Indizio n. 1

Se tre indizi fanno una prova, aspetto di aggiungerne altri due per esserne sicuro. Perché ancora non ci credo ed è la stessa sensazione che provo ogni qualvolta devo preparare le valigie. Io le valigie non le preparo mai: in Salento sono andato con un borsone enorme ma indispensabile, quello dell’attrezzatura subacquea, lo stesso che ho avuto in Mar Rosso, tutto il resto stava in una tasca; a Maiorca ho portato uno zaino con quattro cose dentro e tre erano libro, diario e occhiali da sole; così è stato per le ultime tappe in Lituania, Inghilterra, Portogallo. Persino in Africa, a fare settimane di volontariato per anni, il necessario è sempre entrato in una borsa, senza parlare del Cammino di Santiago, ventitré giorni con un bagaglio di cinque chili.

Le valigie indicano qualcosa di più, non soltanto in termini di tempo o distanza, sono l’etichetta del viaggio che ti appresti a compiere, quella che all’aeroporto la gente guarda e pensa “chissà dove cazzo sta andando”, mi è successo per il Giappone e l’Islanda. In realtà a nessuno frega niente di dove vai ma è bello pensare di provocare un pizzico di invidia negli altri viaggiatori.

L’acquisto della guida è, per convenzione internazionale, il primo passo. Solo una volta ne ho presa una senza poi partire, era il Nepal, ma la colpa è stata del terremoto che ha distrutto mezzo paese e cancellato per sempre più pagine della mia Lonely Planet (che infatti, si vede in foto, ora è scontata del 20%). Questa volta nemmeno un asteroide o una paternità improvvisa mi fermerà. Gli altri indizi, spero, arriveranno presto. Intanto mi leggo l’indizio n. 1.

Una folgorazione

La locandina raffigurava il volto di Kurt Cobain, Seattle era sullo sfondo e il titolo riportava, a caratteri cubitali, “Unplugged”. Pensavo che un concerto di cover dei Nirvana potesse essere un’ottima occasione per trascorrere, in un posto nuovo, una serata altrimenti vuota. Il locale in effetti era molto carino. Quattro piccole tribune si affacciavano su un palco che non era un palco, perché si trovava ad altezza pavimento, era più uno spazio diversamente illuminato. Esattamente come lo sono io, diversamente illuminato, cioè oscuro o insipiente. Un chitarrista con la stessa maglia a righe di Kurt provava gli accordi sullo sfondo e un fonico gironzolava con ansia da un punto all’altro della sala. Cosa avesse l’ho capito poco dopo. Parte un pezzo e canticchio. Finisce il pezzo e stop, altri strani personaggi entrano in scena chiacchierando ad alta voce. Sono attori! “Unplugged” non è un concerto, è uno spettacolo teatrale. Chi lo aveva capito?! Mi cade addosso un pizzico di delusione, a me che ne ho già tanta sul groppone. Eppure mi appassiono ai dialoghi e mi lascio catturare dagli intermezzi musicali, soprattutto perché la storia è interessante: è ambientata in una radio in cui, durante una diretta, lo speaker apprende da un ascoltatore che il leader dei Nirvana si è sparato. Gli eventi si susseguono e si intrecciano con le vite dei protagonisti, da cui emerge una storia d’amore. Ma Kurt è morto e anche io non mi sento tanto bene. Nella sua lettera di addio, parlando della figlia, scriveva: “perché la sua vita sarà molto più felice senza di me”. E’ quello che credo anche io a proposito della mia storia d’amore e non perché ho intenzione di spararmi.

Ho un buon rovescio, pulito, un movimento quasi naturale. A padel, ho finalmente scambiato qualche colpo con il mio istruttore, invece di cercare di imitarlo per curare la tecnica. Ora voglio giocare meglio, senza smettere di imparare. Ci sono momenti in cui la pallina esce dalla racchetta proprio come desidero e va dove voglio che vada. Non funziona sempre ma quando riesce è un piacere. Poter controllare una situazione invece di subirla senza poter dire nulla, dà fiducia. E io, di fiducia, ne avevo persa tanta. Certo, ci sono gli avversari che, in quanto tali, vanno affrontati e sconfitti. Sconfiggere i miei, che non sono pochi, non mi farà felice, mi aiuterà però a ritrovare serenità. Colpo dopo colpo.

Sul palco, un vero palco stavolta, ci sono otto o nove elementi, le luci, i colori, gli strumenti e la musica. La musica che amo. L’elicottero di “Another brick in the wall” mi fa venire i brividi e illuminare diversamente gli occhi. E poi “Comfortably numb”, alla fine. Dopo dieci secondi di “Wish you were here” ho già elaborato un post nella mia testa, un post che non pubblicherò mai. Resto due ore a bocca aperta per la gioia. Il concerto è strepitoso e nello stato in cui mi trovo, che non è l’Italia, i ricordi si mettono in fila numerosi. Non cado nel vuoto nemmeno una volta, inciampo ogni tanto in piccole buche che riempio con orgoglio e rassegnazione. Devo imparare a camminare su una strada che, se proprio non è asfaltata, perché preferisco i sentieri naturali, per lo meno non deve presentare insidie né la tentazione di compiere passi indietro, nemmeno in salita, nemmeno quando ho le vesciche. E’ una strada finita quella che ho alle spalle e non posso farci niente. “Is this the life we really want?” canta la voce di Roger Waters. No, non la volevo, questa vita di ora ma “Time” mi offre una risposta:

The time is gone,
the song is over,
thought I’d something more to say

Il tempo è passato,
la canzone è finita,
sebbene io abbia ancora qualcosa da dire.

Applausi scroscianti per i Pink Floyd Legend. Non vedo l’ora di ritrovarli a fine luglio, quando si esibiranno a due passi da casa mia. Il weekend non è finito. Domenica sfato un altro tabù e torno all’Auditorium per incontrare Andrea Camilleri. Il tema di quest’anno a “Libri come” è la felicità e lui, a novantadue anni suonati, parla dell’impossibilità di fornirne una definizione esaustiva, appropriata e uguale per tutti. Cita, tra gli altri, Kant, Schopenhauer, il Ciclope d’Euripide tradotto da Pirandello, Epicuro: nessuno può spiegarla. Ogni tentativo va in contraddizione con un altro. Chi ha fede forse può trovare la felicità in un’altra vita; chi non crede – e qui dà ragione ad un bambino – la incontra quando non se lo aspetta. Una scrittrice dice di essere felice quando trova la parola giusta. Camilleri racconta di un pomeriggio in cui da giovane, passeggiando per la campagna, ha avvertito l’odore che rapisce della pianta di citronella, così forte al punto da farlo correre e cantare. Di felicità.

Arriva la domenica sera e si chiude il cerchio. Magicamente. In un altro localino molto accogliente, si esibisce una band di cui fa parte il mio insegnante di ukulele, anche se per l’evento suona il trombone. Tra un pezzo e l’altro, alcuni artisti affrontano in un monologo temi delicati e attuali e uno di questi, Michele Riondino, citando l’Ilva e i problemi di Taranto parla dei ragazzi e della loro ricerca di felicità. Riondino è l’attore che in TV ha interpretato il giovane Montalbano di Camilleri. Ho colto dei segni tutti miei e, visto entrare un simpatico africano con il suo carico di collanine e gadget inutili, gli sono andato dietro per comprare un braccialetto della fortuna. Mi piace seguire i segnali, l’ho imparato durante il Cammino di Santiago. Quel braccialetto era un segnale forte, l’ho subito legato al polso.

Si è chiuso così il primo mese del resto della mia vita, come ormai mi sto abituando a dire. Che poi ne possa iniziare una nuova è un altro discorso. Il fine settimana è stato intenso, per puro caso l’ho attraversato ritrovando alcune delle passioni più illuminanti del momento. Sono stato contento, mi sono commosso certi istanti, ho riso, cantato, trovato un pezzetto di me e perfino un barlume di soddisfazione per il modo in cui sto reagendo alla delusione. Nemmeno per un secondo tuttavia ho intravisto quella cosa chiamata felicità.

L’ultimo braccialetto della fortuna lo avevo preso il 23 marzo di ormai cinque anni fa, quando senza ombra di dubbio sono stato felice. Perché, come ha detto ieri Camilleri, la felicità è una folgorazione e io quella volta l’ho provata.

Cosa mi manca

L’ukulele è entrato con prepotenza nella mia squallida vita. Ho assistito a diversi concertini quest’anno, conoscendo bravissimi musicisti. Non diventerò uno di loro ma avevo voglia di musica e certe spettacolari performance l’hanno trasformata in desiderio. L’ukulele era lo strumento ideale per soddisfarlo attivamente, collezionare vinili non era più sufficiente. Da giugno scorso, dal concerto di Eddie Vedder a Taormina, ho guardato con distanza e curiosità questa specie di minuscola chitarra finché, dopo il mio ultimo compleanno, ho deciso di darmi una mossa e farla mia. E’ stato amore a prima vista. Funziona così l’amore vero, ti prende e non ti lascia scappare. Imparare a suonarlo (l’ukulele, non l’amore, che pure potrebbe essere suonato) è uno stimolo, mi aiuta in un periodo complesso come un gruppo rock. Gli esercizi impegnano allegramente la testa e non consentono ai cattivi pensieri di girovagare per i cazzi propri quando sto a casa. Ho un bravo maestro, le lezioni procedono e io strimpello, imparo, muovo le dita e le annodo su quei fili chiamati corde. Insomma prendo confidenza, ci vado d’accordo.

Il padel era arrivato prima, ci gioco da qualche mese. E’ uno sport sempre più in voga tra gli appassionati di tennis e non solo. A differenza dell’ukulele, mi tiene impegnato allegramente quando non sto a casa. E’ divertente e, dopo il nuoto e il running, è ormai la mia terza attività fisica per frequenza e intensità, ha superato anche il sesso che è sceso intorno all’ottantesima posizione. Ho un ottimo maestro per il padel, ho ottimi maestri dovunque. Ogni lezione è una pagina divorata di un nuovo libro da studiare, come quello che oggi, a speranze ormai perdute, mi è arrivato in regalo da una persona molto impegnata.

Ho ripreso a correre con largo anticipo rispetto agli anni precedenti. Di solito inizio in tarda primavera, quando le gare di nuoto finiscono e posso usare le gambe per altri scopi, quali prendere a calci il passato e, appunto, correre. Quest’anno invece, nel bel mezzo di una serata benefica, mentre sorseggiavo il sesto o settimo e non ultimo bicchiere di vino, mi sono lasciato convincere ad andare a Milano in occasione della maratona: sicuramente non la completerò ma è importante esserci. Funziona così anche l’amore vero, conta esserci.

A fine maggio tornerò a Maiorca per la manifestazione di nuoto in acque libere a cui avevo già partecipato nel 2017, quando la mia esistenza è cambiata drasticamente e non per meriti sportivi. Sarà dura, ho però bisogno di mischiare ricordi ad altri ricordi e, soprattutto, di divertirmi. Nuoterò di nuovo la distanza sui cinque chilometri, se starò bene farò pure i dieci, se starò benissimo prenderò il sole sulla spiaggia dei nudisti. Non mangerò paella e non farò il turista a Madrid, anzi mi sa che non ci metterò più piede.

A giugno seguirò i Pearl Jam in tour a Roma e a Milano. Il 12 si esibiranno allo Ziggo Dome di Amsterdam, sarebbe stato perfetto. Invece mi ritrovo con un biglietto in più per il concerto nella capitale e non ho idea di chi potrebbe accompagnarmi. Probabilmente nessuno. Mi piacerebbe andare a vedere Roger Waters al Circo Massimo ma per lo stesso motivo non compro i biglietti. Senza parlare degli altri grandi concerti che si terranno questa estate e che restano un punto interrogativo, a differenza dell’amore vero il quale è semmai un punto esclamativo, mica un dubbio.

Sarò comunque presente ai concerti dei Ministri, degli Zen Circus e dei Pink Floyd Legend, un gruppo romano che suona quasi come gli originali. Ho in mente un viaggio in solitaria che prende forma tra due alternative: ripercorrere il Cammino di Santiago dopo l’esperienza del 2011 e chiudere il cerchio oppure avventurarmi sulla Transiberiana ed aprirne uno nuovo. Sicuramente parteciperò ai campionati italiani di nuoto master a Palermo, dove sono di casa. E a proposito di casa, il traguardo più vicino tra tutti è la sostituzione del mutuo ormai imminente, operazione che mi porterebbe a risparmiare una bella sommetta ogni mese e che, chissà, potrebbe permettermi di ricomprare una Vespa.

Insomma, sto progettando.

“Fai un sacco di cose, ti rendi conto?”
“Sì.”
“Non ti manca niente per stare bene!”
“Non ne sono sicuro…”
“Cosa ti manca?”
“Mi manca il tempo. Per stare bene serve tempo.”

Strane idee in testa

Come partire dalla Francia, attraversare i Pirenei e arrivare a Santiago, a piedi. Perché, perché era il momento. Quando, per 23 giorni e oltre 800 km, ogni cosa che avevo e che mi serviva era dentro quello zainetto. E soprattutto fuori.

Tutto quanto

Vedi quel paesello laggiù, all’orizzonte?
No.
Oggi devo arrivare lì.
Laggiù? Ma saranno almeno 30 chilometri…
42.

42 chilometri, una maratona. Camminando però. Una delle tappe più lunghe della vita, di certo non tra le più impegnative, dove domande e risposte si alternano come passi. Anzi no. E’ piuttosto un continuo salto in avanti su una gamba sola. Perché le domande sono tante quante l’universo e la risposta, fondamentale, è una sola, è tutto quanto.

La calzada romana

Tra Sahagun e Leon, lungo l’antica Via Traiana, in un pezzo di Spagna in cui le mesetas scorrono implacabili, si srotola un tratto di strada suggestivo e terribile noto come “calzada romana”, un sentiero che fa parte di una delle tappe del Cammino di Santiago e che ha mantenuto la caratteristica pavimentazione ciottolata creata appunto dai romani. Il percorso non offre un filo d’ombra né di vegetazione, è circondato dalla desolazione assoluta e si estende per circa venti chilometri. Venti indimenticabili chilometri che io, non contento delle vesciche ai piedi e del ginocchio acciaccato, equipaggiato con uno zainetto, una banana, due pomodori e una bottiglietta d’acqua, ho affrontato in pieno agosto sotto il sole giaguaro, in solitudine come un dio monoteista che crede in se stesso.
In realtà esiste un percorso parallelo che attraversa nella parte iniziale un paesello, El Burgo Ranero, in cui è possibile riposarsi, rifocillarsi e ripensarci e che viene ormai scelto dalla quasi totalità dei pellegrini proprio perché più semplice e meno faticoso. Convinto di essere dotato di poteri paranormali e di un’attrezzatura alla Felix Baumgartner per il lancio dalla stratosfera, in quel giorno d’estate, davanti ai cartelli che al bivio mi indirizzavano verso l’una o l’altra strada, ho scelto la peggiore.
In pianura mediamente un uomo normale, in forma, con bagaglio leggero e spirito positivo, pochi pensieri per la testa, un lavoro sicuro e nessuna famiglia da mantenere, percorre circa cinque chilometri in un’ora. Tranne la forma, avevo tutti i requisiti per credere che quei venti chilometri avrei potuto coprirli in cinque ore, cioè al passo di quattro chilometri orari. Erano le sette del mattino, per cui sarei dovuto arrivare al primo paese, Reliegos, intorno a mezzogiorno. Non sapevo che, a parte due premurosi pellegrini in bicicletta prolifici di consigli e avvertimenti sulla morte certa a cui stavo andando incontro, non avrei incontrato anima viva. Non sapevo che, a parte che il cielo e l’orizzonte, non avrei visto altro per ore. Non sapevo che il mio ateismo sarebbe stato messo a dura prova.
Sono più o meno le otto, ho appena salutato i due ciclisti e cammino con animo. In lontananza, sulla sinistra, intravedo il gruppo di case di El Burgo Ranero e invidio già i pellegrini che lì hanno fatto sosta. Le due strade si sono già distaccate molto e, anche volendo, non potrei raggiungere il paese senza tornare indietro. Oltretutto, al di là della desolazione, ogni tanto qualche freccia gialla disegnata su un sasso mi conforta mostrandomi la retta via. Santiago è nella direzione giusta, davanti a me. I dolori ai piedi li avverto tutti: la terra secca e i ciottoli danno fastidio alle articolazioni e, passo dopo passo, anche le vesciche si fanno sentire sempre di più. In quei frangenti, non essendoci molto altro da fare, si cammina e si pensa. Cerco di focalizzarmi su immagini positive e allegre, fa caldo e il cammino è ancora lungo, quella è solo una delle tappe. Non posso ripararmi dal sole per cui trovo inutile fermarmi per riposare, preferisco bere un sorso d’acqua ogni tanto e mangiare qualcosa senza perdere tempo. Guardo di continuo l’orologio. Faccio calcoli. Conto. Dopo due ore, sono sicuro di aver camminato per quasi otto chilometri ma non posso averne la certezza. E’ dura, mi dico. Devo solo camminare, altre tre orette e dovrei scorgere qualche casa, dei tetti e degli alberi, magari un bar per pellegrini. Mangio un pomodoro, mi dà energia togliendomi la sensazione di vuoto che ho in bocca, sia di cibo sia di parole. La maglietta è zuppa di sudore, il cappellino sembra quasi sciogliersi. Ogni tanto faccio un giro su me stesso per guardarmi intorno. Non scorgo nulla a trecentosessanta gradi, ad eccezione di una linea ferroviaria molto molto lontana. Il sentiero è tutto quello che ho. Pian piano comincio a dubitare delle mie capacità. I pensieri diventano meno positivi. In mente piomba il ricordo di Gionata, un amico pellegrino che un paio di giorni prima mi aveva raccontato di essere svenuto mentre camminava. Se svenissi, chi mi aiuterebbe? Non ho nemmeno un cellulare, in compenso ho sete.
Non impiego molto a finire il cibo. Ho mezzo litro d’acqua o, meglio, quello che ne resta. Decido di razionarla. Un sorso ogni quarto d’ora, cioè ogni chilometro, dovrebbe garantirmi una discreta autonomia. L’orologio diventa il mio compagno. Un sorso non basta mai. Mi ritrovo a contare i minuti in attesa di poterne bere un altro. Inizio a scoraggiarmi. Non vedo un cazzo di niente in nessuna direzione. Mi prende lo sconforto. Sto male, sudo, zoppico e anche la mia volontà di ferro comincia a perdere colpi. Continuo a ripetermi che l’unica cosa da fare è camminare. E’ quello che faccio.
Poco prima di mezzogiorno, uno spiraglio. A circa due chilometri di distanza vedo una macchia verde. E’ un bosco, ce l’ho fatta. Il sorriso torna sulla mia faccia. Cammino più veloce, quasi senza sentire dolore. Mi vedo già con un boccale di clara in mano e un panino nell’altra, senza scarpe, sotto un albero a godere della sua ombra. Ho tre o quattro dita d’acqua che bevo avidamente per ricaricarmi e raggiungere più in fretta l’oasi, l’El Dorado che inseguo da ore. Mi avvicino al gruppo di alberi che diventa sempre più nitido.  E’ su una collinetta. Verde. Solitaria. Il paese è sicuramente lì dietro. Raggiungo il punto più alto e mi viene da piangere. Quel boschetto è solo come me. Non c’è assolutamente nulla intorno e da lassù non riesco a vedere niente che assomigli ad un villaggio. Ho un po’ di ombra adesso ma niente acqua e niente cibo. Mi fermo, cerco di capire cosa fare. So bene però di non avere molte alternative: devo camminare. Mi metto al riparo dal sole per qualche minuto, cambio la maglietta, cerco nello zaino cose che non ho: cibo, gomme da masticare, cerotti per le vesciche. Trovo una bustina di antidolorifico che prendo senz’acqua. Sbaglio. Attutisce il dolore ma rende lingua e bocca così acide che poco dopo mi ritrovo a sputare saliva ogni minuto. Riprendo il cammino. Mezzogiorno è passato. Nel peggiore dei casi, dovrei aver percorso almeno quindici chilometri. La “calzada romana” sulla cartina è una linea bianca senza alcun riferimento e su cui non riesco a collocare la mia posizione.
Quasi completamente in balia dello sconforto, mi imbatto in un segno di civiltà. E’ una tavola di legno conficcata nel terreno con un bastone che riporta un’indicazione scritta a mano con un pennarello. Sono due parole in spagnolo che interpreto come “scorciatoia”. La freccia suggerisce la sinistra. L’ultima freccia gialla che avevo incontrato invece indicava dritto. Mi blocco. Osservo. Non si tratta di una strada alternativa, solo di un piccolo sentiero tra le erbacce di cui non vedo la fine. Del resto non vedo la fine nemmeno del sentiero principale. I dubbi mi assalgono. Sono distrutto, temo di non farcela. Temo di perdermi ma non metto in dubbio la bontà di quell’indicazione. Non credo possano esistere idioti che si divertano a disegnare frecce senza criterio. OK, prendo la scorciatoia. Non può mancare tanto al centro abitato, il cartello dovrebbe dimostrare che nelle vicinanze ci sono forme di vita umana. Abbandono la linea bianca su cui ho camminato fino a quel momento e il paesaggio diventa perfino più triste. Le erbacce crescono. L’orizzonte resta muto. Il percorso originario si allontana. Sono sempre più debole. Già da un pezzo ho capito che i miei calcoli sui quattro chilometri orari sono andati a farsi friggere. Poi, mi si gela il cuore nonostante il caldo. Il sentiero che stavo seguendo scompare tra le erbacce. Guardo dappertutto, in ogni direzione, per capire come procedere. Cerco una variazione del terreno, erba meno cresciuta, meno secca o di una tonalità di colore differente, un qualsiasi segnale. Niente. Sembra assurdo ma sono in un vicolo cieco. Mi inginocchio con la voglia di piangere. Non piango con gli occhi, dentro però sono a pezzi. Non so cosa fare. Tornare indietro vorrebbe dire camminare per un’altra ora e ritrovarmi allo stesso punto di prima avendo perso due ore. Avanti non posso andare, non ho alcuna certezza sulla direzione da prendere. La cartina non parla. Il sole invece mi minaccia quasi verbalmente. Mi seggo per terra, chiudo gli occhi e al buio provo a ragionare.
Quel giorno non lo dimenticherò. Oggi ne parlo con allegria, quasi vantandomi di ciò che sono riuscito a sopportare e superare. Nella vita ci sono sicuramente situazioni peggiori, eppure difficilmente ci si trova a dover lottare contro il nulla e contro se stessi. Non è stata una prova di sopravvivenza né una sfida tra la vita e la morte. E’ stata solo un’esperienza molto forte, una delle tante che mi ha regalato il Cammino di Santiago e che, tutto sommato, sono felice di ricordare.
C’era un motivo per cui non vedevo Reliegos: il paese si trovava in una vallata, quindi sotto la linea dell’orizzonte e il livello della strada che stavo percorrendo. Il sentiero scomparso non l’ho ritrovato ma, orientandomi, sono riuscito a riprendere il percorso originario camminando tra le erbacce. C’è voluta un’altra ora abbondante per scorgere finalmente, alle tre del pomeriggio, i tetti delle prime case. L’orologio che tante volte avevo guardato quella mattina copriva sul polso sinistro il mio primo tatuaggio, un simbolo che significa “nel mezzo”. Dal primo giorno di cammino avevo percorso quattrocento chilometri e altri quattrocento ne mancavano per arrivare a Santiago. Nel pomeriggio, con un boccale di clara in mano e un panino nell’altra,
 ho capito che niente mi avrebbe più fermato. Nove giorni dopo avrei completato il Cammino.

Radiohead – All I need

Mentre Vasco muore, Kate si spoglia, Maometto fa sesso in un film e la gente continua a seguire il calcio, i Radiohead arrivano in Italia. E io andrò al loro concerto. Viaggio in Africa a parte, credo che questo sarà l’evento del mio 2012 e non perché vado io o perché vengono loro ma perché quella sera, in mezzo a migliaia di persone, la musica farà da sfondo all’incontro, solo nella mia testa, tra le due donne che più di ogni altra hanno influenzato la mia strada, la mia vita e questo cazzo di blog. Almeno sinora e, certo, escludendo mia madre che in quanto tale non posso considerare donna.
Sia Lei che lEi saranno lì, allo stesso concerto, con i rispettivi compagni, entrambi causa più o meno involontaria delle mie disgrazie. Io invece sarò solo e anche questo è un aspetto significativo. Del resto, a parte mio nipote che però ha solo dieci anni, i miei genitori che nemmeno sanno chi sono i Radiohead e forse Charlize Theron che credo abbia altri impegni, allo stato attuale non esiste una persona in grado di accompagnarmi. L’unica che potrebbe farlo è colei con la quale deciderò di trascorrere i miei giorni, la sola capace di annullare i campi magnetici in mezzo ai quali mi troverò durante il concerto. Ma, come dicevo, non esiste ancora e, se esistesse, oggi non avrebbe quel potere. Ne avrebbe un altro però: quello di farmi sperare di trovarla. Di farmi pensare che tutte le esperienze che ho fatto negli ultimi anni, le azioni con Greepeace, il cammino di Santiago, il volontariato in Africa, i viaggi in Giappone, le immersioni in Mar Rosso e tutti i concerti del mondo, beh, non valgono una sera con la persona che ami.

Three kings

Da Saint Jean a Santiago, in ogni città, paese o villaggio che fosse, in ogni albergue e bar ritrovo di pellegrini si parlava di lei, di quella ragazza che stava facendo qualcosa di forse mai visto prima. Unbelievable, incredibile, è stata una delle parole che più spesso ho sentito usare per descriverla, così come wonderful e fantastic, solo per citare quelle in inglese visto che lo spagnolo non lo capisco. Una donna italiana, stupita e meravigliata quando se l’è vista passare accanto, mi pare abbia ripetuto otto volte di fila “che donna!” guardandola a bocca aperta lungo il sentiero sassoso in salita prima della Cruz de Ferro. Altri le hanno addirittura affiancato l’appellativo “legend” perché chiunque sapeva di lei ma non tutti hanno avuto la fortuna di conoscerla.
Ho incontrato Marie nella seconda parte del mio cammino una mattina in cui, fermo ad un bivio nel buio prima dell’alba, non sapevo che direzione prendere. Stavo praticamente ancora dormendo, non avevo luce a sufficienza e non c’erano altri pellegrini in giro. Non vedevo le frecce gialle che indicano il percorso ed ero indeciso da qualche minuto quando dal nulla ho visto apparire quella silenziosa macchia bianca che inizialmente avevo scambiato per una pecora. Certo, non era il posto adatto per una pecora, era una via prossima ad una rotatoria dove transitavano le auto, ma non sarebbe stata la prima volta che vedevo animali come pecore o mucche muoversi liberi per strada. Poco dopo una torcia mi ha illuminato e una voce mi ha suggerito dove andare. Non era una pecora, era un carrello a tre ruote, qualcosa di simile a quello dei supermercati ma più basso e più spazioso, coperto da un telo bianco. A spingerlo era la leggenda. Due minuti dopo era già scomparsa nell’oscurità, velocissima.
Quel giorno ho incrociato Marie altre volte. Non sapevo ancora chi fosse. L’ho capito quando, con la luce, ho potuto vedere meglio cosa era ciò che avevo scambiato per una pecora. Era una specie di carrello-passeggino con un seggiolino all’interno e una bimba di un anno e mezzo bella come la madre comodamente seduta lì dentro che dormiva nonostante le intemperie e il sentiero accidentato. Quel giorno non sapevo nemmeno che da lì a poco i nostri cammini si sarebbero uniti. E’ successo un pomeriggio in cui, dopo Astorga, cittadina dove molti pellegrini si sarebbero fermati per la notte, mi sono ritrovato a camminare con lei perché entrambi non potevamo accontentarci di soli trenta chilometri, dovevamo farne oltre quaranta. Ci conoscevamo di vista ma solo durante quel tratto di strada sotto la pioggia abbiamo parlato davvero. Le ho raccontato della pecora e da quel momento, dopo una risata comune, il carrello-passeggino è diventato “the sheep”. Marie mi ha raccontato la sua storia. Partita anche lei da Saint Jean, camminava spingendo “the sheep” da un paio di settimane. Da sola. O meglio, con Charlotte. Ho fatto la stessa strada e so che deve aver avuto una forza di volontà e una determinazione sovrumana per arrivare sin lì percorrendo 35-40 km al giorno. Ci sono tratti, sia a piedi sia in bicicletta, in cui si fatica ad andare avanti. Sentieri pieni di sassi enormi, spesso in salita, in cui è difficile persino poggiare i piedi, figuriamoci spingere un carrello da quaranta chili con una bambina e i bagagli all’interno.
La sera, in un albergue di un villaggio praticamente disabitato, El Ganso, continuiamo a prendere confidenza. C’è complicità, è un sentimento nuovo quello che scopro. Marie ha solo 21 anni. Quasi inconsapevolmente fa nascere in me un qualcosa che mi spinge ad aiutarla e proteggerla. E non è che ne avesse bisogno. Forse ero io che sentivo la necessità di starle vicino. A cena incontriamo Simone, un ragazzo che avevo già visto in precedenza e che si unisce a noi la mattina successiva. Stiamo bene, procediamo alla grande. Ridiamo, cantiamo e i chilometri scorrono velocemente. Ci incoraggiamo a vicenda. Del resto non siamo esattamente in vacanza e la stanchezza e la fatica si fanno sentire. La gente ferma Marie per chiederle una foto, per scambiare due chiacchiere con lei, per poter dire di averla conosciuta e, ogni volta che accade, io e lei ci scambiamo uno sguardo complice. Ha i capelli biondi e gli occhi azzurri che ricordano il contrasto tra i campi di grano dorati e il cielo blu delle meseta, gli altopiani infiniti con il nulla intorno che precedono Leon.
Il giorno successivo si unisce a noi un terzo ragazzo, Boris, austriaco. Tutti e tre, anche se in modo differente, mostriamo gli stessi sentimenti per Marie e la piccola Charlotte. Con l’avanzare del cammino, diventiamo parte della storia e ovunque la gente pian piano inizia a parlare della “leggenda” e dei tre angeli che la accompagnano. Io, Simone e Boris siamo orgogliosi di essere con Marie. Per scherzo, ci autodefiniamo “the three kings”, i re magi. Io scelgo di essere Melchior, quello di colore, perchè tra i tre sono il più meridionale. Simone è Balthasar, quello più possente, e Boris è Caspar. Abbiamo più o meno la stessa età, siamo molto differenti e altrettanto affiatati. Balthasar è grande e grosso, biondo e con gli occhi azzurri pure lui, generoso, simpatico e perennemente affamato. Beve più birra che acqua e cammina sulle sole gambe, senza bastoni o altri sostegni. E’ la montagna buona. Caspar è preciso, meticoloso, sempre attento e ottimamente equipaggiato. Parla tedesco e un inglese perfetto. Cammina aiutandosi con due racchette da neve. Su Melchior ho poco da dire. Lui vuole arrivare a Santiago nel giorno prestabilito. Cammina con un bastone di legno. Tutti e quattro (cinque in realtà, anche Charlotte fa ampiamente la sua parte) siamo qualcosa di importante, siamo una storia da raccontare, un’esperienza da vivere e non dimenticare. Di villaggio in villaggio, le voci su Marie si moltiplicano. In cima alle salite, a volte con pendenza esagerata, i ciclisti le dedicano applausi. I proprietari dei bar le regalano sempre qualcosa per la bimba, cioccolata, patatine, peluche. Le foto della gente si sprecano. Non ho mai visto qualcuno ignorare il suo passaggio: chi la indicava col dito, chi ne parlava a bassa voce, chi la chiamava, chi la fermava. Credo che chiunque abbia fatto il cammino ad agosto 2011 volesse poter raccontare di averla incrociata.
All’inizio Marie, anche nei tratti più difficili, non voleva il nostro aiuto, voleva farcela da sola. Ci limitavamo ad adeguare il nostro passo al suo, a starle vicino, a farla sorridere e incoraggiarla. Con il passare dei giorni, siamo riusciti a farle accettare una mano. Nel vero senso della parola. Una mano o due, a volte quattro, per spingere “the sheep” nei sentieri in salita, per frenarla nei sentieri in discesa, per sollevarla nelle scale e tra le rocce o in mezzo all’acqua.
Nonostante tutto sono arrivati anche i momenti di sconforto. Un giorno in particolare Marie era stanca, Charlotte si sveglia sempre almeno un paio di volte durante la notte ma in quelle ore credo non abbia proprio chiuso occhio. Dopo aver camminato per quasi quaranta chilometri non troviamo posto per dormire. Siamo in Galizia ormai, la meta è vicina, i pellegrini abbondano e gli albergue già nel primo pomeriggio sono al completo. Troviamo posto in uno stanzone comune messo a disposizione da un piccolo ristorante di un paesino di quattro case e otto anime. Marie crolla. Piange e sparisce nella chiesetta del paese per qualche tempo. Il nostro umore è a terra, non so se più per la fatica o per le lacrime di Marie. Lei non piange per la stanchezza, non solo almeno, piange per la sua situazione, per le decisioni da prendere con il padre di Charlotte, per le risposte che sta cercando in questo cammino. Non sappiamo come aiutarla. Io penso che forse dovrei proseguire da solo perché sono quello che ha meno giorni a disposizione per arrivare e non posso obbligare gli altri a seguire il mio passo. Anche Caspar pensa che potremmo separarci. Piove, siamo fradici, nemmeno ce ne accorgiamo. Ma quando Marie torna dalla chiesa, sotto la pioggia, sembra un’altra. Sorride. Ci ringrazia, sembra rinvigorita. Ci abbracciamo armati di buona volontà e ci organizziamo per la notte. A cena, su un tovagliolino di carta, le scriviamo un messaggio firmato “the three kings” per farla continuare a sorridere. Io e lei spesso ci siamo scambiati messaggi nei rispettivi diari, lei mi ha scritto in tedesco, io in italiano. Nessuno dei due ci ha capito niente ma il senso è inequivocabile. Tutti e quattro, con un bicchiere di vino in una mano e l’altra al centro della tavola, suggelliamo un patto: domenica dobbiamo arrivare a Santiago e dobbiamo farlo insieme.
Gli ultimi giorni sono un avanzare continuo. Non guardiamo più i chilometri che mancano né ci interessiamo ai nomi dei paesi, non consultiamo le cartine, camminiamo e basta. E sorridiamo. In certi tratti, nonostante i piedi distrutti, corriamo come bambini finché il fiato ci sostiene. Il tempo stringe ma abbiamo bisogno di un pomeriggio pieno per ricaricarci senza paura di non trovare posto per dormire. Così decidiamo di fermarci in un paese a circa settanta chilometri da Santiago quando mancano ormai solo due giorni. L’idea è quella di riposare, fare la spesa e cucinare insieme per la sera (a cena verranno fuori spaghetti con aglio, olio e peperoncino), ripartire presto l’indomani per fare almeno quarantacinque chilometri e arrivare a Santiago l’ultimo giorno prima di pranzo con soli venticinque chilometri sulle gambe.
Ci riusciamo. L’arrivo a Santiago è uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Arriviamo insieme di fronte alla cattedrale, ognuno con il proprio bagaglio di pensieri sulle spalle. Balthasar va a bere una birra. Caspar accende un lumino, forse prega. Marie è braccata da gente che vuole salutarla. Io getto lo zaino e il bastone e mi seggo per terra con gli occhi lucidi a guardare quello che ho davanti. E davanti non ho solo quello che vedo ma anche ciò che ho vissuto in quei ventitré giorni e che è impossibile descrivere con le parole. Sono immagini soprattutto, che mi mostrano da dove vengo e dove voglio andare non solo in termini di luoghi ma anche di persone, esperienze, ricordi, speranze. Non a caso, o forse sì, l’ultima foto che ho trovato sulla fotocamera riprende Marie di spalle che spinge “the sheep” in mezzo alla gente e continua ad andare avanti. Non so se la incontrerò di nuovo ma è sicuro che non smetterò di camminare.

Ottocento chilometri a piedi

Ottocento chilometri. Settecentonovantaquattro per la precisione. Sembrano di più se scritti a lettere piuttosto che in cifre. Pochi di certo non sono considerando che, percorrendoli, attraverserò tre stati diversi, politici, geografici ed emozionali. Con chi non lo so ancora, in realtà devo ancora decidere se andare da solo o in compagnia. Una nuova avventura con me stesso, i miei pensieri e miei traguardi, però mi affascina parecchio. Il quando è quasi obbligato, tra luglio e agosto, perché amo l’estate, perché ho più giorni da poter incastrare, perché il bagaglio sarà più leggero. Il come è interessante: a piedi. E qui viene il perché.
Il cammino di Santiago ha un’infinità di perché. A Santiago, la prima e unica volta, ero arrivato in aereo e ancora ricordo quella vacanza come delle più belle della mia vita. E’ stato girando la Galizia, incontrando i pellegrini, facendo il vagabondo, che si è insinuato nella mia testa, pur essendo ateo, il germe del cammino. Lì è rimasto per qualche tempo finché quest’anno è sbocciato e quell’idea che per mesi ho fatto crescere con dovizia di particolari e interesse, oggi è un desiderio forte e domani spero possa diventare un’esperienza compiuta. Ho fatto due conti ed è venuto fuori che, con il tempo a mia disposizione, il mio viaggio dovrebbe essere composto da 23 tappe. 23 non a caso è uno dei miei numeri. Altri due conti mi hanno dimostrato che in media si tratterebbe di circa 35 chilometri al giorno. In media. Vuol dire che certi giorni dovrei percorrere 20 chilometri, altri 45 e dovrei farlo – camminando, correndo, strisciando – dalle cinque alle dodici ore al giorno. Altri calcoli non ne ho fatti per non spaventarmi. Già questi però erano sufficienti per farmi riflettere e darmi un perché stimolante e ritardante. Fretta e poche precauzioni non hanno mai portato niente di buono. Non necessariamente un percorso spirituale deve essere anche religioso, soprattutto se si tratta di settecentonovantaquattro chilometri, tanti quante le bestemmie di uno pseudo credente che si pente dopo qualche tappa o quanti i buoni motivi per non iniziarlo nemmeno. Io credo soltanto di poterlo fare, il resto verrà dopo, comprese le motivazioni. Potrei pescare a caso da quell’infinità di perché e tirare fuori il mio. Alla fine però penso che tutto sommato ho soltanto bisogno di fare due passi.