Trakai

Vado a Trakai, trenta minuti di auto. Posto molto bello, le casette sono particolari, il lago e il castello meritano una passeggiata. Peccato che faccia freddissimo e piova! Scatto due foto dal pontile ma sono costretto a rifugiarmi subito in un locale per rilassarmi al caldo. La moglie di Linus all’ostello, sapendo che andavo a Trakai, mi aveva consigliato di provare i calzoni tipici del luogo (kibinai) e infatti mi fermo in uno dei due locali più rinomati – e sicuramente dello stesso proprietario – in cui li preparano (Senoji Kibinine e Senoji Kibinine – Pica). Si trovano l’uno accanto all’altro.

Scelgo il primo, rustico, curato, elegante. Mangio un po’ di roba: due kibinai ai funghi e vegetariano, un pancake col formaggio, altri due kibinai dolci (uno con crema simile alla ricotta, uno piccolo al cioccolato). Bevo idromele di Trakai e un bicchiere di una cosa che non avevo mai sentito nominare: il kvass, che scelgo a caso dal menu dove è descritto come “Speciality non-alcoholic bread drink” e che io chiamerò “succo di pane”. Le foto sul menu sono molto più esaustive della descrizione e delle spiegazioni della signora che non capisce molto l’inglese. Spendo solo 11,10 euro.

Quando esco cerco di avvicinarmi al castello in auto. Parcheggio davanti al pontile, troverò una multa dopo. Le bancarelle di cui avevo letto sono chiuse tranne un paio. Percorro il pontile, faccio foto ma il castello è chiuso, forse perché è lunedì. Non sarei comunque entrato. La multa (12 euro) è per il parcheggio non pagato, sono stato lontano dieci minuti! Vado in una centrale di polizia, poi in banca ma niente, per pagare in contanti devo andare in un posto che non trovo, lungo un’autostrada. Giro e rigiro, alla fine rinuncio.

Torno a Vilnius, cerco un negozio di dischi che in auto non riesco a raggiungere, eppure dovrebbe essere vicino all’ostello. Decido di cercarlo a piedi, lascio la macchina. Scopro che si trova a 500 metri dall’ostello, è fornito di vinili ma troppo caro. Mi fermo presso una boulangerie lì vicino. Prendo un saccottino che credevo dolce, me lo ritrovo con un wurstel dentro!

Riprendo la passeggiata. Per entrare nella Old Town attraverso sempre una porta enorme da cui inizia il vialone centrale. The Portobello è un pub molto invitante, per entrare bisogna passare attraverso una cabina telefonica londinese. Decido che ci tornerò più tardi. Trovo un altro negozio di dischi subito dopo la grande porta, non compro nulla. Cammino tanto, mi bagno, esploro. Casualmente finisco davanti al museo dell’illusione (Vilnil), ci penso un attimo e decido di entrare (ingresso 10 euro). La guida che mi accompagna è una ragazza molto carina e simpatica di cui ricorderò la risata spontanea. Ci sono diverse attrazioni curiose, illusioni ottiche, giochi. Mi piace la camera sottosopra e la stanza old style lituana. Il giro dura meno di mezz’ora, quasi mi dispiace. Peccato essere solo, avrei voluto avere qualche foto di spalle. Ma questo vale per tutto il viaggio.

Dopo cammino ancora in direzione opposta a quella verso l’ostello. Arrivo alla famosa torre della cattedrale ma piove, mi voglio sedere a sorseggiare una birra. Così ritorno al The Portobello, bellissimo locale anche questo che, ovviamente, celebra Londra. Pare che qui servano le birre più grandi. Sul menu, che poi porterò con me di nascosto, trovo un disegno che mette a confronto tre bicchieri e la qualità del locale che li offre:

  • il primo da 0,5 litri –> Traditional, a good bar
  • il secondo da 0,56 litri –> Imperial pint, a very good bar
  • il terzo da 0,66 litri –> Admiral’s pint, The Portobello

Prendo patatine fritte e una Guinness, poi una strong ale.

Faccio qualche riflessione. La cosa che più mi ha colpito di Vilnius e del poco di Lituania che ho visto sono i locali, tutti davvero accoglienti. Non potrebbe essere diversamente visto il freddo. Poi le ragazze. Non sono migliaia ma hanno bei lineamenti, oltre ad essere alte. Poi il formaggio. Qui si mangia tanta roba col formaggio, forse anche con la carne ma io no.

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Primi passi a Vilnius

Roma. Sveglia alle quattro. Freddo fuori. Volo tranquillo, dormo poco. Leggo Don Winslow, affascinante. La ragazza della Hertz lo è di più, mi avevano detto che qui le donne sono bellissime. Ho preso a noleggio una Peugeot 208. Ho qualche difficoltà ad arrivare all’ostello. Paesaggi da film russo.

L’ostello è carino, ordinato e pulito. Letto in camera da quattro. Gentilissimi gli host. Lui è un omone di nome “Linus”, cioè così ho capito e così lo chiamo. Mi ha dato pure il telecomando per aprire il cancello del piccolo parcheggio, non era previsto. Mi suggerisce un locale georgiano in cui mangiare chačapuri (una specie di pane-pizza tipico della Georgia), che è anche il nome del posto, proprio sotto l’ostello. Prendo un chačapuri grande al salmone (Oragulit), un dolce alla crema e una birra georgiana in bottiglia, per la modica cifra di 11,80 euro.

Faccio due passi ma piove. Non fa freddo. Vedo un edificio che scopro essere un mercato (Halės Turgus), entro e scatto un po’ di foto: cibo, abbigliamento, oggettistica, un macellaio all’opera. Compro quattro bei fumetti con copertina rigida più un libro fotografico di Laure Manaudou a 0,30 euro l’uno… totale 1,50 euro! Peccato siano in francese. Torno in ostello per riposare un po’ e si fa buio. Non dormo, pioviggina.

Mi metto in moto e cammino verso Užupis. Prima di arrivarci, sul vialone della Old Town mi incuriosisce una chiesa dove entro e trovo il buio. L’ambiente è piccolo: in un angolo, tre signore intorno all’unica fonte di luce ripetono in continuazione una specie di sermone un po’ inquietante. Davanti a me ho una specie di porta con un’insegna enorme rossa che prende tutta l’arcata e dà un tono di maestosità a quell’ingresso per chissà dove. L’inferno?

Užupis non è distante ma non trovo una zona che posso definire “centrale”. Seguo una via che mi porta ad un pub carino in cui, dopo diversi tentennamenti, mi decido ad entrare. Non me ne pento, passo lì tutta la serata fra birre (tre) e una specie di pancake al formaggio che credo sia un piatto tipico lituano. Il locale sembra un disegno all’esterno, dentro è piccolo e accogliente. Torno facilmente all’ostello. Per strada prendo un panino merdoso presso uno di quei minimarket che pare non chiudano mai. In camera i letti sono occupati, qualcuno russa troppo, uso i tappi e crollo.

Di vuoti da riempire e altre sciocchezze

Amo la pizza, persino surgelata in caso di emergenza. Adoro i formaggi che, a differenza del latte, cerco di evitare. Sempre che non si tratti della mozzarella di bufala, per la quale potrei morire. E così per il salame, la mortadella, la bresaola. Il salmone. Il pesce, tutto. Le patatine fritte. Le arancine, al femminile. Il pane, quello vero. La Nutella e il cioccolato in qualsiasi forma. Il gelato. E le banane, le fragole e un po’ tutta la frutta secca. Mi piace il vino, la birra di più. Motivo per cui raccolgo bicchieri, in vetro, con un marchio, un marchio qualsiasi, compresi quelli che fungono da souvenir, ne compro uno per ogni città che visito. Ne ho duecento, di bicchieri, sulle mensole della cucina. Cucina che è pure soggiorno, salone, living room, dormitorio e che per questo ospita anche il giradischi e i vinili. Adoro i vinili, che al momento sono oltre un centinaio, destinati ad aumentare. Come i fumetti, che ho scoperto da poco e che continuo a cercare, online e nei mercatini dell’usato, albi soprattutto. E, beh, i libri e dicendo “libri” non ho bisogno di aggiungere altro: la casa ne è piena a tal punto che ho adottato il Kindle e gli ebook, anche se la carta resta la carta. Vale lo stesso per le fotografie: migliaia in digitale ma centinaia in formato cartaceo, che non smetto di stampare, raccogliere e attaccare al muro della camera piccola che già scoppia di libri. Di libri e di agende, quadernetti, blocchetti che non posso non riempire di parole che sembrano non avere senso, mentre invece servono proprio a riempire. I vuoti. Che ho dentro e che colmo in quella stessa stanza persino con i giocattoli. Mi piacciono i giocattoli, quelli da collezionisti principalmente. Action figures, sorprese Kinder, pupazzetti, omini, omini Lego e Lego interi, tanti Lego che rubo pure a mio nipote ma dopo avergli fatto un regalo. E a chi non piacciono i regali? A me tantissimo e, se posso, me ne faccio uno, piccolo, quando ogni mese arriva lo stipendio, scegliendo tra un fumetto o un vinile. O una piantina, grassa che è più facile da accudire. Sono diventate tante adesso e crescono solo di sguardi, non ho bisogno di parlargli. Occupano il ripiano in balcone e mi gratificano perché rappresentano ciò che riesco a curare con amore. Come lei e tutto il resto.

Ritorno da Londra (forse)

Giorno 2 notte

Macché letto! Il rientro in auto è stato un’odissea. Recuperata la macchina a Watford, ci siamo incamminati ma abbiamo trovato chiuso l’ingresso della M1 per lavori. I nostri due cellulari erano uno scarico per le troppe fotografie scattate e l’altro inutile con il navigatore offline che non dava alternative al percorso. Ho pure sbagliato strada prendendo la M1 in senso opposto, praticamente tornando verso Londra. A questo punto sarebbe bastato trovare un’uscita per fare inversione di marcia e prendere l’altra carreggiata. Ci abbiamo provato, peccato che dopo oltre dieci chilometri inutili siamo tornati all’unico svincolo disponibile: quello chiuso per lavori!

Senza nemmeno una cartina, abbiamo imboccato la sola strada che andasse verso nord. Ci siamo però accorti che si discostava parecchio dalla M1. Andava verso nord ma anche più verso ovest, direzione Aylesbury (sul mio diario, a matita, ho fatto un disegnino per dare l’idea del dramma, qua posso usare Google Maps):

Aylesbury

Da Aylesbury, fuori dal mondo, abbiamo seguito le indicazioni e dopo un’infinità di chilometri ci siamo ritrovati sulla M1. Mancava però ancora un’ora di strada almeno per Leicester. Ho sfidato il sonno, eravamo davvero stanchissimi, mi sono anche fermato due minuti per riprendermi.

Risultato: a letto alle quattro, morti.

#Fearless è l’hashtag che il Leicester ha fatto suo da quando a iniziato a credere che poteva vincere in campionato. Quella sera anche noi lo abbiamo usato quando abbiamo iniziato a credere che saremmo finalmente tornati a Leicester.

Ritorno a Londra

Giorno 2

Decido di svegliarmi presto per sfruttare la colazione in albergo e non perdere troppo tempo per arrivare a Londra. Sveglio il mio amico. Lui di norma russa come un trattore acceso ma il cerotto sul naso ha funzionato e io, che avevo pure i tappi alle orecchie, ho potuto dormire bene.

Colazione full english: toast, uova, bacon, wurstel, pomodoro, fagioli, caffè e succo d’arancia. tutto buono. Almeno di questo non possiamo lamentarci. Due bambini di cinque o sei anni fanno casino, sono piuttosto maleducati, sporcano, fanno cadere gli oggetti per terra, salgono sui tavoli della piccola sala da pranzo. La mamma, enorme, non dice nulla. Uno dei due, il maschio, cerca addirittura di rubare il cibo dal piatto del mio amico. La donna cannone, a fatica, lo richiama. Torniamo in camera, saranno le 8.30, resto in bagno un tempo infinito e mi godo una doccia rilassante, di quelle con la pressione fortissima. Il mio coinquilino, che nel frattempo si era rimesso a dormire, fa lo stesso quando arriva il suo turno. Una volta pronti, montiamo in auto e percorriamo la M1, direzione Londra. Prendo confidenza con il volante a destra, bella macchina.

Impieghiamo quasi due ore per arrivare a Watford, dove parcheggiamo l’auto (4,20 £) per spostarci in metro. Scegliamo la card giornaliera (circa 13 £), decisamente “conveniente” in confronto al biglietto per una corsa singola (più di 7 £). Siamo a Londra! Torno qui dopo parecchi anni e sono piuttosto euforico. Cambiamo qualche treno per scendere a Camden, sempre fantastica. Camminiamo parecchio e in due penso che avremo scattato trecento foto. Nei pressi di Camden Lock veniamo inondati da odori, colori e sapori di tutto il mondo. Ci fermiamo a mangiare fish and chips in un locale su un piano rialzato con terrazza/passeggiata sul mercatino sottostante. Bevo una pinta di birra Camden Pale Ale, ottima (5,40 £). Restiamo praticamente tutto il pomeriggio a goderci Camden Town. Cerco, come mio solito, qualche vinile ma non mi va di spendere troppo e qui i prezzi partono tutti da 12 £, troppo per i miei gusti. Ci divertiamo a visitare il bazar “sotterraneo”, ci incuriosiamo per abiti vintage e per i cibi che non finiremmo mai di assaggiare. Due robot giganti ai lati di un ingresso mi ricordano che quello è Cyberdog, famosissimo negozio di moda futuristica che all’interno sembra una discoteca o il set di un film di fantascienza, con luci stroboscopiche e fluorescenti, musica elettronica e tanti oggetti particolari. Non è il mio genere ma mi fa piacere ritornarci per una visita. Comincio ad avvertire un po’ di stanchezza nelle gambe.

Verso le 18.30 ci digiriamo a Covent Garden. Non ricordavo di esserci stato , invece riconosco subito il posto. L’ultima volta, nel 2005, ero arrivato qui la sera tardi, non c’era gente in giro e le bancarelle del mercato avevano chiuso. Stavolta è diverso, c’è casino ad ogni angolo. Ci fermiamo a guardare l’esibizione di un Chaplin da strada, tenero, a cui darei ben più della sterlina che lancio nel suo cappello. In un pub, prendo una Guinness che mi servono fredda, si vede che non è birra inglese. Chiaccheriamo, è stata una giornata gradevole. Decidiamo di andare a mangiare presto per non ripartire di notte, dato che dobbiamo ancora andare a prendere l’auto e poi farci due ore di strada per tornare a Leicester. Il Masala Zone è un ristorante indiano poco distante, curato, cibo ottimo. Ordino “undhiyo & lentil khichdi”, un piatto vegetariano fa-vo-lo-so accompagnato da pane al formaggio. Non so descriverlo. Si tratta di due ciotole, una di riso e lenticchie con tante spezie e una, ancora più buona, con spezzatino di verdure e salse delle quali non so dire nulla se non che fossero eccezionali. C’è il wi-fi, mando un paio di messaggi ai miei e a lei, non mi risponde nessuno. In un altro locale prendiamo due caffè (5 £!), poi la metro. A King’s Crossing aspettiamo inutilmente il treno per Watford. Io avrei aspettato fino all’indomani, il mio amico invece, più saggiamente, scopre che a quell’ora l’ultimo treno è già passato, dobbiamo andare a prenderlo a Baker Street. Così facciamo.

Mentre scrivo è quasi mezzanotte, arriveremo a Leicester non prima delle due. Sono stanco e contento per la giornata intensa. Abbiamo fatto bene a scegliere Londra e, ancor meglio, ad andare a Camden. Ho scattato un po’ di foto, forse ho speso troppo ma va bene. Scambio qualche messaggio con lei finché scompare, si sarà addormentata. Non vedo l’ora di stare a letto.