Ora sono cazzi miei

Quanto valgono due anni di vita? Saresti disposto a sacrificarli per un bene più grande, ammesso che esista qualcosa di più grande del vivere? Io l’ho fatto. Non sapevo esattamente cosa ci fosse sull’altro piatto della bilancia ma ero certo si trattasse di una cosa bellissima. Non ero in grado di immaginare altro, se lo avessi capito forse adesso non sarei morto.

Avevo venti o quaranta anni e pensavo che sarei rimasto su questo mondo ancora a lungo, che avrei campato minimo fino ai novanta. Allora mi dicevo che due anni alla fine della vita, dentro un corpo vecchio e definitivo guidato da una mente stanca, non sarebbero stati praticamente nulla. Li vedevo come un susseguirsi di attimi di poca importanza perché probabilmente tutto ciò che avrei potuto fare lo avevo già fatto e il tempo che mi restava sarebbe stato un extra, me lo sarei goduto aspettando che finisse. Perché il tempo, prima o poi, finisce.

Peccato però che quei due anni non siano stati gli ultimi, li ho persi nel bel mezzo della mia vita, quando avevo delle certezze quali uno stipendio, una casa, un amore e immaginavo di mischiarle insieme per crearne altre, trasformando i weekend in giorni e anniversari, i treni in passeggiate per il centro, la distanza in ore. Sono morto, ho piantato una croce nel terreno per ogni giorno in cui non sono stato ma non ho potuto lavorare sui miei sogni. Se muori non puoi lavorare su un cazzo di niente, stai fermo lì e aspetti. Non sai nemmeno cosa aspetti, sei polvere ammucchiata in un angolo di cui qualcuno si occupa quando pulisce la stanza. La polvere è un pensiero costante, va eliminato, non rimandato. Per questo ignoravo che sarei morto per due anni interi, speravo che il sacrificio sarebbe servito. Non è successo. Ora sto in quell’angolino come un problema che prima o poi verrà spazzato via, non ho smesso di pensare, solo di vivere. E sì, ora sono cazzi miei.

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L’Angelo sterminatore

Bello come la morte, più per il fascino che per la presenza, lo ricordo ancora bene. Non ho i suoi lineamenti impressi in memoria – come potrei? – ma al tempo la sua aura mi ha tormentato pure nel sonno e quella sagoma oscura sì che ha lasciato i segni. Finché ho vissuto, lui non si è palesato. Quando è arrivato, io già non esistevo più. Ecco perché non l’ho incontrato. Non mi ha mai sfiorato, eppure era lì, intorno, dappertutto, perfino dove non avevo osato mettere piede. Mangiava dove mangiavo io e, peggio, si nutriva di chi mi nutriva. La Falce era la sua bocca e con quella mi ha tagliato le gambe. Le gambe prima e la testa poi. E le parole, alla fine. Perché della mia fine parlava.

E’ stato Gabriel, l’angelo dell’acqua, che mi ha riportato in terra. La Casa mi dato gli scudi e l’armatura. Da Loro ho avuto in dono l’arma, la parola, e il nuovo verbo. La Città Eterna è stata il pretesto. E, in ultimo, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi mi ha completato con Tutto il resto.

Così ho sconfitto, anni fa, l’Angelo sterminatore. Non ho dovuto ucciderlo né eliminarlo, solo iconizzarlo, ridurlo a icona e riprodurlo dove non avrebbe più avuto senso: nelle immagini sfocate, nei testi non scritti, nei ricordi di una vita che fu. E la Falce? E’ ancora tra le sue mani, senza alcun potere: quando parla non taglia, quando osserva non parla, quando taglia non osserva.

Casa dolce casa

Ne avevo già scritto una volta (qui: Quella cosa del vivere da soli che non mi riesce tanto bene) e spesso affronto l’argomento con diversi spunti quando parlo delle mie abitudini. Pensavo di aver esaurito i quesiti, di aver trovato risposte esaustive e invece no, tra le mura domestiche non si finisce mai di imparare. Mi aiuta l’avere una mamma, fonte inesauribile di insegnamenti, e il confrontarmi quotidianamente con un manipolo di agguerrite colleghe d’ufficio che parlano più di casa e famiglia che di lavoro.

Dunque. La rivelazione dell’anno riguarda la lavatrice. Sono lontani i tempi in cui infilavo qualsiasi cosa nel cestello senza distinzione di colore, sempre con lo stesso lavaggio e utilizzando litri di detersivo e ammorbidente in un unico prodotto. Oggi mi sento un professionista, i panni profumano, cosa che prima non succedeva. Lavaggi mirati, temperature variabili, tessuti separati, detersivi diversi, ammorbidenti in giusta quantità e persino il foglietto acchiappacolore hanno cambiato il mio modo di vestire. Ignoravo un particolare, ossia che la lavatrice necessitasse di manutenzione. Non ho dimenticato l’idraulico della pubblicità con una specie di diapason gigante ricoperto di calcare ma non l’ho mai preso sul serio finché le commari-colleghe non ne hanno parlato. Così ho scovato al supermercato un reparto sinora ignoto, pieno di prodotti anticalcare che ho comprato alla cieca e che inizierò ad usare quando capirò come. La rivelazione però riguarda il filtro. La lavatrice ha un filtro! Facile da svitare e posizionato davanti in modo che pure gli impediti possano ripulirlo. Ebbene, venuto a sapere della sua esistenza, l’ho smontato e pulito per la prima volta in sei anni. Inutile specificare in che condizioni fosse. Pare abbia funzionato, tra monetine, spillette, carta e e calcare ho scrostato un chilo di detriti. Posso usarlo per altri sei anni.

Anche la lavastoviglie, che in passato adoperavo pochissimo credendo erroneamente fosse più semplice il lavaggio a mano, ha dimostrato di aver bisogno di attenzioni. L’ho capito quando mi sono ritrovato due pentole con uno strano alone bianco intorno e alcune posate con piccole macchioline simili alla ruggine. Ho interpellato le commari e ho appreso che il brillantante serve, altroché se serve. Le pastiglie che dicono di averlo incorporato nella pallina rossa forse non ce l’hanno o ce l’hanno e non funziona, non lo so. So però che adesso lo utilizzo e l’alone è scomparso. Il sale lo usavo già. Ho conosciuto anche un liquido miracoloso che agisce con un lavaggio a vuoto – pare sia sufficiente una volta ogni sei mesi – senza bisogno di essere versato in qualche vaschetta: va messo dentro proprio il flacone, l’apposito tappo di cera si squaglia, libera l’acqua santa e il miracolo è servito.

Il forno. Non è come la lavatrice e la lavastoviglie che si muovono con i loro complessi interiori, fanno casino e si sporcano. Eppure si sporca. Cioè, io metto dentro una teglia o una pirofila (da notare che so cos’è una pirofila) e stanno ferme, immobili e solo loro dovrebbero sporcarsi perché contengono il cibo, perché le pareti del forno? Mica ci ho messo i popcorn. Sono stato costretto a pulire pure il forno e, porca miseria, non esiste alcun liquido miracoloso che agisce da solo da buttare dentro con un’infornata a vuoto. Qua, ahimè, bisogna strofinare, è un duro lavoro. Lo dirò alla donna delle pulizie.

Veniamo alla polvere. Sembra il titolo di un romanzo impegnato, è invece solo una rogna superficiale, molto superficiale. Da accumulatore seriale quale sono, del genere che potrei partecipare a “Sepolti in casa”, la polvere si accumula ovunque. La signora delle pulizie (anche questo sembra il titolo di un romanzo) è brava e fa davvero il massimo, in casa la polvere non esiste. Ma io so che esiste e la vado a cercare e la trovo giustamente nei luoghi meno abitati che poi sono solo uno: la microscopica stanza degli ospiti. Più che gli ospiti, lì trovano spazio libri, documenti, raccoglitori, omini Lego, robot, pupazzi, macchinine, scatole e scatoloni, souvenir dal mondo, oggetti di ogni tipo che non meritano di finire in soffitta perché la soffitta, così come la cantina, è il dimenticatoio e quella roba io voglio invece tenerla viva. A fare la polvere. Per mantenere la stanza a lucido ci vorrebbero più signore delle pulizie impegnate ogni giorno, mentre la mia può venire a casa solo per due ore a settimana e non posso chiederle di spostare, spolverare e rimettere a posto libri e giocattolini. E’ un dilemma a cui non trovo soluzione. Se la vedranno gli ospiti.

In cucina ho qualche difficoltà. Non sono un grande cuoco, cioè non sono proprio un cuoco… OK, non so cucinare. Ho comunque fatto passi da gigante e diciamo che qualcosa riesco a preparare se ho voglia. Ammiro quelli che, quando non hanno fatto la spesa, si arrangiano. Trovano – sempre casualmente poi – una melanzana, due pomodori e due uova e si inventano un piatto delizioso. A parte il fatto che io non trovo mai nulla (a casa mia, o c’è tutto o non c’è niente), il massimo dell’improvvisazione per me è un’insalata o una poltiglia fritta o infornata. Chissà se le uova al forno sporcano. Al di là di questo, il problema vero consiste in tutta quella roba che butto perché me la dimentico, perché scade. E non di poco, se è scaduta da qualche giorno la mangio lo stesso: se è scaduta da un mese, ci penso. Le uova scadute dall’estate scorsa però non mi porteranno sicuramente ad un piatto delizioso. Mentre scrivo mi domando se il vino nelle bottiglie che conservo da anni non sia diventato aceto. E’ che non sono proprio organizzato e non sono creativo tra i fornelli, altrimenti potrei improvvisare e non avanzerebbe mai nulla. Lavorando tutto il giorno e cenando solitamente alle undici di sera, mi sembra difficile che io impari come si deve. Siano lodati i surgelati.

Ultimo argomento, fino a nuove riflessioni sul tema, è il giardino. Non posso dire di avere un giardino. C’è uno spiazzo, per giunta abusivo, davanti il portone di casa con un vialetto di mattonelle e l’erba intorno. L’erba maledetta è una forza della natura, basta un giorno di pioggia che cresce di mezzo metro. In primavera percorro il vialetto col machete. E’ uno spazio delimitato da una recinzione ma, non essendo mio, non posso né gettargli sopra una colata di cemento né farci un vero giardino. La terra poi non è di quelle in cui ci si possono mettere le piante belle, è terra di strada. Avessi una turf house, la casa islandese con la torba sul tetto, ci vivrei pure bene. Io però intorno non ho le cascate e le colline verdi, ho l’asfalto e le automobili. Il vicino di casa, la cui erba è migliore per definizione, si è fatto un prato all’inglese con il rampicante che cresce lungo la rete di recinzione. Anche il suo giardinetto è abusivo ma lui lo cura con un tosaerba che è la mia salvezza. Nemmeno me lo presta: quando taglia il suo prato viene direttamente a tagliare il mio. Giuro che non gli ho mai chiesto nulla, forse gli faccio pena o, più verosimilmente, non vuole abitare accanto a Tarzan. Non mi avverte: esco una mattina attraversando la giungla e torno la sera camminando sul centrale di Wimbledon. Si chiama Alessandro come me ed è l’unico vicino che mi dà confidenza, gli altri credo di non averli mai visti e non ho mai incontrato sua moglie. In qualche modo devo ringraziarlo. Magari gli regalo una pianta finta oppure una bottiglia di aceto di quelle che ho in casa.

Non escludo nel prossimo futuro ulteriori capitoli sulle mia disavventure casalinghe, chissà, potrebbe perfino capitare che mi sposi.