La giusta direzione

Casa è quel posto in cui vuoi stare quando piove forte come oggi, guardando il temporale da dietro le finestre con un calice di rosso in mano e un senso di sicurezza in corpo. Quando le strade sono deserte e le buche mezze piene o mezze vuote, a seconda dei punti di vista. Quando il calice diventa due calici e, in un attimo, una bottiglia con un messaggio dentro: tornerò. Quando le luci dei lampioni si riflettono sull’asfalto e, insieme alle foglie cadute, ti illudono che la via bagnata sia lo spazio in cui vorresti essere, che dovresti percorrere, del quale ti piacerebbe sistemare le crepe. Che poi la via è giusta, è sbagliata la direzione. Lo sai, ma adesso sei bloccato e al sicuro dai colpi di fulmine, non puoi camminare né guidare, non saresti in grado di guidare nessuno. Presto smetterà di piovere e sarà naturale invertire la rotta e dirigerti lì dove sei più protetto che a casa, dove la bottiglia diventa due calici, dove c’è il sole. Nel tuo porto sicuro.

Il sogno e l’approdo

Racconti di stranieri in Sicilia è il sottotitolo di questo volume che comprende sei racconti di autori siciliani con la Sicilia protagonista, al centro o in disparte, come è solita fare. Ho trovato il libro a Verona, davanti la fredda vetrina di una libreria, su una bancarella di offerte a 3 euro. Nessuna esitazione nel comprarlo, mi è sembrato un segno che in una città così aperta e accogliente (!) quale è Verona, un libro del genere fosse in vendita come “scarto” e che un nordafricano come me lo trovasse. Mi ha colpito, oltre alla Sicilia, il nome di Piazzese, biologo prestato alla scrittura, come lui stesso si definisce, che ammiro da tempo immemore. I racconti sono piacevoli e piuttosto scorrevoli. Tutti trattano il tema dello straniero in una terra nuova, descrivendo in modi diversi la sensazione di attaccamento e smarrimento nei confronti di uno spazio che è – o sarà o è stato per un tempo non definito – casa. La stessa sensazione che provo io quando visito la Sicilia o nuoto nel mare. O quando leggo un buon libro come questo. Sellerio poi è una garanzia.

Maria Attanasio, Giosuè Calaciura, Davide Camarrone, Santo Piazzese, Gaetano Savatteri, Lilia Zaouali – Il sogno e l’approdo

A Braccio di Ferro

Il corriere, poveraccio, non mi ha nemmeno citofonato. Mi sono accorto della consegna solo quando sono uscito per andare al supermercato e ho trovato il pacco dietro il portone del giardinetto. Lo aveva gettato senza nemmeno sapere cosa ci fosse dentro, motivo in più per smettere di ordinare online in questo periodo, anche se il mio acquisto risale a tempi non sospetti. Salito a casa, ho aperto la scatola “più sigillata del mondo” – sarebbe stato più semplice scassinare una cassaforte – e, tra un centinaio di metri di nastro adesivo e chili di carta appallottolata, ho trovato la mia sorpresa.

Ero molto piccolo quando ci giocavo ma la ricordo molto bene: la latta (di plastica) degli spinaci con dentro i due personaggi (di gomma) di Braccio di Ferro e Olivia. Ho le immagini ben stampate in testa di un pomeriggio in cui, sul lettone dei miei, staccavo un braccio a Braccio di Ferro e strappavo l’etichetta alla latta che tenevo con entrambe le mani, perché era grande. Non era tra i miei giocattoli preferiti, perché non avevo giocattoli preferiti, avevo due o tre giocattoli e ogni cosa era la preferita per giocare.

Quando ho scartato il pacco, già di per sé piccolino, e dentro ho trovato quel mucchio di carta, per un attimo ho pensato ad una sòla (una truffa) e che non ci fosse niente dentro. Io ricordavo una latta grande e mi aspettavo qualcosa delle dimensioni di un minestrone in scatola. Invece, sorpreso nella sorpresa, mi sono ritrovato con una lattina da tenere tra pollice e indice che, guardando le mie manone e pensando a quanti anni sono passati, mi ha quasi commosso per quel bambino che non c’è più. O che forse c’è ancora e sta cercando di recuperare, pagandoli cento volte di più, i suoi giocattoli di un tempo. Che fortunatamente erano due o tre.

Un nuovo obiettivo

Dopo più un mese di astinenza da nuoto (e non solo da nuoto), ho dovuto trovarmi degli stimoli per mantenere un minimo di forma. E non ci sono riuscito, ho già preso tre o quattro chili, non oso mettermi sulla bilancia. Di allenarmi a casa non se ne parla, preferisco di gran lunga restare due ore in più a letto la mattina per leggere un libro invece di alzarmi, figuriamoci alzare pesi. Tuttavia vado correre e non perché ho bisogno di uscire. Sono un runner, sono tesserato, faccio gare e questo, dopo il nuoto e il padel, è lo sport che pratico. Con scarsi risultati, è vero. Del resto io non eccello (si può dire “eccello”?) in nulla. Per andare a correre però, non avendo gare in programma, dovevo darmi un obiettivo, non sono il tipo che fa le cose senza un traguardo da raggiungere. Non ho ancora voglia di correre per troppi chilometri: da solo e sotto casa mi romperei le scatole dopo due giorni. Così quasi ogni pomeriggio percorro cinque chilometri. Solo cinque. Con lo scopo di farli bene, che per significa in meno di venticinque minuti. Solo venticinque. Vuol dire correre mediamente un chilometro in cinque minuti. Non era facile, è un passo abbastanza sostenuto per me che non eccello (se “eccello si può dire) nella corsa. Oggi ci sono riuscito. E ora, mannaggia, mi serve un nuovo obiettivo.

Krypt

Erano due settimane che non ci mettevo mano. Preso da altro (Il Trono di Spade in particolare, che ho appena terminato), non ho avuto tempo e voglia di mettermi a cercare pezzi neri per cercare di comporre un pezzo nero più grande, in un continuo cerca-cerca nel buio. Ieri sera, ben disposto, ho ripreso e mi sono accorto di essere arrivato a buon punto. Questo Krypt è un puzzle difficile che essendo monocolore – o meglio senza colore – rischia di stancare. E invece, a me che non sono un appassionato, ha tolto presto ogni dubbio sul fatto che dovessi comprarlo e dovessi completarlo, per poi incorniciarlo e appenderlo dove troverà spazio. Ci ho già trascorso molte ore, passando con indifferenza dalle serate con un bicchiere di vino a quelle con la tazza della tisana. Il catetere non appare lontano. Mi stupisce però quanto sia gratificante incastrare un tassello. Se all’inizio mi ci dedicavo come scusa per sorseggiare il vino, adesso la tisana è una scusa per dedicarmi al puzzle. Inoltre mi isola da ogni cosa che potrei voler fare: Krypt vuole attenzioni solo per se stesso, o fai il puzzle o non lo fai, nel mezzo non ci sono zone grigie. O bianco o nero e qui il nero stravince.

La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.

Da un posto all’altro

Mi alzo dal letto per la quarta volta, l’ultima, dopo aver “sprecato” le tre precedenti per bere tutta l’acqua (una bottiglia sul comodino no?) che, per colpa della birra, non avevo bevuto sino a Capodanno. Mi alzo perché sono le otto e oggi lavoro ma è un caso, una buco tra giorni di festa in cui sto viaggiando da un posto all’altro senza pensare. Mi alzo e, dopo la doccia, mi accorgo che il cassetto dei calzini è vuoto e così quello dei boxer. Sì, io uso i boxer, rigorosamente neri e aderenti. Gli slip solo in piscina e i boxer colorati solo al mare, il mio sedere ha un look per ogni occasione. Il problema però resta, non ho più biancheria intima da mettere in borsa (nonché addosso) e non ho il tempo di usare la lavatrice, dato che domani devo ripartire.

Ho preso un treno la vigilia per trascorrere il Natale con i miei nipoti nel profondo nord. Non ricordo di aver mai speso tanto per i regali ma sono stato più contento io di averli fatti che loro di averli scartati. Che poi, se Gesù fosse nato a gennaio invece che a dicembre, avrei potuto approfittare dei saldi e invece no. Per fortuna ho la tredicesima, cioè avevo. A Santo Stefano ero già di ritorno. La sera ho disfatto e rifatto la borsa e l’indomani via di nuovo per una destinazione che ho appreso solo poco prima. La vacanza in Slovenia infatti è stata un regalo a sorpresa e sorpresa è stata proprio la Slovenia, tappa dopo tappa, dalle Grotte di Postumia al lago di Bled, dove ho trascorso il primo dell’anno. Oggi sono a Roma e approfitto della solita pausa pranzo in ufficio per scrivere due righe. Domani all’alba ho un altro volo, stavolta per il profondo sud, che non è una sorpresa ma una conferma, il luogo che sento più “casa” di qualsiasi altro, più di quello dove tengo i calzini e i boxer.

Le mie piantine maledette

Ultimi giorni prima di partire per Mauritius. Sono praticamente da solo a Roma, gli amici pubblicano foto di vacanze al mare e in montagna e io, oltre a lavorare, per tenermi impegnato il tardo pomeriggio, visto che ho finito Mindhunter e il nuoto è in stand-by in attesa dell’ennesima stagione, vado a correre a Villa Pamphili. Almeno mi tengo in forma. Nessuno pubblica foto di Villa Pamphili, eppure mezza città pare sia lì, in mezzo al verde, coperta dall’ombra e accanto ad altra gente che fa cose. Così, correndo e sudando, mi sono ricordato che avrei dovuto fare qualcosa anch’io, qualcosa che riguarda il verde e il sudore e le decine di piantine ospitate nel mio balcone. Sono piante grasse, motivo per cui è sufficiente un pensiero per tenerle in vita, ma ho riconosciuto di averle trascurate un po’ quest’anno.

Crescono eh, ognuna nel suo vasetto colorato, con le proprie spine e, quando gli gira, un fiore improvviso che nasce e muore in poche ore. Non immaginavo però che potessero diventare enormi. Un cactus di cinque centimetri acquistato anni fa per un euro adesso è alto mezzo metro e ha partorito altri cactus che già danno segni di gigantismo e di squilibrio. Una pala di fico d’India che avevo rubato ai vicini si è moltiplicata fino a diventare un vero piccolo fico d’India, con altre pale, anche se ancora senza fichi. E quelle minuscole foglie paffute che staccavo dalle piante in esposizione da Leroy Merlin per portarmele via e dargli una vita indipendente, beh, adesso hanno una vita indipendente. Insomma, ho capito che avrei dovuto dargli una regolata. Non ho il pollice verde, nemmeno mi piace il colore verde e il pollice è il dito più brutto, però cambiare vasi e terra alle piantine più esigenti sarebbe stata cosa buona e giusta. Sono sicuro che si stessero lamentando già da mesi, in qualche modo le sento comunicare tra loro e i segnali che ricevevo non erano positivi. Una si era già suicidata buttandosi di sotto e la salvia, che ho scoperto essere indistruttibile, è morta, forse di solitudine perché era l’unica pianta non grassa. L’estate scorsa la menta se n’era andata allo stesso modo, seccata.

Ho comprato tre vasi grandi, i più grandi che abbia mai avuto e terra, molta terra. E un paio di guanti protettivi, sapevo che le spine mi avrebbero creato problemi. Ci ho messo l’intera mattinata e mezzo pomeriggio di domenica per completare il lavoro, cercando di sbrigarmi prima che arrivasse il sole di agosto a bruciare quel lato della casa. Nonostante due o tre cactus di quelli cattivi, fratelli, con spine grandi come siringhe, mi abbiano perforato le dita in cerca di vendetta, alla fine ho avuto la mia soddisfazione. Le ho messe vicine sul ripiano per una foto ricordo e vederle insieme in una veste nuova, pulite e sorridenti, mi ha ricordato perché le posseggo o perché loro posseggono me. Adoro le mie piantine maledette. Al tramonto, sudato e sporco di terra, quindi infangato, in un eccesso di euforia mi sono persino sbilanciato dando a tutte un po’ d’acqua per mostrare la mia generosità. Questo prima di salutarle con un arrivederci all’estate prossima, sempre che in primavera non abbiano preso il potere entrandomi in casa.

A quattro anni…

  • buio in sala e silenzio assoluto;
  • partita in diretta streaming piratato;
  • ingresso vietato a genitori, nonni, fratello, zio;
  • pancia da birra rigorosamente scoperta sotto la maglietta;
  • utilizzo consapevole della pancia stessa come poggia-oggetti (cellulare, lattina, libro ecc.);
  • rutto libero.

Ci stavano riuscendo

Ci sono un letto ed un divano nuovi a casa e anche io mi sono dato una ripulita. Ho sempre la barba, un sacco di capelli e quella faccia di bronzo che pochi sfortunati possono vedere ma la pulizia di cui parlo è sotto pelle, qualcosa di simile ad una trasfusione di sangue necessaria ad eliminare il marcio. Ne avevo un po’ in circolo, insaporito da un veleno di ottima fattura, di quelli che stanno nelle botti a fermentare per anni e che, quando è il momento, vengono fuori con la loro alta gradazione e fanno perdere la ragione.

Ci stavano riuscendo, mi è stato detto l’altra sera. A cambiarmi, a rendermi diverso da chi sono sempre stato, a lasciarmi muovere nel fango. Ed è vero, inutile negare che nei rapporti con l’altro sesso mi sono portato appresso scorie che ho avuto difficoltà a smaltire. Le ho seppellite un po’ in tutta Italia ma sono rimasto contaminato: una qualche mancanza di fiducia, un dubbio di troppo ogni tanto, la necessità di conferme per dettagli banalissimi, una certa indifferenza alternata a forti bisogni, diffidenza e soprattutto la costante ricerca del contatto fisico, che evidentemente avevo perso, sono tutti elementi tossici difficili da espellere.

Ci stavano riuscendo. Una frase buttata lì e azzeccatissima per l’uso del plurale e della coniugazione del verbo al passato. Tre parole che, pronunciate senza conoscere il contesto, hanno ben riassunto i miei ultimi mesi vissuti pericolosamente.

Perché ci stavano riuscendo. Ma non ci sono riusciti. Ho dovuto vincere qualche battaglia per capire che la guerra non mi interessava e alla fine è scattata la molla, è partito il colpo di pistola che ha sparato il giusto slalom sfavillante di passioni, storie e cose da fare.

E’ successo all’improvviso, una mattina mi son svegliato… e ho trovato l’invasor e mai invasione è stata più bella, fin dal quel primo ciao. Un profumo tra le lenzuola, qualche capello lungo in giro e aria nuova dietro una porta blindata che da troppo tempo era chiusa al pubblico, a differenza mia che sono stato aperto più del dovuto e selettivo come una zanzariera strappata in estate. Ché si sa, alle zanzare basta la cruna di un ago per infilarsi, pungerti e succhiarti, figuriamoci se non trovano barriere. La pellaccia però era dura. Mi hanno punto, mi sono dato una grattatina, poi ho scoperto lo zampirone e ho capito che, dentro le mura, non era più il caso di stare da solo mentre, fuori, dovevo darmi una regolata. Naturalmente non mi riferisco agli amici che vanno e vengono, loro hanno le chiavi come San Pietro, il famoso buttafuori del Paradiso. E insomma, quel letto non andava più bene, scricchiolava e acuiva il dolore alla schiena già malandata per il peso che ho dovuto sopportare. L’ho dato via lasciandogli impressa l’emozione dell’ultima volta e ne ho comprato uno nuovo sul quale, finalmente, riposo in pace. Non contento, ho cambiato pure il divano che, come il materasso, era macchiato da ricordi da coprire con ricordi migliori. Non scricchiolava, il divano, era diventato però più ingombrante di una vecchia foto in un portafoglio vuoto.

Con queste mosse ho depennato due voci dalla mia to-do list e tra pochi giorni, mettendo piede in Salento, ne spunterò un’altra. Non ho alcuna fretta di aggiornare questa lista, ho tutto il tempo del mondo, l’importante è che resti viva. C’è invece un altro elenco di cose che cattura la mia attenzione. Non ne ho ancora fatta nemmeno una, ogni giorno però un desiderio nuovo si aggiunge e l’aspetto più sorprendente è che non lo aggiungo da solo.

Quelle che scrivo non sono più belle parole, sono azioni. Non sono più nemmeno reazioni, che comunque non rinnego se mi hanno permesso di arrivare dove mi trovo. Sì, ma dove mi trovo? Più avanti, mi trovo più avanti.