La fortuna esiste?

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A quattro anni…

  • buio in sala e silenzio assoluto;
  • partita in diretta streaming piratato;
  • ingresso vietato a genitori, nonni, fratello, zio;
  • pancia da birra rigorosamente scoperta sotto la maglietta;
  • utilizzo consapevole della pancia stessa come poggia-oggetti (cellulare, lattina, libro ecc.);
  • rutto libero.

Ci stavano riuscendo

Ci sono un letto ed un divano nuovi a casa e anche io mi sono dato una ripulita. Ho sempre la barba, un sacco di capelli e quella faccia di bronzo che pochi sfortunati possono vedere ma la pulizia di cui parlo è sotto pelle, qualcosa di simile ad una trasfusione di sangue necessaria ad eliminare il marcio. Ne avevo un po’ in circolo, insaporito da un veleno di ottima fattura, di quelli che stanno nelle botti a fermentare per anni e che, quando è il momento, vengono fuori con la loro alta gradazione e fanno perdere la ragione.

Ci stavano riuscendo, mi è stato detto l’altra sera. A cambiarmi, a rendermi diverso da chi sono sempre stato, a lasciarmi muovere nel fango. Ed è vero, inutile negare che nei rapporti con l’altro sesso mi sono portato appresso scorie che ho avuto difficoltà a smaltire. Le ho seppellite un po’ in tutta Italia ma sono rimasto contaminato: una qualche mancanza di fiducia, un dubbio di troppo ogni tanto, la necessità di conferme per dettagli banalissimi, una certa indifferenza alternata a forti bisogni, diffidenza e soprattutto la costante ricerca del contatto fisico, che evidentemente avevo perso, sono tutti elementi tossici difficili da espellere.

Ci stavano riuscendo. Una frase buttata lì e azzeccatissima per l’uso del plurale e della coniugazione del verbo al passato. Tre parole che, pronunciate senza conoscere il contesto, hanno ben riassunto i miei ultimi mesi vissuti pericolosamente.

Perché ci stavano riuscendo. Ma non ci sono riusciti. Ho dovuto vincere qualche battaglia per capire che la guerra non mi interessava e alla fine è scattata la molla, è partito il colpo di pistola che ha sparato il giusto slalom sfavillante di passioni, storie e cose da fare.

E’ successo all’improvviso, una mattina mi son svegliato… e ho trovato l’invasor e mai invasione è stata più bella, fin dal quel primo ciao. Un profumo tra le lenzuola, qualche capello lungo in giro e aria nuova dietro una porta blindata che da troppo tempo era chiusa al pubblico, a differenza mia che sono stato aperto più del dovuto e selettivo come una zanzariera strappata in estate. Ché si sa, alle zanzare basta la cruna di un ago per infilarsi, pungerti e succhiarti, figuriamoci se non trovano barriere. La pellaccia però era dura. Mi hanno punto, mi sono dato una grattatina, poi ho scoperto lo zampirone e ho capito che, dentro le mura, non era più il caso di stare da solo mentre, fuori, dovevo darmi una regolata. Naturalmente non mi riferisco agli amici che vanno e vengono, loro hanno le chiavi come San Pietro, il famoso buttafuori del Paradiso. E insomma, quel letto non andava più bene, scricchiolava e acuiva il dolore alla schiena già malandata per il peso che ho dovuto sopportare. L’ho dato via lasciandogli impressa l’emozione dell’ultima volta e ne ho comprato uno nuovo sul quale, finalmente, riposo in pace. Non contento, ho cambiato pure il divano che, come il materasso, era macchiato da ricordi da coprire con ricordi migliori. Non scricchiolava, il divano, era diventato però più ingombrante di una vecchia foto in un portafoglio vuoto.

Con queste mosse ho depennato due voci dalla mia to-do list e tra pochi giorni, mettendo piede in Salento, ne spunterò un’altra. Non ho alcuna fretta di aggiornare questa lista, ho tutto il tempo del mondo, l’importante è che resti viva. C’è invece un altro elenco di cose che cattura la mia attenzione. Non ne ho ancora fatta nemmeno una, ogni giorno però un desiderio nuovo si aggiunge e l’aspetto più sorprendente è che non lo aggiungo da solo.

Quelle che scrivo non sono più belle parole, sono azioni. Non sono più nemmeno reazioni, che comunque non rinnego se mi hanno permesso di arrivare dove mi trovo. Sì, ma dove mi trovo? Più avanti, mi trovo più avanti.

Ora sono cazzi miei

Quanto valgono due anni di vita? Saresti disposto a sacrificarli per un bene più grande, ammesso che esista qualcosa di più grande del vivere? Io l’ho fatto. Non sapevo esattamente cosa ci fosse sull’altro piatto della bilancia ma ero certo si trattasse di una cosa bellissima. Non ero in grado di immaginare altro, se lo avessi capito forse adesso non sarei morto.

Avevo venti o quaranta anni e pensavo che sarei rimasto su questo mondo ancora a lungo, che avrei campato minimo fino ai novanta. Allora mi dicevo che due anni alla fine della vita, dentro un corpo vecchio e definitivo guidato da una mente stanca, non sarebbero stati praticamente nulla. Li vedevo come un susseguirsi di attimi di poca importanza perché probabilmente tutto ciò che avrei potuto fare lo avevo già fatto e il tempo che mi restava sarebbe stato un extra, me lo sarei goduto aspettando che finisse. Perché il tempo, prima o poi, finisce.

Peccato però che quei due anni non siano stati gli ultimi, li ho persi nel bel mezzo della mia vita, quando avevo delle certezze quali uno stipendio, una casa, un amore e immaginavo di mischiarle insieme per crearne altre, trasformando i weekend in giorni e anniversari, i treni in passeggiate per il centro, la distanza in ore. Sono morto, ho piantato una croce nel terreno per ogni giorno in cui non sono stato ma non ho potuto lavorare sui miei sogni. Se muori non puoi lavorare su un cazzo di niente, stai fermo lì e aspetti. Non sai nemmeno cosa aspetti, sei polvere ammucchiata in un angolo di cui qualcuno si occupa quando pulisce la stanza. La polvere è un pensiero costante, va eliminato, non rimandato. Per questo ignoravo che sarei morto per due anni interi, speravo che il sacrificio sarebbe servito. Non è successo. Ora sto in quell’angolino come un problema che prima o poi verrà spazzato via, non ho smesso di pensare, solo di vivere. E sì, ora sono cazzi miei.

L’Angelo sterminatore

Bello come la morte, più per il fascino che per la presenza, lo ricordo ancora bene. Non ho i suoi lineamenti impressi in memoria – come potrei? – ma al tempo la sua aura mi ha tormentato pure nel sonno e quella sagoma oscura sì che ha lasciato i segni. Finché ho vissuto, lui non si è palesato. Quando è arrivato, io già non esistevo più. Ecco perché non l’ho incontrato. Non mi ha mai sfiorato, eppure era lì, intorno, dappertutto, perfino dove non avevo osato mettere piede. Mangiava dove mangiavo io e, peggio, si nutriva di chi mi nutriva. La Falce era la sua bocca e con quella mi ha tagliato le gambe. Le gambe prima e la testa poi. E le parole, alla fine. Perché della mia fine parlava.

E’ stato Gabriel, l’angelo dell’acqua, che mi ha riportato in terra. La Casa mi dato gli scudi e l’armatura. Da Loro ho avuto in dono l’arma, la parola, e il nuovo verbo. La Città Eterna è stata il pretesto. E, in ultimo, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi mi ha completato con Tutto il resto.

Così ho sconfitto, anni fa, l’Angelo sterminatore. Non ho dovuto ucciderlo né eliminarlo, solo iconizzarlo, ridurlo a icona e riprodurlo dove non avrebbe più avuto senso: nelle immagini sfocate, nei testi non scritti, nei ricordi di una vita che fu. E la Falce? E’ ancora tra le sue mani, senza alcun potere: quando parla non taglia, quando osserva non parla, quando taglia non osserva.