Niente

Ci penso, non è che non ci penso. Ieri ho trascorso la serata in compagnia, una casa nuova, una panoramica sul mondo, un tramonto sullo sfondo e una pizza sullo stomaco. C’erano discorsi, risate e i requisiti per arrivare a notte fonda finché, all’improvviso, sono venute fuori le ciliegie. A lei piacevano da morire. E un attimo di blackout ha preso il sopravvento: la compagnia è scomparsa, il tramonto si è spento e lo stomaco ha mostrato i suoi vuoti. Il momento è durato poco ma è bastato a farmi ribollire il sangue e a chiedermi come cazzo sia stato possibile arrivare a questo punto.

Io l’amavo più di chiunque altro e ora il solo ricordarla mi fa venire la nausea. Lo schifo. Non capisco perché quel sentimento enorme, tanto bello e forte, certificato pure sul blog da pagine e pagine a lei dedicate, si sia potuto trasformare così radicalmente in poco tempo. Uno schiocco di dita e taaac, da amore a odio. Beh, in realtà il tempo non è stato proprio poco. Non contento di due anni di falsità, scoperte perché non c’era più posto per nasconderle, per altri dodici mesi ho covato rabbia, frustrazione, umiliazioni ed innumerevoli delusioni che il mio cuore innamorato mi ha impedito di vedere e che sono scoppiate tutte insieme. Avevo provato a staccarmi e ci stavo riuscendo, consapevole di aver dato più del massimo per tornare con lei e di non poter aggiungere altro. Come gli ex alcolisti, stavo contando i giorni in cui non c’era stato alcun contatto tra noi, li descrivevo su un diario ed ero arrivato a 73, ovvero a circa due e mesi e mezzo. Lei però non lo ha accettato e si è rifatta viva, di nuovo: parole con cui diceva di amarmi immensamente, di non poter vivere senza di me, pregandomi di non farle fare qualche cazzata ché, scriveva letteralmente, stava morendo. Il suo blog è tuttora pieno di post per me con riferimenti persino alla musica che ascoltavo. L’ho ignorata per giorni, non volevo fidarmi, troppe volte mi aveva fottuto in maniera così subdola. All’ennesimo messaggio, maledetto me, ho ceduto. L’amavo, come avrei potuto ignorare una sua richiesta di aiuto? Con il freno a mano tirato per paura, le ho risposto, abbiamo ripreso i contatti, il dialogo, ci siamo visti. E’ stato bello, per carità. Ero quasi felice, ero lì perché lei mi voleva e, chissà, forse avremmo potuto ricominciare. Ho messo da parte le illusioni mancate e le botte che avevo ricevuto e le ho creduto, starle vicino era tutto ciò che desiderassi. Così mi ha ripreso in barca e non ho perso occasione per dimostrarle quanto ancora l’amassi. In tutto ciò, cosa ha fatto lei?

Niente.

NIENTE.

N I E N T E .

Mi viene da vomitare al pensiero. Mi aveva supplicato ancora una volta di tornare per tenermi lì buono, fermo nel limbo, senza essere capace non dico di saltarmi addosso ma nemmeno di tenermi la mano o dirmi a voce una parola dolce. Lei che stava morendo senza di me. Lei che continua a parlare di amore. Lei che ha chiesto umanità e che solo la vergogna mi impedisce di riportare qui cosa è stata capace di farmi negli ultimi anni. Lei che si è persino incazzata, rispondendomi in malo modo quando, con le lacrime agli occhi, una settimana fa ho osato farle notare quale ennesima porcata capolavoro stesse compiendo nei miei confronti. Nemmeno in un romanzo o un film ho trovato similitudini con il trattamento disumano che ho ricevuto da lei, La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi, tuttora convinta di amarmi.

Ho bisogno di scriverne, per me stesso, per ripetermi quanto sia stato ingenuo a consentirle di prendere di nuovo terreno. Chi me li restituisce gli anni che ho perso dietro ai suoi inganni? Non si è trattato di una storia bella che arriva al capolinea, quello sarebbe stato normale. Invece è stato l’inferno, il casino che ha creato giocando con i sentimenti è abominevole. Vorrei scriverci un libro, se non fosse che al momento non sono capace di ripercorrere quasi tre anni di sofferenze. Tra l’altro, ora che sono un po’ più lucido, al di là delle parole, non ricordo un solo gesto carino né un pensiero spontaneo che lei abbia avuto per me ultimamente e non lo ricordo perché non c’è stato.

Le ho mangiate le ciliegie, a me non hanno mai fatto impazzire. Ne ho mangiate due o tre e l’unica spiegazione che do a questa storia è che io sia stato stupido e che lei non stia bene di testa, sarebbe una parziale giustificazione a suo favore. Cioè io spero sia così. Spero stia male e glielo auguro per giunta. Vorrei che ogni volta che si guardi in faccia allo specchio, un brivido la colga e la faccia soffrire, anche solo per un secondo, per il dolore che mi ha dato e che – sappiamo io e lei perché – mi continuerà a dare. Peccato che non lo scoprirò mai, resterà un desiderio di cui non avrò alcuna conferma. Lei per me è morta, non incrocerà più la mia strada né scambieremo mai una parola. Del resto lei stessa affermava che sarebbe morta senza di me, bene. Ma non muore, anzi ho motivo di credere che ora se la stia spassando in compagnia.

Sto elaborando questa forma di odio e sì, non è l’agognata indifferenza, è pur sempre un sentimento e bla bla bla. Basta scorrere indietro il blog, leggere due righe o guardare qualche foto per avere idea di quanto lei fosse importante per me. Era tutto ciò che volevo dalla vita e adesso non è niente. O meglio non ancora, sto lavorando per renderla niente. Dimenticarla è impossibile, mi ha tolto pure i bei ricordi, non mi resta un cazzo se non la carcassa di un cuore che devo rimettere a posto e donare a chi se lo merita.

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L’amore si trasforma (parte 2)

– Alla fine, con tanta rabbia e impotenza, l’amore si trasforma.
– In che si trasforma?
– Si trasforma in un senso di fastidio.
– Come succede?
Succede automaticamente, dopo tante pugnalate.
– Finisce così quindi?
– No, il senso di fastidio diventa rancore, poi il rancore diventa odio.
– E tu a che punto sei?
Sto consumando l’odio.
– Vuoi dire che anche l’odio si esaurisce?
– Certo, perché senza dubbio prima o poi arriva l’indifferenza e io la sto aspettando a braccia aperte.

Come una palla

Come una vita. Questo sport insegna che si può recuperare tutto se impari a muoverti.

E io mi sto muovendo, finalmente. Mi devo concentrare sul qui e ora, spazio e tempo che mi stanno dimostrando chi sono e chi voglio essere: un bravo giocatore prima di tutto, non una riserva. Sto imparando dalle sconfitte, dalle lezioni che ho preso e che continuo a prendere e lo faccio sul campo, fuori dai social e dal web in generale, dove non so quando tornerò. Un giorno forse, adesso non importa, è arrivato il momento di chiudere.

Come le ciliegie

Il dolore è forte. Sono arrabbiato e deluso, è evidente. Mi sto ritrovando anche, è meno evidente ma lo percepisco ogni sera prima di addormentarmi sul divano. La strada è quella giusta, le motivazioni non mancano, la confusione regna sovrana. Qualsiasi sia il fine che potrei raggiungere, qualsiasi sia l’obiettivo in un senso o nell’altro, sono sicuro di cosa sto facendo. Lotto ogni giorno contro i miei fantasmi e ogni giorno, in un modo o nell’altro, lei c’è. E’ ovunque. Quando la amo, quando vorrei odiarla, quando mi pensa. Perché so che mi pensa. Non so se mi legge. Se ha scelto di non scegliere dovrei sparire, mi ha messo di fronte ad una realtà intollerabile che solo lei può cambiare e mi auguro che lo faccia a prescindere da me, per il suo bene. Così come stanno le cose non sarà mai davvero felice. Io ho fatto l’impossibile per darle quelle sicurezze di cui aveva bisogno, per vincere le paure e annullare le distanze, lo sanno tutti coloro che conoscono questa storia fino in fondo e, soprattutto, lo ha visto lei. Non posso cercarla, vorrei ma non posso. Non saprei nemmeno che dirle. Non otterrei niente di diverso ora delle solite vane risposte in cui due certezze si scontrano continuamente: una è che mi ama, l’altra è che resta bloccata. Qualcosa deve cambiare per forza, capirà lei cosa. Lo capirà senza dubbio.

Io, scrivendo, mi sfogo. Che sia per rabbia o per sentimento, per ricordo o per speranza, io scrivo. Lo faccio qui e sulle mie agende. E’ un modo per aiutarmi e funziona, ha sempre funzionato. Il blog è nato proprio per questo, ci sono post del 2004 e degli anni successivi in cui parlo dell’altra relazione lunga e importante della mia vita, finita anch’essa. Tra le due storie non c’è paragone. Quella era la prima, questa è l’unica. Scrivo per me, a volte immaginando di parlare con lei, mi ci rivolgo persino in prima persona e non ha importanza se le mie parole arrivano, conta che le abbia buttate fuori e fissate da qualche parte. Per non dimenticare.

Io scrivo, io mi sfogo, io conosco i dettagli. Nessuno, e dico nessuno tranne lei forse, può aggiungere una parola. Ascolto chiunque, soprattutto le amiche sparse per l’Italia che mi sostengono e che mi seguono senza mollarmi un attimo: da Vigevano a Roma, da Marsala a Pisa, da Palermo a Firenze… grazie per tutto ciò che state facendo. Ascolto le critiche, la rabbia di chi mi vuole bene e che mi vorrebbe vedere reagire. Ascolto gli sconosciuti, li cerco anche, i contatti del blog o dei social che in qualche modo esprimono la loro vicinanza e con cui mi confronto. Tuttavia, non tollero e mai permetterò che qualcuno, chiunque esso sia, si azzardi ad esprimere un giudizio su di lei. Solo io posso. Giudicarla, accusarla, criticarla, schifarla se necessario, non deve osare nessuno o lo disintegro. Me lo mangio, amico o conoscente che sia. Perché lei adesso sarà pure un’altra, starà cambiando, starà perdendo quella purezza che aveva a causa dell’incapacità di muoversi e di portare la bicicletta ma il sentimento prepotente che abbiamo vissuto e che vive ancora, sia pure in uno spazio e un tempo non definiti, va protetto. Come le ciliegie che adora, dalle avversità. E io lo farò per sempre.

Mea culpa

Ti amo.
Perché?
Perché sei tutto quello che voglio dalla vita. E tu?
Perché sei tu.

Perché sono io. E io sono ingenuo, forse anche stupido. Vedi, delle situazioni orribili che abbiamo vissuto, non riesco a ricordare quasi nulla. Mi porto dentro solo i momenti speciali, quando senza ombra di dubbio entrambi dipendevamo l’uno dall’altra. Come quella mattina, l’ultima, dopo la nottataccia in cui Nick Cave avrebbe dovuto cantare per te e non ci è riuscito.

Dovevi andartene presto, mi hai chiesto se volevo restassi e – figuriamoci se ti avrei mandato via – sei rimasta. Ho messo da parte la tua roba affinché la portassi con te, l’hai lasciata lì, è nel tuo spazio dell’armadio, spazzolino compreso. Ti avevo comprato per colazione la marmellata che io non mangio. Hai guardato la data di scadenza, un qualche mese del 2018, e mi hai detto di conservarla, perché saresti tornata. Una scena da film, non so se romantico o thriller: le tue mani che afferrano il mio viso obbligandomi a guardarti negli occhi e tu che ripeti “perché io tornerò”, decisa come poche volte ti avevo visto ultimamente. Hai pure rimesso in sesto il coccodrillo che, quando giocavamo con il pongo, era venuto fuori magicamente dalle stesse mani e che da due anni perdeva pezzi. OK, non è tornato esattamente in sé, è uno sgorbio, ma lo hai sistemato. Questo lo hai fatto. E’ un mostriciattolo, bellissimo come tutto ciò che ti appartiene, me compreso. Anche io sono stato bellissimo. Bellissimo mio, mi hai chiamato fino a pochi giorni fa.

Ti ho accompagnato in metro fino alla stazione e quell’ultimo viaggio è stato meraviglioso, nonostante le tue lacrime. Stavamo in piedi, io appoggiato al palo e tu appoggiata a me. Anzi abbracciata a me, dietro gli occhialoni scuri. Una signora si è addirittura alzata per lasciarti il posto, ricordi? Aveva intuito che non stessi bene. Come potevi esserlo? Ci stavamo dando l’addio. Eppure sapevamo che addio non sarebbe stato. Ho potuto recuperare i baci che mi ero perso nel tempo. Beh, veramente solo una piccola parte, te ne avrei dati molti di più ma la metro non è mai stata così veloce, sarei rimasto a viaggiare sottoterra in quella posizione a vita. Lì ti ho sentito, ho rivissuto sensazioni stupende. Poi il saluto, terribile, senza troppe parole. Per tutto il tragitto te ne ho ripetute fin troppe, non perderle, mi è costato pronunciarle. Le conosciamo solo io e te. Se mai passassi da qui e leggessi queste righe, ricorda cosa ti ho detto quella mattina e mettilo in pratica.

Quell’addio è durato due giorni. Ancora una volta sono tornato da te. Non mi sono mosso in realtà, non ti ho lasciato, ti ho pensato ogni minuto. Tu, però, non sei mai tornata davvero e, ora che l’addio si sta dimostrando definitivo, non immagini quanto speri che tu finalmente possa essere felice. E libera. Ti ho chiesto fino alla nausea se, a differenza di prima, io avessi dovuto fare di più per riaverti accanto; mi hai risposto fino alla nausea, pure la settimana scorsa, che no, io non potevo fare niente, dipendeva solo da te. E’ una magra consolazione, almeno sono certo di aver dato tutto quello che mi era rimasto, se non di più. Le ho provate tutte, non sempre con la ragione ma sempre con i sentimenti. Anche sbagliando. Sono corso da te in modi e forme infinite e non ho ottenuto altro che promesse. Da te poi è proprio difficile, lo capisco. Entrare nel tuo mondo è complicatissimo, sono contento di esserci riuscito in passato. Per noi oggi sarebbe un terreno pieno di insidie, dove ogni mossa ne provocherebbe un’altra che probabilmente non saresti in grado gestire. Come il territorio marcato dal cane che ha fatto pipì lungo il perimetro. E’ che al cane, per quanto tu possa volergli bene, devi insegnare dove pisciare, altrimenti si sentirà libero di fare i suoi bisogni dove vuole, pure in casa, abbaiando per giunta. So bene che la colpa è solo mia, io ho sbagliato ormai quattro anni fa sottovalutando i miei comportamenti nella convinzione che tutto potesse sistemarsi. Il coccodrillo non sarà più lo stesso. Io ti ho reso quella che sei diventata e non me lo perdonerò mai. Ho pagato un prezzo altissimo e continuerò a pagarlo in comode rate fino alla fine dei miei giorni. Perdonami tu. Avermi ripetuto che io non posso fare di più mi aiuta, non mi toglie tuttavia il rimpianto di non aver capito a suo tempo quanto fossi importante. Perché sei tutto quello che voglio dalla vita.

Mi arrendo, quindi. Ti avevo comprato una piastra per i capelli qualche giorno fa, non so perché. Ne hai una sicuramente migliore ma l’ho vista e non ci ho pensato due volte. Avevo preso due biglietti per il concerto dei Pearl Jam della prossima estate e non due a caso. Gli amici hanno scelto il prato, tutti. Io, ricordando le decine di concerti a cui abbiamo assistito, ho creduto che la calca non fosse adatta a te e ho scelto due posti nella tribuna migliore. Chissà perché, ingenuamente, non ho dubitato un attimo che saremmo andati insieme. E invece.

Sii felice. Non smetterò mai di amarti, resterai sempre La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi.

I blogger non muoiono mai

Qualche anno fa, tra i tanti amici del web, ce n’era uno con cui scambiavo spesso più di una chiacchera e non solo di quelle che si mangiano con lo zucchero. Allora non seguivo tanti blog, solo alcuni catturavano la mia attenzione, generalmente per lo stile della scrittura o proprio per il personaggio che si celava dietro. Oggi siamo tantissimi, ci accoppiamo e riproduciamo tra di noi e quei contatti si sono moltiplicati a dismisura. Li seguo saltuariamente perché sarebbe impossibile farlo in modo costante e forse è anche meglio, del resto succede così quando si incrocia un amico per strada e poche parole, un timbro di voce o un’occhiata bastano a recuperare la distanza dall’ultimo incontro. D’altro canto, imbattersi tutti i giorni nella stessa persona sarebbe un po’ palloso, per questo esistono già i colleghi.

Quindi, io con quel blogger “chiaccheravo”, in pubblico o in privato e non tanto di più di quanto facessi con altri. Mi divertivo, aveva la mia stessa ironia e sapevamo che l’ironia funziona come un amico comune quando ci presenta l’uno all’altro. Un giorno tuttavia, dopo qualche tempo passato senza vederlo in giro, vado direttamente a trovarlo sul blog che però trovo uguale all’ultima volta, nessun aggiornamento e nessuna risposta ai commenti. Sono andato a cercarlo nei giorni successivi, gli ho lasciato messaggi privati, ma non ho più avuto sue notizie nemmeno altrove, finché la piattaforma (Splinder) ha chiuso i battenti e le sue tracce si sono perse definitivamente nella rete. Tra l’altro, pur parlando di qualsiasi cosa, lavoro, donne, libri, cinema, problemi personali, seghe mentali, sport… no, sport no, non ne capiva una mazza, beh, io non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome, né lui il mio. Sicché, evaporato Splinder, solo lui avrebbe potuto cercare Topper Harley, io il suo nickname non l’ho più beccato.

Mi sono chiesto tante volte se fosse morto con Splinder, nel senso di aver smesso, di non aver trovato interesse ad aprire o trasferire il proprio blog come ho fatto io su WordPress. Mi sono chiesto altre volte se fosse morto fisicamente, roba che nella mia testa allora era impensabile. A quel tempo immaginavo forse che nel web non si potesse morire, che un blogger – entità soprannaturale – vivesse per sempre, forte dell’idea che qui non siamo noi, siamo quello che scriviamo e leggiamo, siamo le nostre parole. Ma non è vero. Qui siamo persone, lo siamo nella vita di tutti i giorni e continuiamo ad esserlo quando indossiamo una o più maschere, usiamo lo schermo per proteggerci, storpiamo il nostro carattere o nascondiamo il fine ultimo della nostra presenza da queste parti, non sempre cristallino. Fatto sta che la gente muore pure nel web.

L’anno scorso è toccato ad un’amica, una signora molto carina che mi seguiva tramite Facebook e che mi aveva confidato di lottare contro un male purtroppo più forte di lei. Prima ancora una donna con un carattere fortissimo che scriveva poesie e che se n’è andata all’improvviso. Pochi mesi fa l’aldilà ha accolto un’altra amica che ammiravo per le sue foto. E insomma sono cose che toccano, certo diversamente dalla scomparsa di un amico che si conosce in carne ed ossa, ma toccano. Soprattutto se le loro immagini e loro parole in qualche modo continuano a girare per il web e se ne percepisce la presenza. Forse è questo il senso di ciò che pensavo un tempo, che i blogger non muoiono mai. E io, piccolo blogger semi-sconosciuto che di sparire non ha la minima intenzione e che non ha mai postato articoli memorabili, mi domando chi mi cercherebbe se smettessi di scrivere. Nessuno probabilmente. Però, per non lasciare nessuno nel dubbio a differenza di come è accaduto a me con l’amico sparito, quando sarò morto pubblicherò un post di addio, una foto Instagram della lapide di cartongesso che avrò sulla testa e, se mi andrà, anche un libro postumo.

Cosa è

23. A volte mi dimentico di avere un blog che non posso lasciare chiuso nello sgabuzzino, in silenzio, ad attirare la polvere. Non voglio che resti al buio, voglio guardarti ancora un po’, anche se ti addormenti, soprattutto se ti addormenti. “Domani” mi dici. Così spengo la luce, ti prendo la mano e ci rivediamo all’alba. Mi sveglio, è passata una notte o un mese, sei lì e non è un sogno, tu lo sei. Lo riporto in uno dei post-it colorati sparsi per la casa che inserisco nei post bianchi qui, di nascosto. Ti guardo, mi guardi e sembra che stiamo giocando a chi non ride prima, invece stiamo ridendo dentro e di giocare non abbiamo mai smesso. Quando però non ti vedo, il che capita troppo spesso ultimamente, mi accorgo di te dai segnali inconfondibili che lasci ovunque, come le notifiche di un lettore di emozioni di passaggio. Il tubetto del dentifricio con il tappo poggiato e non avvitato, la boccetta di profumo interminabile, l’accappatoio che una volta era per gli ospiti, spazzole, creme, saponi, un tuo capello che spunta fuori all’improvviso, il tuo gelato che posso mangiare: è un mondo che mi appartiene ormai, di cui devo raccontare, di cui non posso liberarmi. C’è il tuo tè nell’aria e la musica dei tuoi dischi accanto ai miei dischi, l’odore dei tuoi vestiti dentro il mio armadio. Devo scrivere su questo blog, devo scriverti. E’ una condanna, un abbraccio, una voglia. Impossibile dimenticare cosa è. Mi piace non trovare le cose e le parole al proprio posto se sei tu a scombinarle, alla fine tanto sei sempre tu che le rimetti a posto.