta ma sono sicuro che presto mi riguarderò tutti e dieci gli episodi, sicuramente mentre passo sul pavimento la mia Colombina.

Buona Apocalisse a tutti!

No, non è un augurio per la fase 2 dell’emergenza coronavirus. E’ il libro che ho appena finito di leggere e che mette definitivamente una pietra sopra Neil Gaiman. Gli avevo dato un’altra possibilità dopo Miti del Nord ma niente, non riesce più ad appassionarmi come un tempo e sicuramente perché sono cresciuto un po’, negli ultimi vent’anni. Questo romanzo tra l’altro, anche se i meriti (e le colpe) vanno divisi con Terry Pratchett, è il primo scritto da Gaiman (risale al secolo scorso, al 1990), per cui ci siamo incontrati ad una distanza siderale, lui giovanissimo, io con un piede nella fossa. Il tema di fondo comunque, dalla creazione alla fine del mondo, all’anticristo, gli angeli, i demoni e tutto quanto, mi ha sempre fatto sorridere quando affrontato con ironia, qui per giunta con fine humor inglese. Peccato fosse lento, senza ritmo e senza grandi colpi di scena. Ad un certo punto, per trovare feeling, ho seguito in parallelo la serie TV su Prime Video (Good Omens, stesso titolo con cui è stato ripubblicato il libro) e un minimo ha funzionato, sono riuscito a portare a termine entrambe le cose e ora posso finalmente dedicarmi ad altro, ai fumetti di Gaiman magari, non più ai suoi romanzi.

Neil Gaiman, Terry Pratchett – Buona Apocalisse a tutti!

A Braccio di Ferro

Il corriere, poveraccio, non mi ha nemmeno citofonato. Mi sono accorto della consegna solo quando sono uscito per andare al supermercato e ho trovato il pacco dietro il portone del giardinetto. Lo aveva gettato senza nemmeno sapere cosa ci fosse dentro, motivo in più per smettere di ordinare online in questo periodo, anche se il mio acquisto risale a tempi non sospetti. Salito a casa, ho aperto la scatola “più sigillata del mondo” – sarebbe stato più semplice scassinare una cassaforte – e, tra un centinaio di metri di nastro adesivo e chili di carta appallottolata, ho trovato la mia sorpresa.

Ero molto piccolo quando ci giocavo ma la ricordo molto bene: la latta (di plastica) degli spinaci con dentro i due personaggi (di gomma) di Braccio di Ferro e Olivia. Ho le immagini ben stampate in testa di un pomeriggio in cui, sul lettone dei miei, staccavo un braccio a Braccio di Ferro e strappavo l’etichetta alla latta che tenevo con entrambe le mani, perché era grande. Non era tra i miei giocattoli preferiti, perché non avevo giocattoli preferiti, avevo due o tre giocattoli e ogni cosa era la preferita per giocare.

Quando ho scartato il pacco, già di per sé piccolino, e dentro ho trovato quel mucchio di carta, per un attimo ho pensato ad una sòla (una truffa) e che non ci fosse niente dentro. Io ricordavo una latta grande e mi aspettavo qualcosa delle dimensioni di un minestrone in scatola. Invece, sorpreso nella sorpresa, mi sono ritrovato con una lattina da tenere tra pollice e indice che, guardando le mie manone e pensando a quanti anni sono passati, mi ha quasi commosso per quel bambino che non c’è più. O che forse c’è ancora e sta cercando di recuperare, pagandoli cento volte di più, i suoi giocattoli di un tempo. Che fortunatamente erano due o tre.

La distanza

Esistono pure i fumetti brutti, eh. Ho letto questo un po’ per il titolo, che in un periodo di contatti a distanza e isolamento a casa mi sembrava evocativo, un po’ perché racconta un pezzo della Sicilia che amo, quella dell’estate, del mare e delle avventure in cui ogni meta è una scoperta. Ma la racconta male, attraverso personaggi stereotipati, dialoghi che spesso non hanno un filo conduttore e a volte nemmeno senso, oltre a tavole tagliate a metà e balloon disposti a cazzo. I disegni non mi fanno impazzire, anche se hanno il merito di restituire un’immagine pulita e solare dell’isola. Il protagonista ammorba con le sue riflessioni che sarebbero pure condivisibili se non fossero presentate come perle in discorsi sconnessi. Tuttavia, se con un piccolo sforzo faccio finta che protagonista è la Sicilia, tutte queste contraddizioni le perdono.

Colapesce, Alessandro Baronciani – La distanza

Autodifesa di Caino

La “prematura” scomparsa di Camilleri ha impedito a questo monologo teatrale di andare in scena. Prematura, perché personaggi di questo calibro dovrebbero vivere centinaia di anni come Caino e non soltanto novantatré. Per fortuna ci lasciano libri da leggere che, in tempi di coronavirus, rappresentano un bene prezioso quanto il lievito madre.

Questa è la prima pubblicazione di Camilleri che Camilleri non vedrà. In realtà non vedeva quasi più niente da qualche anno ma sempre infinitamente meglio di tante menti chiuse. L’opera è un volumetto di facile lettura talmente ricco di spunti e riflessioni sul bene e il male, sull’uomo e la sua possibilità di scegliere che dovrei scrivere un articolo dieci volte più lungo del libro per raccontare le mie impressioni. Ammesso che ne sia capace. Adesso che riaprono le librerie è meglio andarlo a comprare.

Andrea Camilleri – Autodifesa di Caino

Un nuovo obiettivo

Dopo più un mese di astinenza da nuoto (e non solo da nuoto), ho dovuto trovarmi degli stimoli per mantenere un minimo di forma. E non ci sono riuscito, ho già preso tre o quattro chili, non oso mettermi sulla bilancia. Di allenarmi a casa non se ne parla, preferisco di gran lunga restare due ore in più a letto la mattina per leggere un libro invece di alzarmi, figuriamoci alzare pesi. Tuttavia vado correre e non perché ho bisogno di uscire. Sono un runner, sono tesserato, faccio gare e questo, dopo il nuoto e il padel, è lo sport che pratico. Con scarsi risultati, è vero. Del resto io non eccello (si può dire “eccello”?) in nulla. Per andare a correre però, non avendo gare in programma, dovevo darmi un obiettivo, non sono il tipo che fa le cose senza un traguardo da raggiungere. Non ho ancora voglia di correre per troppi chilometri: da solo e sotto casa mi romperei le scatole dopo due giorni. Così quasi ogni pomeriggio percorro cinque chilometri. Solo cinque. Con lo scopo di farli bene, che per significa in meno di venticinque minuti. Solo venticinque. Vuol dire correre mediamente un chilometro in cinque minuti. Non era facile, è un passo abbastanza sostenuto per me che non eccello (se “eccello si può dire) nella corsa. Oggi ci sono riuscito. E ora, mannaggia, mi serve un nuovo obiettivo.