La fine della TV

A casa non ho la TV. Né a casa né altrove. Ho un vecchio televisore però e, fino a qualche tempo fa, lo accendevo subito ogni volta che rientravo, la sera, ancor prima di togliermi le scarpe e lavarmi le mani. Lo accendevo più che altro per tenermi compagnia, in alternativa al giradischi. Perché la musica del vinile ha bisogno di attenzioni, di gusto e del momento giusto. Per la TV il momento era quasi sempre sbagliato, attenzioni non gliene davo mai troppe e quanto al gusto, beh, non ne parliamo. Si salvavano Alberto Angela ed i film di Bud Spencer e Terence Hill, mica si poteva scegliere. Per tutto il resto buttavo un occhio e al massimo tendevo un orecchio mentre preparavo la cena o la mangiavo. In casi eccezionali, allungavo un dito sul telecomando per cercare qualcosa di commestibile.

Un giorno d’estate, una tromba d’aria o un uccellaccio credo abbia danneggiato l’antenna sul tetto e da allora il segnale si è perso nell’etere, lasciandomi il televisore senza la televisione. Risultato: schermo nero su qualsiasi canale, silenzio vibrante dal soggiorno e multi-solitudine tra le stanze. In sostanza, grandissimo benessere. Ma non l’ho capito subito. Sul momento mi sono persino innervosito perché non ho potuto sintonizzarmi sui miei “amati” canali. Sì, avevo Netflix in periodo di prova di un mese (che mandavo avanti da un anno e mezzo) e un centinaio di film sul PC da vedere, a che mi serviva la TV? Forse era anche una questione di principio. Fatto sta che, a forza di rimandare la chiamata al tecnico, mi sono detto: “sai che c’è? Io la TV non la voglio” ed è così che ho chiuso con la spazzatura, mangiando pure meglio. Paradossalmente, forse nemmeno tanto, è cresciuta la passione per il cinema e le serie TV, soprattutto da quando non pago più il biglietto per entrare al multisala (spendendo però un capitale in popcorn) e pago regolarmente l’abbonamento a Netflix. Ho ancora quel centinaio di film sul PC e pure Prime Video, senza parlare delle app che permettono di guardare in streaming i canali più importanti.

Insomma, da quando non ho la TV, posso scegliere cosa guardare. Scelgo io, non la TV. E a volte le scelte sono impegnative. Dopo essermi sparato lo scorso anno, con notevole ritardo, cinque favolose stagioni di Breaking Bad nel giro di un mesetto, questo 2020 è iniziato a colpi di spade: sono alla terza stagione de Il trono di spade e non riesco a smettere nemmeno per andare al bagno. Ho scelto io di cominciare ma già dal secondo episodio non ho potuto più scegliere di guardare altro, mi ha conquistato come si conquista un regno, con la forza e l’astuzia. Ho scaricato sul PC tutte le otto stagioni, ognuna di dieci episodi da 50 minuti. Per vederle non mi serve la TV, non mi serve internet. E proprio ieri il modem ha smesso di funzionare, anche quest’altro segnale si è perso nell’etere. Mi sono innervosito, devo chiamare il tecnico. Ad oggi spero che a, casa mia, internet non faccia la fine della TV. Se non pubblicherò più sul blog almeno si saprà perché.

Non potrebbe esistere altrove

Quella cosa dei buoni propositi per l’anno nuovo mi ha sempre fatto pena. Mi ricorda i personaggi tristi che “da lunedì in palestra”, dopo aver preso sette chili in sette giorni di feste ed aver pagato con entusiasmo la famosa quota semestrale o annuale “perché conviene”. Tristi, non perché rimandano in continuazione l’espiazione delle presunte colpe e nemmeno perché sono ingrassati, anzi beati loro, grasso è bello se non è litigarello, dice il proverbio. Sono tristi perché vanno in palestra, stop, uno dei posti più deprimenti del mondo dopo la chiesa e il negozietto cinese sotto casa. Luoghi tra l’altro frequentatissimi, come appunto le palestre. Questo fondamentalmente perché tutti vogliamo farci un po’ del male se ne abbiamo l’occasione e luoghi del genere tirano fuori il male migliore che c’è in noi, non la cattiveria s’intende, ma il nostro lato nascosto, quello che vorremo non avere e che invece coltiviamo dietro l’angolo delle nostre debolezze. Se vai in palestra è perché non ti piaci abbastanza, se vai in chiesa è perché non piaci a dio, se vai dal cinese è perché non ti piace un cazzo.

Il mio lato nascosto, uno dei tanti oltre alla faccia, ha a che fare con i buoni propositi. Non mi è mai venuta l’idea di tirare le somme a fine anno, però mi sveglio ogni mattina con degli obiettivi a breve termine, piccoli o grandi che siano, e questo è male perché sto sempre ad inseguire qualcosa e, finché non lo raggiungo, non mi sento soddisfatto. Oltretutto, il mio lato nascosto, invece di combatterlo lo alimento, dato che gli obiettivi sono sempre tanti e si moltiplicano come i chili dei personaggi tristi della palestra. Come le preghiere. Come i cinesi.

Quindi io adesso sono pieno di buoni propositi e non perché siamo all’alba di un nuovo decennio ma perché forse sono un personaggio triste. Del resto, uno che si chiama Topper Harley non è di certo partito con il piede giusto. Nella vita proprio, sin da quando è nato, dentro questo spazio virtuale, sedici anni fa. Proprio il blog è il mio primo cruccio. Dovrebbe essere un habitat naturale, fatto di racconti e storie, e invece è diventato un portafotografie, nonostante la voglia di scrivere non si sia mai attenuata. Scrivo sempre meno qui e più altrove, tra agendine e fogli di carta e Word piantati in asso, ma vorrei invertire la tendenza, completare gli articoli che lascio in bozza, riempire la sezione dei viaggi con i diari che ho conservato, seguire i blog degli amici e magari cercarne di altri. Manca il tempo purtroppo e le altre cose in lista evidentemente hanno priorità maggiore. Oggi tuttavia mi sono armato di buona volontà, ho mangiato un panino in ufficio e sto dedicando la mia pausa pranzo a queste righe. Mi appresto a pubblicare un post vero, di parole vecchie e pensieri infantili, soltanto per coprire un buco e per ricordarmi che Topper non potrebbe esistere altrove, men che meno in palestra, in chiesa o dal cinese.

Niente

Ci penso, non è che non ci penso. Ieri ho trascorso la serata in compagnia, una casa nuova, una panoramica sul mondo, un tramonto sullo sfondo e una pizza sullo stomaco. C’erano discorsi, risate e i requisiti per arrivare a notte fonda finché, all’improvviso, sono venute fuori le ciliegie. A lei piacevano da morire. E un attimo di blackout ha preso il sopravvento: la compagnia è scomparsa, il tramonto si è spento e lo stomaco ha mostrato i suoi vuoti. Il momento è durato poco ma è bastato a farmi ribollire il sangue e a chiedermi come cazzo sia stato possibile arrivare a questo punto.

Io l’amavo più di chiunque altro e ora il solo ricordarla mi fa venire la nausea. Lo schifo. Non capisco perché quel sentimento enorme, tanto bello e forte, certificato pure sul blog da pagine e pagine a lei dedicate, si sia potuto trasformare così radicalmente in poco tempo. Uno schiocco di dita e taaac, da amore a odio. Beh, in realtà il tempo non è stato proprio poco. Non contento di due anni di falsità, scoperte perché non c’era più posto per nasconderle, per altri dodici mesi ho covato rabbia, frustrazione, umiliazioni ed innumerevoli delusioni che il mio cuore innamorato mi ha impedito di vedere e che sono scoppiate tutte insieme. Avevo provato a staccarmi e ci stavo riuscendo, consapevole di aver dato più del massimo per tornare con lei e di non poter aggiungere altro. Come gli ex alcolisti, stavo contando i giorni in cui non c’era stato alcun contatto tra noi, li descrivevo su un diario ed ero arrivato a 73, ovvero a circa due e mesi e mezzo. Lei però non lo ha accettato e si è rifatta viva, di nuovo: parole con cui diceva di amarmi immensamente, di non poter vivere senza di me, pregandomi di non farle fare qualche cazzata ché, scriveva letteralmente, stava morendo. Il suo blog è tuttora pieno di post per me con riferimenti persino alla musica che ascoltavo. L’ho ignorata per giorni, non volevo fidarmi, troppe volte mi aveva fottuto in maniera così subdola. All’ennesimo messaggio, maledetto me, ho ceduto. L’amavo, come avrei potuto ignorare una sua richiesta di aiuto? Con il freno a mano tirato per paura, le ho risposto, abbiamo ripreso i contatti, il dialogo, ci siamo visti. E’ stato bello, per carità. Ero quasi felice, ero lì perché lei mi voleva e, chissà, forse avremmo potuto ricominciare. Ho messo da parte le illusioni mancate e le botte che avevo ricevuto e le ho creduto, starle vicino era tutto ciò che desiderassi. Così mi ha ripreso in barca e non ho perso occasione per dimostrarle quanto ancora l’amassi. In tutto ciò, cosa ha fatto lei?

Niente.

NIENTE.

N I E N T E .

Mi viene da vomitare al pensiero. Mi aveva supplicato ancora una volta di tornare per tenermi lì buono, fermo nel limbo, senza essere capace non dico di saltarmi addosso ma nemmeno di tenermi la mano o dirmi a voce una parola dolce. Lei che stava morendo senza di me. Lei che continua a parlare di amore. Lei che ha chiesto umanità e che solo la vergogna mi impedisce di riportare qui cosa è stata capace di farmi negli ultimi anni. Lei che si è persino incazzata, rispondendomi in malo modo quando, con le lacrime agli occhi, una settimana fa ho osato farle notare quale ennesima porcata capolavoro stesse compiendo nei miei confronti. Nemmeno in un romanzo o un film ho trovato similitudini con il trattamento disumano che ho ricevuto da lei, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi, tuttora convinta di amarmi.

Ho bisogno di scriverne, per me stesso, per ripetermi quanto sia stato ingenuo a consentirle di prendere di nuovo terreno. Chi me li restituisce gli anni che ho perso dietro ai suoi inganni? Non si è trattato di una storia bella che arriva al capolinea, quello sarebbe stato normale. Invece è stato l’inferno, il casino che ha creato giocando con i sentimenti è abominevole. Vorrei scriverci un libro, se non fosse che al momento non sono capace di ripercorrere quasi tre anni di sofferenze. Tra l’altro, ora che sono un po’ più lucido, al di là delle parole, non ricordo un solo gesto carino né un pensiero spontaneo che lei abbia avuto per me ultimamente e non lo ricordo perché non c’è stato.

Le ho mangiate le ciliegie, a me non hanno mai fatto impazzire. Ne ho mangiate due o tre e l’unica spiegazione che do a questa storia è che io sia stato stupido e che lei non stia bene di testa, sarebbe una parziale giustificazione a suo favore. Cioè io spero sia così. Spero stia male e glielo auguro per giunta. Vorrei che ogni volta che si guardi in faccia allo specchio, un brivido la colga e la faccia soffrire, anche solo per un secondo, per il dolore che mi ha dato e che – sappiamo io e lei perché – mi continuerà a dare. Peccato che non lo scoprirò mai, resterà un desiderio di cui non avrò alcuna conferma. Lei per me è morta, non incrocerà più la mia strada né scambieremo mai una parola. Del resto lei stessa affermava che sarebbe morta senza di me, bene. Ma non muore, anzi ho motivo di credere che ora se la stia spassando in compagnia.

Sto elaborando questa forma di odio e sì, non è l’agognata indifferenza, è pur sempre un sentimento e bla bla bla. Basta scorrere indietro il blog, leggere due righe o guardare qualche foto per avere idea di quanto lei fosse importante per me. Era tutto ciò che volevo dalla vita e adesso non è niente. O meglio non ancora, sto lavorando per renderla niente. Dimenticarla è impossibile, mi ha tolto pure i bei ricordi, non mi resta un cazzo se non la carcassa di un cuore che devo rimettere a posto e donare a chi se lo merita.

L’amore si trasforma (parte 2)

– Alla fine, con tanta rabbia e impotenza, l’amore si trasforma.
– In che si trasforma?
– Si trasforma in un senso di fastidio.
– Come succede?
Succede automaticamente, dopo tante pugnalate.
– Finisce così quindi?
– No, il senso di fastidio diventa rancore, poi il rancore diventa odio.
– E tu a che punto sei?
Sto consumando l’odio.
– Vuoi dire che anche l’odio si esaurisce?
– Certo, perché senza dubbio prima o poi arriva l’indifferenza e io la sto aspettando a braccia aperte.

Come una palla

Come una vita. Questo sport insegna che si può recuperare tutto se impari a muoverti.

E io mi sto muovendo, finalmente. Mi devo concentrare sul qui e ora, spazio e tempo che mi stanno dimostrando chi sono e chi voglio essere: un bravo giocatore prima di tutto, non una riserva. Sto imparando dalle sconfitte, dalle lezioni che ho preso e che continuo a prendere e lo faccio sul campo, fuori dai social e dal web in generale, dove non so quando tornerò. Un giorno forse, adesso non importa, è arrivato il momento di chiudere.

Come le ciliegie

Il dolore è forte. Sono arrabbiato e deluso, è evidente. Mi sto ritrovando anche, è meno evidente ma lo percepisco ogni sera prima di addormentarmi sul divano. La strada è quella giusta, le motivazioni non mancano, la confusione regna sovrana. Qualsiasi sia il fine che potrei raggiungere, qualsiasi sia l’obiettivo in un senso o nell’altro, sono sicuro di cosa sto facendo. Lotto ogni giorno contro i miei fantasmi e ogni giorno, in un modo o nell’altro, lei c’è. E’ ovunque. Quando la amo, quando vorrei odiarla, quando mi pensa. Perché so che mi pensa. Non so se mi legge. Se ha scelto di non scegliere dovrei sparire, mi ha messo di fronte ad una realtà intollerabile che solo lei può cambiare e mi auguro che lo faccia a prescindere da me, per il suo bene. Così come stanno le cose non sarà mai davvero felice. Io ho fatto l’impossibile per darle quelle sicurezze di cui aveva bisogno, per vincere le paure e annullare le distanze, lo sanno tutti coloro che conoscono questa storia fino in fondo e, soprattutto, lo ha visto lei. Non posso cercarla, vorrei ma non posso. Non saprei nemmeno che dirle. Non otterrei niente di diverso ora delle solite vane risposte in cui due certezze si scontrano continuamente: una è che mi ama, l’altra è che resta bloccata. Qualcosa deve cambiare per forza, capirà lei cosa. Lo capirà senza dubbio.

Io, scrivendo, mi sfogo. Che sia per rabbia o per sentimento, per ricordo o per speranza, io scrivo. Lo faccio qui e sulle mie agende. E’ un modo per aiutarmi e funziona, ha sempre funzionato. Il blog è nato proprio per questo, ci sono post del 2004 e degli anni successivi in cui parlo dell’altra relazione lunga e importante della mia vita, finita anch’essa. Tra le due storie non c’è paragone. Quella era la prima, questa è l’unica. Scrivo per me, a volte immaginando di parlare con lei, mi ci rivolgo persino in prima persona e non ha importanza se le mie parole arrivano, conta che le abbia buttate fuori e fissate da qualche parte. Per non dimenticare.

Io scrivo, io mi sfogo, io conosco i dettagli. Nessuno, e dico nessuno tranne lei forse, può aggiungere una parola. Ascolto chiunque, soprattutto le amiche sparse per l’Italia che mi sostengono e che mi seguono senza mollarmi un attimo: da Vigevano a Roma, da Marsala a Pisa, da Palermo a Firenze… grazie per tutto ciò che state facendo. Ascolto le critiche, la rabbia di chi mi vuole bene e che mi vorrebbe vedere reagire. Ascolto gli sconosciuti, li cerco anche, i contatti del blog o dei social che in qualche modo esprimono la loro vicinanza e con cui mi confronto. Tuttavia, non tollero e mai permetterò che qualcuno, chiunque esso sia, si azzardi ad esprimere un giudizio su di lei. Solo io posso. Giudicarla, accusarla, criticarla, schifarla se necessario, non deve osare nessuno o lo disintegro. Me lo mangio, amico o conoscente che sia. Perché lei adesso sarà pure un’altra, starà cambiando, starà perdendo quella purezza che aveva a causa dell’incapacità di muoversi e di portare la bicicletta ma il sentimento prepotente che abbiamo vissuto e che vive ancora, sia pure in uno spazio e un tempo non definiti, va protetto. Come le ciliegie che adora, dalle avversità. E io lo farò per sempre.

Mea culpa

Ti amo.
Perché?
Perché sei tutto quello che voglio dalla vita. E tu?
Perché sei tu.

Perché sono io. E io sono ingenuo, forse anche stupido. Vedi, delle situazioni orribili che abbiamo vissuto, non riesco a ricordare quasi nulla. Mi porto dentro solo i momenti speciali, quando senza ombra di dubbio entrambi dipendevamo l’uno dall’altra. Come quella mattina, l’ultima, dopo la nottataccia in cui Nick Cave avrebbe dovuto cantare per te e non ci è riuscito.

Dovevi andartene presto, mi hai chiesto se volevo restassi e – figuriamoci se ti avrei mandato via – sei rimasta. Ho messo da parte la tua roba affinché la portassi con te, l’hai lasciata lì, è nel tuo spazio dell’armadio, spazzolino compreso. Ti avevo comprato per colazione la marmellata che io non mangio. Hai guardato la data di scadenza, un qualche mese del 2018, e mi hai detto di conservarla, perché saresti tornata. Una scena da film, non so se romantico o thriller: le tue mani che afferrano il mio viso obbligandomi a guardarti negli occhi e tu che ripeti “perché io tornerò”, decisa come poche volte ti avevo visto ultimamente. Hai pure rimesso in sesto il coccodrillo che, quando giocavamo con il pongo, era venuto fuori magicamente dalle stesse mani e che da due anni perdeva pezzi. OK, non è tornato esattamente in sé, è uno sgorbio, ma lo hai sistemato. Questo lo hai fatto. E’ un mostriciattolo, bellissimo come tutto ciò che ti appartiene, me compreso. Anche io sono stato bellissimo. Bellissimo mio, mi hai chiamato fino a pochi giorni fa.

Ti ho accompagnato in metro fino alla stazione e quell’ultimo viaggio è stato meraviglioso, nonostante le tue lacrime. Stavamo in piedi, io appoggiato al palo e tu appoggiata a me. Anzi abbracciata a me, dietro gli occhialoni scuri. Una signora si è addirittura alzata per lasciarti il posto, ricordi? Aveva intuito che non stessi bene. Come potevi esserlo? Ci stavamo dando l’addio. Eppure sapevamo che addio non sarebbe stato. Ho potuto recuperare i baci che mi ero perso nel tempo. Beh, veramente solo una piccola parte, te ne avrei dati molti di più ma la metro non è mai stata così veloce, sarei rimasto a viaggiare sottoterra in quella posizione a vita. Lì ti ho sentito, ho rivissuto sensazioni stupende. Poi il saluto, terribile, senza troppe parole. Per tutto il tragitto te ne ho ripetute fin troppe, non perderle, mi è costato pronunciarle. Le conosciamo solo io e te. Se mai passassi da qui e leggessi queste righe, ricorda cosa ti ho detto quella mattina e mettilo in pratica.

Quell’addio è durato due giorni. Ancora una volta sono tornato da te. Non mi sono mosso in realtà, non ti ho lasciato, ti ho pensato ogni minuto. Tu, però, non sei mai tornata davvero e, ora che l’addio si sta dimostrando definitivo, non immagini quanto speri che tu finalmente possa essere felice. E libera. Ti ho chiesto fino alla nausea se, a differenza di prima, io avessi dovuto fare di più per riaverti accanto; mi hai risposto fino alla nausea, pure la settimana scorsa, che no, io non potevo fare niente, dipendeva solo da te. E’ una magra consolazione, almeno sono certo di aver dato tutto quello che mi era rimasto, se non di più. Le ho provate tutte, non sempre con la ragione ma sempre con i sentimenti. Anche sbagliando. Sono corso da te in modi e forme infinite e non ho ottenuto altro che promesse. Da te poi è proprio difficile, lo capisco. Entrare nel tuo mondo è complicatissimo, sono contento di esserci riuscito in passato. Per noi oggi sarebbe un terreno pieno di insidie, dove ogni mossa ne provocherebbe un’altra che probabilmente non saresti in grado gestire. Come il territorio marcato dal cane che ha fatto pipì lungo il perimetro. E’ che al cane, per quanto tu possa volergli bene, devi insegnare dove pisciare, altrimenti si sentirà libero di fare i suoi bisogni dove vuole, pure in casa, abbaiando per giunta. So bene che la colpa è solo mia, io ho sbagliato ormai quattro anni fa sottovalutando i miei comportamenti nella convinzione che tutto potesse sistemarsi. Il coccodrillo non sarà più lo stesso. Io ti ho reso quella che sei diventata e non me lo perdonerò mai. Ho pagato un prezzo altissimo e continuerò a pagarlo in comode rate fino alla fine dei miei giorni. Perdonami tu. Avermi ripetuto che io non posso fare di più mi aiuta, non mi toglie tuttavia il rimpianto di non aver capito a suo tempo quanto fossi importante. Perché sei tutto quello che voglio dalla vita.

Mi arrendo, quindi. Ti avevo comprato una piastra per i capelli qualche giorno fa, non so perché. Ne hai una sicuramente migliore ma l’ho vista e non ci ho pensato due volte. Avevo preso due biglietti per il concerto dei Pearl Jam della prossima estate e non due a caso. Gli amici hanno scelto il prato, tutti. Io, ricordando le decine di concerti a cui abbiamo assistito, ho creduto che la calca non fosse adatta a te e ho scelto due posti nella tribuna migliore. Chissà perché, ingenuamente, non ho dubitato un attimo che saremmo andati insieme. E invece.

Sii felice. Non smetterò mai di amarti, resterai sempre La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi.

I blogger non muoiono mai

Qualche anno fa, tra i tanti amici del web, ce n’era uno con cui scambiavo spesso più di una chiacchera e non solo di quelle che si mangiano con lo zucchero. Allora non seguivo tanti blog, solo alcuni catturavano la mia attenzione, generalmente per lo stile della scrittura o proprio per il personaggio che si celava dietro. Oggi siamo tantissimi, ci accoppiamo e riproduciamo tra di noi e quei contatti si sono moltiplicati a dismisura. Li seguo saltuariamente perché sarebbe impossibile farlo in modo costante e forse è anche meglio, del resto succede così quando si incrocia un amico per strada e poche parole, un timbro di voce o un’occhiata bastano a recuperare la distanza dall’ultimo incontro. D’altro canto, imbattersi tutti i giorni nella stessa persona sarebbe un po’ palloso, per questo esistono già i colleghi.

Quindi, io con quel blogger “chiaccheravo”, in pubblico o in privato e non tanto di più di quanto facessi con altri. Mi divertivo, aveva la mia stessa ironia e sapevamo che l’ironia funziona come un amico comune quando ci presenta l’uno all’altro. Un giorno tuttavia, dopo qualche tempo passato senza vederlo in giro, vado direttamente a trovarlo sul blog che però trovo uguale all’ultima volta, nessun aggiornamento e nessuna risposta ai commenti. Sono andato a cercarlo nei giorni successivi, gli ho lasciato messaggi privati, ma non ho più avuto sue notizie nemmeno altrove, finché la piattaforma (Splinder) ha chiuso i battenti e le sue tracce si sono perse definitivamente nella rete. Tra l’altro, pur parlando di qualsiasi cosa, lavoro, donne, libri, cinema, problemi personali, seghe mentali, sport… no, sport no, non ne capiva una mazza, beh, io non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome, né lui il mio. Sicché, evaporato Splinder, solo lui avrebbe potuto cercare Topper Harley, io il suo nickname non l’ho più beccato.

Mi sono chiesto tante volte se fosse morto con Splinder, nel senso di aver smesso, di non aver trovato interesse ad aprire o trasferire il proprio blog come ho fatto io su WordPress. Mi sono chiesto altre volte se fosse morto fisicamente, roba che nella mia testa allora era impensabile. A quel tempo immaginavo forse che nel web non si potesse morire, che un blogger – entità soprannaturale – vivesse per sempre, forte dell’idea che qui non siamo noi, siamo quello che scriviamo e leggiamo, siamo le nostre parole. Ma non è vero. Qui siamo persone, lo siamo nella vita di tutti i giorni e continuiamo ad esserlo quando indossiamo una o più maschere, usiamo lo schermo per proteggerci, storpiamo il nostro carattere o nascondiamo il fine ultimo della nostra presenza da queste parti, non sempre cristallino. Fatto sta che la gente muore pure nel web.

L’anno scorso è toccato ad un’amica, una signora molto carina che mi seguiva tramite Facebook e che mi aveva confidato di lottare contro un male purtroppo più forte di lei. Prima ancora una donna con un carattere fortissimo che scriveva poesie e che se n’è andata all’improvviso. Pochi mesi fa l’aldilà ha accolto un’altra amica che ammiravo per le sue foto. E insomma sono cose che toccano, certo diversamente dalla scomparsa di un amico che si conosce in carne ed ossa, ma toccano. Soprattutto se le loro immagini e loro parole in qualche modo continuano a girare per il web e se ne percepisce la presenza. Forse è questo il senso di ciò che pensavo un tempo, che i blogger non muoiono mai. E io, piccolo blogger semi-sconosciuto che di sparire non ha la minima intenzione e che non ha mai postato articoli memorabili, mi domando chi mi cercherebbe se smettessi di scrivere. Nessuno probabilmente. Però, per non lasciare nessuno nel dubbio a differenza di come è accaduto a me con l’amico sparito, quando sarò morto pubblicherò un post di addio, una foto Instagram della lapide di cartongesso che avrò sulla testa e, se mi andrà, anche un libro postumo.

Cosa è

23. A volte mi dimentico di avere un blog che non posso lasciare chiuso nello sgabuzzino, in silenzio, ad attirare la polvere. Non voglio che resti al buio, voglio guardarti ancora un po’, anche se ti addormenti, soprattutto se ti addormenti. “Domani” mi dici. Così spengo la luce, ti prendo la mano e ci rivediamo all’alba. Mi sveglio, è passata una notte o un mese, sei lì e non è un sogno, tu lo sei. Lo riporto in uno dei post-it colorati sparsi per la casa che inserisco nei post bianchi qui, di nascosto. Ti guardo, mi guardi e sembra che stiamo giocando a chi non ride prima, invece stiamo ridendo dentro e di giocare non abbiamo mai smesso. Quando però non ti vedo, il che capita troppo spesso ultimamente, mi accorgo di te dai segnali inconfondibili che lasci ovunque, come le notifiche di un lettore di emozioni di passaggio. Il tubetto del dentifricio con il tappo poggiato e non avvitato, la boccetta di profumo interminabile, l’accappatoio che una volta era per gli ospiti, spazzole, creme, saponi, un tuo capello che spunta fuori all’improvviso, il tuo gelato che posso mangiare: è un mondo che mi appartiene ormai, di cui devo raccontare, di cui non posso liberarmi. C’è il tuo tè nell’aria e la musica dei tuoi dischi accanto ai miei dischi, l’odore dei tuoi vestiti dentro il mio armadio. Devo scrivere su questo blog, devo scriverti. E’ una condanna, un abbraccio, una voglia. Impossibile dimenticare cosa è. Mi piace non trovare le cose e le parole al proprio posto se sei tu a scombinarle, alla fine tanto sei sempre tu che le rimetti a posto.

Mica come oggi

Altrove, tanto per cambiare, la novità era arrivata un paio d’anni prima. Da noi ha preso piede concretamente solo nel 2003, tanto tempo fa, quando si parlava ancora e le parole viaggiavano velocemente, anche se non velocemente come oggi ché i progetti nascono dopo essere stati realizzati. Si parlava ancora di web-log per descrivere questa nuova forma di espressione in rete, una via di mezzo tra un sito web e un diario online, ma ci ha messo poco a diventare blog per tutti, me compreso.

Ricordo bene il giorno in cui ho creato il mio. Ero su Excite, una piattaforma che forse nemmeno esiste più, coetanea di Splinder, piattaforma che sicuramente non esiste più e che è stata per un periodo la più apprezzata in Italia: non so se per fascino, per numero di utenti, per raccomandazione, per le stelline date dai blogger. Non erano nemmeno blogger all’inizio, non si definivano tali, erano persone che, come gli artisti, si stavano facendo spazio per mettersi alla prova e offrire se stessi al mondo cosiddetto “virtuale” attraverso uno strumento nuovo, la parola scritta. Ci hanno messo poco anche loro a diventare blogger e io ero uno di quelli. Li conoscevo quasi tutti, almeno di nome. Alcuni erano veramente famosi, ora ne leggo i libri. Non era mica come oggi che tra blogger e scrittore spesso la differenza è sottile: allora i blogger erano in gran parte apprendisti dello scrivere e non avevano ambizioni. Non che sia un difetto, intendiamoci. E’ che adesso i blogger prima di tutto scrivono, poi nel caso cazzeggiano, a prescindere dall’etichetta di food blogger, travel blogger, fashion blogger e so-tutto-io blogger. Ma quando scrivono, quelli veri, sanno farlo mostruosamente bene. Ammiro chi riesce a sfornare libri, libri veri e, in generale, chi esce dal blog per sfruttare un dono e una passione più forti. A volte il dono non c’è, è la passione a muovere i fili, a metterci l’anima per affrontare la carta e impaginare il verbo e diffonderlo. In ogni caso non è mai sbagliato perseguire un obiettivo, un sogno. Cimentarsi in sfide di questo genere è un bene, a prescindere dallo scopo. Scrivere è magia, che si sappia o non si sappia fare. Scrivere è condividere e aprire mondi nuovi di amicizie e conoscenze. Scrivere è cultura se c’è un minimo di impegno. Scrivere è terapeutico e questo è il motivo per cui ho iniziato io.

Sono arrivato tardi rispetto alla media del tempo. Quei pochi post pubblicati su Excite risalgono all’estate del 2004. C’è voluto poco a capire che dovevo trasferirmi, Excite faceva cag… schifo. Ho subito trovato in Splinder il mio ambiente ideale e ho iniziato a bazzicarci più di quanto facessi altrove. Facebook allora era solo un embrione di quello che sarebbe diventato. Non è che ci fossero sul web tanti spazi in cui farsi vivi. Ad eccezione dei siti porno, che esistono da prima di internet e in cui non ci si faceva vivi, ci si faceva e basta.

Ero triste. Mica come oggi. Ero triste davvero. Stavo affrontando uno dei periodi peggiori della mia vita e il fatto che quel periodo ad ora sia ancora il peggiore della mia vita vuol dire che ho avuto una bella vita. Perché in fondo si trattava di una delusione amorosa, di un problema di cuore, uno di quelli che ti segnano con la matita (rossa) e poi si cancellano, non con la gomma ma con colori più vari e vivaci. Ho sofferto, questo blog ancora adesso lo testimonia. Non voleva essere un diario il mio, doveva rappresentare uno mezzo di contatto con quella Lei (con la L maiuscola, l’iniziale del suo nome) che mi aveva lasciato. Non potevo più sentirla con la stessa frequenza di quando stavamo insieme né mandarle lettere che avrebbe cestinato e così il blog è arrivato in mio soccorso, permettendomi di scrivere come se mi potessi rivolgere direttamente a lei. O a me stesso.

Splinder aveva, in alto a destra, un contatore. Oggi WordPress ha il fumetto che si accende e cambia forma. Splinder usava un numerello rosso che indicava se e quanti nuovi messaggi privati c’erano da leggere. Ecco, credo che in pochi possano capirlo, ma in una pagina chiara, azzurra e bianca quale era la dashboard di Splinder, quel “1” (o “2” o più se eri ricercato) rosso bene in evidenza lì in alto era una lampadina accesa in una stanza buia. Tutto è iniziato da lì, per me. Quel numerello era speranza, rivalsa, contatto, voleva dire che c’ero anche io e avevo un mio ruolo, a differenza dell’autostima. I blogger mi riconoscevano e scambiarsi messaggi era meglio di una chat. Dopo tanti anni, le persone che ho conosciuto tramite il numerello sono ancora qui e sono amiche, quasi tutte. Mi hanno aiutato, a scrivere, a comunicare ed a tirarmi fuori dal vortice di stupida disperazione da cui non volevo emergere. Certo, col senno di poi è facile guardarsi indietro e riderci su, ma fintanto ero dentro non avevo la mente così libera.

Il mio blog si chiamava e, dietro un redirect, si chiama ancora “Lei e tutto il resto”, parole messe insieme in pochi secondi durante la fase di registrazione in Splinder. Serviva un nome e con quello avevo intenzione di individuare uno spazio per far incontrare i due mondi in cui credevo fosse diviso l’universo: Lei da una parte e il resto dall’altra. Ricordo – ci sono ancora post con il font rosso qui – che usavo solo tre colori per testo e template: nero sullo sfondo, bianco a sprazzi e parole e parole solo in rosso. In pratica non si leggeva una mazza. Ma non è che rappresentasse un problema. Non esistevano i like, non esistevano i follower come li intendiamo oggi (era solo un elenco di preferiti), non c’era la brama di condivisione di adesso. Non lo dico con rimpianto o spirito critico, era solo diverso.

C’erano personaggi incredibili dietro i blog. Alcuni sembravano che non esistessero nella realtà. Erano pionieri, precursori delle due scuole principali di pensiero che regnavano: quella della scrittura creativa, passionale, comunque impegnata e quella del cazzeggio quasi totale. Difficilmente i blog erano monotematici e anche le foto da condividere non avevano lo stesso appeal. Erano più personali, almeno all’inizio. Ed era per questo che ci si apriva e si socializzava in fretta. Era facile entrare dentro ognuno di noi perché non ci si pubblicizzava. C’erano i nickname e io da subito sono stato Topper Harley: altra richiesta necessaria da inserire in fase di registrazione che ho dovuto inventare su due piedi. Inventare mica tanto però. Allo stesso modo di “Lei e tutto il resto”, anche Topper Harley aveva il suo perché. Topper Harley è il protagonista di un film demenziale che è “Hot Shots!” con Charlie Sheen, una parodia di film quali Top Gun, Rambo, Terminator e altri ancora. Topper Harley, se lo conosci, lo conosci bene, lo ricordi, ridi pensando a lui ed alle sue avventure. Se non lo conosci, non rappresenta nulla, è un nome come un altro. Ce ne sono tanti di Topper Harley, altre persone nel mondo che hanno scelto questo nick ma ce n’è solo uno che puoi conoscere tu, tu che fai parte delle mie cerchie. Sono uno e tanti, io e nessuno. Una specie di anonymous, solo più demente. Questo è esattamente quello che volevo essere sul blog. Una chiave di lettura chiara: o mi conoscevi o ti ero del tutto estraneo, senza vie di mezzo. E non esistevano altri dettagli che potessero far risalire quel nome all’Alessandro che si celava dietro. Ero io allora, nascosto dietro un personaggio. Oggi è il nome che uso per raccontarmi e non è la stessa cosa. Non ha nemmeno la stessa importanza che aveva una volta. Resta più che altro per tradizione.

Quando Splinder ha chiuso i battenti mi sono trasferito qui su WordPress, portandomi dietro tutti i post. Sono riuscito a mantenere lo stesso template nero, bianco e rosso. Nel frattempo Lei era diventata solo un ricordo, importante ma lontano. Sono rimaste le categorie, mai casuali: Lei, Tutto il resto, Lei e tutto il resto, a seconda di cosa io scriva. C’è stata una lEi (con la E maiuscola, l’iniziale del suo nome) altrettanto importante dopo e c’è stato un nome del blog modificato in “lEi e tutto il resto”, anche se ormai da anni i miei post si concentravano su altri temi, su di me. Poi è cambiato tutto. Esperienze forti mi hanno fatto crescere ed è arrivata una lei, l’ultima, ora e per sempre, che non ha bisogno di maiuscole per essere individuata, è e sarà l’unica lei con cui avrò un futuro. Ne posso parlare liberamente e non ho bisogno di etichettarla né di dedicarle un blog quando le dedico già tutto il resto. Ecco perché questo spazio è diventato “Topper Harley e tutto il resto”. Io e quello che mi circonda.

Adesso il template è più umano e leggibile. Semplice e privo di tanti contorni inutili che prima lo riempivano disordinatamente. Ho aggiunto a modo mio pagine sui miei viaggi, i miei concerti e i miei libri, altre sono in costruzione. Storie, voce e parole di quello che ho fatto e che sono. Dovrei scrivere più spesso, vorrei farlo tutti i giorni per evitare – vedi l’ultimo mese e mezzo – di tornare qui e ritrovarmi in una landa desolata di ghiaccio e obiettivi lontani. Così inizia il nuovo anno. E poco importa se queste parole le ho scritte l’anno scorso, quando ero più carico. Mica come oggi, uno gennaio, che non ho ancora fatto niente.

Di libri come incontri, scrittori e cambiamenti improvvisi

Dannazione. Alla prima occasione dovrò farglielo presente. Chuck Palahniuk, che tanto mi piaceva leggere da ragazzino, ha perso il suo fascino. Forse proprio perché sono cresciuto o forse perché è invecchiato lui. Boh. Più verosimilmente non è cambiato nessuno dei due ed è questo, cioè l’assenza di un vento nuovo, che spesso ci fa perdere l’entusiasmo nelle piccole cose. Con le grandi è diverso, le dimensioni contano. Io, per dire, mi emoziono ancora quando giro l’angolo e mi ritrovo davanti il Pantheon, nonostante lo abbia visto decine di volte. Così come mi si smuove sempre qualcosa dentro quando parlo con mio nipote che oggi, a dodici anni, grande lo è davvero. Un libro che ci ha cambiato la vita può essere considerato una cosa grande o anche una grande cosa, ma uno che invece non abbiamo apprezzato resta lì, in un angolino della mente, insieme ad un mucchio di altra roba poco utile. Finché ce ne dimentichiamo. Questione di priorità. Penso a questo mentre, appollaiato su una poltrona, ascolto quel che con arguzia, nostalgia e ironia, ha da dire Andrea Camilleri. A novant’anni vede poco, non sente, non cammina autonomamente ma dimostra di possedere un cervello così attivo e sveglio che tanti giovani non avranno mai. Quando, a fatica, si alza per andare via, ricambio il suo saluto, certo che non lo noterà. Questione di età. Esco fuori e pochi passi più in là, al tavolino del bar, Alessandro Baricco sorseggia un drink che potrebbe anche essere solo un bicchiere d’acqua e chiacchera con amici che potrebbero anche essere solo conoscenti. Non voglio disturbarlo, eppure cerco i suoi occhi con l’intento di comunicargli la mia ammirazione per quanto riesce ad esporre sia scrivendo sia parlando, nonostante l’aura di presunzione che caratterizza certi intellettuali. Ricambia l’occhiata per confermarmi che ho ragione. Ma forse è un effetto del drink. Questione di sguardi. Giro l’angolo, entro in libreria e trovo Francesco Guccini seduto accanto a James Ellroy. Hanno tanto da dire, poco da dirsi. Difficile che due personalità del genere possano parlare tra loro. Infatti nemmeno ci provano. Ci provo io, invano però. Questione di lingua. Nel frattempo, poco distante, Andrea Scanzi osserva in piedi divertito. Sembra che mi stia aspettando e ogni tanto lancia un’occhiata tra la gente per cercarmi. Vorrei chiedergli perché non scrive più di tennis ma c’è troppa confusione e poi lo so già. Questione di ego. Stanco di essere strattonato, mi avvio verso il corridoio pieno di libri, libero, librato, come se mi trovassi in un romanzo. Poco dopo incontro Emmanuel Carrére, una recente scoperta. Lui e L’avversario, che presto avrò. Questione di feeling. Torno a casa più ricco, è stata una giornata importante e ho voglia di chiuderla con la ciliegina. Autori e libri non possono non riportarmi qui, il luogo dove leggo e scrivo più spesso. E’ qui che devo fare qualcosa. E’ qui che devo cambiare qualcosa. Perché i cambiamenti, se non arrivano, possono anche uccidere. Così, decido di voltare le spalle al passato, a dieci anni di blog con sfondo nero e sprazzi di rosso e bianco. Voglio più luce e questo è il primo risultato. Questione di vita o di morte.

Si ricomincia dalla fine

Il titolo non è casuale. Ricomincio da dove ero arrivato quando, convinto di poter avere più spazio e di poterlo arredare e gestire meglio, avevo deciso di lasciare questa casa per prenderne un’altra. Più grande, più periferica, con più accessori. Mia soprattutto. E’ stata una scelta entusiasmante ma ostica sin dall’inizio. Un trasloco è sempre impegnativo. Tra l’altro non era la prima volta che mi trasferivo, sapevo che sarei andato incontro a mille difficoltà, anche economiche. Fatto sta che ho cambiato indirizzo, mi sono sistemato e ho ripreso a guardare il mondo da lì, scrivendone. Gli amici hanno iniziato ad andare e venire con frequenza, si sono persino moltiplicati e io stesso passavo spesso a trovarli. Con diversi espedienti ho fatto il possibile per rendere la nuova abitazione uguale alla precedente al punto che, una volta entrati, gli ospiti quasi non si accorgevano di trovarsi in un altro luogo. Una specie di magia.
Una mattina come tante, esco per fare un giro e al rientro non riesco ad aprire la porta. Provo e riprovo, la serratura è sempre la stessa, ne sono certo e anche la chiave non è cambiata. Poi, all’improvviso, un click sblocca tutto. Questo episodio si ripeterà più volte e probabilmente l’ho sottovalutato, perché alla fine comunque a casa sono rientrato ogni volta. Succede tuttavia un altro fatto strano: mi capita di ritrovare gli oggetti spostati o, peggio, non funzionanti. Ad alcuni ero affezionato, altri mi erano utili e non tuttora non so dove siano finiti. La situazione è andata via via peggiorando, si guastavano troppe cose senza motivo apparente. Ho scritto anche all’amministratore ma non sapevo nemmeno come fare a spiegargli questi fenomeni. Mi ha supportato poco senza riuscire ad afferrare davvero il problema. E non che a me fosse chiaro. Credo anche che le difficoltà dipendessero da una certa incomprensione di fondo, parlavamo due lingue diverse. Con tenacia mi sono dato da fare con piccoli lavoretti per aggiustare, almeno all’esterno, ciò che potevo. Il risultavo è stato quello di ritrovarmi una casa con la facciata intatta, così coma la volevo io, ma con gli interni pericolanti.
Insomma non è stato un periodo facile. Certi giorni ero quasi ossessionato dall’idea che stessi facendo più danni che altro e, visto che nulla cambiava, ho pure contattato un paio di tecnici per aiutarmi. Uno mi ha detto che gli sembrava tutto in ordine senza mai essere entrato in casa. Dall’esterno infatti l’impressione era quella. L’altro, prima di lavorare, mi ha fatto un preventivo che avrebbe messo paura al ricco Bruce Wayne e al coraggioso Batman. Nessuno dei due mi ha dato le dritte giuste. Arrivato alla frutta anche io, come il cavaliere oscuro, ho iniziato ad accusare sintomi di sdoppiamento della personalità. Ero due Topper Harley, più simili che opposti, e quasi mai riuscivo a capire chi fossi davvero, specialmente quando chiaccheravo con gli amici. L’aspetto peggiore è che a casa degli altri mi sentivo a mio agio, mi riconoscevo ed ero certo di essere io. A casa mia no. Anzi era proprio tra le mia mura che non riuscivo ad esprimermi e ho dovuto usare un trucco per farmi sentire, fingendo di essere il Topper che non ero. Ho resistito a lungo dedicandomi ad altre passioni nella speranza che un intervento non programmato potesse restituirmi ciò che stavo perdendo. Non è successo.
Quindi ho deciso. Me ne sono andato. Ho abbandonato la casa nuova che continuerò comunque a pagare e che, nonostante tutto, qualche soddisfazione mi ha dato. Tanti amici verranno a cercarmi là e non mi troveranno. Se vorranno potranno seguirmi al nuovo domicilio, che poi è il vecchio. Ho lasciato un avviso, non tutti lo leggeranno ma va bene. Torno nella prima casa in cui ho abitato dopo lo sfratto da Splinder, che riapro dopo tanto tempo e che, al termine di una spolverata, si trova proprio qui, all’indirizzo topperharley.org.

A 33 giri

I Motel Connection – mai sentiti nominare prima del primo maggio – e una discreta cover band dei Pearl Jam hanno inaugurato la mia stagione concertistica. Tra poco arrivano i Green Day e poi The Killers. A quel punto dovrei già essere abbronzato, se questo cazzo di clima capisse che ormai siamo in estate. I giapponesi lo avevano capito tre mesi fa, quando i ciliegi hanno sputato i fiori in anticipo rispetto agli altri anni. Infatti ho dovuto raggiungere Kyoto per vederli ma non mi è dispiaciuto, anzi. Kyoto è un gioiello di città, a parere di molti la più bella del paese. In effetti il Giappone ha molto da offrire. Credo che non paghi le bollette della luce e dell’acqua, visto il consumo esagerato che ne viene fatto. Senza parlare del cibo, del pesce soprattutto, gustato dal mio palato in tutte le forme possibili. Come quella volta in cui, alle dieci del mattino, passeggiavo per Den Den Town e ho ceduto alla tentazione dei takoyaki, le polpette di polpo fritte in pastella. Buonissime. Den Den Town è il quartiere dell’elettronica di Osaka ma anche dei manga e dei suoi derivati, umani e non. E’ il luogo dove la tecnologia dovrebbe costare meno, dove centinaia di negozietti, uno accanto all’altro, si fanno concorrenza a colpi di insegne luminose e prezzi bassi. Bassi però non come una volta: la globalizzazione ormai rende tutto più vicino. A Den Den Town, quella mattina in cui ingurgitavo takoyaki passeggiando per le strade ancora deserte, un oggetto mi ha colpito. Io sono fatto così: quando voglio una cosa devo averla. Se non la ottengo nell’immediato le possibilità sono due: o mi passa di mente o mi passa di mente e poi ritorna. Quasi sempre, dopo un paio di giorni, non riesco nemmeno a ricordare perché la volessi. Quando ritorna però vuol dire che non si trattava di un capriccio ma di qualcosa a cui probabilmente tenessi. Parlo di oggetti materiali, cose appunto. Le emozioni, i sentimenti, le persone, i viaggi fanno parte di un’altra categoria di desideri.
Un giradischi. Io volevo un giradischi. Uno di quelli vecchiotti, magari usati, a metà tra il vintage e il moderno, affidabile e con un tocco di personalità. Un anno prima lEi, venuta a sapere di questa passione che stava prendendo forma, mi aveva persino regalato un 33 giri. Manco a dirlo, era la riedizione di Ten dei Pearl Jam, un doppio album, uno dei più bei regali che abbia mai ricevuto. Non l’ho ancora ascoltato. Perché quel giradischi, in quel negozietto di Den Den Town, l’ho comprato con il cuore, non con i soldi, l’ho pagato l’equivalente di trenta euro, l’ho portato con me per tutto il giorno e per tutto il viaggio di ritorno dal Giappone, dentro la valigia, ma non ho ancora potuto accenderlo per una serie di motivi che alimentano sempre più la voglia di vinile. Prima la presa di corrente: quella dei nippocosi è diversa. Va be’, trovo un adattatore e risolvo. Poi la cinghia: si era sfilata e, da profano, per giorni ho cercato di capire come sistemarla. Quando ho visto che era una cazzata, mi sono sentito ridicolo. Poi l’amplificatore: serve, non serve? Non lo so ancora. E le casse. Saranno l’ultimo atto del processo di produzione. Adesso il problema è il voltaggio. Per me Volta era quello della pila e lui stesso non poteva immaginare che da lì sarebbe nato tutto ‘sto casino. Perché il Giappone è differente anche per il voltaggio nelle abitazioni. Nella mia tenda il giradischi non funziona. Serve un trasformatore. OK, lo troverò senza spendere tanto, è solo questione di tempo. E il tempo io non l’ho avuto. Tra allenamenti e gare di nuoto, partite di pallavolo da arbitrare, riunioni ed eventi per Kitchen Party, lavoro mio e per Mamma Africa, amore, libri, cibo, sesso e cazzeggio, ho trascurato due aspetti fondamentali delle mie giornate: il blog e la musica. Il blog ha sempre vissuto di alti e bassi, dopo nove anni mi sembra anche normale. E’ ancora qui e oggi l’ho ripreso in mano dopo un mese di astinenza. La musica non è solo il giradischi, è tutto il resto, oggi. Sì, i Motel Connection non sono malaccio e i Pearl Jam, anche riprodotti da una pseudo cover band, sono i sempre i Pearl Jam. Oggi però si ricomincia. Ho scritto questo post che farà pure schifo ma riempie un vuoto e tra qualche ora sarò sotto il palco al concerto dei Green Day. Arriveranno poi The Killers, The National, i Muse, The Smashing Pumpkins, gli Atoms For Peace, i Depeche Mode, Roger Waters e il suo The Wall, i Blur e io sarò lì e chissà che in mezzo non possa metterci altro, come un vinile su un piatto a 33 giri.

Spiccioli di me

Saldo contabile finale in euro: +8,87. Il mio conto corrente parla per me. Un altro capitolo della mia vita è finito e io sono di nuovo qui a scriverne. E’ una costante: sparisco dal blog quando fuori vivo qualcosa di forte e coinvolgente per la quale spendo quasi tutto e torno a rifugiarmici quando di quella cosa mi rimane un pugno di monetine e con le parole cerco di fissarne il ricordo in uno spazio solo mio. Non che non abbia scritto in questo periodo ma non l’ho fatto qui. L’ho fatto in un altro modo, in un altro contesto, con altre motivazioni, a qualcuno. Sono stato bene nonostante qualche incidente e ormai si sa che, quando io parlo di incidenti, si parla di incidenti, non di metafore. Ne ho avuto un altro due mesi fa, il quarto di questo immortale 2010, con l’unico mezzo che non pensavo di poter distruggere, la mia storica Vespa.
Stavo meglio due mesi fa, anche se ora non sto affatto male. Ho trascorso splendide vacanze sotto il sole giaguaro leggendo Calvino, sotto il mare nostrum facendo immersioni e in terra madre chiaccherando con tre-quattro vip, che poi sarebbero i miei familiari. Ho viaggiato molto in lungo e poco in largo, ho passato inaspettate sere in spiaggia con Sabina e Caterina Guzzanti e inaspettate notti a letto da solo, ho trovato l’isola dove vorrei finire i miei ultimi diecimila giorni, sono stato al favoloso concerto dei nuovi Guns n’ Roses, ho partecipato all’ultimo sprazzo di vita della mia migliore amica che ha deciso di farla finita e si è sposata, ho tagliato i ponti con un certo passato che dovevo considerare passato molto tempo prima, ho visitato posti nuovi in luoghi che pensavo di conoscere, ho visto cose che voi umani. Finite le vacanze ho ripreso le mie buone abitudini. O meglio, ci ho provato, dato che avevo entrambi i polsi slogati, tutti i mezzi dal meccanico, pochi soldi e niente amici in città a cui rompere le palle.
Quel capitolo però, più che di fatti, racconta di persone. Di una persona, vorrei poter dire se non corressi il rischio di diventare banale, ripetitivo e pure falso, perché una persona in particolare non c’è stata, non una persona nuova almeno, non come la intendo io. Persone quindi. Persone belle che danno e purtroppo spariscono come i soldi che si spendono nelle esperienze migliori e persone brutte che non danno e purtroppo restano come quegli otto euro e ottantasette con cui non ci si andrebbe a prendere nemmeno una pizza.
Come quelli su cui non conto mai ma che penso di potermi ritrovare se mai dovessi averne bisogno e che puntualmente mi fanno ricredere ancora prima di chiedergli aiuto.
Come quella che incontro e tutto sembra troppo perfetto per essere vero e infatti non è vero.
Come lui, mio nipote, che cresce e mi snobba sempre di più perché ha otto anni e io lo tratto ancora come un bambino di cinque, facendogli credere che è più forte di me quando più forte di me lo è davvero.
Come quella a cui credevo di voler bene, che mi ha sempre ritenuto un bugiardo, per la quale ho fatto sforzi enormi, cercando pure di smussare il mio carattere e che, dopo essermi convinto di poter creare con lei una vera amicizia, poco prima di un viaggio, alla prima occasione, mi ha detto “non sei come lui”.
Come lEi, che ho amato per un periodo indefinito e indefinibile e che ora, nonostante sia cambiato tutto e nonostante ne abbiamo passate di tutti i colori, è ancora qui a farmi sorridere e a sorridere con me, sottolineando ogni volta, senza volerlo, quanto io sia cambiato dopo averla incontrata. In meglio.
Come Lei, che ho amato per cinque e più anni, a cui avevo dedicato un blog e da cui sono stato tradito e pugnalato, che ancora oggi si presenta da me quando dormo per parlarmi di un affetto mai sopito e di una conciliazione che purtroppo vedo sempre più lontana.
Come quelli che nella vita privata hanno fatto poco o nulla, che suscitano più pena che rabbia perché non hanno saputo costruirsi niente dentro e intorno, come la personalità che è nulla o inesistente, come la cultura finta fatta di “ho sentito dire” e “mi hanno parlato”, come quell’atteggiamento di ostentata superiorità dettato dall’insicurezza e quella voglia di omologarsi al mondo perfetto dove la carriera, il guadagno e la posizione contano più del piacere delle piccole cose, perché i loro simili li giudicano da ciò che mostrano, perché i colleghi diventano famiglia, amici e amanti, perché l’abito firmato, la bella presenza o la scollatura colpiscono più di un’idea. Perché non sono stressati dal lavoro ma dalla vita e non lo sanno.
Come quelli che sono uguali a quelli di sopra, con la differenza che non fanno un cazzo tutto il giorno, soprattutto perché non lo sanno fare, ma che al momento opportuno sono pronti a dire una parola, riciclare un commento, rubare un pensiero e spacciarlo per proprio senza alcuna dignità.
Come i miei genitori che crescono ancora e invecchiano in un posto lontano, dove spero di essere quando sarà il momento, e che ogni giorno continuano ad insegnarmi come dovrei essere e come non sarò mai perché sono diverso e non bello come loro dopo avermi messo al mondo.
Come quelli che dovrebbero sparire dalla faccia della Terra e vergognarsi di esserci stati, che invece sono sempre più numerosi e che andranno via comprandosi il paradiso dopo una vita trascorsa a raccogliere senza seminare, a prendere senza piegarsi, ad avere e basta.
Otto euro e ottantasette con cui iniziare un altro capitolo. Non bastano per una pizza, per una persona nuova, per una meta diversa, per il paradiso. Alla fine però sono sufficienti per una birra media, un libro (ok, solo economico o tascabile) o un quaderno bianco per continuare a fare quello che faccio, ad avere quello che mi serve e ad essere quello che voglio, me stesso.
Se e quando riuscirò ad arrivare a tutto questo senza nemmeno quegli spiccioli, inizierà l’ennesimo capitolo, l’ultimo finalmente.