Cinque anni fa

Lui aveva 13 giorni in questa foto e io 13 giorni dopo sarei partito per l’Islanda. Me lo ricorda Facebook. Non serve però Facebook per sapere quanto è stato importante il 2014. Importante o deviante, per merito e colpa delle famose sliding doors che hanno aperto al mio futuro una direzione ben precisa. Al tempo non potevo immaginarla, potevo averne solo un’idea ma era una delle migliaia di combinazioni possibili che solo Doctor Strange avrebbe potuto prevedere. Insomma, nasceva il mio secondo nipote, andavo in Islanda, facevo volontariato in Burkina Faso e compivo (o compievo?! Dubbio delle 8.30 del dopo ferragosto prima di andare in ufficio…) la scelta che avrebbe mischiato le carte per sempre: andare avanti con quelle, vincenti, che avevo in mano o pescare il jolly e rimettere tutto in gioco per amore del rischio? Ho amato il rischio. Ho rischiato l’amore. Di mani ne ho perse eppure, alla fine, ho vinto. E quegli occhietti di mio nipote, oggi cinquenne, sono lì a dimostrarlo.

Piccoli combattenti

Arrivano da ogni parte, non importa se devono percorrere duecento metri o due chilometri. Se sanno di noi, arrivano. Si portano dietro la ciotola che gli affida la mamma, può essere un pentolino, un secchiello, perfino una busta di plastica. Nera. Lì, chissà perché, le hanno solo nere, le buste. Come la pelle. Prendono il sentiero e, seguendo a ritroso l’eco del passaparola, si fanno vedere, silenziosi. I più piccoli piangono e a ragione, non hanno mai visto i bianchi. Eppure si avvicinano, la fame ha sempre vinto sulla paura. Le donne sono lì, che siano figli loro o meno, sorridono e infondono coraggio. Qualcuno cammina appena, avrà imparato a stare in piedi l’anno prima. Altri sono grandicelli, tanto da poter già andare a zappare la terra la prossima estate, quando raggiungeranno i nove o i dieci anni.

Il riso è pronto. Lo prepariamo in due o tre pentoloni cercando di insaporirlo con quello che abbiamo a disposizione, cioè niente. Infatti per noi è immangiabile, per loro è un pasto regalato che difficilmente possono permettersi. Non muoiono di fame né di stenti. Mangiano male, poco e solo quello che hanno a disposizione, cioè quasi niente. La mancanza di igiene, di cure e di cultura trasforma un batterio nello stomaco in un dinosauro che ti mangia a sua volta, da dentro. Piano piano. E poi ti ammazza, anche se hai la pancia piena. Che poi spesso è solo piena di vermi. Il riso è prezioso, chi se frega se non ha sapore.

Un po’ per uno riusciamo a riempire le ciotole. Ma solo perché quel passaparola non può raggiungere l’intero villaggio, che è esteso a dismisura e di bambini ne conta più di tremila. Sappiamo che le battaglie non si vincono così. Ciò nonostante, in zone diverse, organizziamo queste piccole mense per dare un segnale, spariamo un colpo in aria e facciamo capire che ci siamo. Non risolveremo noi i problemi né vinceremo la guerra, possiamo solo allungarla. Ma allungarla vuol dire permettere a quei bambini di diventare adulti.

La favola Leicester

Avevo un appuntamento con la storia ma sapevo di essere in netto anticipo e, fino allo scorso lunedì, temevo addirittura che la storia potesse non presentarsi. Poi un gol ha riacceso il mio entusiasmo e ora sono pressoché certo che un’incredibile pagina di sport verrà scritta e celebrata per sempre. Avevo prenotato per il 7 maggio, in realtà già tra qualche ora potrebbe arrivare quella che ormai non è più una sorpresa ma solo attesa.

Sì, sto parlando di calcio. Quel calcio malato, milionario, ignorante, a volte violento, a tratti antisportivo, guidato ormai da interessi astronomici che non guardano più ai valori e puntano soltanto ai soldi e al potere. Il lato marcio esiste, senza dubbio. Eppure si tratta dello stesso calcio che un bambino, in qualsiasi Paese del mondo, dà ad un pallone quando vuole giocare, divertirsi e sognare: allora il marcio scompare, resta la magia di un dribbling, di uno scatto, di un gol che chiunque abbia provato a realizzare almeno una volta nella vita sa quanta gioia possa portare.

Non mi definirei un appassionato. E’ uno sport che seguo come altri, meno del tennis o del nuoto, più della pallavolo o del ciclismo. Tifo per la mia squadra del cuore, senza però guardarne più tutte le partite, mi faccio attrarre – lo riconosco – da e dalla Roma e soprattutto mi esalto per il Barcellona, specie quando decide di smettere di giocare a calcio e iniziare un altro sport, molto simile, che non ha ancora un nome. Adesso però sto parlando del Leicester, una squadretta del campionato inglese che si trova ad un passo dal realizzare un’impresa, cioè vincerlo, quel campionato. Potrebbe essere domani a Manchester o la settimana prossima nello stadio di casa. Ormai ne scrivono da mesi in tutta Europa e in mezzo pianeta e io non sono in grado di aggiungere nuove parole a tutto quello che è già stato raccontato. Altri lo faranno ancora e ancora, sui giornali, in TV, nei libri, persino al cinema si vocifera. Una squadra che fino a due stagioni fa e per dieci anni ha militato in “serie B” (la Football League Championship in Inghilterra), che si affaccia dietro le più forti e titolate mirando alla salvezza, che le supera e arriva a maggio in testa alla Premier League, il campionato oggi più bello e difficile, è un’idea di calcio più vicina alla favola del bambino col pallone che al marcio degli interessi milionari.

Per carità, si tratta pur sempre di giocatori ricchi e adesso famosi, anche se molti erano dilettanti poco tempo addietro e uno, tale Jamie Vardy, oggi punta della nazionale inglese, era un operaio che lavorava in fabbrica. Ma è ciò che sta accadendo, nella sua semplicità, a meritare gli applausi, perché affascinante come la sceneggiatura di un film.

Penso all’Africa, ai ragazzi dei villaggi dove mi lavoro, a cui basta una radura, qualche tronco di legno per fare le porte, una palla ed è subito partita.

Calcio_Ziga

In Burkina Faso lottano in un campionato ben più difficile, dove avversari come povertà, fame, malattie, ignoranza vincono da sempre. Un gol lo abbiamo segnato quando gli abbiamo portato le maglie e tanti altri, sono certo, ne faremo. Perché vogliamo vincere. Questa però è un’altra storia. Mi è venuta in mente perché, al di là del mio rapporto col calcio, quei Davide che vincono contro dieci Golia, gli invisibili che dal nulla riescono ad emergere per meriti propri, i piccoli privi di considerazione che diventano giganti sono esempi da seguire, non per forza da imitare ma sicuramente ad ammirare, magari solo per un breve momento. Quella del Leicester potrebbe essere la favola di qualsiasi altro sport o anche di un qualsiasi altro contesto, magari lo sarà un giorno per i ragazzi del Burkina Faso, mi avrebbe catturato comunque.

Io non appartengo a questa storia, non ne sarò il protagonista, tutt’altro. Figurerò al massimo tra le numerose comparse che tra qualche giorno si aggireranno per le strade della sinora sconosciuta cittadina di Leicester per festeggiare la vittoria. Un successo che va al di là del calcio, oltre lo sport, ai limiti della fantasia. Un appuntamento con la storia che ho prenotato in anticipo, certo però che lei sia vicina, stia arrivando e difficilmente rinuncerebbe a partecipare alla sua festa. Ne potrò scrivere nel diario e me ne ricorderò per il resto della mia vita comune, sempre che i litri di birra ad attendermi nei pub brulicanti di tifosi me lo permettano.

Sulla strada giusta

Ci sono i bambini, anche stavolta. Quelli che, appena il polverone annuncia il nostro fuoristrada, smettono di zappare, di caricare l’asinello o di accatastare mattoni di fango solo per vederci passare, allo stesso modo di come noi, nonostante l’abitudine a non farci sorprendere più da nulla, guarderemmo un disco volante. I più timidi osservano e basta e restano lì finché la nuvola rossa non si sgonfia. I più audaci sorridono e, in un eccesso di intraprendenza, allungano persino il braccio per salutare, nella speranza di essere ricambiati. I bambini che ormai conosciamo invece corrono, inseguendo l’auto a velocità stratosferiche, senza scarpe, senza traguardo, senza fine. Senza acqua anche, poca aria e tanta terra. Che non è la terra africana in senso metaforico, simbolo di un luogo esotico, lontano e diverso. E’ proprio la terra rossa, secca e micidiale, che entra dentro il corpo da tutti i pori e non ne esce più. La respiri, la mangi, diventa parte di te e non saprai mai quanti bagni e docce occorreranno per toglierla. Perché non è detto che la togli. Forse non andrà via. Forse non vuoi che se ne vada.
C’è fermento, più di una volta. Lo vediamo sin dall’atterraggio, andando prima in città e poi sempre più verso il confine, dove ci aspettano. I passi avanti sono evidenti. Dalla capitale, su una strada oggi quasi interamente asfaltata, impieghiamo poche ore e non più una giornata per arrivare a destinazione. E’ vero, continuiamo a bucare e cambiare gomme o restare in panne e spingere ma almeno non succede quando siamo in mezzo al nulla. Vediamo attività, movimento e impercettibili segnali dimostrano che il tempo sta cambiando: ad esempio, nessun agente ci ferma per infrazioni inesistenti e farsi corrompere. Anche il villaggio sembra diverso. Abbiamo una sede. C’è un tizio che fa il pane, uno che ha aperto un baretto (“baretto” è un eufemismo). Il mercato della domenica cresce, i commercianti arrivano da lontano. I ragazzi, tanti, vanno a scuola. La sera, non so dove, non so come, una musica arriva nelle nostre orecchie. E le stelle, mai viste così tante. E la luna, sembra giorno.
Ci siamo noi, ancora una volta. Cresciamo, sbagliamo, impariamo e facciamo, con passione e amore, per regalare un domani migliore a gente che ormai ci è amica, familiare e che ci considera parte di sé, al punto tale da attribuirci singolarmente persino un nome nuovo nella lingua locale. Festeggiamo insieme, più di una volta, per l’inaugurazione di una cosa per noi così scontata come accendere la luce e per loro così eccezionale come accendere la luce che è appunto accendere la luce: grazie all’impianto fotovoltaico c’è la corrente elettrica adesso lì al villaggio e almeno il presidio medico non resterà più al buio quando il sole si nasconde dietro l’orizzonte. Soprattutto potrà funzionare qualche piccolo macchinario che salverà qualche piccola vita. E speriamo sia solo l’inizio, perché noi le vogliamo salvare tutte e non solo dalla morte ma proprio dalla vita, da quella vita che spesso non merita di essere così faticosa.
Ci sono caprette e montoni, per l’ultima volta. La loro. Altro che vita. Simbolo di ricchezza e dono di un certo prestigio che purtroppo non possiamo rifiutare, fanno presto una brutta fine. Soffrono poco e servono a sfamare e infatti facciamo in modo che finiscano ai bambini. Eppure, come Clarice Starling, non credo potrò mai dimenticare il pianto di quell’agnellino quando ha capito che la sua ora era giunta.
Ci sono gli elefanti, per la prima volta. Imponenti, simpatici e strafottenti. Il massimo, in termini di maestosità, erano stati gli ippopotami un paio di anni prima. Ma non erano così vicini, non così tanto da venire a mangiare persino dietro le finestre del nostro alloggio, costringendoci ad indietreggiare per poterli incorniciare in una foto. Cosa invece piuttosto difficile con il coccodrillo, le scimmie, i facoceri, le antilopi e quegli uccelli dalla lunga coda azzurra cielo che, come le star, fuggivano da noi paparazzi. Eppure li abbiamo immortalati. Ed è proprio l’elefante l’immagine che più mi ha colpito di questa ennesima missione in Africa. Lo so, potrà apparire riduttivo o poco pertinente con il nostro lavoro ma, se per una volta il ricordo più grande da portarmi a casa non riguarda la fame, la malattia o la morte di qualcuno, vuol dire che, asfaltata o no, siamo sulla strada giusta.