Le mie piantine maledette

Ultimi giorni prima di partire per Mauritius. Sono praticamente da solo a Roma, gli amici pubblicano foto di vacanze al mare e in montagna e io, oltre a lavorare, per tenermi impegnato il tardo pomeriggio, visto che ho finito Mindhunter e il nuoto è in stand-by in attesa dell’ennesima stagione, vado a correre a Villa Pamphili. Almeno mi tengo in forma. Nessuno pubblica foto di Villa Pamphili, eppure mezza città pare sia lì, in mezzo al verde, coperta dall’ombra e accanto ad altra gente che fa cose. Così, correndo e sudando, mi sono ricordato che avrei dovuto fare qualcosa anch’io, qualcosa che riguarda il verde e il sudore e le decine di piantine ospitate nel mio balcone. Sono piante grasse, motivo per cui è sufficiente un pensiero per tenerle in vita, ma ho riconosciuto di averle trascurate un po’ quest’anno.

Crescono eh, ognuna nel suo vasetto colorato, con le proprie spine e, quando gli gira, un fiore improvviso che nasce e muore in poche ore. Non immaginavo però che potessero diventare enormi. Un cactus di cinque centimetri acquistato anni fa per un euro adesso è alto mezzo metro e ha partorito altri cactus che già danno segni di gigantismo e di squilibrio. Una pala di fico d’India che avevo rubato ai vicini si è moltiplicata fino a diventare un vero piccolo fico d’India, con altre pale, anche se ancora senza fichi. E quelle minuscole foglie paffute che staccavo dalle piante in esposizione da Leroy Merlin per portarmele via e dargli una vita indipendente, beh, adesso hanno una vita indipendente. Insomma, ho capito che avrei dovuto dargli una regolata. Non ho il pollice verde, nemmeno mi piace il colore verde e il pollice è il dito più brutto, però cambiare vasi e terra alle piantine più esigenti sarebbe stata cosa buona e giusta. Sono sicuro che si stessero lamentando già da mesi, in qualche modo le sento comunicare tra loro e i segnali che ricevevo non erano positivi. Una si era già suicidata buttandosi di sotto e la salvia, che ho scoperto essere indistruttibile, è morta, forse di solitudine perché era l’unica pianta non grassa. L’estate scorsa la menta se n’era andata allo stesso modo, seccata.

Ho comprato tre vasi grandi, i più grandi che abbia mai avuto e terra, molta terra. E un paio di guanti protettivi, sapevo che le spine mi avrebbero creato problemi. Ci ho messo l’intera mattinata e mezzo pomeriggio di domenica per completare il lavoro, cercando di sbrigarmi prima che arrivasse il sole di agosto a bruciare quel lato della casa. Nonostante due o tre cactus di quelli cattivi, fratelli, con spine grandi come siringhe, mi abbiano perforato le dita in cerca di vendetta, alla fine ho avuto la mia soddisfazione. Le ho messe vicine sul ripiano per una foto ricordo e vederle insieme in una veste nuova, pulite e sorridenti, mi ha ricordato perché le posseggo o perché loro posseggono me. Adoro le mie piantine maledette. Al tramonto, sudato e sporco di terra, quindi infangato, in un eccesso di euforia mi sono persino sbilanciato dando a tutte un po’ d’acqua per mostrare la mia generosità. Questo prima di salutarle con un arrivederci all’estate prossima, sempre che in primavera non abbiano preso il potere entrandomi in casa.

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A quattro anni…

  • buio in sala e silenzio assoluto;
  • partita in diretta streaming piratato;
  • ingresso vietato a genitori, nonni, fratello, zio;
  • pancia da birra rigorosamente scoperta sotto la maglietta;
  • utilizzo consapevole della pancia stessa come poggia-oggetti (cellulare, lattina, libro ecc.);
  • rutto libero.